venerdì 4 gennaio 2013

1961  Un  anno  particolare

Figurine - Eclisse - Giro d’Italia

di Mauro D’Orazi


1961
Un anno particolare
Figurine - Eclisse - Giro d’Italia

di Mauro D’Orazi

La lettura delle testo di Luciana Nora, che allego in coda a questo capitolo, mi ha dato modo di scavare sul 1961 e su alcuni avvenimenti legati a quello che fu l’anno del Centenario dell’Unità d’Italia.
Dopo un’opportuna meditazione regressiva ho ri-trovato alcuni fatti interessanti di quell’anno che elenco in ordine di importanza: la raccolta di figurine dell’Unità d’Italia, l’eclissi solare del 15 febbraio e il passaggio del Giro d’Italia a Carpi il 5 giugno.

L’album di figurine

Poco tempo fa, rovistando fra vecchie cose è saltèe fóora (è saltato fuori) un vecchio album del 1961 che celebrava in modo elegante il Centenario dell’Unità d’Italia edito dalla B.E.A./Album d'Arte. In un attimo tutti i ricordi… limpidissimi… mi si sono subito parati davanti. L’album vuoto e cinque bustine mi furono regalati, dall’edicolante Brandoli, che aveva il suo baracchino vicino al Duomo. Era il giorno della cresima e mentre tornavo dal Duomo, sotto il portico di Corso Fanti, lì dove c’è ancora oggi il piletto di marmo, all’altezza dell’allora salumeria di Livio Gualandi, cominciai avidamente ad aprire le bustine.
Mio padre avrebbe voluto restituire l’album al gentile, ma interessato offerente, ma mia madre, forse per educazione o forse per un’inconscia propensione al collezionare, insistette per tenerlo. Quello fu uno di quei piccoli e formidabili punti di snodo della mia esistenza e mi cambiò la vita.
Mio padre, ovviamente, brontolò, così come fece puntualmente in futuro per tutte le mie passioni: un nemico costante e implacabile che, per legittima difesa, per sopravvivenza, mi sarei ingegnato continuamente a eludere, con una certa limitata e idiota astuzia o, se proprio messo alle strette, a combattere coi miei scarsi mezzi.
È per questo che, anche oggi, quando vedo un bambino che è sostenuto dal genitore in un hobby particolare, lo invidio moltissimo e penso con amarezza (stupida fin che si vuole) al mio passato denso di incomprensioni e ruvidi attriti.
Nelle settimane successive mi impegnai a fondo, per la prima volta nella mia vita, a intraprendere direttamente e di persona la responsabilità di “un’impresa” e a portarla a termine da solo. Si trattava di completare l’album … ecco … quello era lo scopo da raggiungere ad ogni costo. “ ’Sa strasìin èt tutt chi béesi pèr gniinta? (Cosa butti via quei soldi per niente?)” … era invece la sgridata che puntualmente mi beccavo. “Studdia! … e a n stèer mìa a pèerder dal tèimp e di sòold cun cal cretinèedi lè! (e non stare a perdere del tempo e dei soldi non quelle cretinate!”
Io alzavo le spalle e sbuffavo, ma nonostante tutto la cosa che mi riuscì: utilizzai inventiva e costanza e diedi fondo, con notevole sforzo finanziario, alle mie limitate risorse.
  
1961 Collezione del Centenario ed. B.E.A.
Ancora oggi, mentre sfoglio con amorevole delicatezza questo splendido album pieno di tante figurine colorate, provo una grande soddisfazione per essere riuscito ad arrivare alla fine della MIA impresa.

L’eclisse totale del 15 febbraio 1961

Eravamo in seconda elementare alle Fanti col M° Ivo Lodi e ai primi di febbraio il nostro insegnante cominciò a parlarci di un importante avvenimento astronomico al quale presto avremmo assistito. Il maestro ci spiegò le dinamiche celesti e in particolare che un siffatto occultamento così completo del sole da parte della luna non si sarebbe verificato di nuovo in Italia che dopo tantissimi anni. La cosa era in effetti eccezionale e in Italia non si parlava d’altro. Anche per noi bambini la cosa era davvero fantastica e raccomandazione costante che ci sentivamo rivolgere era quella di non guardare direttamente il sole con gli occhi non protetti da un filtro scuro: una lastrina affumicata, un pezzo di pellicola da foto nera, ecc… “Stèe atèinti se no a perdìi la vissta! (Attenti, se no diventerete ciechi!)”
La mappa e alcune fasi dell’eclisse

Il caso volle che la massima fase di buio totale fosse prevista di mattina per le ore 8,35 circa e così con una solenne disposizione del Provveditore agli Studi di Modena, puntualmente diffusa orgogliosamente dalla direttrice Saffo Bocchi per mezzo degli altoparlanti presenti in ogni classe e forse più adusi a eclatanti proclami littori. Ci fu comunicato che l’indomani l’entrata a scuola era posticipata alle 9,00. Naturalmente ne fummo tutti felici e accogliemmo la notizia con adeguati strepiti e urla.
A casa mia ci attrezzammo adeguatamente: pellicole nere, vetrini affumicati, ecc… Perfino mia madre, che era famosa per NON sapere chiudere un occhio solo (sic!), tentò di allenarsi alla bisogna con una lente scura e una mano per tappare l’altro occhio.
L’attesa era spasmodica e così alla mattina prima delle 7 eravamo già in piedi. La famiglia Ascari del 2° piano ci ospitò un po’, poi andammo giù in cortile. Mi consentirono di mettere la pellicola scura davanti al nostro binocolino di famiglia destinato di solito per un uso teatrale, ma promosso sul campo a sfidare distante astronomiche.
Lo spettacolo era molto emozionante; avevo quasi otto anni e quella mattina scoprii l’astronomia, una passione che, sia pure superficialmente, non avrei più abbandonato. Anche se sono passati ormai più di cinquant’anni, ricordo come se fosse ieri l'emozione che provai in quei pochi istanti di repentino calo della luce e di stupore assoluto, nella scoperta e nella fugacità dell'eclisse vera e propria, quando il disco nero della Luna avanzava lentamente davanti al disco accecante del sole fino a coprirlo completamente, rendendo visibile per circa due minuti l'eterea corona. Essere testimone di un'eclisse totale di sole dal cortile di casa è stato un evento più unico che raro nella vita di un individuo
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Quella del 15 Febbraio 1961 fu l'ultima eclisse totale di sole visibile in Italia nel XX° secolo. Da allora, nessun'altra eclisse totale è passata sopra la nostra nazione.
L'eclisse totale iniziò alle 8.30 al largo del Golfo di Biscaglia, attraversò la Francia centro-meridionale, alle 8.35 entrò in Italia interessando le regioni del Piemonte meridionale, la Liguria, parte dell'Emilia-Romagna, la Toscana, il nord del Lazio, l'Umbria, l'Abruzzo, e le Marche.
Ore 8,35 circa del 15 febbraio 1961 - la corona solare

Le città di Imperia, Pisa, Empoli, Firenze, Arezzo, Jesi, Macerata, Osimo ed Ancona si trovavano proprio nella parte centrale della fascia della totalità, dove l'eclisse raggiunse la durata massima, di poco superiore ai due minuti. Il confine sud della totalità sfiorò le città di Viterbo, Rieti, L'Aquila e Chieti, ed il confine nord quelle di Torino, Voghera, Parma, Carpi, Ferrara e Comacchio. Al di fuori di quella fascia, anche soltanto pochi km più a sud, o più a nord, l'eclisse non era più totale, ma solo parziale.
Poi alle 8.40 l'ombra della Luna era già sull'Adriatico, quindi sorvolò la ex-Jugoslavia, poi la Romania meridionale e la Bulgaria settentrionale, attraversò il Mar Nero settentrionale e curvò decisamente verso nord entrando negli immensi territori della ex-Unione Sovietica. Alle 10,30 infine concluse la sua velocissima corsa sull'Altopiano Centrale Siberiano.

Per trovare un'altra eclisse totale di Sole nella nostra zona, bisogna andare indietro nel tempo di ben 767 anni, esattamente fino al 3 giugno del 1239, quando poco dopo le 13 del pomeriggio, l'ombra della Luna oscurò le stesse regioni, come nel 1961. Per trovarne, invece, di simili nel futuro, occorrerà aspettare fino al 2027 su Lampedusa e al 2081, più a nord di Carpi, sulle Alpi.
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L’illustrazione della Domenica del Corriere del febbraio 1961

Noi arrivammo puntualmente a scuola poco prima della 9, in tempo vedere dai due finestroni della classe le ultime fasi del grande fenomeno celeste e la semi oscurità dissolversi completamente.
Subito il M° Lodi ci fece scrivere dei pensierini liberi su quanto avevamo visto; conservo ancora quelle due paginette strappate dal quaderno a righe di 2^ fra le cose più care… proprio vicino all’album del Centenario dell’Unità d’Italia.





Il fugace passaggio a Carpi del Giro d’Italia del Centenario

5 giugno 1961 Carpi - Viale Nicolò Biondo - Passa il gruppo - Foto Pergreffi Silamar

Un altro grande avvenimento fu il passaggio del Giro del Centenario d’Italia per Carpi. La sedicesima tappa ci interessava direttamente come carpigiani ed era la Modena - Vicenza. I corridori sarebbero passati in direzione sud-nord anche per l’ampio Viale Nicolò Biondo.
L’evento era molto sentito a Carpi dove gli appassionati della bici e le relative società ciclistiche erano in gran numero.
Anche questo volta, come per l’eclisse, il Provveditore di Modena fu aperto e lungimirante. I maestri erano invitati con le loro classi a uscire dalla scuola elementare Fanti in Viale Carducci, passare un isolato e schierarsi per tempo su i due lati di Viale Nicolò Biondo.
Noi ragazzini eravamo molto eccitati per il grande momento che ci attendeva come testimoni. Si trattava un episodio che poi sarebbe restato impresso nella memoria per tutta la vita.
Il passaggio, se non ricordo male, era previsto verso le 11; la giornata di fine primavera era splendida. Alle 10 tutte le classi maschili e femminili lentamente cominciarono ordinatamente a uscire e a prendere posto sul lungo i bordi dell’ampia strada, più o meno all’altezza del grande asilo di Viale Nicolò Biondo.
Gli insegnanti disposero nel miglior modo i bambini e io mi piazzai, sgomitando, proprio in prima fila sul percorso.
5 giugno 1961 Carpi - Viale Nicolò Biondo - Passa il gruppo - Foto Pergreffi Silmar

Ben presto cominciò a passare la carovana del circo ciclistico; la pubblicità e gadget erano ambitissimi per noi scolaretti. Io riuscii a guadagnare e a indossare con orgoglio un miserabile copricapo di carta rosso e bianco a bustina con la pubblicità di una ditta di colori; qualcuno più svelto, o fortunato nel recupero degli oggetti lanciati dalle auto di passaggio, anche un ambitissimo berrettino rosa della Gazzetta dello Sport o altri ignobilissimi articoletti pubblicitari.
Annullo filatelico per la tappa Modena – Vicenza del 5 giugno 1961

Finalmente dopo un’oretta, preceduti dal clacson e sirene cominciano a passare le auto della direzione del giro e quelle squadre, poi qualche poliziotto in moto e finalmente, in un vortice frusciante e dinamico di velocità dallo stampo “futurista”, il grosso plotone dei corridori. FFffffffsscccc ffffff ffffffsscccc… pochi secondi… cerchi di distinguere qualche faccia nota di atleti… sforzo inutile… FFffffffssscc ffffff ffffffssscc… Mentre cerco di fare mia la scena per sempre, il gruppo, 40 km l’ora, è già passato. Lo seguo stupito, sporgendomi più che posso, finché non sparisce in lontananza, così come si fa col treno, quando si è fermi a un passaggio a livello.
Quasi un sogno e non resta che chiederti: “ Ma è successo davvero?”
Mi resi conto, forse per la prima volta e con una sottile angoscia, che il tempo NON si ferma… MAI, sia che tu ricopra il ruolo di protagonista o anche solo di semplice e miserabile spettatore.
Il Giro del Centenario 1961 - Pass per la giuria

Il vincitore del Giro del 1961 impegnato nei tornanti dello Stelvio: il romagnolo Arnaldo Pambianco, detto “Gabanein” per le giacche indossava, che erano sempre troppo corte.
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Giro d’Italia 1961
a cura di Luciana Nora 1998
MUSEO CIVICO - SEZIONE ETNOGRAFICA
“Bello pedalare tra eclisse solare e febbre spaziale”
Rapido passaggio a Carpi del Giro d’Italia nel 1961
1961, il 5 giugno di quell’anno che “non poteva avere rovesci”, il Giro d’Italia, commemorativo dei cento anni dell’unità nazionale, passava per Carpi. Sui due lati di viale Nicolò Biondo e Manzoni i corridori in volata venivano attesi da due fitte ali di folla. Per l’occasione erano straordinariamente usciti gli operai dalle fabbriche assieme alle sezioni maschili delle scuole cittadine. In quella mattina assolata quasi tutti gli astanti recavano in testa un copricapo pubblicitario fornito da una delle allora più importanti ditte produttrici di elettrodomestici e distribuito da Ginepro Maffezzoni suo concessionario a Carpi. Fu quello un anno straordinario, denso di avvenimenti tanto sensazionali da sbiadire quelli che per decenni avevano magnetizzato l’interesse popolare.
Nel febbraio tutta Europa, con la vista riparata perlopiù da cocci di vetro affumicati in modo rudimentale a candela, era a naso in su ad osservare l’eclisse totale di sole; uno spettacolo unico, durato una manciata di minuti, riservato ai contemporanei dato che si sarebbe riverificato solo 120 anni più avanti e che portò, chi si trovò a viverlo, in un’atmosfera surreale da brivido, il cui tratto distintivo era un silenzio prolungato, appena interrotto da qualche ovattato bisbiglio. Di lì a pochi giorni il primo uomo di una non lunghissima schiera venne lanciato nello spazio e , tornando, infrangeva per sempre il tabù della sua irraggiungibilità, trasformando la fantascienza in realtà. L’immaginario dell’intera popolazione mondiale era concentrato col fiato sospeso sulla grande avventura dell’uomo spaziale. Le due grandi potenze si contendevano il primato e fu l’allora Unione Sovietica a vincere la sfida. Gli uffici di Stato Civile, vincolate da leggi datate, si ritrovarono a dover rifiutare la richiesta di registrazione di nuovi nati con il nome Yuri ma, anche dopo qualche anno, gli echi di quell’avventura non si erano spenti e, in ragione della modifica delle normative del 31 ottobre 1966, il nome di quel primo cosmonauta venne imposto a ben 21 bambini.
Tempi difficili per i campioni del pedale, specie dopo la morte di Fausto Coppi che, sopraggiunta prematuramente nel gennaio 1960, aveva irrimediabilmente posto fine all’epico lungo e appassionato periodo del ciclismo. L’intera nazione si divideva in due fazioni: destra e sinistra, lambrettisti e vespisti, bartaliani e coppiani. La destra italiana si individuava in Bartali, la sinistra aveva scelto Coppi anche se il campione non aveva mai fatto pronunciamenti ideologici di alcun genere. I due corridori erano entrati nel novero dei personaggi mitici del tempo, allora assai meno ossidabili di quanto lo siano quelli attuali. A Carpi, non dissimilmente da tutti quei luoghi dove lo scontro politico era serrato, le dispute erano durissime fino all’accapigliamento. Le sedi delle società ciclistiche, i bar, la piazza, le officine-deposito di biciclette erano i teatri dove quotidianamente si consumavano inesauribili discussioni. La morte di Fausto Coppi, che assieme a Bartali aveva già superato l’apice della carriera sportiva pur rimanendo un indiscutibile simbolo del ciclismo, ammutolì tutti, avversari compresi. Venne a meno improvvisamente e drammaticamente uno dei soggetti del contendere. Paradossalmente quella scomparsa rendeva Coppi indimenticabile, consegnandolo alla storia sportiva non ancora segnato dal declino e il rimpianto era generale. La ricerca di un’altra coppia di campioni in grado di sostituire nell’immaginario popolare la mitica abbinata si fece quasi spasmodica ma risultò vana. Le due ruote a pedale perdevano parte del loro smalto sopraffatte da quelle a motore, dall’avvento delle prime utilitarie e da un modo diverso di impegnare il tempo libero che, per buona parte, veniva assorbito dal piccolo schermo televisivo allora avvolto da un alone ancora e tanto magico che era uso comune coprirlo con un drappo quando non era in funzione.
Il Giro d’Italia di quell’anno 1961, rientrando tra le tante manifestazioni celebrative del primo centenario dell’unità nazionale aveva però tutti i caratteri della spettacolarità e, di conseguenza, non poteva che essere coinvolgente.
Tra le nutrite file di spettatori era presente, quale appassionato sportivo, anche il fotografo carpigiano Mario Pergreffi che ebbe a scattare per sé una trentina di fotogrammi. Alcune di quelle foto ci permettono oggi di rivivere, in parte, il clima di quella giornata.

Da La Domenica del Corriere del 1961

“...Il quarantaquattresimo sarà, comunque vadano le cose, il più costoso della storia. Una nave di 18.000 tonnellate è stata noleggiata, il “Cabo San Roque”, per il trasferimento nelle isole, un treno speciale è stato organizzato per portare i materiali e i mezzi meccanici sino in Sicilia...Una buona squadra non costa meno di cento milioni, un ciclista di nome riceve almeno mezzo milione al mese. Qualcuno guadagna anche assai di più, come Baldini, che poi protesta con noi perché lo mettiamo nei guai col fisco...Dire che il quarantaquattresimo Giro comincia in un clima d’entusiasmo o perlomeno di idillio sportivo significherebbe mentire...L’inizio di stagione è stato catastrofico, in tutte le corse di valore internazionale siamo stati sconfitti...Per la verità abbiamo avuto anche molta sfortuna. Il più valido rappresentante italiano, Nencini, è caduto ed è rimasto ingessato alcune settimane; Ercole Baldini sempre pieno di guai e di acciacchi; Defilippis è soltanto un buon velocista ed ora soffre di sinusite; Venturelli è pure ammalato e stenta a riprendersi; Carlesi non pare riuscire affermarsi solidamente, come Ronchini, Pambianco e tanti altri. Le speranze puntano ora su Massignan, Battistini, Trapè. Tre giovani ben dotati, di buona volontà che già in passato hanno fatto buone cose...” Questa la sintesi delle considerazioni della Domenica del Corriere alla vigilia della partenza.
A dispetto di queste previsioni, il Giro d’Italia celebrativo del centenario dell’unità nazionale, fu vinto dal romagnolo Arnaldo Pambianco detto “Gabanein” per via delle giacche indossate che erano sempre troppo corte. Riuscì a svellersi quel soprannome per vedersi immediatamente accreditare quello di “Garibaldino” e, con quello, come ebbe a commentare Omezzano, “fu quasi obbligato a vincere: stremato ma fu il primo, resistendo anche sulle montagne, lui che scalatore grande non era… In effetti Pambianco fu sempre personaggio oleografico, suo malgrado. Il fatto che era bello, bellissimo, occhi azzurri e viso chiaro, una bellezza che a quei tempi veniva definita da giornale popolare a fumetti... La sua carriere fu onesta, dignitosa con punte alte e con una punta altissima. Non si ricordano suoi litigi, sue intemperanze, e neanche suoi errori. Si ricorda un grande Giro d’Italia, con la gente che lo chiamava al trionfo impossibile a cui lui, Garibaldi più che Garibaldino, obbediva...”
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“FLASH DI MEMORIA
SUL CICLISMO CARPIGIANO”
di CICCIO SILIGARDI - 1998

Con la morte di Fausto Coppi, avvenuta il 2 gennaio 1960, si è chiusa un’epoca e l’epopea di un ciclismo ancora romantico ma, in pari tempo, spietato, duro come duri erano quegli uomini che lo avevano praticato, sia che fossero campioni o umili gregari. Quante volte negli anni a seguire si sono sprecati i paragoni! I mass media, scribi e cronisti di ogni risma hanno vaticinato con pretesa autorevolezza di aver finalmente individuato il nuovo Coppi o l’emulo di Bartali, un passista alla Magni, uno sprinter alla Leoni. Il ciclismo, che appariva anacronistico all’epoca della passeggiata sulla luna, aveva assoluto bisogno di ritrovare nuovo vigore e, per questo, venivano prospettate promesse mai o raramente mantenute pur di trascinare le masse sportive, memori di un passato d’oro, sulle strade e nei velodromi.
Nella nostra regione la bicicletta è stata veramente regina: prima come mezzo indispensabile (mai dismesso) per i lunghi spostamenti di lavoro, poi per le gite fuori porta, ora come ciclo turismo. Fin dai suoi esordi abbiamo fatto nostro questo mezzo e, in Carpi, ebbero a crearsi due società ciclistiche. Nel 1896 il “Veloce Club Carpense “ a cui seguì, nel 1900, la sezione ciclistica della Società Ginnastica La Patria. In queste squadre ebbe a correre anche il celebre campione di Maratona Dorando Pietri. A Carpi, ubicato alla fine di viale Carducci esisteva un velodromo con pista di legno chiamato “Velodromo Campari”. Nel 1909 venne fondata la “Nicolò Biondo” che ebbe a diventare mitica per le numerose e sensazionali vittorie. Da una scissione imputabile a divergenze in seno al consiglio direttivo, ebbe a formarsi il “Pedale Carpigiano”. Queste due società per anni si diedero accanita battaglia e, entrambe seppero esprimere validi campioni ed incamerare innumerevoli vittorie. Da ogni parte d’Italia si guardava a Carpi con invidia, specie nelle città vicine come Modena, Reggio Emilia, Mantova, Parma, Bologna. Ma mai a nessuno dei presidenti delle due società o a qualche autorità locale balenò l’idea di portare a Carpi una tappa del Giro d’Italia, eppure le numerose vittorie su tutte le strade d’Europa si costituivano come validissime premesse. Ne facevano fede il Campionato del Mondo dilettanti vinto a Budapest da Allegro Grandi, Il Giro d’Ungheria conquistato da Vasco Bergamaschi, Il Campionato Italiano Indipendenti di Luigi Mainetti, ancora Allegro Grandi vincitore della Torino Bruxelles, la “Milano - San Remo” di Pietro Chiesi, le Coppe Italia vinte a ripetizione . A farla breve ne avevamo a iosa di titoli per aspirare ad avere una grande giornata di ciclismo, invece non se ne fece nulla. Le cause forse andrebbero ricercate nella gelosia che divideva le due società senza escludere la miopia delle autorità comunali e, forse anche, nella crisi derivante dal crollo della borsa di Wall Street che mise in ginocchio la nostra economia. La seconda guerra mondiale, accompagnata da una crisi monetaria infinita, si rifletté sul nostro ciclismo mettendolo in ginocchio per anni. A fine conflitto si riprese alla grande e, di nuovo, le due locali società ebbero a confrontarsi serratamente allestendo ognuna fior di squadroni in opposizione tra loro.. In quegli anni il giro della lira riprendeva fino ad assumere proporzioni vertiginose nel boom economico ma, ancora, a nessuno balenò l’idea di portare una tappa del Giro d’Italia a Carpi. Eppure in quegli anni si erano rinverditi i vecchi blasoni con nuove eclatanti vittorie: vedi Ercole Baldini a Melbourne nel 1956 a cui seguì il record dell’ora che superò addirittura quello dei professionisti; il Gran Premio Pirelli vinto da Loreto Petrucci e la Genova - Varazze che vide campione Oliviero Tonini. Poi le maglie azzurre per i Campionati del Mondo conquistate da Dino Bruni e Danilo Barozzi. Eppure ancora non se ne fece niente e, intanto, ebbe a sparire il “Pedale Carpigiano”. Ma anche per la “Nicolò Biondo gli anni ‘70 non furono tra i più felici. Sorsero anche nuove società che però non erano in grado di incidere più di tanto. Dovevamo aspettare la fine del millennio per vedere realizzarsi grazie al particolare impegno dell’attuale presidente della “Nicolò Biondo”, Romano Reggianini, il sogno accarezzato da decenni di una Carpi sede di una tappa del Giro d’Italia: meglio tardi che mai o, forse, questa collocazione temporale renderà indimenticabile l’evento.




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