martedì 3 giugno 2014

Na scóola nóova - Per una scuola diversa - scuola carpi dialetto carpigiano di Mauro D'Orazi


Prima stesura 10-12-2013                                                     v 32 del 26-09-2014
“‘Na scóola nóova”
Per una scuola… diversa
                                  di  Mauro D'Orazi

Le cose si trasformano, al mònnd al caambia, mò a nn è mìa ditt in méi… non è detto in meglio; spesso i contro effetti dei mutamenti sono devastati, come le conseguenze di una forte dose di antibiotici!
Questo vale anche per il mondo della scuola.
Se oggi uno portasse a scuola un pezzo di legno per riscaldare l'aula e poi si trovasse un tarlo birichino o una scheggia... i maestri (ma si chiamano ancora così?) sarebbero responsabili, assolutamente imputabili e a quàand a gh è dal responsabilitèe ... chèer i mée agìint ... Dio a s in scaampa e libbra! - A sòmm in Italia o no ?!?!
Occorre quindi stare MOLTO attenti, usando somma e avveduta prudenza preventiva e soprattutto tutelarsi !!! Parèeres al cuul! Glissare... all'italiana.
E pertanto, sotto controllo di un avvocato e di un tagliaboschi del Trentino, il ciocco dovrebbe essere esaminato con estrema attenzione: in caso di muschio verrà chiamato un esperto botanico e se ci sono tracce di roditori, un veterinario con due lauree, di cui una presa sul campo nella foresta pluviale in Amazzonia. Se si evidenziano muffe fungine, sarà necessario un esperto scientifico patologo dei RIS di Parma.
Servirà poi un mastro fochista patentato in pellet, il cui nonno era stato macchinista del vapore nelle FF SS, che dia il consenso scritto (inviato in PEC super protetta) al dirigente scolastico.
Poscia un'apposita commissione, mista (con la presenza consapevole e sgomitante di protagonismo di 26 sigle sindacali, estratte a sorte fra le 260 esistenti) emetterà una sentenza, contro la quale però... la veècia èd San Martèin ch la fèeva balèer i buratèin (di legno) potrà appellarsi entro e non oltre 2 giorni, tre ore e un quarto presso la bidelleria del Ministero della pubblica Istruzione a Roma località Settebagni, con sub succursale a Tor BellaMonaca.
Tutto ciò salvo opposizione dirimente, rata e non consumata del bidello (ma si può dire anche oggi bidello?) del luogo... per via di doversi alzare dalla sedia, disagio riconosciuto dalle convenzioni internazionali.
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Si cambiano i nomi alle scuole con termini ridicoli e ripugnanti... Comprensivo... mò cuṡ ée l un... comprensivo?  Comprensivo de ché? De li mortacci loro!
Un nome ributtante, innaturale che fa a pugni con la lingua italiana e il buon senso.
E poi ...
il direttore non si chiama più direttore,
il preside non si chiama più preside,
il provveditore non si chiama più provveditore,
un tema non è più un tema,
i compiti non sono più compiti,
le elementari sono le scuole … primarie,
al scóoli mèedi, LE MEDIE, i s ciàamen... scuola secondaria di primo grado, cose da dementi!
Si è arrivati a tentare di designare il papà e la mamma come... genitore 1 e genitore 2... semplicemente... pazzesco.
Ogni classe ha 20 insegnanti, un numero pari alle dita, comprese quelle dei piedi; i maschietti di insegnanti però ne hanno 21, uno in più ... ;)
***
Anche portare una torta -- U N A   T O R T A ? ... acc… Una TORTA, ma siamo PAAAAZZZI --- Mò sii v màat? A dèe ṡò èd tèesta!
Ma è proibitissimo! Vietatissimo! Quanto di più nefasto sia ipotizzabile; un atto sconsiderato da menti malate, perverse, da mìa normée!
Infatti aprioristicamente (avverbio dotto tratto dalla "Critica della ragion pura" di E. Kant) occorrerebbe l'elenco certificato dei componenti, rilasciato da un apposito comitato scientifico a livello provinciale, che attesterà (senza sia chiaro esserne responsabili) che non ci sono cariche batteriche da caghètt, salmoni o salmonelle, elementi OGM che (oltre a essere eticamente RIPROVEVOLI) potrebbero fare sviluppare in direzioni sbagliate i giovani cervelli in crescita.
Va garantita presso le Fonderie Corni di Modena (se ancora ci sono) la temperatura di cottura (non meno di 800 gradi purificatòori); va indicato la marca del forno con bollo di omologazione Europeo ISO n 112098843230453710750145701475; devono essere allegati lo scontrino del negozio dove è stata comprata la farina, il certificato anagrafico della commessa che ha battuto lo scontrino, che dovrà giurare di non aver avuto rapporti sessuali la sera prima, specialmente quelli contronatura (a n sa màai!); serve anche l'auto - dichiarazione giurata, se il preparatore della torta è il papà, pèr vìa ch a s sìa lavèe al maan dòop avéer pisèe, per sapere se si è lavato le mani o meno dopo aver fatto la pipì, vizietto tipico dei maschi.
Andrà indicata la marca della bici o dell'auto che ha effettuato il trasporto dal negozio alla domus di confezionamento e da qui al plesso (altro nome inqualificabile (al pèer un spuud) scolastico.
Dovranno poi essere consegnate la ricevuta di 0,87 cent di euro, relativa alla tassa di panificazione introdotta per finanziare la Guerra Italo Turca del 1911 e una liberatoria per rispondere alle limitazioni internazionali imposte a suo tempo dalle "INIQUE Sanzioni" per la guerra in Etiopia del '36.
Fatto ciò, con scorta armata a carico della famiglia cuoco/pasticcera, si provvederà a portare la torta a scuola.
Il manufatto, in presenza del notaio Beccavivi, verrà consegnato nelle mani (protette da guanti in lattice purissimo ISO 23042354534543581581484) di bidelli qualificati, cioè rigorosamente solo quelli che hanno superato un apposito corso di aggiornamento specifico di "consegna e custodia torte"; ovviamente tale qualifica prevede un'apposita indennità e un'assicurazione (pagata dalla scuola), perché... a n s sà màai ’sa pòosa capitèer!
Ad esempio un "bliṡṡga e pò caasca!", un “ranòun”, “un s-ciupòun”, o alvèeres in fuuga da la scraana, ecc
Aah... dimenticavo che per accompagnare una torta a scuola serve poi anche, come diceva Guccini,"la bolla del pontefice in gotico latino", ciò a suprema e santificante garanzia.
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C'è poi il problema della privacy! Per questo c'è anche un bel garante che ci tutela col compenso di modica indennità; e chè… a sòmm tranquìl!!!
Se viene rivelato che un alunno (si può dire ancora alunno ?) ha un bugno su una chiappa del culetto, il responsabile della violazione della riservatezza verrà inviato al confino per tre anni con l'obbligo di visione di TV a canale unico, con repliche a oltranza del Grande Fratello dalla prima serie in poi. Verrà obbligatoriamente costretto a compilazioni di riassunti scritti (si può dire riassunti? ) delle vicende più pregnanti.
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Una maestra mi ha regalato queste confidenze
"Mi ricordo che nei primi anni '70, i miei primi anni di insegnamento, quando si presentavano i genitori si raccomandavano: "Misstra, s a gh è biṡòggn, la gh daaga pur di scupasòun o di s-ciafòun, che quàand al viin a ca a gh daagh pò al rèest… al dòppi!"
" Ma non posso picchiare i bambini, signor X Y... e poi non è con le botte che imparano!"
"’Sa gh è? Me a n ò ciapèedi taanti e la m guèerda chè: a n suun mìa mòort e a suun chersùu fòort cóome un óolem!
Per portare i bambini alla vendemmia o a vedere le capre o le risaie, io, la mia collega e la bidella caricavamo i bambini sulle nostre auto all'inverosimile e via! Erano sempre pochi chilometri, ma te lo immagini adesso, quante responsabilità salterebbero fuori?

L'inizio del cambiamento è stato quando qualche bambino si è fatto davvero male, in qualche parte della Penisola e allora, dopo la condanna penale del Preside, hanno iniziato ad arrivare circolari sempre più allarmate ed allarmistiche.
I miei bambini, che andavano a casa a piedi o in bicicletta, dovevano essere "consegnati" ad un maggiorenne "conosciuto" e non più anche alla sorella di 15 anni, ex alunna.
Le feste di fine anno, fatte di gnocco fritto, torte delle mamme da leccarsi i baffi e grigliate su reti di antichi letti si sono spente e tante mie colleghe ne sono state felicissime (sai quanto lavoro in meno?)
Le recite di Natale, che noi facevamo tutti insieme in palestra, con un affollamento da termitaio, sono state bloccate dal nuovo regolamento della legge 626 sulla sicurezza.
Addio anche al Natale, che era una gran sfacchinata, ma faceva piangere nonni e genitori...

Negli ultimi anni mi sono trovata davanti dei genitori smarriti, incerti, sbandati: dovevo "insegnare" più a loro che ai loro figli.
Oppure arrivavano i "sindacalisti dei bambini", quelli che "L'ha detto mio figlio (6 anni) e io gli credo". Con quelli non era possibile nessun dialogo.
Ma c'era anche una classe docente diversa: "Il mio orario è finito", "Se non pagano il progetto, io non faccio ore in più", "Che palle 'sto Natale... non potremmo saltarlo per quest'anno?"
Un giorno un bambino arrivò a scuola con due strane scottature sulle mani: le maestre, che già avevano un pessimo rapporto con la famiglia, non chiesero, non indagarono, non fecero domande...
Io e una collega sì. E abbiamo denunciato il padre alle assistenti sociali.
Oggi la fotocopiatrice è lo strumento principale dell'insegnamento e le fotocopie non vanno in un raccoglitore riutilizzabile, ma vengono incollate sulle pagine nuove di un quaderno, con il doppio risultato di non fare mai scrivere i bambini e di disboscare l'Amazzonia e tutto il pianeta.

Sono contenta di non insegnare più. Ogni epoca ha la sua scuola ed io non appartengo più a questa.
Caro Mauro sopporta lo sfogo, ma, come diceva l'Albertone, "M'hai provocata!"
Una maestra di Carpi "
***
A L M 21-12-2013


Altri ricordi e note

Veronica Colombini   
e se un genitore si offre volontario per tagliare un po' di siepe deve fare richiesta in carta bollata a sei ministeri....

Maurizio Venturini
E il fatto che non si può chiedere al nonno di andar a prendere il nipote a scuola se non è schedato come autorizzato?
E tutti i genitori che vanno a prendere i figli a scuola in auto anche alle superiori, intasando via Peruzzi e tutto il circondario, perché fino a 17 anni e 364 giorni i ragazzi sono incapaci di intendere e di volere e il giorno dopo diventano consapevoli e responsabili di tutto quello che fanno?
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Gianni Ferrari
Quello che fa scappar da ridere è la cretineria di molte mamme che, solo che ci sia una goccina d'acqua dal cielo, si ingorgano e rendono la vita difficile l'un l'altra con le macchine davanti alle scuole perché hanno paura che i figli si bagnino pur essendo coperti ed infagottati. Poi però quando vanno in piscina, al lago o al mare, o nel campetto del prete a giocare a calcio, i baldi giovinotti se ne stanno per ore in acqua o bagnati come se nulla fosse ! Stanno facendo crescere delle vere e proprie mammolette rammollite alle quali manca il nerbo della forza interiore lasciando così il posto a tutte le frivolezze possibili! Non vedete ?? non fanno nemmeno più il militare. Purtroppo la gioventù nostrana sta scemando di qualità e lascia il posto a tutti coloro che vengono da fuori a fare i loro comodacci a casa nostra, le conseguenze di ciò si sta già cominciando a vederle.

Andrea Pantaleoni
Se vuoi ti faccio una lista di acronimi deficienti che usiamo a scuola tutti i giorni. Bisogna prendere una laurea solo per conoscerli tutti. "È convocato presso i locali della sede il GLIC per gli alunni BES e DSA, alla presenza dell'assistente della AUSL al fine di redigere le necessarie integrazioni al PDP".

e così via…

Mò che fuuga (Ma che fretta) Piccolo divertimento, inventato da Mauro D’Orazi Dialetto carpigiano - Carpi (Modena)

Prima stesura 5-5-2014                                                v 12 del 20-11-2017

Mò che fuuga
(Ma che fretta)
Piccolo divertimento, inventato da Mauro D’Orazi


C'è anche una strana famiglia di gente svelta e con poca pazienza, ma non immune da errori e pressapochismi: 
a gh è Ṡgagiadèin (detto Ṡgaagio… pèr fèer primma… ovvio) ch al gh à sèmmper fuuga, al ṡbaaglia incòoṡa e al n in fa màai 'na giùssta;  fradèel Fughiini, ch al gh à dimònndi prèssia aanca lò (péela, cóoṡ e maagna!), só surèela Ṡveltèina... ché un quelchidùun a psrèvv pinsèer mèel.
A gh la la ṡia ch la s ciàama Urgiinsa, la vóol tutt subìtt! Adèesa… l è già tròop tèerdi… AIÈER!
C’è pure ‘n èeter ṡio, ch i l ciàamen PiSSaprèesia, perché ha molta fretta di farla.
Al fióol i gh aan dèe per scutmàai Ṡmaniòoli, perché a ne caata mai pèeṡ  e… ṡimm ṡumm… l à bèlle che finìi, quèll ch al duviiva fèer.
A gh è aanch l anvudèin Ṡmagniin, ch al ne sta mia ind la pèela, al gh à l argiint viiv adòos e al vóol già andèer via!

Dove abita questa strana famiglia, così… urgente?
Mò… in vìa Scapavìa, nummer… Cuur gh adrée e s te sòun al campanèin… a t caasca in tèesta un bucalèin.

C’è Ṡgagiadèin (detto Sgagio per far prima) che ha sempre fretta, sbaglia tutto e non ne fa mai una giusta; suo fratello Fughiini che ha sempre fretta pure lui (pela, cuoci e mangia!) e sua sorella Sveltina… che qualcuno potrebbe pensare anche male.
C’è la zia che si chiama Urgenza, vuole tutto subito! Adesso è già troppo tardo… IERI!  Fa l’incettatrice…

Ma in via Scappavia, numero Corrici Dietro, se suoni in campanello di cade in testa un ombrello! Ma no! Un pitale da notte!
*0*
Descrizione: C:\1976.nella foto  Sgagiadein che palr con mio padre in auto della PS.jpg
Ṡgagiadèin è esistito davvero! E qui lo voglio ricordare con affetto.

Era lo scutmàai col quale era noto Ermes Benetti: un salace e ironico personaggio carpigiano, sempre pronto alla battuta. Simpaticissimo! Vendeva i materassi in Piazza sotto alla casa della Taparlèina, di fianco alla torre dell’uccelliera.
Eccolo una domenica mattina in Piazza negli anni ’70, mentre scherza con mio padre, che è alla guida della Giulia verdona della Polizia. 
(foto di Alcide Boni)

Al frèe sercadóor e i frèe I frati cercatori dialetto carpigiano a cura di Mauro D'Orazi


Prima stesura 10-01-2014                                             V45 del 21-08-2014






Al frèe sercadóor
e i frèe








Testo revisionato da Anna Maria Ori e Graziano Malagoli



Norme di trascrizione e lettura del dialetto

Le norme di trascrizione adottate dal
“Dizionario del dialetto carpigiano - 2011”
di Anna Maria Ori e Graziano Malagoli

Tabella per facilitare la lettura

a      a come in italiano                             vacca
aa    pronuncia allungata                           laat, scaat, caana

è e aperta (come in dieci)                        martedè, sèccia, scarèssa, panètt, panèin
èe    e aperta e prolungata                       andèer, regolèeda, martlèeda, taièe
é      e chiusa (come in regno)                   méi, mé
ée    e chiusa e prolungata                        véeder, créedit, pée

i i come in italiano                                  bissa, dì
ii      i prolungata                                     viiv, vriir, scalmiires, dii

ò      o aperta (come in buono)                 pòss, bòll, brònnṡa, pistòun, dimònndi
òo    o aperta e prolungata                       scartòos, scatlòot, malòoch, tròop
ó      o chiusa (come in noce)                   tó, só, indó
óo    o chiusa e prolungata                      vóolpa, casadóor, móoi, óov, ṡóogh
u      u come in italiano                             parucca, bussla, dubbi, currer, fiùmm
uu    u prolungata                                    bvuuda, vluu, tgnuu, autuun, duu

c’      c dolce (come in ciao)                       vèec’ , òoc’
cc’    c dolce e intensa (come in faccia)       cucc’, scarnìcc’, cutècc’, palpùcc’
ch     c dura (come in chiodo)                    ṡbòcch, spaach, stècch
g’     g dolce (come in gelo)                      curàag’, alòog’, coléeg’
gg’    g dolce e intensa (come in oggi)         puntègg’, gurghègg’
gh    g dura (come in ghiro)                      ṡbrèegh, siigh

s      s sorda (come in suono)                   sèmmper, sóol, siira
ṡ      s sonora (come in rosa)                    atéeṡ, traṡandèe, ṡliṡìi

s-c    s sorda seguita da c dolce                  s-ciafòun, s-ciòop, s-ciùmma, s-ciòoch


Al frèe sercadóor e i frèe


 
Un frèe sercadóor

Al frèe sercadóor (e' frè zarcantòun nel bel dialetto romagnolo): ovvero il frate ricercatore, questuante... Un personaggio che era facile incontrare un tempo fino agli anni ’70 per le strade della campagna era il frate questuante; un frate di solito anziano, bonaccione e cordiale col prossimo, che si spostava in città, ma soprattutto in campagna, alla cerca di beni di consumo come uova, grano, uva, ma anche fascine di legna come in questa immagine.
La questua è una pratica antica di cui si occupavano appunto i frati non abilitati a dir messa. Ciò avveniva anche nelle terre con poca propensione clericale; infatti in Emilia e la Romagna erano ben visti, molto più dei normali preti. Ai frati cercatori tutti davano qualcosa, anche quelli che non andavano mai in chiesa, questo per l’indiscussa umanità che sapevano ispirare e per la loro propensione verso i bisognosi.
E' frè zarcantòun... romagnolo
La domenica, una volta, era facile vedere per le strade di campagna un "' frè zarcantòun", un frate cercatore, a piedi o con un mulo, con in suo sacco in spalla a cercare dai contadini l'elemosina per i poveri che si rivolgevano al convento. Ognuno dava qualcosa, la povertà era sentita e conosciuta, ma. anche solo una manciata di grano, ma qualcosa davano tutti...

Giovanna Monaci (Siena): “Il frate cappuccino passava anche da noi nel periodo dell'olio nuovo. Si portava una stagna di latta sulle spalle; mia.nonna gli ce ne metteva un po' di tazze. Il frate ringraziava dicendo: - Cii si vede il prossimo anno, se Dio vuole e vi ricordo nelle mie preghiere.-

Oscar Clò (Campogalliano): Da nuèeter a gniiva i frèe szarcàun, quìi èd San Martèin!!
San Nicolò – Carpi


Frasi, modi di dire e ricordi

Le frasi, i modi dire sui frati e argomenti collegati sono tanti; ho cercato di elencare quelle più significative e spiritose in uso nelle nostre zone, giocando anche sulle assonanze.
Ho aggiunto qualche commento e ricordo.

*S a cuntinnua acsè a vaagh ind i frèe sercadóor!
*Mia madre e mia zia, poco soddisfatte della poco appagante vita domestica e del loro non soddisfacente rapporto con gli uomini della famiglia (marito, figli o nipoti che fossero), spesso sospiravano: S a tóorn a naaser a vaagh ind al sóori! Se torno a nascere vado nelle suore, in convento.
Talora però c’era anche qualche ometto disperato per uguali e contrapposti motivi: S a tóorn a naaser a vaagh ind i frèe … sercadóor! Nei frati! E addirittura in quelli cercatori, che non erano nemmeno vincolati ai voti.
* Quando si è in chiassosa compagnia e capita un momento inaspettato di silenzio, si può dire: "Sst! Ch a naas un frèe!" Silenzio! Che nasce un frate!
Da cosa deriva questa frase? Forse dal silenzio durante la cerimonia di iniziazione del nuovo frate?
L'origine del detto non è chiara. Mentre il significato è quello di sottolineare ironicamente, nel gran casino di un momento conviviale, quando si è in allegra brigata, una pausa di inaspettato silenzio.
Una ragione che mi viene in mente è che il farsi frate non è una cosa frequente, come non lo sono neppure i momenti in cui in una comitiva spontaneamente e singolarmente tutti tacciono, ma è solo una delle tante supposizioni.
Per approfondire l'origine della frase ho chiesto aiuto a qualche esperto e ad alcuni dizionari; i risultati sono davvero vari:
Giuliano Bagnoli (Reggio Emilia): "Conosco quel modo di dire ed ho sempre pensato che forse si diceva così per rimarcare il senso di meditazione e di attesa silenziosa che si realizza durante la cerimonia di ordinazione dei frati francescani. Non dimentichiamo che i frati erano ben conosciuti dalla popolazione perché andavano di casa in casa a questuare e di loro la gente aveva molta fiducia e rispetto (attenti alle mogli che erano sole in casa, però....).".

Guido Malagoli (Modena) mi suggerisce una interpretazione giovanile proveniente dal vissuto della sua compagnia di amici:" A proposito del frate che nasce, ti dirò che tra noi ragazzotti di un tempo, si usava questa frase quando ci trovavamo in allegra compagnia e qualcuno parlava a voce alta. All'ordine perentorio: "Silèinzi, a naas un frèe!". Allora si faceva davvero silenzio assoluto e il richiedente, soddisfatto, mollava un gigantesco peto della durata di qualche secondo, sollevando opportunamente la coscia per sfogare più liberamente l'eccesso gassoso. Robe da maschiacci!
A quel punto, chi aveva qualche cartuccia da spendere, rispondeva a tono, e nascevano altri “frati”, a volte un convento intero e poi si rideva come fessi.
Sono certo che nel nostro comportamento non c'era alcun riferimento offensivo ai frati o alla chiesa, ma la frase era utile e funzionale alla creazione della suspence e del silenzio necessari per valorizzare l'impeto intestinale, inizialmente sonoro e successivamente olfattivo del solista.
Seriamente: penso che la frase faccia riferimento al momento conviviale dei frati che, un tempo, pranzavano in assoluto silenzio ascoltando la lettura del martirologio."

Dal dizionario modenese di Sandro Bellei: "Espressione scherzosa usata quando, in mezzo a un gruppo di persone, ci si accorge di un improvviso silenzio. I frati in crocchio, infatti, parlano poco e a tavola, un tempo, mangiavano in assoluto silenzio”.

Luigi Lepri (Bologna) nel dizionario bolognese dice un po’ la stessa cosa.

Nel vocabolario del dialetto modenese di Attilio Neri (Modena): "Si dice per far tacere un gruppo di persone."

“Sst! Taṡìi ch a naas un frèe!” “Brodo lungo e seguitate!” aggiungeva mia madre, ridendo.
Ma anche … “Padre è cresciuto un frate!! - Brodo lungo e seguitate!" Sta a significare che la compagnia, la famiglia o il gruppo si sono allargati, ma le risorse sono rimaste sempre quelle e quindi bisogna dividersi quello che c'è … diluendolo.

* Al frèe a s lèeva primma che al divèel a s sia miss al schèerpi; il frate si alza addirittura prima che il diavolo si sia infilato le scarpe.

*In cumpagnìa aanch un frèe al tulè (prese - passato remoto) muiéera. Nel senso che è facile farsi trascinare quando si è in allegra comitiva.
* Un frèe, schersàand, tulè muièera; variante, stavolta… mentre scherzava. 
*Se vuoi l'assoluzione devi baciare sto cordone!
*Un fratòun, un fratèin (frati di varie dimensioni).
* Mò va a fèer èt benedìir dai frèe! Mandare a quel paese qualcuno.
* Un po’ più grezza, ma con lo stesso significato: Mò va a caghèer in dal cagadóor di frèe!
* Quando un certa vicenda si conclude con una cocente delusione o uno spiacevole fallimento: “Vè mò ch ciavèeda ch a ciàapa i frèe! (Ma che fregatura che prendono i frati!)”.
Interpretare questo modo di dire non è semplice; Marco Giovanardi (Carpi) ritiene che una soluzione si possa trovare nella continuazione della frase … se al paradiis al ne gh fuss mia!! … taant sacrifissi pèr gnìint! (Se il paradiso non ci fosse con tanti sacrifici fatti per niente!)
Mentre Giorgio Iotti (Carpi) tende a fare riferimento ai periodi storici napoleonici e risorgimentali, quando molti ordini furono espropriati dei loro beni immobiliari.

frate
Un fratòun
*Graas cóome al cuul d un frèe (grasso come il sedere di un frate).

Aasi d lèggn
*Questa viene dall’Antica Falegnameria Beltrami: Al lèggn l è cóome al cuul di frèe, al va e s al viin! - il legno è come il posteriore dei frati, va e viene.

Al va e s al vìin cóome la cusinsia di frèe. Va e viene come la coscienza dei frati. Nel senso che anche questi santi uomini non sono avulsi all’uso di interpretare le cose in modo diverso a seconda delle occasioni. Si cambia impunemente parere su vicende del tutto simile senza tema di perdere la faccia, anzi spesso… a gh ìin vìin a lóor!.
Il modo di dire in dialetto è certo negativo, ma se però si vuole dare un taglio in positivo… dobbiamo spingerci oltre l’uso corrente della frase.
D’èetra pèert a n è pròopria Fra Cristoforo che nei Promessi Sposi al dìis: "Omnia munda, mundis!" Tradotto letteralmente significa "Tutto è puro per i puri" (s'intende, "per chi è puro di cuore e d'animo"), o anche "All'anima pura, tutte le cose (appaiono) pure".
La frase è contenuta nel Nuovo Testamento, e precisamente nell'epistola a Tito di san Paolo. Chi agisce con innocenza e in maniera avveduta (e in ogni caso secondo il dettame d'una retta coscienza) non vede il male, neppure in situazioni che ne potrebbero aver l'apparenza.

francescani milano
Èsser petnèe cun la fratèina (frangetta).

Una volta i frati erano tenuti alla tonsura e avevano la cèrrga (la chierica, tonsura) che era un segno evidente di distinzione agli occhi del mondo profano. La cèrrga non era simbolo di umiltà, ma segnale peculiare; i tonsurati erano esenti da tributi e gravami vari; erano sottoposti al tribunale ecclesiastico invece che a quello civile. Grazie ad essa si contraddistinguevano subito; c’erano penali per chi se la faceva senza averne diritto, ma al truffaldino scopo di approfittarsene. Essa fu ufficialmente abolita dopo il Concilio Vaticano II nel 1972.
La cèrrga però non è da confondere con la ciaarana, che è il primo serio diradamento dei capelli, in cima alla testa, che precede la calvizie vera e propria. Il nostro formidabile dialetto conosce e denomina anche queste sfumature di stato dei capelli.
Ciaraana
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* I fratèin (o i frèe) sono i sandali (di estivo per i laici) faat cun al curàam (cuoio).

* Felice Marinelli (Carpi) ricorda: ”I frèe era il tipo di sandalo che da bambino indossavo in primavera - estate. Mio padre prendeva le misure del piede con uno stecco di fascine (faṡdèin o faas), poi andava al mercato e mi comprava i frèe. Ma di due o tre cm. più lunghi - Acsè i t vaan bèin pèr duu o trii aan!

* Con l’amico Graziano Forghieri (Carpi), un re della saldatura, mi è capitato spesso di fare l'assistente, quando operava su qualche pezzo difficile. Di solito quando vedevo da lontano che il mio amico stava saldando fra lampi di luce e sfrigolii di materiale ribollente, svicolavo preventivamente in modo vile e silenzioso. Ma non sempre l’operazione di fuga aveva successo. Così, rassegnato, tenevo gli occhi chiusi e la testa girata in là, ma qualche conseguenza c'era lo stesso. I s-ciatèin sono dunque schizzi volanti provocati dai frammenti roventi che produce il cruento processo di saldatura, utilizzando l’apposita bachètta. I t bruuṡen al maiòun, la tuuta, al brèeghi e i t faan di buṡinèin. Particolarmente dolorosi quelli ch i t riiven ind al cupètt o in mezzo alle dita dei piedi, quando, per trarre qualche beneficio contro la grande calura estiva padana, si indossavano i frèe o i fratèin (i sandali francescani) aperti.
*0*

*Aaqua, pèeder, che al cunvèint al bruuṡa!: acqua, padre, che il convento brucia! Frase scherzosa per sedare pericolose esaltazioni o fregole. Se poi col convento si identifica il sesso femminile, il significato di questo detto diventa molto più malizioso.
*Incóo la mèinsa dal cunvèint l à faat fèesta - sembra che la mensa del convento oggi abbia fatto festa. Quando in tavola non c'è niente.
*Ooh! A n suun mia Pèered Nadèel. Nel senso che ci si trova di fronte a una persona che pretende considerazione e non si accontenta certo degli “scarti” destinati a un frate del Convento di San Nicolò.
*A gh è chi da mèeno! Cóome al dgèe cal frèe. C'è chi da meno, come disse quel frate di fronte a una offerta irrisoria.
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1970 circa: il buon Fra Giovanni Sossi (+1994) - conosciuto e amato frate cercatore del convento di San Nicolò di Carpi.
Per molti anni ha percorso quotidianamente le nostre campagne cun al sóo barusèin trainato da un somarello per raccogliere le offerte in natura per le necessità del convento di Carpi e per sostenere l’azione caritativa nei confronti dei più bisognosi (la Mensa dei Poveri). In tempi successivi con un motocarro Ape provvedeva a raccogliere carta e cartone per gli stessi scopi.
Tutti lo ricordano con affetto per la sua silenziosa umiltà, per l’instancabile servizio e per la preghiera costante.

Lo storico ricercatore Gianfranco Guaitoli (Carpi) annota: "I frati cercatori, soprattutto della montagna, ma anche da noi in pianura, cercavano con particolare cura di reperire le noci, non tanto da mangiare, ma ad uso illuminazione. Infatti con l'olio di noce (ottenuto dalla spremitura delle stesse) si otteneva un olio denso, di bassa qualità, ma che serviva ad alimentare la lumma (il lumino). Veniva venduto anche nelle botteghe e costava molto meno dell'olio di oliva. Quest'ultimo, bruciando, faceva pochissimo fumo e produceva un non sgradevole odore, al contrario invece di quello di noce che era destinato ai poveri: puzzava e faceva molto fumo, annerendo tutte le abitazioni.

Gianni Manfredini (Carpi): “Io sono cresciuto in San Nicolò e me lo ricordo bene. Aveva una forza incredibile. Un giorno, mentre andava alla cerca in campagna, chiese della legna a un agricoltore. Questi gli indicò ‘na sèppa (una zocca, un ceppo) e gli disse, con un tono di bonaria sfida: - A gh ò pròopia ‘na bèela sèppa! S te gh la chèev èd carghèer la, t la póo purtèer vìa. (Ho davvero una bella radice, se riesci a caricarla, la puoi prendere e portarla in convento!)-.
Fra Sossi non se lo fece dire due volte, fece un respiro profondo e poi con uno sforzo incredibile riuscì a metterla sul carretto trainato dall'asinello e, felice, se la portò al convento.

Chiostro del convento di San Nicolò a Carpi

* Dorio Silingardi (Fossoli): “Fra Sossi è il frate che mi ha investito inavvertitamente col suo carrettino a tre ruote a Carpi nel 1965, quando avevo 14 anni, presso l’incrocio tra via Remesina e via Manzoni. Dopo lo scontro, mi ha caricato sul carrettino e, pedalando come un forsennato, mi ha portato al Pronto Soccorso. Era disperato più lui di me.
Era uomo buonissimo e altruista; veniva sempre a trovare i miei nonni a Fossoli e a prendere un po’ di uva, uova, insalata, ecc…”

* Felice Marinelli (Gargallo): ”Quante volte l'ho visto; passava anche a Gargallo a casa mia. I miei gli davano, a seconda delle disponibilità del momento: óov, faas, faṡdèin, farèina, suchètt, ecc… Al tuliiva tutt quèll che te gh dèev pèr al cunvèint e pèr i puvrètt, ch i andèeven a la mèinsa di frèe èd San Nicolò.”

* Capitava, soprattutto in campagna, che presso ogni casa in cui si fermava per la questua, gli offrissero un bicchiere di vino per rinfrancarlo del lungo cammino. Una cortese offerta, di antichissima tradizione, che sarebbe stato indelicato rifiutare e così… dàai uun! dàai duu! … poteva succedere che Fra Giovanni al turnìss in cunvèint la siira cun un quèelch balèin sòtta l’èela.

* Si narra che Ondino Miselli, in arte Namis (pittore, caricaturista satirico e salace poeta), camminasse sotto il portico di San Nicolò, quando da lontano vide sopraggiungere un frate del vicino convento. Costui, distratto, inciampò, incespicò e fece un gran bèel ranòun (caduta plateale). Al ché il nostro poeta commentò con la sua consueta e corrosiva malizia: “A n càasca fóoia che Dio a n vóoia! Non casca foglia che Dio non voglia!”
Nando Miselli - detto Namis - Ursus
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*Al va e s al viin cóome la cusiinsa di frèe; il modo di dire sta a indicare l’uso di diversi metri di giudizio su particolari situazioni o colpe che variano a seconda le circostanze e le convenienze del momento.

*Srèin d invèeren,                                     Sereno d’inverno,
nuvvli (o nuvvel) d istèe,                            nuvole (nuvolo) d’estate,
ciàacri d dònni                                           chiacchiere di donne
e caritèe di frèe ...                                     e carità dei frati ...
i iin quàater lavóor                                     sono quattro cose
ch a n gh vóol mìa badèe.                          a cui non va badato.

*Curìi! ... curìi! Ch a naas un frèe sèinsa la tèesta!: Correte! Correte! Che nasce un frate senza la testa. Per sottolineare avvenimenti straordinari o ironicamente ritenuti tali.

* Sòtt a chi tòcca ... a (d)giiva quèll ch al castrèeva i frèe: sotto a chi tocca … diceva colui che serviva i frati. Frase ironica da usarsi in sequenza di varie cose da fare.
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Un pòover frèe sercadóor stava tornando in convento verso sera con il suo asinello malmesso carico di poche e avare offerte, raccolte qua e là durante una calda giornata estiva di peregrinazioni. Quand’ecco incontrò un nobile conte in sella a un superbo cavallo tutto agghindato. Il conte, per prendersi gioco del frate, si levò il cappello e, accennando a un ossequioso inchino, domandò: "Cumma vaa l l èeṡen? Chèer al mé frèe!" E questi di rimando: "A cavàal, sgnóor còunt, a cavàal..."
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*Mìa tutt i frèe… i iin frèe (non tutti i frati sono… ferrati)!
*Biṡòggna èsser frèe pèr frèer un frèe fraréeṡ! Bisogna essere ferrati per ferrare un frate ferrarese!
*Gioco di parole… comunale spiritosamente assurdo, ma… non troppo. Mò che asesóor! O a s è sóori o a s è frèe e s a n s è frèe a s è di sumèer!: ma che assessore! O si è suore o si è frati e se non si è ferrati si è dei somari.
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Ecco due modi di dire che ci arrivano dal 1500; provengono dalle “Cronache modenesi” di Tommasino de’ Bianchi de Lancellotti (1473-1554); le traduco in carpigiano.

S te vóo stèer sèmmper bèin… fàat préet o frèe!  Se vuoi star bene sempre… fatti prete o frate. Ciò la dice lunga sulle vocazioni di un tempo e sul fatto di quanti inutili nullafacenti e parassiti dovessero essere mantenuti dalla comunità.

I frèe i gh aan siinch T: Tìira, Tóo, Tìin, Tòost e Tutt. I frati hanno cinque T: tirare dalla loro, incamerare e prendere, tenere, far presto e arraffare tutto il possibile. Amen!
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* Mò chi t à frèe? Plòun? (o Pelóoni? in un dialetto più italianizzato). Ma chi ti ha ferrato? Il maniscalco Pelloni?
Quando qualcuno faceva il saputello a sproposito e si sentiva, a torto, ferrato su certo argomento, sputando sentenze, poteva venire maliziosamente bersagliato con la caustica frase, che altro non rappresentava che un eufemismo di... sumèer (somaro).
La salace e consueta ironia carpigiana gioca anche qui sull'essere ferrato e sulla ferratura dei cavalli, ma ancor più degli asini. I Pelloni erano noti fabbri - maniscalchi fino alla prima metà del secolo scorso e tenevano bottega in via Trento Trieste di fronte alla chiesa di San Francesco.
1950 ca – Il pittore carpigiano Inigio Pagliani così ha dipinto la bottega dei maniscalchi Pelloni in via Trento e Trieste

Romano Pelloni (Carpi) nipote di Celso, l’ultimo maniscalco, racconta:
”Di famiglie Pelloni a Carpi ve ne sono due ceppi: quello dei Pelloni "il postino", coi quali noi non siamo imparentati, e i Pelloni "i manischèelch" i maniscalchi, cioè la mia famiglia.
I due fratelli Pelloni Arturo e Celso vennero da Modena, quando cadde il ducato: infatti erano i maniscalchi del duca. Arturo, morto giovane, era mio nonno e Celso, detto "al biòond Pelóoni "che ne aveva adottato i figli e fu di fatto il mio vero nonno.
1941 Carpi – Celso Pelloni - Il maniscalco di via Trento Trieste
I Pelloni maniscalchi erano i Plòun e non i Pelóoni, come per altro si diceva; il nome deriva dal plurale di plòun d ùa, cioè i viticci.
I due fratelli erano ferratori di cavalli e di asini. Due sono le frasi su cui si giocava il termine frèe: la prima è quella sopra citata, la seconda è quella che il mio prozio Celso diceva a frate Giovanni Sossi, il quale veniva a fare ferrare il suo asino da noi. A fine ferratura chiedeva sempre al mite fraticello cercatore: "E adéesa… chi è più frèe? Tè o al tó suméer?'".
Mio padre Loris Pelloni chiuse la mascalcìa negli anni '50 del secolo scorso.
Una precisazione: gli stalli erano quelli che, specie nei giorni di festa o di mercato, ospitavano equini e carri o carrozzelle (e corrispondono agli autogarage e ai depositi di biciclette di oggi), mentre le nostre erano al butéeghi da manischèelch o le mascalcìe. “
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Assonanze curiose
L’assonante verbo sfratunèer invece non ha niente a che fare con le tonache: significa infatti stendere a dovere il cemento dell’intonaco con la speciale tavoletta munita di apposita maniglia centrale sul retro.
In termini figurati significa anche malmenare qualcuno: sfratunèer la ghiggna a un quelchidùun, ciapèer ‘na sfratunèeda.

come fare intonaco
Tavoletta per “sfrattonare”
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L'esperto di cultura locale Giorgio Rinaldi (Brodano di Vignola - MO) mi suggerisce alcune ulteriori assonanze: "Nella Valle del Panaro al fratèein è anche il fungo detto spugnola, in dialetto sfuracèela.
Ancora, al fratèin o fratazèin, è anche è la cinciallegra mora.
Frèe è poi anche quella bella farfallina nera che ha sulla schiena un anello giallo. Io l'ho sempre notata nei boschi in settembre, quando si riproduce attaccandosi al partner nella parte posteriore e... all'indietro!
Ma per altri frèe è anche una libellula.
Nel ferrarese al frà è anche la turbina orizzontale con puleggia che serve a travasare l'acqua.
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Domanda impertinente
“Sant’Antonio Abate,
senza moglie come fate? “
“Con le mogli degli amici
passo i miei giorni più felici.”
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Pèeder Vòolta

Infine una piccola citazione merita anche uno strano frate… tale Pèeder Vòolta; costui aveva una singolare abitudine che ci viene tramandata all’inizio di una filastrocca molto diffusa un tempo fra i bambini carpigiani:

A gh éera 'na vòolta Pèeder Vòolta,       C'era una volta Padre Volta,
ch al caghèeva in 'na spòorta.                che la faceva in una sporta.
Ma la spòorta l'éera ròtta               Ma la sporta era rotta
e Pirèin ch al gh éera sòtta            e Pierino [nome variabile] che era sotto

al l'à magnèeda tòtta!                    l'ha mangiata tutta!