martedì 3 giugno 2014

Al frèe sercadóor e i frèe I frati cercatori dialetto carpigiano a cura di Mauro D'Orazi


Prima stesura 10-01-2014                                             V45 del 21-08-2014






Al frèe sercadóor
e i frèe








Testo revisionato da Anna Maria Ori e Graziano Malagoli



Norme di trascrizione e lettura del dialetto

Le norme di trascrizione adottate dal
“Dizionario del dialetto carpigiano - 2011”
di Anna Maria Ori e Graziano Malagoli

Tabella per facilitare la lettura

a      a come in italiano                             vacca
aa    pronuncia allungata                           laat, scaat, caana

è e aperta (come in dieci)                        martedè, sèccia, scarèssa, panètt, panèin
èe    e aperta e prolungata                       andèer, regolèeda, martlèeda, taièe
é      e chiusa (come in regno)                   méi, mé
ée    e chiusa e prolungata                        véeder, créedit, pée

i i come in italiano                                  bissa, dì
ii      i prolungata                                     viiv, vriir, scalmiires, dii

ò      o aperta (come in buono)                 pòss, bòll, brònnṡa, pistòun, dimònndi
òo    o aperta e prolungata                       scartòos, scatlòot, malòoch, tròop
ó      o chiusa (come in noce)                   tó, só, indó
óo    o chiusa e prolungata                      vóolpa, casadóor, móoi, óov, ṡóogh
u      u come in italiano                             parucca, bussla, dubbi, currer, fiùmm
uu    u prolungata                                    bvuuda, vluu, tgnuu, autuun, duu

c’      c dolce (come in ciao)                       vèec’ , òoc’
cc’    c dolce e intensa (come in faccia)       cucc’, scarnìcc’, cutècc’, palpùcc’
ch     c dura (come in chiodo)                    ṡbòcch, spaach, stècch
g’     g dolce (come in gelo)                      curàag’, alòog’, coléeg’
gg’    g dolce e intensa (come in oggi)         puntègg’, gurghègg’
gh    g dura (come in ghiro)                      ṡbrèegh, siigh

s      s sorda (come in suono)                   sèmmper, sóol, siira
ṡ      s sonora (come in rosa)                    atéeṡ, traṡandèe, ṡliṡìi

s-c    s sorda seguita da c dolce                  s-ciafòun, s-ciòop, s-ciùmma, s-ciòoch


Al frèe sercadóor e i frèe


 
Un frèe sercadóor

Al frèe sercadóor (e' frè zarcantòun nel bel dialetto romagnolo): ovvero il frate ricercatore, questuante... Un personaggio che era facile incontrare un tempo fino agli anni ’70 per le strade della campagna era il frate questuante; un frate di solito anziano, bonaccione e cordiale col prossimo, che si spostava in città, ma soprattutto in campagna, alla cerca di beni di consumo come uova, grano, uva, ma anche fascine di legna come in questa immagine.
La questua è una pratica antica di cui si occupavano appunto i frati non abilitati a dir messa. Ciò avveniva anche nelle terre con poca propensione clericale; infatti in Emilia e la Romagna erano ben visti, molto più dei normali preti. Ai frati cercatori tutti davano qualcosa, anche quelli che non andavano mai in chiesa, questo per l’indiscussa umanità che sapevano ispirare e per la loro propensione verso i bisognosi.
E' frè zarcantòun... romagnolo
La domenica, una volta, era facile vedere per le strade di campagna un "' frè zarcantòun", un frate cercatore, a piedi o con un mulo, con in suo sacco in spalla a cercare dai contadini l'elemosina per i poveri che si rivolgevano al convento. Ognuno dava qualcosa, la povertà era sentita e conosciuta, ma. anche solo una manciata di grano, ma qualcosa davano tutti...

Giovanna Monaci (Siena): “Il frate cappuccino passava anche da noi nel periodo dell'olio nuovo. Si portava una stagna di latta sulle spalle; mia.nonna gli ce ne metteva un po' di tazze. Il frate ringraziava dicendo: - Cii si vede il prossimo anno, se Dio vuole e vi ricordo nelle mie preghiere.-

Oscar Clò (Campogalliano): Da nuèeter a gniiva i frèe szarcàun, quìi èd San Martèin!!
San Nicolò – Carpi


Frasi, modi di dire e ricordi

Le frasi, i modi dire sui frati e argomenti collegati sono tanti; ho cercato di elencare quelle più significative e spiritose in uso nelle nostre zone, giocando anche sulle assonanze.
Ho aggiunto qualche commento e ricordo.

*S a cuntinnua acsè a vaagh ind i frèe sercadóor!
*Mia madre e mia zia, poco soddisfatte della poco appagante vita domestica e del loro non soddisfacente rapporto con gli uomini della famiglia (marito, figli o nipoti che fossero), spesso sospiravano: S a tóorn a naaser a vaagh ind al sóori! Se torno a nascere vado nelle suore, in convento.
Talora però c’era anche qualche ometto disperato per uguali e contrapposti motivi: S a tóorn a naaser a vaagh ind i frèe … sercadóor! Nei frati! E addirittura in quelli cercatori, che non erano nemmeno vincolati ai voti.
* Quando si è in chiassosa compagnia e capita un momento inaspettato di silenzio, si può dire: "Sst! Ch a naas un frèe!" Silenzio! Che nasce un frate!
Da cosa deriva questa frase? Forse dal silenzio durante la cerimonia di iniziazione del nuovo frate?
L'origine del detto non è chiara. Mentre il significato è quello di sottolineare ironicamente, nel gran casino di un momento conviviale, quando si è in allegra brigata, una pausa di inaspettato silenzio.
Una ragione che mi viene in mente è che il farsi frate non è una cosa frequente, come non lo sono neppure i momenti in cui in una comitiva spontaneamente e singolarmente tutti tacciono, ma è solo una delle tante supposizioni.
Per approfondire l'origine della frase ho chiesto aiuto a qualche esperto e ad alcuni dizionari; i risultati sono davvero vari:
Giuliano Bagnoli (Reggio Emilia): "Conosco quel modo di dire ed ho sempre pensato che forse si diceva così per rimarcare il senso di meditazione e di attesa silenziosa che si realizza durante la cerimonia di ordinazione dei frati francescani. Non dimentichiamo che i frati erano ben conosciuti dalla popolazione perché andavano di casa in casa a questuare e di loro la gente aveva molta fiducia e rispetto (attenti alle mogli che erano sole in casa, però....).".

Guido Malagoli (Modena) mi suggerisce una interpretazione giovanile proveniente dal vissuto della sua compagnia di amici:" A proposito del frate che nasce, ti dirò che tra noi ragazzotti di un tempo, si usava questa frase quando ci trovavamo in allegra compagnia e qualcuno parlava a voce alta. All'ordine perentorio: "Silèinzi, a naas un frèe!". Allora si faceva davvero silenzio assoluto e il richiedente, soddisfatto, mollava un gigantesco peto della durata di qualche secondo, sollevando opportunamente la coscia per sfogare più liberamente l'eccesso gassoso. Robe da maschiacci!
A quel punto, chi aveva qualche cartuccia da spendere, rispondeva a tono, e nascevano altri “frati”, a volte un convento intero e poi si rideva come fessi.
Sono certo che nel nostro comportamento non c'era alcun riferimento offensivo ai frati o alla chiesa, ma la frase era utile e funzionale alla creazione della suspence e del silenzio necessari per valorizzare l'impeto intestinale, inizialmente sonoro e successivamente olfattivo del solista.
Seriamente: penso che la frase faccia riferimento al momento conviviale dei frati che, un tempo, pranzavano in assoluto silenzio ascoltando la lettura del martirologio."

Dal dizionario modenese di Sandro Bellei: "Espressione scherzosa usata quando, in mezzo a un gruppo di persone, ci si accorge di un improvviso silenzio. I frati in crocchio, infatti, parlano poco e a tavola, un tempo, mangiavano in assoluto silenzio”.

Luigi Lepri (Bologna) nel dizionario bolognese dice un po’ la stessa cosa.

Nel vocabolario del dialetto modenese di Attilio Neri (Modena): "Si dice per far tacere un gruppo di persone."

“Sst! Taṡìi ch a naas un frèe!” “Brodo lungo e seguitate!” aggiungeva mia madre, ridendo.
Ma anche … “Padre è cresciuto un frate!! - Brodo lungo e seguitate!" Sta a significare che la compagnia, la famiglia o il gruppo si sono allargati, ma le risorse sono rimaste sempre quelle e quindi bisogna dividersi quello che c'è … diluendolo.

* Al frèe a s lèeva primma che al divèel a s sia miss al schèerpi; il frate si alza addirittura prima che il diavolo si sia infilato le scarpe.

*In cumpagnìa aanch un frèe al tulè (prese - passato remoto) muiéera. Nel senso che è facile farsi trascinare quando si è in allegra comitiva.
* Un frèe, schersàand, tulè muièera; variante, stavolta… mentre scherzava. 
*Se vuoi l'assoluzione devi baciare sto cordone!
*Un fratòun, un fratèin (frati di varie dimensioni).
* Mò va a fèer èt benedìir dai frèe! Mandare a quel paese qualcuno.
* Un po’ più grezza, ma con lo stesso significato: Mò va a caghèer in dal cagadóor di frèe!
* Quando un certa vicenda si conclude con una cocente delusione o uno spiacevole fallimento: “Vè mò ch ciavèeda ch a ciàapa i frèe! (Ma che fregatura che prendono i frati!)”.
Interpretare questo modo di dire non è semplice; Marco Giovanardi (Carpi) ritiene che una soluzione si possa trovare nella continuazione della frase … se al paradiis al ne gh fuss mia!! … taant sacrifissi pèr gnìint! (Se il paradiso non ci fosse con tanti sacrifici fatti per niente!)
Mentre Giorgio Iotti (Carpi) tende a fare riferimento ai periodi storici napoleonici e risorgimentali, quando molti ordini furono espropriati dei loro beni immobiliari.

frate
Un fratòun
*Graas cóome al cuul d un frèe (grasso come il sedere di un frate).

Aasi d lèggn
*Questa viene dall’Antica Falegnameria Beltrami: Al lèggn l è cóome al cuul di frèe, al va e s al viin! - il legno è come il posteriore dei frati, va e viene.

Al va e s al vìin cóome la cusinsia di frèe. Va e viene come la coscienza dei frati. Nel senso che anche questi santi uomini non sono avulsi all’uso di interpretare le cose in modo diverso a seconda delle occasioni. Si cambia impunemente parere su vicende del tutto simile senza tema di perdere la faccia, anzi spesso… a gh ìin vìin a lóor!.
Il modo di dire in dialetto è certo negativo, ma se però si vuole dare un taglio in positivo… dobbiamo spingerci oltre l’uso corrente della frase.
D’èetra pèert a n è pròopria Fra Cristoforo che nei Promessi Sposi al dìis: "Omnia munda, mundis!" Tradotto letteralmente significa "Tutto è puro per i puri" (s'intende, "per chi è puro di cuore e d'animo"), o anche "All'anima pura, tutte le cose (appaiono) pure".
La frase è contenuta nel Nuovo Testamento, e precisamente nell'epistola a Tito di san Paolo. Chi agisce con innocenza e in maniera avveduta (e in ogni caso secondo il dettame d'una retta coscienza) non vede il male, neppure in situazioni che ne potrebbero aver l'apparenza.

francescani milano
Èsser petnèe cun la fratèina (frangetta).

Una volta i frati erano tenuti alla tonsura e avevano la cèrrga (la chierica, tonsura) che era un segno evidente di distinzione agli occhi del mondo profano. La cèrrga non era simbolo di umiltà, ma segnale peculiare; i tonsurati erano esenti da tributi e gravami vari; erano sottoposti al tribunale ecclesiastico invece che a quello civile. Grazie ad essa si contraddistinguevano subito; c’erano penali per chi se la faceva senza averne diritto, ma al truffaldino scopo di approfittarsene. Essa fu ufficialmente abolita dopo il Concilio Vaticano II nel 1972.
La cèrrga però non è da confondere con la ciaarana, che è il primo serio diradamento dei capelli, in cima alla testa, che precede la calvizie vera e propria. Il nostro formidabile dialetto conosce e denomina anche queste sfumature di stato dei capelli.
Ciaraana
**
* I fratèin (o i frèe) sono i sandali (di estivo per i laici) faat cun al curàam (cuoio).

* Felice Marinelli (Carpi) ricorda: ”I frèe era il tipo di sandalo che da bambino indossavo in primavera - estate. Mio padre prendeva le misure del piede con uno stecco di fascine (faṡdèin o faas), poi andava al mercato e mi comprava i frèe. Ma di due o tre cm. più lunghi - Acsè i t vaan bèin pèr duu o trii aan!

* Con l’amico Graziano Forghieri (Carpi), un re della saldatura, mi è capitato spesso di fare l'assistente, quando operava su qualche pezzo difficile. Di solito quando vedevo da lontano che il mio amico stava saldando fra lampi di luce e sfrigolii di materiale ribollente, svicolavo preventivamente in modo vile e silenzioso. Ma non sempre l’operazione di fuga aveva successo. Così, rassegnato, tenevo gli occhi chiusi e la testa girata in là, ma qualche conseguenza c'era lo stesso. I s-ciatèin sono dunque schizzi volanti provocati dai frammenti roventi che produce il cruento processo di saldatura, utilizzando l’apposita bachètta. I t bruuṡen al maiòun, la tuuta, al brèeghi e i t faan di buṡinèin. Particolarmente dolorosi quelli ch i t riiven ind al cupètt o in mezzo alle dita dei piedi, quando, per trarre qualche beneficio contro la grande calura estiva padana, si indossavano i frèe o i fratèin (i sandali francescani) aperti.
*0*

*Aaqua, pèeder, che al cunvèint al bruuṡa!: acqua, padre, che il convento brucia! Frase scherzosa per sedare pericolose esaltazioni o fregole. Se poi col convento si identifica il sesso femminile, il significato di questo detto diventa molto più malizioso.
*Incóo la mèinsa dal cunvèint l à faat fèesta - sembra che la mensa del convento oggi abbia fatto festa. Quando in tavola non c'è niente.
*Ooh! A n suun mia Pèered Nadèel. Nel senso che ci si trova di fronte a una persona che pretende considerazione e non si accontenta certo degli “scarti” destinati a un frate del Convento di San Nicolò.
*A gh è chi da mèeno! Cóome al dgèe cal frèe. C'è chi da meno, come disse quel frate di fronte a una offerta irrisoria.
**
1970 circa: il buon Fra Giovanni Sossi (+1994) - conosciuto e amato frate cercatore del convento di San Nicolò di Carpi.
Per molti anni ha percorso quotidianamente le nostre campagne cun al sóo barusèin trainato da un somarello per raccogliere le offerte in natura per le necessità del convento di Carpi e per sostenere l’azione caritativa nei confronti dei più bisognosi (la Mensa dei Poveri). In tempi successivi con un motocarro Ape provvedeva a raccogliere carta e cartone per gli stessi scopi.
Tutti lo ricordano con affetto per la sua silenziosa umiltà, per l’instancabile servizio e per la preghiera costante.

Lo storico ricercatore Gianfranco Guaitoli (Carpi) annota: "I frati cercatori, soprattutto della montagna, ma anche da noi in pianura, cercavano con particolare cura di reperire le noci, non tanto da mangiare, ma ad uso illuminazione. Infatti con l'olio di noce (ottenuto dalla spremitura delle stesse) si otteneva un olio denso, di bassa qualità, ma che serviva ad alimentare la lumma (il lumino). Veniva venduto anche nelle botteghe e costava molto meno dell'olio di oliva. Quest'ultimo, bruciando, faceva pochissimo fumo e produceva un non sgradevole odore, al contrario invece di quello di noce che era destinato ai poveri: puzzava e faceva molto fumo, annerendo tutte le abitazioni.

Gianni Manfredini (Carpi): “Io sono cresciuto in San Nicolò e me lo ricordo bene. Aveva una forza incredibile. Un giorno, mentre andava alla cerca in campagna, chiese della legna a un agricoltore. Questi gli indicò ‘na sèppa (una zocca, un ceppo) e gli disse, con un tono di bonaria sfida: - A gh ò pròopia ‘na bèela sèppa! S te gh la chèev èd carghèer la, t la póo purtèer vìa. (Ho davvero una bella radice, se riesci a caricarla, la puoi prendere e portarla in convento!)-.
Fra Sossi non se lo fece dire due volte, fece un respiro profondo e poi con uno sforzo incredibile riuscì a metterla sul carretto trainato dall'asinello e, felice, se la portò al convento.

Chiostro del convento di San Nicolò a Carpi

* Dorio Silingardi (Fossoli): “Fra Sossi è il frate che mi ha investito inavvertitamente col suo carrettino a tre ruote a Carpi nel 1965, quando avevo 14 anni, presso l’incrocio tra via Remesina e via Manzoni. Dopo lo scontro, mi ha caricato sul carrettino e, pedalando come un forsennato, mi ha portato al Pronto Soccorso. Era disperato più lui di me.
Era uomo buonissimo e altruista; veniva sempre a trovare i miei nonni a Fossoli e a prendere un po’ di uva, uova, insalata, ecc…”

* Felice Marinelli (Gargallo): ”Quante volte l'ho visto; passava anche a Gargallo a casa mia. I miei gli davano, a seconda delle disponibilità del momento: óov, faas, faṡdèin, farèina, suchètt, ecc… Al tuliiva tutt quèll che te gh dèev pèr al cunvèint e pèr i puvrètt, ch i andèeven a la mèinsa di frèe èd San Nicolò.”

* Capitava, soprattutto in campagna, che presso ogni casa in cui si fermava per la questua, gli offrissero un bicchiere di vino per rinfrancarlo del lungo cammino. Una cortese offerta, di antichissima tradizione, che sarebbe stato indelicato rifiutare e così… dàai uun! dàai duu! … poteva succedere che Fra Giovanni al turnìss in cunvèint la siira cun un quèelch balèin sòtta l’èela.

* Si narra che Ondino Miselli, in arte Namis (pittore, caricaturista satirico e salace poeta), camminasse sotto il portico di San Nicolò, quando da lontano vide sopraggiungere un frate del vicino convento. Costui, distratto, inciampò, incespicò e fece un gran bèel ranòun (caduta plateale). Al ché il nostro poeta commentò con la sua consueta e corrosiva malizia: “A n càasca fóoia che Dio a n vóoia! Non casca foglia che Dio non voglia!”
Nando Miselli - detto Namis - Ursus
**
*Al va e s al viin cóome la cusiinsa di frèe; il modo di dire sta a indicare l’uso di diversi metri di giudizio su particolari situazioni o colpe che variano a seconda le circostanze e le convenienze del momento.

*Srèin d invèeren,                                     Sereno d’inverno,
nuvvli (o nuvvel) d istèe,                            nuvole (nuvolo) d’estate,
ciàacri d dònni                                           chiacchiere di donne
e caritèe di frèe ...                                     e carità dei frati ...
i iin quàater lavóor                                     sono quattro cose
ch a n gh vóol mìa badèe.                          a cui non va badato.

*Curìi! ... curìi! Ch a naas un frèe sèinsa la tèesta!: Correte! Correte! Che nasce un frate senza la testa. Per sottolineare avvenimenti straordinari o ironicamente ritenuti tali.

* Sòtt a chi tòcca ... a (d)giiva quèll ch al castrèeva i frèe: sotto a chi tocca … diceva colui che serviva i frati. Frase ironica da usarsi in sequenza di varie cose da fare.
***
Un pòover frèe sercadóor stava tornando in convento verso sera con il suo asinello malmesso carico di poche e avare offerte, raccolte qua e là durante una calda giornata estiva di peregrinazioni. Quand’ecco incontrò un nobile conte in sella a un superbo cavallo tutto agghindato. Il conte, per prendersi gioco del frate, si levò il cappello e, accennando a un ossequioso inchino, domandò: "Cumma vaa l l èeṡen? Chèer al mé frèe!" E questi di rimando: "A cavàal, sgnóor còunt, a cavàal..."
**
*Mìa tutt i frèe… i iin frèe (non tutti i frati sono… ferrati)!
*Biṡòggna èsser frèe pèr frèer un frèe fraréeṡ! Bisogna essere ferrati per ferrare un frate ferrarese!
*Gioco di parole… comunale spiritosamente assurdo, ma… non troppo. Mò che asesóor! O a s è sóori o a s è frèe e s a n s è frèe a s è di sumèer!: ma che assessore! O si è suore o si è frati e se non si è ferrati si è dei somari.
**
Ecco due modi di dire che ci arrivano dal 1500; provengono dalle “Cronache modenesi” di Tommasino de’ Bianchi de Lancellotti (1473-1554); le traduco in carpigiano.

S te vóo stèer sèmmper bèin… fàat préet o frèe!  Se vuoi star bene sempre… fatti prete o frate. Ciò la dice lunga sulle vocazioni di un tempo e sul fatto di quanti inutili nullafacenti e parassiti dovessero essere mantenuti dalla comunità.

I frèe i gh aan siinch T: Tìira, Tóo, Tìin, Tòost e Tutt. I frati hanno cinque T: tirare dalla loro, incamerare e prendere, tenere, far presto e arraffare tutto il possibile. Amen!
**


* Mò chi t à frèe? Plòun? (o Pelóoni? in un dialetto più italianizzato). Ma chi ti ha ferrato? Il maniscalco Pelloni?
Quando qualcuno faceva il saputello a sproposito e si sentiva, a torto, ferrato su certo argomento, sputando sentenze, poteva venire maliziosamente bersagliato con la caustica frase, che altro non rappresentava che un eufemismo di... sumèer (somaro).
La salace e consueta ironia carpigiana gioca anche qui sull'essere ferrato e sulla ferratura dei cavalli, ma ancor più degli asini. I Pelloni erano noti fabbri - maniscalchi fino alla prima metà del secolo scorso e tenevano bottega in via Trento Trieste di fronte alla chiesa di San Francesco.
1950 ca – Il pittore carpigiano Inigio Pagliani così ha dipinto la bottega dei maniscalchi Pelloni in via Trento e Trieste

Romano Pelloni (Carpi) nipote di Celso, l’ultimo maniscalco, racconta:
”Di famiglie Pelloni a Carpi ve ne sono due ceppi: quello dei Pelloni "il postino", coi quali noi non siamo imparentati, e i Pelloni "i manischèelch" i maniscalchi, cioè la mia famiglia.
I due fratelli Pelloni Arturo e Celso vennero da Modena, quando cadde il ducato: infatti erano i maniscalchi del duca. Arturo, morto giovane, era mio nonno e Celso, detto "al biòond Pelóoni "che ne aveva adottato i figli e fu di fatto il mio vero nonno.
1941 Carpi – Celso Pelloni - Il maniscalco di via Trento Trieste
I Pelloni maniscalchi erano i Plòun e non i Pelóoni, come per altro si diceva; il nome deriva dal plurale di plòun d ùa, cioè i viticci.
I due fratelli erano ferratori di cavalli e di asini. Due sono le frasi su cui si giocava il termine frèe: la prima è quella sopra citata, la seconda è quella che il mio prozio Celso diceva a frate Giovanni Sossi, il quale veniva a fare ferrare il suo asino da noi. A fine ferratura chiedeva sempre al mite fraticello cercatore: "E adéesa… chi è più frèe? Tè o al tó suméer?'".
Mio padre Loris Pelloni chiuse la mascalcìa negli anni '50 del secolo scorso.
Una precisazione: gli stalli erano quelli che, specie nei giorni di festa o di mercato, ospitavano equini e carri o carrozzelle (e corrispondono agli autogarage e ai depositi di biciclette di oggi), mentre le nostre erano al butéeghi da manischèelch o le mascalcìe. “
**


Assonanze curiose
L’assonante verbo sfratunèer invece non ha niente a che fare con le tonache: significa infatti stendere a dovere il cemento dell’intonaco con la speciale tavoletta munita di apposita maniglia centrale sul retro.
In termini figurati significa anche malmenare qualcuno: sfratunèer la ghiggna a un quelchidùun, ciapèer ‘na sfratunèeda.

come fare intonaco
Tavoletta per “sfrattonare”
***
L'esperto di cultura locale Giorgio Rinaldi (Brodano di Vignola - MO) mi suggerisce alcune ulteriori assonanze: "Nella Valle del Panaro al fratèein è anche il fungo detto spugnola, in dialetto sfuracèela.
Ancora, al fratèin o fratazèin, è anche è la cinciallegra mora.
Frèe è poi anche quella bella farfallina nera che ha sulla schiena un anello giallo. Io l'ho sempre notata nei boschi in settembre, quando si riproduce attaccandosi al partner nella parte posteriore e... all'indietro!
Ma per altri frèe è anche una libellula.
Nel ferrarese al frà è anche la turbina orizzontale con puleggia che serve a travasare l'acqua.
***


Domanda impertinente
“Sant’Antonio Abate,
senza moglie come fate? “
“Con le mogli degli amici
passo i miei giorni più felici.”
**

Pèeder Vòolta

Infine una piccola citazione merita anche uno strano frate… tale Pèeder Vòolta; costui aveva una singolare abitudine che ci viene tramandata all’inizio di una filastrocca molto diffusa un tempo fra i bambini carpigiani:

A gh éera 'na vòolta Pèeder Vòolta,       C'era una volta Padre Volta,
ch al caghèeva in 'na spòorta.                che la faceva in una sporta.
Ma la spòorta l'éera ròtta               Ma la sporta era rotta
e Pirèin ch al gh éera sòtta            e Pierino [nome variabile] che era sotto

al l'à magnèeda tòtta!                    l'ha mangiata tutta! 

Aiuto ! Arrivano gli Spagnoli ! dialetto carpigiano Mauro D'Orazi

Prima stesura 27-05 2014                                                    V 16 del 30-05-2014
Aiuto !
Arrivano gli Spagnoli !


di Mauro D’Orazi

Dopo aver indagato su tedeschi e francesi e sulle influenze che essi hanno avuto sul nostro passato e sul dialetto, adesso è la volta degli spagnoli.
La casistica è più contenuta rispetto alle altre due nazioni, ma non meno interessante e storicamente motivata.

Partiamo dal conosciuto modo di dire… pòovr a nuèeter… s a riiva i Spagnóo! Poveri noi, se arrivano gli spagnoli.
Si tratta di una frase che prevede guai, e anche grossi, al probabile verificarsi di una certa situazione negativa e dannosamente dannosa e invasiva.
Truppe spagnole furono nelle delle nostre zone in vari momenti fra il Cinquecento e il Settecento; ricordate ad esempio i Bravi di don Rodrigo?
E di loro è restato in antichi proverbi e mo

Il malvagio Don Rodrigo e i suoi bravi
L’Italia e la pianura padana sono state per secoli teatro di guerre altrui e chi ne pagava in primis le conseguenze erano le popolazioni locali che, come minimo, venivano depredate degli alimenti che servivano al mantenimento delle truppe.

Ci sono altre frasi simili sempre che sottolineano e ricordano, generazione dopo generazione, la presenza depredatoria di questi soldati, che saccheggiavano e razziavano senza pietà:

*pòovr a nuèteer s a riiva i spagnóo, i s maagnen la chèerna (o la còddga) e i s laasen i faṡóo; poveri noi, se arrivano i gli spagnoli, ci mangiano la carne (o la cotica) e ci lasciano i fagioli; poteva essere un ammonimento di una mamma o una nonna al bambino che tentava di non mangiare una cibo non di suo gusto;

*scapòmm ch a riiva i spagnóo! I t tàaien la bóorsa e i t maagnen i faṡóo! Scappiamo che arrivano gli spagnoli! Ti tagliano la borsa e ti mangiano i fagioli;

* a riiva i spagnóo, i s maagnen la tèggia cun tutt i faṡóo; arrivano gli spagnoli, ci mangiano il tegame con tutti i fagioli;

* ma si arriva anche oltre: pòovr a nuèeteer s a riiva i spagnóo, i s laasen la pèela e i maagnen i faṡóo (ci lasciano la pelle e mangiano i fagioli).
Non si sa bene se la pelle sia la vita, o quella dei legumi stessi.
Nella diffusa gran povertà dell’epoca, anche i fagioli erano una ricchezza e questi avidi iberici non lasciavano ai carpigiani neanche quelli.
**
Un ricordo intangibile ed evidente della presenza di questi stranieri è il Torrione cosiddetto degli Spagnoli, che l’occuparono negli anni venti del Cinquecento in nome dell’imperatore Carlo V, ostile al nostro Alberto III Pio. Dal 24 maggio 2014 è finalmente di proprietà del Comune grazie all’impegno costante, contro l’inerzia della burocrazia romana, dell’assessore Simone Morelli e dell’architetto comunale Giovanni Gnoli. L’edificio sorge fra il castello e il teatro comunale; in tempi passati recenti è stato sede della Pretura, delle Poste (pacchi) e della Biblioteca comunale. Oggi, dopo i terremoti del maggio 2012, è in completa ristrutturazione.
Il Torrione degli Spagnoli poco prima del terremoto del 2012

Il Torrione degli Spagnoli (o di Galasso) è l’elemento più imponente del lato ovest del Palazzo dei Pio verso sud. L’edificio, sistemato da Galasso II Pio tra il 1440 e 1450, unendo due precedenti torri, si presenta come un ampio torrione a pianta rettangolare dalla caratteristica struttura verticale, articolato su più piani con stanze dalle volte a crociera, sontuosamente affrescate. Alcuni altissimi pinnacoli che si alzano dalla linea del tetto sottolineano ancor oggi lo slancio dell’edificio. Di particolare interesse sono gli affreschi a piano terra, attribuibili a pittore di scuola ferrarese della metà del Quattrocento, e le decorazioni nelle sale al primo piano, in particolare uno stemma dei Pio di Savoia, della medesima epoca, notevole per fattura e qualità artistica.
**
Abbiamo poi il classico: “Fraanza o Spaagna, sóol ch a s maagna!” che caratterizza, tanto per cambiare, un difficile momento politico del nostro Paese che ho già trattato nel capitolo dedicato alla Francia.
Il detto deriva dalle lunghe guerre tra il re di Francia e l'Impero, allora legato alla corona spagnola, combattute principalmente in Italia, tra il 1500 ed il 1750.
I governi locali italiani si alleavano di volta il volta con uno dei due potenti per salvare un po’ di autonomia.
**
Un altro ricordo, tragico, da sempre evocato con orrore dai nostri vecchi, l è la Spagnóola; una terribile epidemia di influenza che scoppiò alla fine della 1^ Guerra Mondiale e che provocò milioni di morti, più del conflitto stesso.
L'influenza spagnola, conosciuta come la Grande Influenza, è stata una pandemia influenzale che fra il 1918 e il 1920. È stata descritta come la più grave forma di pandemia della storia dell'umanità, avendo ucciso più persone della terribile peste nera del XIV secolo e della stessa Grande Guerra.
All'influenza venne dato il nome di "spagnola" poiché la sua esistenza fu inizialmente riportata soltanto dai giornali di quel paese non sottoposti a censura, perché neutrale. Oggi è appurato che il virus fu portato in Europa dalle truppe statunitensi che, a partire dall'aprile 1917, affluirono in Francia per la Grande Guerra.
La 1^ Guerra Mondiale aveva ucciso dieci milioni di persone, quasi esclusivamente militari; in sei mesi, tra la fine dell'ottobre 1918 e l'aprile 1919, l'influenza spagnola colpì un miliardo di persone uccidendone circa 50 milioni di cui circa 600 mila soltanto in Italia.
Anche Carpi fu colpita duramente e la tragedia è rimasta nella memoria popolare: "la (féevra) Spagnóola" divenne un fantasma più incombente e mostruoso della stessa guerra.
**
Ragazza spagnola con la mantiglia, lo scialle di pizzo che, nel costume tradizionale spagnolo, le donne portano sul capo, fermato da un alto pettine infilato nei capelli entrata in uso in Spagna verso la fine del sedicesimo secolo e quella di pizzo è diventata popolare nel 17° e 18° secolo.

Alla fine degli anni Cinquanta, forse la prima canzone che ho imparato, da mia zia materna Valentina Compagnoni (1894 -1963) è stata, assieme alla “Violetera”:
  La spagnola
Di Spagna sono la bella,
regina son dell'amor.
Tutti mi dicono stella,
Stella di vivo splendor.

Stretti, stretti
Nell'estasi d'amor
La spagnola sa amar così,
Bocca a bocca la notte e il dì

In questa notte d'incanto
Dolce in Ispagna è l'amor
Son la regina del canto
M'ama il mio bel toreador

Tutti mi dicono stella,
Stella di vivo splendor
Sono per tutti la gioia
Sono per tutti l'amor

Sguardi che mandan saette
movenze di voluttà
le labbra son tumidette
puoi il paradiso toccar.
Sguardi che mandan saette
movenze di voluttà
le labbra son tumidette
puoi il paradiso toccar.

Stretti, stretti
Nell'estasi d'amor
La spagnola sa amar così,
Bocca a bocca la notte e il dì
ecc…

di Vincenzo Di Chiara (1880-1937) - 1918 circa.

Un ricordo indelebile e commuovente, tutte le volte che mi capita di riascoltarla. Ma un testo che, a rileggerlo oggi con attenzione, risulta ardito per l’epoca, se consideriamo l’ardore sensuale dei sentimenti focosamente espressi, il tutto cantato poi da una matura zia, signorina, nubile e timorata di Dio.
**
La màaia


Anche Chèerp l éera al paéeṡ dla màaia, dal maièeri e dal maierìi.

1960 magliaia carpigiana

Avvertenza: Maja in spagnolo si pronuncia in modo del tutto diverso dalla nostra màaia. Infatti la “j” è una “g” dolce = pronunciata tipo màagia.
Ma a una prima lettura di un carpigiano, non ferrato in quella lingua, per scherzare un po’, ci sta bene lo stesso.
**


Ecco qualche altro proverbio e modo di dire, sempre rievocativi in negativo delle invasioni spagnole delle quali non resta che un pessimo retaggio storico

*I don di Spagna, i conti d'Alemagna, i monsieurs di Francia, i vescovi d'Italia, i cavalier di Napoli, i lordi di Scozia, i fidalghi di Portogallo, i minori fratelli d'Inghilterra e i nobili d'Ungheria, fanno una povera compagnia.
*La morte non sparagna re di Francia né di Spagna.
*La Spagna è una spugna.
*Non conosce l'Italia e non la stima, chi provato non ha la Spagna prima.
*Spagna magra, Francia grassa, Germania la passa.
*Uomo di Spagna ti fa sempre qualche magagna.
*Da Spagnoli e Imperiali, da Francesi e Cardinali, libera nos, Domine!.
*È meglio stare al bosco e mangiar pignoli, che stare in Castello con gli Spagnoli
*Furia francese, ritirata spagnola.
Guerra spagnola, grande assalto e buona ritirata.
In una delle tante battaglie tra l'esercito francese e quello spagnolo, i francesi attaccarono con veemenza e gli spagnoli si ritirarono in fretta. Si dice quando qualcuno fa una cosa con tanto clamore, ma poi cambia subito idea.
Ad esempio i programmi dei politici in campagna elettorale.
**
Appendice extracomunitaria

Ma i limiti del nostro dialetto non si fermano a un contesto europeo: il carpigiano va oltre.
Ecco alcuni esempi.
Fervaròot cuurt cuurt, più catìiv d un tuurch.
Febbraiotto corto corto, ma più cattivo di un turco; ci si riferisce alla possibilità che in questo mese invernale gli eventi meteorologici siano molto freddi e intensi.

Fumèer cóome un turch, fumare come un turco, cioè tantissimo.
Eugène Delacroix (1798-1863) - Turco che fuma
L'origine di questo modo di dire è incerta, quella più probabile risale alla seconda metà del XVI secolo. A quell'epoca in Turchia regnava un Pascià estremamente severo nei confronti del consumo di caffè e tabacco, considerate alla stregua di pericolose droghe. I consumatori di caffè e tabacco erano perseguiti duramente (una delle pene previste era il taglio del naso…) e le caffetterie distrutte. Una volta morto il Pascià oppressore, i turchi tornarono a bere caffè e a fumare, anche in modo eccessivo, come reazione al divieto subito. Da qui il detto: fumare come un turco, nel senso di fumare eccessivamente.
L'origine di questo modo di dire è incerta, quella più probabile risale alla seconda metà del XVI secolo. A quell'epoca in Turchia regnava un Pascià estremamente severo nei confronti del consumo di caffè e tabacco, considerate alla stregua di pericolose droghe. I consumatori di caffè e tabacco erano perseguiti duramente (una delle pene previste era il taglio del naso…) e le caffetterie distrutte. Una volta morto il Pascià oppressore, i turchi tornarono a bere caffè e a fumare, anche in modo eccessivo, come reazione al divieto subito. Da qui il detto: fumare come un turco, nel senso di fumare eccessivamente.
L'origine di questo modo di dire è incerta. In Turchia infatti già a partire dal VII secolo il fumo ebbe una larghissima diffusione. Ma nella seconda metà del XVI secolo in Turchia regnò un Pascià estremamente severo nei confronti del consumo di caffè e tabacco, considerate alla stregua di pericolose droghe. I consumatori di caffè e tabacco vennero perseguiti duramente (una delle pene previste era il taglio del naso…) e le caffetterie distrutte. Una volta morto il dispotico Pascià, finì anche il periodo di proibizionismo. Così i turchi tornarono a bere caffè e a fumare, anche in modo eccessivo, come reazione al divieto subito. Da qui il detto: fumare come un turco, nel senso di fumare eccessivamente.

Quando un bambino piange perché la mamma gli compri qualcosa: “A n t al tóogh gnaanch s te piàanṡ in cinèeṡ!” Non te lo compro nemmeno se piangi in cinese.

Quando una persona parla con termini difficili o incomprensibili: “A pèer ch al ciacaara in cinéeṡ!” Sembra che parli in cinese.

Fèer l indiàan, fare l’indiano Nel linguaggio comune, la locuzione fare l'indiano indica l'atteggiamento di chi, per proprio comodo, finge di non sentire quello che gli viene detto, o di non capire, non sapere o non interessarsi a qualcosa. Espressioni con significato sostanzialmente equivalente sono per esempio fare lo gnorri o fèer al nèssi (il nesci, nel senso di non capire) e fare orecchie da mercante (nel senso di non capire o non sentire). L'espressione fa riferimento allo stereotipo del nativo americano ("indiano" delle Indie Occidentali), che avrebbe, nell'immaginazione popolare, un atteggiamento generale di indifferenza e apatia, come chi non capisce quello che sta accadendo o che gli viene detto.

GTA 5
Fèer l americàan, fare l’americano. Significa tenete atteggiamenti in cui si evidenzia la ricchezza e lo sperpero di denaro. Tipico di certi carpigiani degli anni del boom economico.

Catèer l’America, trovare l’America. Significa trovarsi improvvisamente in una situazione di grande floridezza economica, quasi sempre con scarso o nullo merito.
Esempio di modo di dire a Carpi in dialetto, di recente creazione.
Una carovana nel west viene assalita dagli indiani.
Il capo fa scendere i passeggeri e dopo averli derubati, ordina ai suoi:"Uccidete donne e bambini e violentate gli uomini!"
Inopinatamente uno dei passeggeri protesta: "Ma come? Di solito è il contrario!"
Al ché il passeggero che gli era vicino e ch al girèeva un pò dunèeina, gli dà una forte e sorda gomitata e gli dice adirato, ma sommessamente, con voce effeminata: "Tèes! Mò vóot savèer più te che i indiàan?"

Dunque "Mò vóot savèer più te che i indiàan?" è diventata una frase, un modo dire recente in dialetto (cosa rarissima oggi), che viene pronunciata quando qualcuno interviene a sproposito e inopportunamente a danno di se stesso, della propria categoria, o in generale di interessi condivisi anche da altre persone.