martedì 14 novembre 2017

In bicicletta con tabarro e cappello - Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano - Carpi (Modena)




In bicicletta
con tabarro e cappello

 ricerca fatta con amore da Mauro D’Orazi

PURTROPPO si  fa fatica a caricare le foto

se volete il file completo scrivetemi a dorry53@libero.it

prima stesura 21-01-2014                                             v 69 del 14-11-2017

Anziani in bici col tabarro al ritorno dal mercato di Carpi del giovedì


COME LEGGERE E SCRIVERE IN DIALETTO CARPIGIANO

Norme di trascrizione del dialetto

Le norme di trascrizione adottate dal
“Dizionario del dialetto carpigiano - 2011”
di Anna Maria Ori e Graziano Malagoli

Tabella per facilitare la lettura

a     a come in italiano                   vacca
aa   pronuncia allungata                laat, scaat, caana

è e aperta (come in dieci)                        martedè, sèccia, scarèssa, panètt, panèin
èe   e aperta e prolungata             andèer, regolèeda, martlèeda, taièe
é     e chiusa (come in regno)         méi, mé
ée   e chiusa e prolungata             véeder, créedit, pée

i i come in italiano                                  bissa, dì
ii     i prolungata                           viiv, vriir, scalmiires, dii

ò     o aperta (come in buono)        pòss, bòll, brònnṡa, pistòun, dimònndi
òo   o aperta e prolungata             scartòos, scatlòot, malòoch, tròop
ó      o chiusa (come in noce)                   tó, só, indó
óo    o chiusa e prolungata                      vóolpa, casadóor, móoi, óov, ṡóogh
u     u come in italiano                   parucca, bussla, dubbi, currer, fiùmm
uu   u prolungata                          bvuuda, vluu, tgnuu, autuun, duu

c’    c dolce (come in ciao)             vèec’ , òoc’
cc’   c dolce e intensa (come in facciacucc’, scarnìcc’, cutècc’, palpùcc’
ch   c dura (come in chiodo)          ṡbòcch, spaach, stècch
g’    g dolce (come in gelo)            curàag’, alòog’, coléeg’
gg’  g dolce e intensa (come in oggi)   puntègg’, gurghègg’
gh   g dura (come in ghiro)            ṡbrèegh, siigh

s     s sorda (come in suono)          sèmmper, sóol, siira
ṡ     s sonora (come in rosa)          atéeṡ, traṡandèe, ṡliṡìi

s-c  s sorda seguita da c dolce       s-ciafòun, s-ciòop, s-ciùmma, s-ciòoch
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Attenzione: alcune parti sono state prese da ricerche su internet e inserite nel mio testo!


In bicicletta
con tabarro e cappello

 ricerca fatta con amore da Mauro D'Orazi

È bello immaginarsi per un momento Carpi di tanti anni fa; in una sera invernale vedere passare ombre nere nella nebbia. Ombre d'un tempo, illuminate dalla luce di lanterne o di fioche lampadine civiche.
A passo lento, salmodiando da... uomini di notte, si dirigono all'osteria per bèvver un pèecher èd cal bòun. Omoni, con la bicicletta nera Bianchi alla mano, parlano delle loro cose... i ciacaaren d interèesi: il tabarro scuro avvolto sulle spalle e il cappello in testa. Sotto l'abito portano il gilet, da cui esce al catena dell’orologio.
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Un noto dizionario della lingua italiana così definisce il tabarro: ampio mantello senza maniche da portare sopra il vestito o il cappotto. In soltanto due righe vengono così condensati secoli di storia e di costume per un indumento che, in certi periodi, è stato parte integrante dell’abbigliamento di poveri e ricchi, ha rivestito militari e briganti, contadini e proprietari terrieri, commercianti e ambulanti.
Antenato e precursore del tabarro fu certamente il mantello portato dai romani, che lo indossavano sopra la veste: era munito di cappuccio, veniva usato dai meno abbienti (sia uomini che donne) e in seguito adottato anche dalle classi nobili.

Facendo un salto nel tempo scopriamo che questo tipo di indumento era usato anche da Carlo Magno, il quale (tirchio com’era, ma preoccupato soprattutto del bilancio del suo regno) preferiva la versione più “povera” senza cioè abbellimenti di sorta, derogando solo in occasioni ufficiali quanto il mantello veniva chiuso da una fibbia d’oro.
Questo antenato del tabarro veniva adoperato soprattutto in inverno quando bisognava ripararsi dal freddo, necessità primaria per sopravvivere nei tempi bui del medioevo

Nel 1300 il tabarro veniva indossato sotto il mantello e si presentava con ampie maniche ed era indossato da medici, magistrati, mercanti, ed ecclesiastici.

Nel 1500 il tabarro assunse connotazioni diverse. Esso veniva presentato come un'elegante giacca, con maniche aperte sul davanti, portata dagli scudieri del Doge, oppure veniva individuato come un indumento di stoffa scadente indossato dai galeotti. Successivamente questo mantello cadde in disuso e per lungo tempo fu adoperato per lo più dai pastori ed era tessuto di lana resa impermeabile.

Nel 1600 a Venezia questo capo d'abbigliamento era simbolo dei cittadini della classe semplice, detti appunto “da tabarro”, però era anche molto utilizzato dai giovani patrizi che lo indossavano per le loro avventure notturne. Successivamente questa moda conquistò anche le dame che vollero servirsi del tabarro per aggiungere maestosa grazia alla figura femminile attraverso le sue belle pieghe e i suoi pittoreschi panneggi.

E' il '700, quindi il secolo del tabarro ove celeberrimo era quello da maschera che completava il travestimento con un cappello nero con tre punte, definito tricorno. Il tabarro era apprezzato da uomini e donne per nascondere l'eleganza suntuosa dei vestiti e dei gioielli banditi entrambi dalle leggi della Repubblica e come garanzia di anonimato. Tramite questa segretezza di identità uomini e donne si permettevano di vivere esperienze lussuriose oltre ogni limite. Persino "preti e monache per forza" usavano il tabarro da maschera per erotiche avventure e licenziosi incontri. Sotto di esso potevano nascondersi la più gran nobiltà, la plebe più vile e i delatori più insigni.
Nel 1800 portare il tabarro lungo e a ruota completa era come un punto d'arrivo per una persona, in seguito il tabarro sopravvivrà per tutto il secolo, pure contrastato dall'affermazione di nuovi tipi di soprabito.
Nel primo Novecento il tabarro, differenziato per ampiezza e tessuto, era ancora indossato d'inverno da tutti, dai contadini, ai soldati, ai... notai: " Porto il tabarro a ruota e fo il notaio  ", si cantava negli anni '30 sulle note della canzone "Signorinella Pallida", in cui questo indumento diventa emblema di potere economico consolidato.
Successivamente, soprattutto nel secondo dopoguerra, il cappotto soppiantò definitivamente il tabarro, che rimase diffuso unicamente nelle campagne e nei piccoli centri agricoli come abbigliamento popolare.
In Italia, durante il Fascismo, viene considerato un elemento d'ispirazione anarchico - sovversiva con l’abbinamento di cravatta fiocco o a stringa e soprattutto in città si tende a ostacolarne l’uso. Infatti poteva contribuire a celare l'identità e consentire di nascondere le più svariate cose; alcune prefetture arrivarono, a discrezione, a limitarne se non addirittura a vietarne l'uso.

Ad ogni modo Emilia Romagna e Veneto, e in genere tutta la pianura padana, furono le zone dove il tabarro ebbe più fortuna: il suo uso era generalizzato per combattere il clima invernale, nebbioso e umido che entrava nelle ossa.
Cosa meglio di questo indumento di lana per proteggersi?
Nella nostra regione bisogna aggiungere anche il fato che tutti andavano in bicicletta per spostarsi e vento e freddo non penetravano in quella speciale “corazza” indossata sopra gli abiti. Fino al secondo dopoguerra, l’uso del tabarro non conobbe fine, almeno tra le classi meno ricche.
Leggendo i vari Don Camillo di Guareschi, nei racconti ambientati durante l’inverno, si legge spesso che “Don Camillo, preso il pesante tabarro, se ne avvolse e inforcò la bicicletta…”. Segno evidente dell’uso quotidiano dell’indumento.

Ma il tabarro aveva molte proprietà: oltre a non permettere al freddo e alla pioggia di penetrare i vestiti, rappresentava anche una forma di protezione, di isolamento dal resto del mondo. Come dentro a un bozzolo, la persona col tabarro si sentiva più sicura. I proprietari terrieri delle nostre zone, che giravano in bicicletta per la pianura, indossavano il tabarro, sotto al quale portavano in tasca qualche strumento atto a difendersi da eventuali malintenzionati.

Si dice che persino Giuseppe Verdi, nella sua tenuta di Busseto, girasse così abbigliato, portando sotto il tabarro, una pistola di piccolo calibro.
Non dimentichiamo il tabarro militare grigioverde della prima guerra mondiale, indossato anche da re Vittorio Emanuele III.




Ecco una poesia di Cesare Zavattini, nel suo dialetto di Luzzara (Reggio Emilia), che evoca il tabarro della pianura, delle nebbie e delle bicicletta.

 I porta ancora al tabar da li me bandi

I porta ancora al tabar
da li me bandi.
A ghè an vèc dal Ricovar Buris-Lodigiani
c'al sgh'invoia dentr'in fin i oc
cme s'al vrès dir
a vöi pö vedr'ansön.

I par usei
la gent in bicicletta.
Apena al pé
al toca ancor la tera
a turna in ment
col c'i evum vrü smangà.
 **
 Portano ancora il tabarro dalle mie parti

Portano ancora il tabarro
dalle mie parti.
C'è un vecchio del Ricovero Buris-Lodigiani
che vi s'involta dentro fino agli occhi
come volesse dire
non voglio più vedere nessuno.

Sembrano uccelli
la gente in bicicletta.
Appena il piede
tocca ancora la terra
torna in mente
quello che avevamo voluto scordare.
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Questa strana foto databile fine ‘800, dovrebbe raffigurare fra i tanti intabarrati 1° da sn Ciro Caliumi, detto Panfiili, cazolaio garibaldino, partecipò sbarco dei Mille. Ma… la foto è ritoccata spudoratamente e negli elenchi dei Mille... Caliumi non risulta
Siamo alla fine del 1800 e le bici non erano ancora diffuse
In piazza a Carpi si incontrano mediatori col tabarro, discutono e fanno affari
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1915 – La foto raffigura il tenente Setti di Cibeno di Carpi
L’elegante mantellina militare degli ufficiali della Prima Guerra Mondiale ricorda molto il tabarro civile
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Anche oggi è possibile vedere gli ufficiali indossare un elegante tabarro, sebbene ormai raramente, abbinato all’alta uniforme da cerimonia.
C’è il “Boatcloak”, ad esempio, il mantello dai marinai e dei marines americani UMSC; esso viene indossato occasionalmente con la uniforme da sera. Per i marines è in tessuto blu scuro foderato in sgargiante organza scarlatta.

L'appassionato storico carpigiano Gianfranco Guaitoli, ufficiale e gentiluomo di marina così mi scrive: “Per quanto riguarda il tabarro (chiamato anticamente anche ferraiuolo), più o meno foderato, viene usato anche oggi dai militari.
In Marina c'è quello completamente blu marina con fodera in raso nero e sui baveri le stellette, chiuso al collo con un fermaglio di metallo dorato. Si usa in alternativa al cappotto, secondo le esigenze e le disposizioni impartite. Ma anche nelle altre Forze Armate (Esercito, Aereonautica, Carabinieri, Guardia di Finanza) o Corpi Armati dello Stato (Polizia, Forestale, Polizia Penitenziaria) viene, seppur raramente usato, soprattutto per alcune cerimonie o occasioni speciali.
Ne ho avuto uno anch'io, ma se era comodo quando andavi a piedi, era scomodissimo quando guidavi un'auto o avevi le mani impegnate. L'ho dismesso, assieme agli altri capi di abbigliamento quando mi sono congedato. Ho solamente tenuto la sciarpa azzurra da Ufficiale e il solino (bavero) celeste da marinaio.
Al tabaar di vilàan (dei villani), cioè dei contadini, era pesante e rovesciabile. Era di buon tessuto e durava una vita. Poteva essere anche oggetto di pegno al Monte di Pietà, in quanto valeva una certa cifra. Quello dei signori era di seta o di mezzalana, costava di più e copriva di meno. Sulle manopole poi delle biciclette, spesso c'era una pelle di coniglio rovesciata per tener calde le mani."
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1925 ca – Tabarri da gran signori sull’Orient Express


In questa splendida foto del 1915 circa vediamo una bella bambina con “tabarrino” e cappuccio; di fianco il suo simpatico e molto attento “cagnone”.


1920 circa – Carpi - Negozio di stoffe e tabarri in Piazza Martiri, allora Vittorio Emanuele
1920 ca - Carpi - Corso Alberto Pio - Bici e tabarro
Romano Saccani Vezzani - carpigiano emigrato a Milano – Nebbia e tabarri
Mediatori in piazza a Carpi
Il queste tre belle foto di Alcide Boni vediamo la Piazza di Carpi frequentata ancora da tanti intabarrati. Saranno gli ultimi! Siamo a metà degli anni ’70.

Il tabarro è sulle spalle. La stagiòun l’è adrée ch la caambia.


Anni ’70 Domenica mattina in Piazza a Carpi
Chi gh à la tèesta più gròosa?



Indicativa di una certa separazione fra città e campagna è questa poesiola del 1961 apparsa sul numero unico satirico LA SCORSA di quell’anno.
Anche qui troviamo la presenza del cappello e del tabarro come caratteristiche peculiari dal vilàan ch al gnìiva a Chèerp da la campaagna pèr fèer di interèesi (del contadino che veniva a Carpi dalla campagna per fare degli interessi, degli affari).
Il cittadino intra moenia (nato all’interno della mura), anche se al gh ìiva al pèesi in dal cuul (anche se aveva le pezze nei pantaloni), guardava con sussiego e chi veniva da fuori.



Il tabarro doveva resistere alla pioggia leggera, quella cosiddetta appunto a “frega-villano”, perché, nebulizzata, sembra ingannevolmente che non bagni e invece ti ritrovi móoi spóolt (bagnato fradicio) a tua insaputa. La tgniiva a bòota (contrastava dignitosamente) anche alla nebbia bagnata e sgrondava l'acqua esternamente alle ginocchia, se non addirittura ai piedi.
I tabarri più lussuosi pèr i sgnóor erano di lana leggera e morbidissima, erano doppi o, come si diceva, a "due dritti", a duu dritt , di colori scuri in cadenza cromatica, ma si trattava di oggetti molto costosi e quindi rari. Oggi li definiremmo mantelli a ruota double-face di alpaca o vigogna.

Un distinto signore intabarrato con la fidata bicicletta al fianco

Adottato da notai, dottori, avvocati e proprietari terrieri, nel tempo questo capo fu reso più “civile” utilizzando materiali meno poveri, applicandovi colli di astrakan (sostituti di quelli di coniglio) che donavano al capo quel “ché” di signorile che lo distingueva dalla rozza mantella dei pastori dalla quale in definitiva derivava.
Realizzare un bel tabarro non era cosa facile; erano necessarie due persone a causa delle dimensioni del tessuto.
La ruota, con una sola cucitura sul dorso e l'orlo tagliato a vivo, è più corta davanti per facilitare il passo.
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1950 ca – Tipica caparela bolognese

A Bologna e in molte altre parti della regione (in Romagna in particolare) al tabàar prende in nome di caparela e talora poteva essere dotata anche di cappuccio.


Ecco una testimonianza anche dalla Romagna:

1970 ca - Ecco un verace romagnolo con gran baffo e capparella
“Il tabarro era presente anche in Romagna, chiamato al femminile "la caparèla".
Ma ATTENZIONE: la capparella, serviva anche a nascondere armi, fucili, spade; nessuno sapeva mai se sotto si era armati o no, così che se uno aveva un atteggiamento spavaldo, si girava al largo...”

Il Passatore Cortese (Stefano Pelloni) in capparella e… schioppo

1950 ca - Xilografia di Pino Stampini (Santhià 1905 - Roma 1992)
1978 - Il Passatore nell’interpretazione del grande Magnus (Roberto Raviola)
L’uomo di Lugo - L'uomo dalla schioppa d'argento

Inoltre la capparella era comoda anche per trasportare qualunque cosa poco ingombrante che non si volesse far vedere a tutti: per esempio portare al mercato uova o polli, o un cesto d'uva o di frutta o mercanzie varie. Cose che non si volevano far vedere al padrone. Permetteva di nascondere le braccia e le mani, era così ampia e di una comodità unica.
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Come nel film Amarcord di Fellini:
 persi in mezzo alla nebbia con tabarro - metafora della vita.

"Strano camminare nella nebbia !
Solinga ogni pianta, ogni pietra,
di tutti questi alberi, l'uno
l'altro non vede. Solo è ognuno."
H. Hesse

Questa poesia, insieme all'immagine conosciutissima di Luigi Briselli, rappresenta benissimo la sensazione di chi cammina nella nebbia... il senso quasi di smarrimento che si percepisce...

 


Tabarri sul Po
1950 Traghettino sul Po – Tabarro e biciclette

1965 ca – Tabarro sul ponte di barche tra Sermide e Castelnovo Bariano
La lavorazione

 


Il tabarro era nato con i primi tessuti ruvidi e grossolani, che hanno sempre coperto senza forma chi li portava. Col tempo, quella foggia lenta e sgarbata è mutata in un modello sciolto e fluente che oggi, con il suo vestire così particolare, fa tanto artista, nobiluomo, intellettuale.
Se ti passa davanti un intabarrato, è impossibile NON notarlo con una certa ammirazione.

Al tabàar aveva vari confezionamenti, ai quali corrispondevano costi differenti; variava la protezione offerta, la comodità del drappeggio e le capacità protettive:
a tutta raanda = un giro completo di stoffa
a trii quèert èd giir = tre quarti di giro
a mèeṡa raanda = metà.

Esisteva anche la tabarèina che era un corto tabarro, forse per le mezze stagioni, per chi poteva permettersela.
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La lavorazione di questo capo richiede circa sei metri di tessuto; esso viene tagliato a ruota, su un tavolo d’appoggio molto grande, e viene steso con grande cura per evitare anche la minima bolla d’aria.
Questo capo è di taglia unica, eventualmente lo si accorcia in base all'altezza del futuro proprietari. Richiede una certa abilità del sarto, in quanto il taglio è "a vivo", cioè il tessuto viene tagliato dalle forbici senza provvedere ad orli o cuciture, eccetto che quella che passa lungo la schiena. Ciò è dovuto al fatto che il tessuto è compattato e non sfilaccia, cosa che dipende sia dal tipo di stoffa, ma anche dall’abilita’ del sarto. Questa lavorazione è una vera e propria opera d’arte.
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USCIRE DAI GANGHERI
Vi siete mai chiesti da dove deriva questo detto? Tutti noi sappiamo il significato, cioè quando una persona esce dai gangheri, vuol dire che si è arrabbiata davvero! Ma perché si dice cosi?
Una possibile interpretazione, la più comune, è riferita ai cardini di una porta.
Eppure è anche un’ espressione strettamente legata al tabarro.
Per trattenere il mantello sulle spalle, si applicano ai lati del colletto i cosiddetti “mascheroni”, che sono placche generalmente argentate, unite da una catenella.
Ma nei tabarri d’uso popolare, il gancio che ha questa funzione si chiama “ganghero”.
Da qui “uscire dai gangheri“, quando una persona molto arrabbiata a causa dell’ingrossamento della vena del collo, spezzava questo gancio.
Relata refero, anche se mi resta qualche dubbio su tale interpretazione.

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Elementi del tabarro


COME INDOSSARE IL TABARRO

Quale sensazioneindossare un tabarro, in una giornata dove la pioggia sottile si trasforma in nebbiolina! Niente può battere il lusso di avere della lana calda e comoda che drappeggi il corpo infreddolito.
Il tabarro si indossa chiuso sotto al mento, gettando un’estremità sulla spalla opposta, in questo modo si avrà il corpo avvolto e al caldo.
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Il tabarro è un capo maestoso importante nonché pesante e quindi bisogna saperlo indossare.
La prima cosa da tenere in considerazione è la statura. Bisogna evitare di indossare il tabarro lungo se non si è abbastanza alti, per evitare l’effetto dal pilètt (piletto di piazza) o del “nano malefico”. In caso si altezza contenuta è meglio scegliere un capo corto e adeguato
Una tabella molto significativa che spiega visivamente l’effetto della lunghezza del Tabarro su persone di diverse stature, è la seguente:
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Essendo un capo importante, ci vuole anche una certa abilità e propensione all’utilizzo di questo capo per indossarlo con disinvoltura. Sarà dunque necessaria un po’ di prativa visto che il tabarro non passa di certo inosservato.
Un’altra cosa da tenere in considerazione, sono gli eventi atmosferici. Il tabarro è un capo pesante, per cui va indossato con un clima adeguato.
Importante è anche considerare il proprio stile di vita: il tabarro è ingombrante, per cui se si effettuano molte salite e discese dalla propria auto, è consigliabile una la versione corta, cioè quella nata per dare la possibilità di salire e scendere dal cavallo o bicicletta agevolmente.


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Tabarro e cavallo: oggi come una volta
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Ai primi freddi, il contadino tirava fuori al tabaar, il mantello a ruota tipico della tradizione popolare, che ha lontanissime origini e radici nella memoria di molti italiani...
Mediatori in azione

1950 ca – due contadini intabarrati trasportano una damigiana in campagna
1950 Il postino di campagna con bici e tabarro
Era un duro lavoro, una volta, fare il postino nei luoghi di campagna, spesso zone molto estese, raramente abitate con case lontane le une dalle altre, con strade sterrate, sassose, cani all'erta che li rincorrevano. Però il postino diventava un punto di riferimento, spesso leggeva le lettere a chi non lo sapeva fare, scriveva indirizzi, imbucava la posta per chi stava lontano dal paese e sapeva di lettere attese, di notizie tristi e allegre.
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Freddo in maggio
Ogni tanto capita di dover subire un maggio freddo e piovoso; i vecchi (praticanti) di una volta usavano questa frase: “Mò dièevel caan! St aan a s tòcca andèer al rusàari cun al tabaar!” Accidenti! Quest’anno si tocca andare al rosario (nel mese di maggio) con il tabarro.
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Fèer tabarèina significa fare mulinello; un vorticoso gioco da ragazzini a movimento circolare; in due, prendendosi con le mani incrociate, si gira sempre più rapidamente in tondo e facendo appoggio dinamico sulle punte dei piedi. La forza centrifuga fa il resto.
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Al tabarèin
era una corta mantellina usata dai barbieri per proteggere i vestiti dei clienti dai fastidiosi capelli tagliati. Da non confondere col Bal Tabarin (tabarèin in dialetto) che era un locale notturno di varietà e spettacoli, talora opportunamente peccaminosi.
Al tabarèin da barbéer
In queste due foto di metà degli anni ’50 (gentilmente concesse dal collezionista Romano Cavalletti) vediamo l’uso dal tabarèin da barbéer a Carpi, presso l’allora notissima bottega di Egidio Violi, detto Mirco, in Corso Cabassi sotto al portico
1970 ca - L'antiquario collezionista Alberto Lodi cinto cun al tabarèin
dal noto barbiere Ilario Gualdi (Banana)

Al tabarèin da barbéer

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Al Baal Tabarèin c’entra solo per assonanza nella parola e nella sua pronuncia, ma ugualmente è piacevole a vedersi
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Negli anni ’50 anche un camaràant èd Fòosel era soprannominato Tabarèin per la corta mantellina che indossava abitualmente.
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Per rimanere il Francia, ecco i noti ritratti - manifesto di Henri de Toulouse-Lautrec che ritraggono “il poeta del tabarro” Aristide Bruant (1851-1925), universalmente considerato un il “padre nobile”, l’antesignano degli chansonnier francesi del ‘900. 

 
Vestito con una camicia rossa, giacca di velluto nero, stivali alti, e una lunga sciarpa rossa, e tabarro, il cantante Aristide Bruant divenne una stella di Montmartre.


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Molto noto è un modo di dire che si riferisce all’improvvido che non sa fare i propri affari e conclude le proprie transazioni con clamorose perdite.
Da un tabàar al gh à cavèe ‘na brètta, cioè dall’ampia stoffa di un mantello è riuscito a ricavarci una minuscola berretta.
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Una persona è intabarèeda, quando è avvolta ben bene dal proprio mantello; romanzi d’appendice non solo per difendersi dal freddo, ma per non farsi riconoscere al momento di una mala azione.
Oggi si può usare questa espressione in modo scherzoso nei riguardi di chi, anche con un semplice raffreddore o ai primi anche lievi abbassamenti di temperatura, esce di casa oltremodo vestito e imbacuccato.

Luisa Pivetti (Carpi) ricorda: "A proposito dl'intabarèeda, ci fu un episodio vero che accadde nella nostra campagna a Fossoli nel 1931.
Il motivo della feroce disputa era la conquista di una ragazza che interessava a due ragazzi differenti.
Il rivale, accompagnato da un gruppetto di amici tutti intabarrati e irriconoscibili, gettò il fidanzato nel fosso, ricoprendolo di botte, insulti e intimidazioni.
La serata era fredda e nebbiosa, il malcapitato si ritrovò zuppo fradicio e con le ossa a pezzi.
L'evento passò di bocca in bocca e il moroso, a scanso di nuove intabarèedi, decise di portarsi a casa la prediletta. Cioè al l à faata scapèer, sposandola solo in seguito.
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Un modello di tabaréera in legno
A Carpi esiste anche un apposito arredo nelle case per deporre adeguatamente il capo: la tabaréera. Essa consiste in un lungo attaccapanni a parete in legno o metallo, non di rado con schiena. Spesso è anche dotato in basso di comode nicchie per collocare i bastoni da passeggio con funzione anche di porta ombrelli; i parapioggia appoggiano la loro punta gocciolante su un apposita lamina zincata e ricurva che raccoglie l’acqua impedendo così di allagare la loggia. In alto ci può essere un apposito ripiano per riporre comodamente i cappelli (sempre se uno se lo fosse tolto... ovvio!)

Un noto industriale di Carpi aveva, chissà perché, come scutmàai... Lèelo Tabaréera, forse per la sua postura rigida e dritta come l’appendiabito.
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Il nostro bel Teatro Comunale di Carpi ha poi ospitato varie interpretazioni del cosiddetto Trittico di Giacomo Puccini; tre brevi atti unici: Suor Angelica, Gianni Schicchi e… Il Tabarro.
La più cupa tra le opere di Puccini imperniata sull'idea del tempo che passa, incarnata metaforicamente dall'ora del tramonto, dalla stagione autunnale e soprattutto dal lento, inesorabile scorrere del fiume, intorno al quale l'intera tragica vicenda si sviluppa.
È una storia di sangue e di coltello, un perfetto Grand Guignol, ricavata da Giuseppe Adami sulla base de La Houppelande di Didier Gold, pièce teatrale che folgorò Puccini dopo molto anni di ricerca per un soggetto che davvero lo avvincesse.
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Altre citazioni dotte, che non guastano mai e danno prestigio al testo:
*acciò che tu mi creda io ti lascerò pegno questo mio tabarro. (Boccaccio);
*il nonno ora stava meglio, e lo mettevano sull’uscio, al sole, avvolto nel tabarro (Verga).
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2014 Un tabarrato d’oggi a un mercatino
1966 Romagna - sabato in città per fattori, sensali, compratori e venditori di cose di campagna... e ancora con le capparelle



Paan, gabàan e bastòun pèr i caan. (Pane per sfamarsi, un lungo mantello con cappuccio per il freddo e la pioggia e un bastone per difendersi dagli animali e talora dagli umani). Questi elementi costituivano il bagaglio minimo e necessario dei un viandanti d’altri tempi.
Se si presta un po’ di attenzione a questo modo di dire e se ne approfondisce il significato simbolico, celata dalla apparente banalità del detto, si svelerà il senso profondo del “viaggio” dell’uomo, ovvero il suo percorso di vita.
Per un’esistenza attrezzata e consapevole ci sarà bisogno di cibo per sopravvivere in modo dignitoso, di una protezione dalle negatività, dai disagi esterni, dagli imprevisti e di un’arma sempre pronta per difendersi da chi ti vuole aggredire e mettere in pericolo.

Variante… Paan, umbrèela e gabàan tóoi tèegh in viàaṡ!  Pane, ombrello e gabbano prendili con te in viaggio.
La saggezza antica dava al pane valore di viatico, assieme ad altri due modesti, ma tanto utili oggetti.

Tàaia al gabàan seconnd al paagn t gh è in maan! Taglia il gabbano a seconda del panno che hai in mano. Per saggia similitudine, è opportuno regolarsi in conformità alle proprie risorse nel fare le spese. E anche con le persone, muoversi e comportarsi in conformità del loro censo, posizione sociale, ecc...
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MOMENTI DRAMMATICI
Il tabarro e la bicicletta hanno anche avuto dei momenti storici molto bui; parliamo del periodo di occupazione tedesca dell’Italia del nord e quindi anche della nostre zone dal 1943 al 1945.



  
1944 e 1945 – A Carpi così come a Modena e a Bologna
arrivarono le proibizioni di girare in bici e in tabarro

Il timore che fascisti e tedeschi avevano per le azioni dei partigiani li spinse a prendere provvedimenti sempre più restrittivi che ebbero immediate conseguenze su tutta la popolazione sia a Carpi e che a Modena. Si vietò di indossare mantelli, tabarri e giacche a vento, di girare in bicicletta nelle ore serali, di portare, persino, le mani in tasca. Ciò era dovuto al fatto che i partigiani, specie in pianura, erano soliti nascondere le armi sotto tali larghi indumenti.

Tali provvedimenti vennero però presi proprio nel periodo invernale, e l’inverno del 1944-‘45 fu uno dei più rigidi degli anni di guerra, provocando non pochi problemi di salute soprattutto a chi doveva recarsi a lavorare e non poteva ripararsi dal freddo.
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1965 ca. La nipotina torna da scuola accompagnata dal nonno
 che indossa il tabarro



Luisa Lancellotti (Carpi) ci regala questa bel ricordo: "Alla fine degli anni '50 frequentavo le scuole elementari Montegrappa in via Guastalla; d'inverno, quando nevicava, non potevo andarci in bicicletta. Fortunatamente avevo un caro zio, Enore, che mi caricava sulla canna della sua bici e mi avvolgeva completamente con il suo tabarro. Ero completamente protetta, al caldissimo e vedevo comunque la neve della strada."


Gianfranco Guaitoli (Carpi):” Nella foto qui sopra si vede il classico vilàan (villano), cioè abitante delle ville, come anticamente chiamavano le frazioni. Bicicletta di ferro pesantissima, manicotti di pelle di coniglio rovesciata sulle manopole del manubrio, fondo dei pantaloni tenuto da due mollette in modo che, svolazzando, non andasse fra i raggi delle ruote e si sporcassero. Il luogo mostra una piccola salita, forse dopo c'era un ponte su di uno dei numerosi canali di irrigazione che solcavano le nostre campagne.”
1960 ca Verso casa con bici e tabarro
1926 Carpi con la neve – Un anziano intabarrato

1990 ca – In questa foto di Alcide Boni vediamo ritratto in Piazza uno degli ultimi carpigiani che indossava il tabarro: il sig. Rino Bonaretti
Ultimi tabarri
Il cappello del contadino

Eccoli! Don Camillo e Peppone in bici, sotto il cocente sole della pianura padana, con l’immancabile cappello, di rispettiva competenza, in testa

È fin troppo facile partire con una citazione del grande Guareschi in Don Camillo e Peppone. La splendida voce narrante, del grande doppiatore Emilio Cigoli del primo film (1952) della fortunatissima serie, esordisce con una famosa frase:
"Cose che succedono in quel paese, dove il sole picchia come un martello sulla testa della gente ... "

Queste parole sono dedicate a chi nasce, vive e lavora nella nostra pianura padana assorbendone tutti gli umori e la sostanza più intima.
Con questa situazione meteorologica era più che naturale che, chi lavorava costantemente all'aperto, si dotasse di un efficiente e protettivo cappello.

1950 ca - Un contadino della nostre zone

Ma torniamo a parlare del cappello che al cuntadèin (al vilàan, al vilaagio, al biirto, al falèo, al bióolch) portava perennemente piantèe, incagnèe in simma a la masòocla (calcato sopra la testa), tanto da diventare un fattore di bonaria presa in giro.
Il contadino in effetti non se lo toglieva mai, o quasi, e quando capitava si distingueva chiaramente il segno orizzontale dell'abbronzatura (non certo balneare) sulla fronte, che contrastava con il pallore del resto della testa, soprattutto in presenza di un po' di calvizie.
Qualcuno sosteneva che lo portassero anche a letto!
C’è infatti una leggenda che narra che i contadini si grattino la testa (la mlòuna), quàand la gh fa spiùura (quando fa prurito), senza togliersi il copricapo.
Capitò una volta che un carpṡàan intra moenia (latino: nato dentro a le antiche mura, progenitore di noi attuali caghìin o cagòun carpṡàan) vide la scena e si divertì a prendere in giro il contadino, il quale però ebbe la battuta molto pronta e gli rispose beffardamente: “ ’sa gh è? A tè quàand a t fa spiùura al cuul, t chèev èt al brèeghi? (Bè allora? Tu quanto hai prurito al sedere ti togli forse le braghe per grattarti?)”

Negli anni ’70 - ’80 succedeva, non di rado, che, percorrendo in auto al stradòun pèr Mòodna, in particolare al lunedì mattina, giorno di mercato e di mediazioni nel nostro capoluogo, si arrivasse dietro un'auto di piccola cilindrata (una Fiat 500, 600 o 850) che percorreva i lunghi rettilinei della provinciale molto lentamente; il veicolo aveva davanti il vuoto e dietro una lunga coda si automobilisti imprecanti.
Un giorno io ero di fianco a mio padre che diventava sempre più nervoso per la lentezza; finalmente superiamo l'auto e io intravedo la tipica sagoma al volante:
"Che cià il cappello?!" mi chiede scocciato mio padre col suo accento laziale.
"Sì!"
"E te pareva!"

Però a onor del vero, al di là delle facili ironie, i contadini quanto entravano in casa d’altri (o in céesa) si toglievano il cappello e chiedevano:
A s póol gniir? Pòos ia gniir dèinter?”

Un bracciante con l’immancabile cappello in testa riposa all'ombra,
appoggiato alla sua fida bicicletta.
***
 
Braccianti con la loro bici e gli attrezzi
***
1998 ca Uomo col tabarro del dr Carlo Contini
Figure intabarrate del dr Carlo Contini
 
1965 ca - Un contadino avvolto nel suo tabarro fra la nebbia padana di fianco a un canale (Nonantola Archivio Giambattista Moreali)
Roberto Carnevali interpreta il ritorno a casa in questa foto bellissima
Continua a piovere e il tabarro è ben bagnato; Paolo Conte ci racconta:
 ..."noi che stiamo in fondo alla campagna / e abbiamo il sole in piazza rare volte/ e il resto è pioggia che ci bagna...


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