sabato 6 ottobre 2018

Animus iudicandi - Carpi Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano


Da un po' tempo il mio lavoro è diventato quello di scrittore; ho pubblicato 11 libri (da solo e con altri) e centinaia di articoli e ricerche su tradizioni locali, dialetto e varia umanità- ECCO un raccontino breve che ho appena messo giù - spero lo gradiate
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"Animus iudicandi"
di Mauro D'Orazi 06-10-2018
La Scena - Bar Tazza d'Oro, un vetusto locale in centro a Carpi che da troppi anni attende di essere ristrutturato - ore 7:20 di una mattina qualunque negli ultimi tempi.
I Personaggi - tre o quattro clienti fissi, tra cui chi scrive e l'amico fraterno Flipètt, una primaria e schietta persona del popolo… artigiano con le mani d'oro, ormai in pensione; si aggiungono un paio di avventori occasionali, non stanziali e, obvius, il barista che è lì da 45 anni e si confonde, ormai indistinguibile, con gli arredi.
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Flipètt è comodamente seduto dietro un tavolino quadrato, nel classico posto del legionario, spalle al muro e porta ben visibile. Non si sa mai! Potrebbe entrare il nemico in qualsiasi momento!
Ha davanti un cappuccino e un sobrio panino con mortadella che gli danno un rassicurante saluto per la nuova giornata appena iniziata
Io gli sono di fianco stessa posizione.
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Flipètt prende uno dei giornali del bar, fresco fresco di edicola, e inizia a leggere e sfogliare con ampia e maestosa teatralità del movimento del braccio.
Infatti il momento è solenne: alle 7:25 per circa un quarto d'ora aprirà e terrà seduta il TRIBUNALE del POPOLO!
Flipètt legge ad alta voce qualche titolo significativo e riferisce con giusta cadenza le righe più pregnanti; dopo una breve, ma attenta disamina, comincia a emettere sentenze secche e inappellabili in un fiorito dialetto. Frasi che però qui di seguito riporto tradotte e mondate:
- "LADRI DI NOTTE RUBANO RAME DA I TETTI" Si sa già fin troppo bene chi sono; bisogna prenderli, menarli bene a modo e far scontare a loro 20 anni di lavori forzati!
- "UN NIGERIANO ARRESTATO PER SPACCIO DI DROGA NEI GIARDINI A MODENA" Si mette in galera e si butta via la chiave!
- "ASSALE UNA RAGAZZA DI NOTTE E TENTA DI VIOLENTARLA" Fosse per me lo castrerei!
- "UN PRETE DELL'ORATORIO ACCUSATO DI PEDOFILIA - UN RAGAZZO MOLESTATO PER ANNI" Bisognerebbe impiccarlo!
- "TERRORISTI ISLAMICI FANNO ESPLODERE UNA BOMBA IN UN MERCATO - DECINE DI MORTI" Vanno scannati uno a uno!
- "RAPINATORE NON RIVELA I NOMI DEI COMPLICI" Se me lo danno in mano a me… parla di sicuro e alla svelta!
- BENZINAIO DI CAMPAGNA SI DIFENDE DA UNA COPPIA DI MALVIVENTI, SPARA NE UCCIDE UNO E FERISCE IL SECONDO" Doveva accopparli tutti e due e seppellirli nella massa!
- Ecc… via di seguito"
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La seduta del Tribunale del Popolo dura circa un quarto d'ora: vengono inflitte decine di condanne a morte, secoli di galera, un po' di torture (ma senza eccessi…nel senso di sberle, sberloni con l'elenco telefonico bagnato, ecc…), nei momenti più gagliardi si invoca pure il lancio di qualche bomba H su specifiche zone o di ardere vive col lanciafiamme intere etnie.
I clienti presenti annuiscono, mandando giù l'ultimo goccio di cappuccino e con la mente già rivolta ai problemi della giornata pagano la consumazione e salutano.
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Bene! Perché questo aneddoto? Ma perché quando si giudica nella teoria, con frasi scontate, per fare i fenomeni… è fin troppo facile sentenziare e massacrare. Tutt'altra faccenda è quando si è invece responsabili di importanti atti da prendere su fondamentali aspetti della vita di una persona, anche se di malvagi costumi.
Circa il nostro giudice popolare, il "sanguinario" Flipètt, abbiamo poi imparato, in una mattina di intime confidenze fra amici presso la vicina tabaccheria del noto Giannino, che in casa sua tempo addietro, aveva catturato in gabbia, non senza sforzo e astuzia, un malefico topolino. La ferocia sanguinaria del nostro era stata tale che, non avendo il coraggio di ucciderlo, aveva caricato la gabbia in auto e aveva liberato la bestiola in campagna.
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Come vedete una cosa è muoversi in teoria nei propri pensieri e con invettive, sangue e vendette, ma cosa completamente diversa è agire in concreto sulla vita di un essere vivente, di una persona.
In passato mi è capitato due volte di essere chiamato a far parte di commissioni di disciplina non della mia città e di essere arrivati a proporre al Sindaco di quel tal Comune di licenziare quelle tal persone, che si erano comportate in modo disdicevole e sbagliato. Proposta molto gravi che avrebbero influito sulla VITA VERA di quell'uomo e di quella donna, sulla loro esistenza, sui suoi figli.
Devo dire che non è stato facile e ce la mettemmo tutta per capire fatti e responsabilità. Nonostante il disagio interiore che provavo, la mia parte di decisione, entrambe le volte, fu amarissima di condanna.
Questi miei pareri di condanna furono espressi non tanto per punire quei particolari singoli sciagurati, quanto per fare e rimarcare la differenza con le tante persone che invece nella vita quotidiana e sociale si erano comportate bene.
Una specie di inversione di intenti, non una semplice vendetta, ma un'intenzione che soddisfa molto di più la mia coscienza; in tal modo mi è sembrato di poter portare rispetto alla comunità, a coloro che abitualmente agiscono da buoni cittadini.

mercoledì 19 settembre 2018

L'useel - L'uccello - di Mauro D'Orazi dialetto carpigiano - Carpi


Prima versione 18-09-2018                                                     v04 del 19-09-2018
di Mauro D’Orazi

L Uṡèel - L'Uccello

La parola uṡéel in dialetto significa naturalmente uccello e al plurale fa uṡèe; ci sono poi tutta una serie di variazioni: uslèein, uccellino, di solito un passero o un canarino; uṡlàas, uccellaccio, cornacchie e corvi; uṡlòun, un grosso volatile sul tipo della cicogna.
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Il dialetto usa poi dei peculiari modi dire che non trovano precisi riscontri in italiano, ma definiscono efficacemente alcuni tipi di persone.
L è un faat uṡèel! L è bèel uṡèel! Queste frasi, talora dette anche con simpatica ironia, stanno a indicare persone un po’ strane, bizzarre, imprevedibili come il volo e la posa degli uccelli.
In una categoria ulteriore abbiamo al brutt uṡèel nel suo duplice significato:
1) si vuole indicare una persona pericolosa, losca e inaffidabile;
2) si tratta di un uomo o di un ragazzo con accentuato fascino, che ha grande successo con le donne, senza cercare rapporti duraturi; insomma uno sciupa femmine, uno spezza cuori senza pietà.
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Altri modi di dire
L uèel in gaabia al caanta pèr amóor o pèr raabia; l’uccello in gabbia
canta per amore o per rabbia.
Al pèer ‘u uèel in gaabia. Frase riferita a persona agitata che non trova pace.
Avéer i ulèin ind i dii, avere gli uccellini nelle dita, cioè avere le dita intirizzite.
Guèerda l ulèin! Guarda l’uccellino! Si dice ai bambini per costringerli ad alzare il capo nel caso sia andato loro di traverso del cibo e far loro cessare la tosse, sblocca ciò che era stato male ingerito.
T è m pèer l ulèin dal frèdd! Mi sembri l’uccellino del freddo, cioè uno scricciolo intirizzito, che d’inverno si avvicina alle case per cercare un po’ di tepore.
T ii ‘n ulàas dal melaugurri!  Te pòort caaia sóol a guarderèet! Sei un uccellaccio del malaugurio! Porti sfortuna solo a guardati!
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Passiamo ai significati sessuali.
Ecco un ricco corredo di frasi. In questo caso, come in alcuni altri, è inevitabile invadere il settore licenzioso. Riteniamo di doverlo fare senza alcun compiacimento pruriginoso, perché, giova ripeterlo, si tratta di un settore importante della nostra, come di ogni altra lingua.
D’altra parte chi segue le mie ricerche sa che il mio primo libro La Ruscaróola èd Chèerp N 1 (rossa) tratta solo dal ciacarèer mèel.

Uèel è una delle innumerevoli parole indicare il sesso maschile.
Con questo significato è usato in modo intenso nei bar, nelle osterie, nei circoli, in piazza, fra amici.
Ci sono anche divertenti, ostinate e volgari prese in giro in rima:
“EEEh?? Éet ditt quèel?”
“Sé! Beṡèmm mò l uèel!”
Se uno gira per strada con la patta aperta per dimenticanza, può sentirsi dire: “Sèera cla fèssa (o la butèega) ch a vóola via l ulèin!”  Chiuditi i pantaloni che ti vola via l’uccellino!
Gaabia avèerta, uèel mòort!  Gabbia aperta, uccello morto! Detto umoristico con il quale si intende avvisare uno, che si è dimenticata la patta dei calzoni aperta.
Uṡèel èd brèega: uccello di braga. È un volatile un po’ particolare che non vola. La frase nasce dopo “Uccelli di rovo”, una melensa miniserie televisiva del 1983, dove un giovane e ambizioso prete irlandese diventa cardinale pur se poco rispettoso del voto di castità (un melnètt!).
A gh pièeṡ più l uṡèel duur che al furmàai tènnder: preferisce l'uccello duro al formaggio tenero; è un'espressione gergale usata per sbeffeggiare le donne che si ritengono bramose di sesso. Spesso il modo di dire viene usato anche in modo scherzoso senza riferi­menti maliziosi. Esiste in uso anche la versione che dice: A gh pièeṡ più l uṡèel che al paan. Gradisce più l’uccello che il pane.
Di donna troppo loquace, verbosa, parolaia o logorroica si potrà dire: La gh la chèeva d ciacarèer aanch cun l uṡèel in bòcca.  Riesce a parlare anche con un uccello in bocca. Non è dato sapere se il volatile possa essere un merlo, un canarino, un colombo, un passero, ecc...
Uṡèel da cuursa: uccello da corsa; espressione usata, per vantarsi, da parte di alcuni uomini, quando ritengono le proprie prestazioni sessuali motivo di orgoglio e fierezza.
Il cacciatore deluso: “L ùnich uṡèel mòort ch a iò visst l è stèe al mìo, quaand a iò pisèe!” L’unico uccello morto che ho visto è stato il mio, quando ho pisciato.
Vecchia malinconica battuta di un anziano cacciatore che, ritornando col carniere vuoto, confessa di non aver visto nell'intera mattinata un batter d'ali.

Molto simpatico e dal doppio malizioso significato era il grido di un venditore ambulante che frequentava le strade Carpi fino agli ‘50/60. Per richiamare le donne utilizzava queste parole a molteplice interpretazione:
 Uèel! Dònni uèel! Uèel! Dònni uèel … al bòun savòun! Marca Sole! Il buon sapone. L’invito giocava sulla piena e divertente assonanza nei dialetti delle nostre zone della parola uèel, che significa sia “uccello” che “usatelo”.
Lascio al lettore divertirsi con le varie interpretazioni… tutte valide.

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Appendice meteo. In Piazza… Tempo certo, anzi… certissimo, ma forse no!

La colombina (che poi è un falco della torre dell’orologio del castello ci prende in giro. Namis (Ondino – Nando Miselli) artista, pittore e poeta carpigiano (è il geniale autore di “Citrò!”) ha disegnato la seguente previsione che non lascia scampo.
Un’altra versione più decisiva… e l uṡèel al chèega in Castèel, a viin bèel, se l uṡèel al chèega in Piàasa a n in viin ’na navaasa….
***

Contributi da Bologna
Renzo Bovoli 
▄1
Uśèl. (Uccello, Pene)
• Capèla dl uśèl (Glande);
• Dèr la curamèla al uśèl (Avere rapporti sessuali);
• Èt vésst duv l à fât al nîd un uśèl? (Commento alla vista di una donna incinta);
• Pèl dl uśèl (Prepuzio);
• Un uśèl chal pèr un faturén da barbîr (Pene di grandi dimensioni);
• Uśèl bragarôl (Pene);
• Uśèl dla mèla nôva (Uccello del malaugurio);
• Uśèl marén (Tipo strambo);
• Uśèl môrt (Pene inerte);
• Uśèl śguéggn (Pene floscio);
• Uśèl asrè (Uccello in gabbia);
• Dòna bôna, uśèl rèr (Dnna buona, uccello raro);
• Méi uśèl d canpâgna che d ghèbia (Meglio liberi che in schiavitù);
• Ògni uśèl vôl bän al sô nîd (La propria casa è sempre la preferita)

▄2
Uśèl. (Uccello)
Ecco un altro vocabolo dotato di un ricco corredo fraseologico. Purtroppo in questo caso, come in alcuni altri, è inevitabile invadere il settore licenzioso. Riteniamo di doverlo fare senza alcun compiacimento pruriginoso, perché -gioverà ripeterlo? Si tratta di un settore importante della nostra, come di ogni altra lingua.
Come tutti sanno, oltre al normale volatile, l’altro significato nel linguaggio popolare è Pene. Abbiamo allora espressioni scherzose come “Dèr la curamèla al uśèl” (Affilare l’uccello, cioè Avere rapporti sessuali), la variante “Uśèl bragarôl” (Uccello bragaiolo), “Pèl e capèla dl uśèl” (Prepuzio e glande), “Uśèl môrt” (Uccello morto, cioè Pene inerte), e “Uśèl dûr” (Peme eretto). A questi modi diffusi e consolidati, possono essere aggiugnte frasi spiritose come il commento che si pronuncia alla vista di una donna incinta: “Èt vésst duv l à fât al nîd un uśèl?” (Hai visto dove ha fatto il nido un uccello?). Invece per indicare un Pene di grandi dimensioni, è molto usata l’immagine iperbolica “Un uśèl ch’al pèr un faturén da barbîr” (Un uccello che sembra un garzone da barbiere).
Con minore imbarazzo, esaminiamo adesso il settore più verecondo.
Per i bolognesi, il classico Uccello del malaugurio diventa “L uśèl dla mèla nôva” (Uccello della brutta notizia) e fra i tanti modi per definire un Tipo strambo c’è “L é un uśèl marén” (É un uccello marino). Chissà poi perché un uccello di mare dovrebbe essere più stravagante rispetto ad uno di terra: misteri dell’ornitologia.
Per i proverbi, meglio rimanere nel settore castigato col giudizioso “Méi uśèl d canpâgna che d ghèbia” (Meglio uccello di campagna che di gabbia, cioè Meglio liberi che in schiavitù) e con “Ògni uśèl vôl bän al sô nîd” (Ogni uccello ama il suo nido, cioè La propria casa è sempre la preferita). Anche qui il doppio senso fa capolino, ma consigliamo di non farci caso.
(“Bacajèr a bulåggna”, pag.197, di Luigi Lepri)


Uśèl bragarôl. (Uccello da mutandine)
Ovviamente non esiste, in ornitologia, un uccello con questo nome, ma questa definizione ricorre molto spesso nelle sguaiate facezie sulla caccia e sui cacciatori.
(Con cla véssta ch’al s artrôva, Nanndo al pôl andèr a câzia fén ch’al vôl, mo s’al vôl magnèr quèl ai tucarà d arustîr un uśèl bragarôl)


Uśèl dal Sénndic. (Uccello del Sindaco)
Il fittone goliardico che sbarrava l’ingresso di via delle Spaderie da via Rizzoli, del quale si parla a lungo, con foto, aneddoti e dati, in diversi libri relativi alla nostra città.


Uśèl ed gåmma. (Uccello di gomma)
Membro virile artificiale per gli sfoghi solitari femminili o per gli accoppiamenti lesbici. Lo si chiama all’indiana “Lingam” oppure “Godemiché” (derivato dal francese, e ancor prima dal latino gaude mihi=fammi godere), ed è strumento lussurioso antichissimo, noto come “Penis coriaceus”. Ai suoi tempi se ne faceva uso anche nelle case di tolleranza, soprattutto per scenette ad uso di spettatori in cerca di sconce sollecitazioni; oggi si vedono in vetrina nelle porno-shops, accanto alle applicazioni elettrificate dette “Vibratori”.


Uśèl môrt. (Uccello morto)
Membro maschile inerte, per riposo o impotenza. Lazzo comune fra cacciatori è: “L ónnic uśèl môrt ch’ai ò vésst incû, l é stè al mî quand ch’a pisèva!” (L’unico uccello morto che ho v

lunedì 30 luglio 2018

Pretonzoli o signorotti manzoniani? Accrescitivi personalizzati - Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano - Carpi


Testo iniziale luglio 2013                                                                                    V37 del 02-09-2017


Pretonzoli
o signorotti manzoniani?

Accrescitivi personalizzati

Signorotti e preti: Don Rodrigo e Don Abbondio

di Mauro D’Orazi






Norme di trascrizione e lettura del dialetto

Le norme di trascrizione adottate dal
“Dizionario del dialetto carpigiano - 2011”
di Anna Maria Ori e Graziano Malagoli

Tabella per facilitare la lettura

a      a come in italiano                           vacca
aa    pronuncia allungata                         laat, scaat, caana

è e aperta (come in dieci)                        martedè, sèccia, scarèssa, panètt, panèin
èe    e aperta e prolungata                      andèer, regolèeda, martlèeda, taièe
é      e chiusa (come in regno)                 méi, mé
ée    e chiusa e prolungata                      véeder, créedit, pée

i i come in italiano                                  bissa, dì
ii      i prolungata                                   viiv, vriir, scalmiires, dii

ò      o aperta (come in buono)                pòss, bòll, brònnṡa, pistòun, dimònndi
òo    o aperta e prolungata                      scartòos, scatlòot, malòoch, tròop
ó      o chiusa (come in noce)                   tó, só, indó
óo    o chiusa e prolungata                      vóolpa, casadóor, móoi, óov, ṡóogh
u      u come in italiano                           parucca, bussla, dubbi, currer, fiùmm
uu    u prolungata                                  bvuuda, vluu, tgnuu, autuun, duu

c’      c dolce (come in ciao)                     vèec’ , òoc’
cc’    c dolce e intensa (come in faccia)     cucc’, scarnìcc’, cutècc’, palpùcc’
ch    c dura (come in chiodo)                   ṡbòcch, spaach, stècch
g’     g dolce (come in gelo)                     curàag’, alòog’, coléeg’
gg’   g dolce e intensa (come in oggi)       puntègg’, gurghègg’
gh    g dura (come in ghiro)                    ṡbrèegh, siigh

s      s sorda (come in suono)                  sèmmper, sóol, siira
      s sonora (come in rosa)                   atéeṡ, traṡandèe, ṡliṡìi

s-c    s sorda seguita da c dolce                s-ciafòun, s-ciòop, s-ciùmma, s-ciòoch


Pretonzoli o signorotti manzoniani?
Accrescitivi personalizzati

di Mauro D’Orazi
Premessa
(tratta da Wikipedia)

Don è un termine comunemente utilizzato, a partire dalla metà del Duecento, come prefisso al nome, per indicare nobili del patriziato milanese e napoletano, principi, duchi, marchesi di baldacchino, ecclesiastici e religiosi. Don è l'abbreviazione della parola donno in uso ancora ai tempi di Dante, ma non più conservata, la quale deriva dalla parola latina dominus, che significa signore, padrone. Propriamente "don" non costituisce un titolo, ma è un trattamento.
Al di là dell'uso onorifico, è stato in seguito usato per chiamare i preti diocesani della Chiesa cattolica, detti anche clero secolare; e i diaconi (permanenti e non). I presbiteri religiosi, o clero regolare, sono invece chiamati con altri prefissi quali Dom, Fra (o Fratello), e il più diffuso Padre (usato anche come appellativo verso i presbiteri secolari). Quest'uso è prassi in tutt'Italia, ma fino al XX secolo non era comune in Sardegna, dove al nome del sacerdote si anteponeva la parola prete o al limite signore. Nei secoli scorsi, fino al XIX secolo, il Don era riservato ai preti appartenenti a famiglie nobili, pertanto il nome era preceduto da Reverendo Don; al contrario per i preti appartenenti a famiglie popolane il nome era preceduto dal solo Reverendo.
In Spagna il trattamento di don si può premettere al nome di tutti i maschi di famiglia nobile (per le femmine si usa doña), mentre in Francia e in Portogallo i sacerdoti usano il titolo di dom.
Esempi letterari di personaggi famosi che hanno questo trattamento sono, fra i nobili, Don Rodrigo, Don Chisciotte e Don Giovanni; fra gli ecclesiastici Don Abbondio e Don Camillo
In Italia, specialmente in Sicilia, a lungo dominata da viceré spagnoli, è un titolo per persone degne di rispetto e molto sagge (è usato, quindi, per dimostrare reverenza agli anziani) fino ad arrivare a essere appellativo mafioso (ad esempio "Don Vito Corleone" de Il padrino). Negli Abruzzi, Puglia e in Calabria fino alla seconda metà del XX secolo veniva usato per indicare, oltre al sacerdote, persone di alta estrazione sociale (es. avvocati, notai, sindaci, medici, ecc.); a tali persone la gente del popolo dava del "voi" mentre esse davano loro del "tu". Al femminile veniva usato l'appellativo "donna". Ma era così in tutta Italia: il voi si dava a chi era riconosciuto superiore dagli inferiori (anche ai nonni, un “voi” di rispetto); il tu andava dall’alto al basso o tra pari, come “tu” di confidenza.
Come l'analogo titolo onorifico britannico Sir va sempre accompagnato dal nome e non dal cognome.
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Nel dialetto delle nostre zone, però, si trova un uso del Dòn, oltre a quello canonico, del tutto particolare: canzonatorio, satirico e a presa in giro.
Riporto una serie di curiosi appellativi che si attribuiscono, quasi sempre bonariamente, a persone con particolari comportamenti negativi legati anche a fatte fisiche, idealizzando immaginari “notabili” di un tempo passato a rappresentare sommamente tali difetti, con tanto di titolo nobiliare: figure simbolo che eccellono in modo allegorico di particolari difetti umani.

Autorevoli storici di vicende locali sono di opinione più decisa; di seguito riporto un parere motivato e direi… efficace di Anna Maria Ori (studiosa di storia e costumi locali):
“Non mi convince per niente che il “don” derivi dall’appellativo nobiliare, ma penso solo da quello religioso. Il popolo in genere non aveva molti contatti coi nobili, e comunque a Carpi solo i Pio potevano avere il “don”, tutti gli altri no, conti Bonasi compresi, perché erano titoli comprati e poi era sempre pericoloso prenderli in giro.
In compenso c’erano schiere di preti di famiglie abbastanza abbienti, che potevano pagare la retta del seminario, ma non molto di più. Si era in periodi in cui vigeva il maggiorascato e tutta l’eredità andava al primo figlio maschio; in caso di morte senza eredi, al secondo fratello maschio e così via.
Si può immaginare la blanda vocazione di questi preti... che il popolino prendeva in giro!

Anche lo storico Gilberto Zacchè (MN) ritiene corretta l’interpretazione sopra riportata e annota che questi curiosi modi di dire si usano non solo a Carpi, ma anche nelle zone vicine, come ad esempio nel mantovano.

L’esperto dialettologo Giuliano Bagnoli (RE) ne conferma a suo volta l’uso a Correggio e nel reggiano.
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Ecco dunque un elenco
con una serie di questi gustosi appellativi:

Dòn Intrìigh = (Don Intrigo) ci si riferisce a colui che è intricato a fare le cose, ci mette tempo, è impacciato, esegue male e fa danni. Per piantare un chiodo per un quadro fa cadere una spanna di intonaco; deve portare un vaso pieno d'acqua e lo rovescia mezzo sul pavimento, ecc… ;


Dòn Arafòun = (Don Arraffone) riferito a persone sempre pronte ad approfittare della situazione e delle debolezze della gente per far propri con ingordigia senza limiti di beni, soldi e potere altrui;

Dòn Ṡmindgòun = (Don Dimenticone) è uno che si scorda tutto e dimentica le proprie cose nei posti più strani, ecc… ;

Dòn Sugòun = (Don Sugone) ci si riferisce a persona asciutta, come un limone con poco sugo; uno che dà poca soddisfazione per cose che gli vengono presentate con entusiasmo da altri; la faccia risulta spesso arghignèeda (o argnèeda);

Dòn Pultiòun = (Don Pultione) è chi può essere definito un disastro, un creatore di disordine e di sudiciume: un paciugone. Se si lava i denti, si sporca i vestiti di dentifricio; se travasa un liquido e sporca dappertutto, se mangia un gelato e si sporca la camicia, ecc...;
Come varianti abbiamo anche Dòn Puciòun (Don Puccione) e Dòn Pastisòun (Don Pasticcione), entrambi con pochissime attitudini a svolgere attività ordinate e perfette;

Dòn Sivlòun = (Don Civettone), forse contrazione di sivetlòun (civettone, cornacchione: uccelli paludati di nero); qui ci si riferisce a un prete generico, vestito di nero, sottintendendo con le ben conosciute caratteristiche negative di questi personaggi;

Dòn Sturlòun = (Don Sturlone) si tratta di una persona ostinata, ma anche sbadata, sventata, che, nel procedere in una certa azione, sbatte la testa da tutte le parti senza costrutto;

Dòn Miṡéeria = (Don Miseria) riferito a persone nella cui casa vi regnava una indigenza nera, poco lavoro e debiti da pagare...

Dòn Pedaana = (Don Pedana) l’epiteto è riferito a chi è solito inciampare, sia perché è impacciato, sia perché ha i piedi troppo lunghi, oppure che stanno aperti; tutte tre le caratteristiche, ahimè, mi appartengono e non possono non ricordare mio padre (laziale) che appena sentiva il TOCH di un incespico, dopo due decimi di secondo … IMMANCANCABILMENTE … mi grugniva: “SCARPACCIA!”

Dòn Pugiòun = (Don Appoggione) quando qualcuno ti sta addosso, in senso fisico, e mentre ti parla ti si appoggia con le mani o il braccio alle spalle con pesantezza, gli si potrà dire spazientiti... "Dòn Pugiòun l è bèlle mòort !"... "Don Appoggione è già morto !";
oppure:”Dòn Pugiòun l è mòort ! E sò fradèel l è a l uspidèel ! " In questo caso le cose si aggravano, anche il fratello non era messo troppo bene ed è ricoverato all’Ospedale;
altra variante: “Pogiòoli l è mòort e sò fióol al stà mèel !”… Poggioli (un cognome reale e in uso) è morto e suo figlio sta male o è in agonia. La frase si proferisce da parte di chi non sopporta che un’altra persona si appoggi a lui. Io aggiungerei anche la bella frase carpigiana, che più spesso ha anche ha un preciso valore metafisico... "Stà m su da dòos !"... "Stammi su da addosso !" … che è sempre un bel dire;
dal reggiano mi suggeriscono anche… la Ditta Appoggi (o Poggi) è fallita!

C’è poi anche un appellativo attribuito a un sacerdote carpigiano realmente vissuto nel secolo scorso e soprannominato per la sua considerevole statura e magrezza Dòn Ṡuntèe (una parola praticamente intraducibile in italiano: per renderne il vero significato non basta certo un semplice Don Aggiunto, ma occorre una perifrasi, del tipo Don fatto di parti aggiunte l’una all’altra, come spesso erano gli indumenti o la biancheria - lenzuola, coperte o tovaglie - di molti carpigiani, decorati da aggiunte strategiche).
Il personaggio era così noto che ho avuto testimonianza diretta di un padre che, vedendo la figlia crescere molto in altezza, le diceva scherzosamente: “Te m pèer la fióola èd Dòn Ṡuntèe! (Mi sembri la figlia di Don Aggiunto!)”.
Era Don Ernesto Zanoli parroco di San Francesco ed era veramente di rilevante statura; anche il fratello era molto alto; oggi riposano assieme nel cimitero di Santa Croce, a destra sotto il portichetto.
Ma la l'ironia sacrilega dei carpigiana porta a un’ulteriore variante nel significato: infatti si parla (forse erroneamente, ma tant’è!) anche di un Dòn Ṡuntèel (Don Giuntella), perché questo prete sembrava, nel cadenzare le frasi della predica, che stesse sempre per finire, ma invece... ce ne aggiungeva sempre.
Romano Saccani Vezzani (Carpi) ha un ricordo particolare èd Dòn Ṡuntèe: “Sono un carpigiano emigrato a Milano nel 1940, ma nel 1943 ho fatto la terza elementare a Carpi e tutte le vacanze scolastiche, in seguito, le ho sempre trascorse a Carpi. Dòn Ṡuntèe mi ha ispirato un quadro. La cosa curiosa era che questo personaggio, quando era chiamato per le sue funzioni, aveva con sé un chierichetto; il detto popolare vuole il ragazzino continuamente lo richiamasse e lo indirizzasse: - Schìiva cla buusa! Tìin dritt cal Crisst! ecc... –“
2001 – Ecco come Romano Saccani Vezzani ricorda Dòn Ṡuntèe

Dòn Ṡgambirlòun = (Don Sgamberlone) anche in questo caso ci si riferisce a una persona allampanata con le gambe lunghe, la cui presenza si rivela d’ingombro a chi le intorno per adempiere alle proprie incombenze: “Tóo t d ind i pée … Dòn Ṡgambirlòun!”;

Dòn Arvèers = (Don Rovescio) per persone a cui non va mai bene niente;

Un dòn un po’ particolare è Dòn Tiròun = (Don Tirone). In effetti esso rappresenta in sesso maschile, diciamo, ispirato. Questa ispirazione porterà a… tirare verso certe scelte, che influenzano comportamenti di vita, talora in modo anche molto sensibile.

Dòn Montini per persone che, provocate ad arte, montano su subito; qui è poi fin troppo facile un collegamento col nome secolare di Paolo VI.

Dòn Sivèel = Al sivèel l è cal fèer che a n fa mia gnìir fóora la róoda dall'asse del carro; è unto e nero e spesso in passato (ad esempio a Fossoli) così poteva essere chiamato un prete: Don Sivèel. Sivèel può poi essere uno dei tanti epiteti negativi per una persona di scarso valore.
Un moderno sivèel potrebbe essere una coppiglia, in contesti meccanici diversi dai carri di una volta.

Dòn Tardòun = (Don Tardone) è riferito a persone lente nell’agire nella loro quotidiana gestione esistenziale; non hanno orari, arrivano in ritardo cronico con la faccia più angelica, fregandosene bellamente di coloro che li aspettano. Tutto sommato non lo fanno con malanimo (forse): è la loro strana natura che non si adatta al soverchio peso dei continui vincoli sociali di vita. Ma … che rabbia per chi deve rapportarsi con loro!

È possibile distinguere tre diverse e sciagurate tipologie:
1) l’inconsapevole - è incapace di gestire il proprio tempo; evidenzia solitamente tratti infantili e la sua scusa più frequente è “Scusami, non mi sono reso conto dell’orario!”;
2) il ribelle puro - identifica la puntualità come un’imposizione sociale; difficilmente chiede scusa per i propri ritardi, essendo convinto che il suo sia un atto di libertà;
3) il disorganizzato - è incapace di programmare la propria vita, assume più impegni di quanti ne possa portare a termine, riducendosi con affanno sempre all’ultimo momento.
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Forse non è molto appropriato, ma voglio anche citare un “Don” storico: “Il Don Pirlone. Giornale di caricature politiche", quotidiano pubblicato a Roma tra il 1848 e il 1849 dal patriota avvocato Michelangelo Pinto durante la rivoluzione romana, il più temuto e allo stesso tempo il più apprezzato tra i molteplici giornali satirici romani del periodo. L’autore in seguito raccolse i materiali pubblicati nel giornale, arricchiti di molte tavole realizzate appositamente dai maggiori incisori del tempo, in tre volumi, analogamente intitolati Don Pirlone a Roma: Memorie di un italiano dal 10 settembre 1848 al 31 dicembre 1850, sul fallimento dei moti del 1848, che commentava con la sua dissacrante satira anticlericale e antipapalina.
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Però qui siamo di fronte a una cosa seria: una satira politica fine che poteva far finire l’autore sulla forca e per questo si era dato ironicamente quel nome, sapendo bene che a Pio IX, oggi santo, non piaceva essere né criticato, né preso in giro, quindi si firmava con lo pseudonimo di “don Pirlone”.


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Ci fu anche un’eccezione col diminutivo per un personaggio reale.
Nei primi '900, Dòn Luìin (don "Luglino" dal cognome Lugli) era un prete piccolissimo di Carpi e veniva mandato ai funerali dei più poveri. C'era a tale proposito una breve filastrocca popolare:
S a móor un sgnuròun
i gh màanden 'na procesiòun.
Mò s a móor un puvrètt,
ch al gh aabia dla bulètta,
i gh màanden don Luìin
cun 'na misera crusètta!
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Una piccola parentesi merita anche uno strano frate… tale Pèder Vòolta; costui aveva una singolare abitudine che ci viene tramandata all’inizio di una filastrocca molto diffusa un tempo fra i bambini:
A gh éera 'na vòolta Péder Vòolta,  C'era una volta Padre Volta,
ch al caghèeva ind 'na spòorta.               che cagava in una sporta.
Ma la spòorta l'éera ròtta                Ma la sporta era rotta
e Pirèin ch al gh éera sòtta             e Pierino [nome variabile] che era sotto
e…                                                  e
al l'à magnèeda tutta!                     l'ha mangiata tutta!
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Accrescitivi   personalizzati

Ho poi trovato un'altra forma assai particolare di attribuire un nome d’occasione, provvisorio a certe persone per la loro dabbenaggine e che si potrebbe definire come sostantivizzazione accrescitiva del predicato verbale.
Questi modi di dire si usano in frasi intimative per sbeffeggiare o sgridare qualcuno che ha tenuto un comportamento, che, anche se meditato, ha prodotto risultati sbagliati, nulli o inefficaci.
Ecco alcuni esempi. Un giocatore di non eccelsa abilità non trova la carta giusta nel gioco e perde. Allora si giustifica pignucolando: "Mò mè a vliiva catèer la tèel chèerta! (Ma io volevo trovare quella tal carta!"
Il compagno inviperito allora gli risponderà: "Mò ’sa vóo t catèer... Catòun! (Ma cosa vuoi trovare … Trovone!"
L’esempio forse più noto e divertente è però: "Mò ’sa vóo t savéer... Savòun! (Ma cosa vuoi sapere … Sapone!) Dove si gioca, con ironia tipicamente carpigiana, sulle parole sapientone e sapone, che in dialetto trovano una forzata, ma irresistibile fusione.
Un savòun da bughèeda
Un sapone da bucato
Altri casi:
"Mò ’sa vóo t magnèer… Magnòun!"
"Mò ’sa vóo t prilèer… Prilòun!"
"Mò ’sa vóo t cuntèer... Cuntòun!”
e così via con... Pinsòun, Andòun, Cagòun, ecc… : insomma ce n’è per tutti i gusti!
Alla fin dei conti tutti questi XXXòun stanno ovviamente per caiòun, bambusòun, sumaròun, Sandròun, ciacaròun, ecc…

Si nota anche in questi casi come sia meravigliosa la vitalità del nostro dialetto. Semplicemente si opera sulla radice verbale sav-éer  (sapere), combinandolo col suffisso nominale –òun e il gioco è fatto!
Si ottiene così un sostantivo di pura e irridente fantasia, che intensifica il significato del verbo, ma con una sfumatura di presa in giro che sottolinea la caiuniiṡma del soggetto, l’inutilità o la stupidità di quella sua particolare azione, ma non una condizione generale.
Anche l’amico C. A. Parmeggiani (Carpi) mi conferma che nel nostro dialetto, come nella lingua italiana, un accrescitivo funziona sia come sostantivo che come aggettivo, pur prendendo origine da un verbo, da un predicato (vedi mangione, sciupone, credulone, chiacchierone, ecc …).