lunedì 23 settembre 2024

La calma è la virtù dei Forti e la fruuta l'è dai Ṡelòochi a Carpi Zelocchi - di Mauro D'Orazi

 

 

Prima versione 2019                          V08 del 10-09-2024

La calma è la virtù dei Forti

e la fruuta l'è dai Ṡelòochi

senza foto  se volete il file completo scrivetemi

Ingrossi di Frutta a Carpi

 di Mauro D’Orazi

Già nei primi del secolo scorso esistevano a Carpi due importanti ingrossi di frutta, in particolare quella secca: gli Zelocchi e i Forti. I primi con sede in via Ariosto, in passato avevano la bottega presso la Piazzetta sotto il portichetto a nord.

La ditta Zelocchi Loris srl nel suo sito web ricorda che nasceva agli inizi del secolo scorso (1905) come centro di raccolta per l’esportazione di frutta e uva da vino. Negli anni 20, dotatasi di macchine per l’essicazione e la tostatura di semi oleosi e creati rapporti commerciali con i paesi produttori, si qualifica come centro specializzato per la trasformazione di frutta secca e legumi. È stata all’avanguardia nelle moderne tecniche di selezione, tostatura, confezionamento e conservazione, si era inserita con successo anche nella Grande Distribuzione Organizzata con prodotti caratterizzati da elevato standard qualitativo.

I Forti invece hanno cessato la loro attività da parecchi decenni.

Tutte e due avevano le botteghe in Piazzetta a Carpi.

Ho trovato nel corso delle mie continue ricerche un po’ di materiale che raccolgo in questa sede.  


 


1914 Pubblicità della Ditta Zelocchi

 


1912 Cartolina commerciale della ditta Fratelli Zelocchi

 


1929 busta commerciale della Ditta Zelocchi

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Una volta si diceva a Carpi: “La calma è la virtù dei Forti e la fruuta l'è dai Ṡelòochi.” La frase è un gustoso nonsense carpigiano e si riferisce alle due conosciute e prestigiose famiglie di Carpi del secolo scorso, che entrambe commerciavano in frutta. Gli Zelocchi si trasferirono poi come sede di commercio all’ingrosso fra viale Ariosto e la linea ferrovia, una sito molto comodo per ricevere la merce, ad esempio la frutta secca.

 

Nel 1944 in sede di approvvigionamenti e razionamento si trova questa nota in Archivio Storico:

“PATATE

Maggio 1944: nel negozio magazzino del Signor Zelocchi in piazza Garibaldi, grazie all’intervento del Fascio locale, saranno distribuite patate al prezzo politico di £.0,60 il kg., da ottenersi utilizzando la tessera della carne.”

 

Renato Cucconi (Carpi luglio 2024) racconta sugli Zelocchi:

“Dal 1942 mio padre Enzo era il factotum di Loris Zelocchi commerciante all’ingrosso in frutta e alimenti vari. Tanti sono gli episodi eclatanti che mio padre dovette compiere e che oggi sembrano imprese impossibili.

Ad esempio con l'autocarro di Zelocchi, eseguendo un ordine militare, andava al campo di prigionia di Fossoli (nella prima fase quando era sotto comando italiano) a ritirare alimentari (e altro) consegnati dagli svizzeri (leggi … Croce Rossa internazionale) per i prigionieri militari inglesi con i quali qualcuno riusciva a parlare in francese. Ritirare, perché in parte e ingiustamente i custodi sequestravano del cibo per alimentare i civili della zona di Carpi. Capitò più di una volta, che durante il tragitto per Carpi, si sentissero dei rumori nel cassone, tanto da doversi fermare per vedere cosa stava succedendo; così scoprivano che qualche prigioniero si era nascosto per fuggire per evadere. A volte erano due prigionieri, che dovevano essere aiutati e fare in modo che contattasse chi li poteva assistere.

A quei tempi, chi frequentava l'università, come nel caso del futuro medico Virgilio Zelocchi, doveva imparare la lingua tedesca, tant'è che come interprete fu praticamente sequestrato dai nazisti e usato nei vari contatti con gli italiani. A un certo punto nelle vicinanze di Bolzano riuscì a telefonare a casa a Carpi avvisando i suoi che era stato colpito da polmonite e che se qualcuno non fosse andato a prenderlo, i tedeschi l'avrebbero deportato in Germania (e si sapeva cosa voleva dire). A questo punto Loris Zelocchi chiese a mio padre (che era titolare di permesso diurno atto al trasporto di alimentazione civile) se lo andava a prendere con l'auto (dei Zelocchi). Mio padre accetto e al mattino presto partì per recuperare povero Virgilio Zelocchi.

Arrivato a San Benedetto Po fu però fermato dai tedeschi che gli sequestrarono l'auto e lo misero al lavoro con altri per ripristinare il ponte sul Po. Giunta sera comprò da un contadino una bicicletta e fuggì di nascosto; non so quanti giorni impiegò, ma con abilità e fortuna riuscì a raggiungere il Zelocchi e riportarlo a casa a Carpi.

Posso dire che per tutta la vita, i Zelocchi si dimostrarono molto riconoscenti a mio padre e contribuirono generosamente per ogni avvenimento della sua vita.”

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1914 Pubblicità della Ditta Forti

 


1921 cartolina commerciale della ditta Fratelli Forti

 


Piazzetta 1920 ca a sn la sede della Ditta Forti

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La sig.ra Rina Forti, figlia di uno dei fratelli, recentemente scomparsa nel 2012, era la moglie di Novello Benatti e madre di Franco e di Paolo; spesso la si poteva vedere in biglietteria al Cinema Corso, di corso Fanti, o al Cinema Capitol di corso Cabassi; la voglio qui ricordare con affetto, perché era una cara amica di gioventù di mia madre. Mia madre mi raccontava che quando da piccole si vedevano a casa dell’amica, la merenda al pomeriggio era sempre ricca di frutta speciale molto buona.

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I Forti aveva il magazzino di frutta e verdura, solo per l'ingrosso, di fianco a Corsi il salumiere sul lato est della Piazzetta; il padre si trasferì nel magazzino in viale Manzoni qualche tempo dopo, e continuò (pur riducendo) l'attività del commercio frutta e verdura per qualche tempo, tanto che i suoi dipendenti aprirono anche loro una vendita analoga, prima in Trento e Trieste angolo Marco Meloni, e in seguito si trasferirono anche loro in piazza Garibaldi, sul lato ovest: la coperatiiva di frutaróo.

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Il cognome Zuffolini a Carpi di Lauro Zuffolini

 

Un saluto a tutti i presenti

Un ringraziamento a chi mi ha proposto e votato questa sera

Un ringraziamento al tutto il consiglio della Terre d’argine e al vice presidente Ferrari

Ci aspettano 5 anni di lavoro intenso e serio; l’Unione nei prossimi anni rafforzerà ancora i suoi scopi e i suoi compiti e il nostro consiglio sarà chiamato a discutere e ad approvare importanti provvedimenti che interesseranno la vita di più di 110 mila cittadini. Il nostro sarà un compito gravoso, continuo e nel contempo fondamentale per una buona vita dei nostri concittadini.

Saluto i dirigenti e il personale che ci accompagnerà con competenza in questi anni

Presiedere questo consiglio significherà rispettare lo statuto dell’unione e il regolamento di questa assemblea, ma c’è un terzo elemento che per il mio carattere è preminente (come ho sempre detto anche in passato... ) e cui tengo moltissimo: il buon senso!

Il buon senso accompagnato dallo scambio di opinioni e dalla reciproca tolleranza, cercando di appianare le eventuali divergenze sulle questioni procedurali.

Mi preme poi che le sedute consiliari siano concrete e produttive, nel rispetto dei tempi di intervento dei singoli consiglieri, anche se in sede di bilancio i tempi saranno certamente più ampi per approfondire al max questi importanti documenti programmatici.

Alla fine dello scorso mandato, dopo un lungo, ma produttivo confronto, proprio nell’ultima seduta abbiamo approvato una modifica al regolamento che prevede lo svolgimento delle sedute delle ns commissioni in modalità mista di persona e on line. Ciò consentirà una migliore presenza sopratutto per i consiglieri e penso in particolare ad alcune casistiche …ai più lontani, ai periodi invernali, ai consiglieri leggermente indisposti o con problemi di famiglia e lavoro. Nei prossimi mesi vedremo se la modifica (come penso) porterà effetti positivi.

Come sapete io sono un emozionato cultore di tradizioni locali e considero i quattro comuni anche da questo punto di vista dei fratelli stretti; non amo il becero campanilismo e ho sempre cercato di trovare, studiare, raffrontare ed esaltare i fattori di area vasta che ci caratterizzano, mettendone in rilievo con amore e passione gli elementi comuni e quelli differenti, in un intreccio virtuoso che esalti le nostre storie e i nostri dialetti.

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Circa il ruolo del presidente del consiglio dell’unione mi piace ricordare che all’inizio del precedente mandato non aveva a disposizione praticamente nessun supporto tecnico, logistico e amministrativo.

Ho lottato con determinazione per avere un ufficio e una segreteria e perché questo ruolo fosse tenuto ufficialmente nella giusta considerazione.

Si tratta di fare uscire da questa aula l’importanza del ruolo dell’Unione. Le Td A hanno ormai  ben 18 anni e gestiscono il fiore, il garullo delle attività locali;  amministriamo circa due terzi dei compiti dei 4 comuni tra cui sottolineo le grandi attività di punta …

della scuola, dei servizi sociali, della polizia locale e dei servizi informatici.

Tutte queste azioni hanno un fortissimo impatto con la gente, con le famiglie e caratterizzano la bontà e l’alta qualità del nostro saper amministrare.

Ebbene dopo tanti anni e nonostante la straordinaria importanza dei compiti che vengono svolti, noto con disappunto che la percezione dell‘esistenza dell’Unione fra i cittadini é labile, indefinita e forse misteriosa.

Per cercare almeno in parte di diminuire questo gap di non conoscenza, di non adeguata percezione, mi sono sempre fatto parte attiva per rimarcare il ruolo del presidente del consiglio, ma nel contempo del nostro consiglio e in definitiva dell’Unione stessa, che ripeto é un vanto della ns territorio. E di questa mia azione mi é boun testimone il ns Direttore Generale (che ringrazio) che mi ha supportato, ma anche sopportato nelle mie richieste insistenti di visibilità.

Continuerò per quanto possibile su questa strada.

Grazie e buon lavoro a tutti Lauro Zuffolini

 

mercoledì 24 agosto 2022

Daje! - modi dire in romanesco e dialetto carpigiano di Mauro D'Orazi

 

Daje!

 È un po’ di tempo che in tv, sui social, nel parlato, ecc … sentiamo l’espressione in romanesco … daje! Essa ha travalicato i confini regionali e si è diffusa in gran parte del territorio nazionale.

Ma che significa daje? Questa esclamazione ha tanti diversi significati, accentuati dal particolare tono della voce:

1) ha un valore esortativo nel sostenere qualcuno a fare, a concludere bene una certa cosa, una impresa almeno abbastanza difficile o complessa.

Un ragazzo sta correndo una maratona, un ciclista è impegnato in una dura salita, uno studente sta studiando per dare un difficile esame.

Con un sentito … daje! si infonde forza e coraggio e si cerca di essere loro vicine

2) Di fronte a ripetuti avvenimenti negativi, a disgrazie e impicci che non danno tregua alla persona colpita, con un sospiro, questo potrà lamentarsi con un rassegnato … dajè!  Proprio nel senso ci farsi forza a sopportare l’ennesima sventura.

Citando un noto film: “Potrebbe andare peggio! Potrebbe piovere!” Nella scena successiva: acqua a catinelle! E a quel punto sarebbe stata perfetta la pronuncia da parte di uno degli attori di un bel … daje!

3) Ed - daje!

Rafforzato dal prefisso ed- questa parola assume un triplice significato.

a. “Evvai”, da accompagnare un ”caxxo” per enfatizzare.

b. “Ti prego!”.

c. “Ho detto di no!”

4) Esortativo per fare fretta

Sbrigati!

“Sono le 8 a quest’ora dovresti già essere a scuola, daje!

5) Affermativo, confermativo di appoggio a una idea

“Ordiniamo la pizza stasera?”. “Daje!

6) Ari - daje!

Per un’azione che si ripete. “Aridaje! quel tipo continua a chiamarti.”

7) Daje! Daje!

Serve per liquidare l’interlocutore molesto o noioso.

8) Di chiusura

Tu e i tuoi colleghi avete finalmente messo la parola fine al progetto su cui lavoravate da tempo. “Daje ragazzi!”

9) Daje de

Qualsiasi cosa manchi al tuo piatto, aggiungilo. La pasta ti sembra insipida? Daje de sale!

10) Mostrare educazione

Quando due mani stanno per agguantare la stessa cosa da mangiare, la cavalleria è d’obbligo. Daje (vai, fra’!).

11) Esprimere contrarietà

Verso qualcuno che si è mostrato maleducato, senza rispetto per la compagnia … ed-daje però!

***

Ma che c’entra tutto ciò col dialetto carpigiano? C’entra, c’entra, perché anche da noi esistono modi di dire con identici significati, ma con la significativa differenza che le esclamazioni sono molteplici e non solo una; il dialetto carpigiano è molto ricco e i modi di dire si differenziano quasi sempre con i vari e diversi significati. Ecco per numero le varie corrispondenze.

1)     Quando c’è da esortare, si pronuncerà un bel … dàai mò!

2)     Ma di fronte all’ennesimo impedimento o altro fatto negativo da sopportare, ci si potrà lamentare sbuffando con un sobrio, ma interiormente intenso … dàai puur!

3)     Su! Suuu!

4)     Sul fare fretta nei confronti di persone lente, il dialetto carpigiano è molto molto ricco. Eccone alcune:

Dàai ch a s viin siira adòos!

A che óora a t ciàam ia?

Mò ii t ancòrra lè?

’Csa fèmm ia ’na brisscola?

Fòmm ia un ròogit?

Des-ciùll èt! A n stèer mìa lè a sinquantèer! Una frase di primo acchito assai misteriosa e che solo chi è dentro al dialetto può bene capire e interpretare. Ecco la traduzione: Svegliati! Non stare lì a gingillarti e a perdere tempo! Non indugiare vieppiù!

Ancora: des-ciùurl èt, dèṡṡd èt, scaant èt, descàant èt, s-ciòold èt, des-ciòold èt, deṡgumbìi èt, deṡmèerd èt, despèggn èt, deṡgàagn èt, deṡbròoi èt, despultìi èt, destàach èt da la rumèela, ṡgaag’ èt, móov èt, invii èt, tóo 'na deciṡiòun, viin ṡò dal piir! Ancora: ṡmiinc’ èt (dal ferrarese sminziàr = iniziare), ṡbimmbl èt, ṡmóomi èt, ṡbròoi èt, dessàapl èt, viin a unna, viin a còo, andòmm ia o stòmm ia, gramlòmm ia o fòmm ia paan? Andiamo o stiamo? Facciamo il pane o stiamo lì a perder tempo a impastare lentamente con la gramola?

Viin èt, o gniiv èt? Stèet, o stèevet? Vieni o venivi? Stai, o stavi? Alóora! ... Vèet o n' vèet? Allora! ... Vai o vieni?

5)     Partèmm ia? Dàai mò!

6)     Bè mò … ancòrra!

7)     Dàai mò ch andòmm! Ch l’è óora (tè tèeṡ)!

8)     Òooh là, aanch quèssta l’è faata!

9)     Daagh mò! Ṡuntèegh! …

10)   Tóola tè!

11)   Óoh umòun! Laasa lè! A n s fa mìa acsè!

domenica 6 ottobre 2019

La balèina da s-cioop Le palline di piombo da fucile - dialetto di Carpi -carpigiano - di Mauro D'Orazi


2019                                  
2019                                    V07 del 07-10-2019
La balèina da s-ciòop
di Mauro D’Orazi
La balèina da s-ciòop la troviamo nelle cartucce da cacciatore; quando la cartuccia esplode i pallini si aprono a rosa per colpire più facilmente e con più provabilità il bersaglio.
Ma l’altro giorno mi è capitato di dover pulire un‘ampolla di vetro trasparente per olio da tavola. Ho provato con vari metodi, senza risultati soddisfacenti.
Poi improvvisamente un salto in un lontano passato e mi sono ricordato di mia zia Valentina, che viveva con noi; quando doveva pulire una bottiglia di vetro che aveva contenuto l’olio, cercava, nel ripiano più basso dei poveri mobili di cucina, accanto al pgnatèin d òoli già druvèe, sciaguratamente tenuto per essere ri-fritto per l’ennesima volta, uno scatolotto di metallo pieno di palline di piombo.

Era la balèina da s-ciòop! Essa veniva introdotta con un imbuto nella bottiglia; il rumore metallico ovattato del piombo faceva suonare il vetro in un modo molto caratteristico; veniva poi aggiunto un po’ di sapone reso liquido.
Mia zia squassava con energia la bottiglia, che via via riacquistava lucentezza interna. Compiuta l’opera di detergenza, le palline venivano rovesciate in un colino, sciacquate sotto l’acqua e riposte nello scatolotto.
La bottiglia, come nuova, veniva risciacquata più volte e riposta a cuul a su ad asciugarsi.
Bel ricordo! Ma sono passati da più di 60 anni! Aiutooo!

In dialetto si gioca poi spesso con le parole, con le uguaglianze e le assonanze. Anche con la balèina escono delle cose divertenti.
Infatti la balèina significa sia l’assieme dei pallini da caccia, ma anche il grande cetaceo dei mari, se appena appena silenziamo per scherzo una “i”.
L è antiigh cóome la balèina da s-ciòop, è antiquato come le palline da schioppo.
Al gh la cavarà, mò al gh à da spudèer la balèina!  Riuscirà a saltar fuori da una certa situazione difficile, ma dovrà sputare i pallini di piombo da cui è stato colpito e ferito.

Sparèer a balèina fiina, sparare a piombini piccoli in modo che sia più facile colpire il bersaglio, essendo maggiori le sfere che si proiettavano dopo lo scoppio della cartuccia. La rosa dei pallini fini è molto ampia va bene per stornelle e passerine. Attenzione però! Il colpo che eventualmente andrà a segno sarà ovviamente mono micidiale. La curiosa frase era usata da alcuni ragazzi che andando a ballare, guardavano al sodo e tentavano con tutte… belle e brutte.

Un balèin è sia la singola sferetta di piombo, ma anche il pallino nel gioco delle bocce o anche del biliardo. Il detto o bòocia o balèin (let. o palla o pallino) serve per dire "o la va o la spacca", tentare ad ogni modo.
Le frasi tgniir in maan al balèin o tgniir balèin significano regolare e controllare il gioco, la partita… cioè monopolizzare l’attenzione in importanti episodi della propria vita, oppure, per le persone tenacemente logorroiche, non concedere mai la parola agli altri; in quest’ultimo caso: l iiva tòolt in maan al balèin e a nn l mulèeva più!  Prese in mano il pallino e non lo mollava più
Andèer a balèin, avvicinarsi al pallino con le altre bocce per fare punto o anche andare direttamente allo scopo, al cuore del problema. Tutt i gh àan i sóo balèin, ognuno ha le proprie fissazioni.

Ma al balèin è poi anche uno stato di alterazione etilica, evidente, ma non eccessiva.
Deriva simpaticamente dal diminutivo di baala, ubriacatura.
L à ciapèe un bèel balèin! Ha preso una bella balla.
Ancora più irresistibile è la frase che, con ironica simpatia, definisce una fase successiva a una forte bevuta di alcool; in questo caso si mischiano i significati: L à ciapèe un balèin sòtta l’èela! Ha preso un pallino, “un ballino” sotto un’ala!

Continuando, la baala è una palla, ma anche una quantità di materiale avvolto insieme, ‘na baala de straas, èd fèin, èd pàaia, èd laana… una balla di stracci, di fieni, di paglia o di lana.

‘Na baala è poi anche una bugia, una grossa fandonia e balissta è chi ne racconta notoriamente. S l è véera l'è 'na graan baala… sarà ma non ci credo.
Il grande Pierangelo Bertoli cantava: “♫ ♪ ♫ I m aan ditt ch l è ‘na baala, chi m aan cuntèe ‘na baala, mò mè la mè baala a la ciàap cun al vèin! ♫ ♪ ♫

Andèer a baala… andare molto forte in auto o il moto, con la velocità di una palla di fucile.

Dèer la baala a un quelchiduun, frastornare, lasciare a bocca aperta o, nel calcio, dribblare più volte l'avversario.

Al baali sono i gioielli maschili. Fèer girèer al baali, ròumper al baali, rompere i coglioni. Tuchèeres al baali, toccarsi i testicoli per uno scongiuro. Tóores dal baali, togliersi di torno. Gratèeres al baal, non avere niente da fare. Ṡbaatres al baal, infischiarsene.

Un balòun è un pallone da calcio, mentre un balòun infièe è una persona boriosa, sussiegosa, piena di sé.

Circa poi al nòoster graana… ‘na fóorma imbalunèeda indica un parmigiano difettoso, che si è gonfiato nella stagionatura.

lunedì 22 luglio 2019

i Bif - I Cof - I ghiaccioli - dialetto carpigiano - di Mauro D'Orazi - Carpi - Modena


Stesura iniziale giugno 2011                                   Versione V 08 del 23-07-2019       
I BIF
I ghiaccioli

di Mauro D’Orazi

Presso il Parco delle Rimembranze, posto davanti all’Ospedale Civile di Carpi c’era negli anni ‘60 la barachiina - chiosco di tale Aves, detto Ṡbargìnna. Essa era posta all’ingresso del Parco, entrando da est verso ovest. Lì si andavano a prendere i ghiaccioli Indianino della Ditta BIF di Cavriago (RE).

Ghiaccioli dell’Indianino
Il prodotto, nato nel 1960, prese in tutta l’Emilia il nome dei produttori. Con i bastoncini ciucciati dei bif si costruivano delle zattere, che si cercava di far navigare nella vasca a esse del Parco. Se uno era fortunato sullo stecchino di legno trovava la scritta “BIS” (raddoppio); ciò faceva vincere un altro ghiacciolo gratis. Tale colpo di fortuna era molto ambito in mezzo alla compagnia.
I gusti, coloratissimi grazie a speciali sostanze chimiche contenute negli sciroppi di base, erano più o meno i seguenti: Limone (bianco), Menta (verde), Cedro (giallo), Amarena (viola), Arancia (arancio), Tamarindo (marrone scuro), Lampone (rosso), Coca (marrone medio) e Anice (azzurrino - grigio). 
Il termine bif è tuttora comunemente usato ed è l’acronimo dei 3 soci che lo producevano nelle nostre zone: ”Braglia - Iori - Fornaciari”.
A Bologna per analoghi motivi il ghiacciolo si chiama anche COF dal nome della ditta "Cavazzoni Orlando e Fratelli" che aveva sede in quella città.

Ecco una nota ufficiale sui BIF:
Il BIF


L’invenzione del ghiacciolo risale ai primi anni del XX secolo, precisamente nel 1905, e si deve a una scoperta casuale da parte di Frank Epperson (un bambino undicenne californiano), che in una notte gelata aveva lasciato sul davanzale della finestra un bicchiere di acqua e soda con dentro il bastoncino che aveva usato per mescolarle. Il giorno dopo, Frank riuscì a liberare il blocco di ghiaccio formatosi facendo scorrere acqua calda sul bicchiere, e prese a mangiare il primo “ghiacciolo” usando il bastoncino come manico.
In Italia, i ghiaccioli sono giunti nel secondo dopoguerra, portati dagli americani insieme ad altri dolci di produzione industriale analoghi come i coni gelato
Già negli anni ’20 nel centro storico di Reggio Emilia c’era una ditta, dei fratelli Olivi, che gestiva una latteria che produceva latte di alta qualità, destinato al Parmigiano-Reggiano. Nel dopoguerra la latteria si è poi trasformata in gelateria e ha preso il nome di “Bottega della panna”. Il latte veniva mescolato al ghiaccio tritato, alle uova e al burro per creare il gelato classico fatto a mano.
Negli anni successivi poi, Gogliardo Olivi e suo fratello Enzo, hanno recepito le nuove tecnologie di produzione di gelato su stecco e di semilavorati del latte (tra cui la panna montata) provenienti dagli Stati Uniti e hanno così gettato le basi per la futura produzione del gelato industriale.

Nel 1960, grazie all’iniziativa dei fratelli Olivi affiancati da altri soci, è nata la società BIF per la produzione di ghiaccioli e nel 1962 è stata istituita la prima azienda “Gelati Indian” dalla cui denominazione deriva dal marchio Indianino. Il ghiacciolo Indianino ha accompagnato tante generazioni di bambini nei caldi pomeriggi estivi.
L’idea di accostarlo propriamente al mondo ludico e frizzante dell’infanzia è nata per opera di Gogliardo Olivi, che ha deciso di riprodurre sulla confezione dei ghiaccioli l’immagine dei nipotini travestiti da indiani e ha così sostituito il logo storico dell’Indian.

Infine i ghiaccioli, in quasi tutte le provincie dell’Emilia, della Romagna e nord Marche, sono chiamati BIF dall’acronimo dalle iniziali dei cognomi dei tre soci proprietari della ditta. Inoltre, BIF era anche la sigla del procedimento di produzione di quei ghiaccioli (Banded Iron Formation) che consisteva nel soffiare acqua e sciroppo su uno stecco di legno in ambiente a -20 gradi, procedimento poi universalmente usato.