martedì 13 novembre 2012

Chiamare le galline e altre cosine - Dialetto carpigiano - di Mauro D'Orazi - Carpi


Chiamare le galline
e altre cosine

prima stesura del 27 ott 2012                                                    
                                                 di Mauro D’Orazi
                                                                         v 49 del 28-12-2012



Dal gruppo Conosci il dialetto carpigiano di FB
Revisione del testo di Graziano Malagoli e Luisa Pivetti


 Norme di trascrizione del dialetto

Le norme di trascrizione adottate dal
“Dizionario del dialetto carpigiano - 2011” 
di Anna Maria Ori e Graziano Malagoli

Tabella per facilitare la lettura

a      a come in italiano                           vacca
aa    pronuncia allungata                         laat, scaat, caana

è   e aperta (come in dieci)                      martedè, sèccia, scarèssa, panètt, panèin
èe    e aperta e prolungata                      andèer, regolèeda, martlèeda, taièe
é      e chiusa (come in regno)                  méi, mé
ée    e chiusa e prolungata                      véeder, créedit, pée

i    i come in italiano                               bissa, dì
ii      i prolungata                                   viiv, vriir, scalmiires, dii

ò      o aperta (come in buono)                pòss, bòll, brònnṡa, pistòun, dimònndi
òo    o aperta e prolungata                      scartòos, scatlòot, malòoch, tròop
ó      o chiusa (come in noce)                   tó, só, indó  
óo    o chiusa e prolungata                      vóolpa, casadóor, móoi, óov, ṡóogh
u      u come in italiano                           parucca, bussla, dubbi, currer, fiùmm
uu    u prolungata                                   bvuuda, vluu, tgnuu, autuun, duu

c’      c dolce (come in ciao)                      vèec’ , òoc’
cc’    c dolce e intensa (come in faccia)      cucc’, scarnìcc’, cutècc’, palpùcc’
ch    c dura (come in chiodo)                   ṡbòcch, spaach, stècch
g’     g dolce (come in gelo)                     curàag’, alòog’, coléeg’
gg’   g dolce e intensa (come in oggi)       puntègg’, gurghègg’
gh    g dura (come in ghiro)                     ṡbrèegh, siigh

s      s sorda (come in suono)                  sèmmper, sóol, siira
ṡ      s sonora (come in rosa)                   atéeṡ, traṡandèe, ṡliṡìi

s-c    s sorda seguita da c dolce                s-ciafòun, s-ciòop, s-ciùmma, s-ciòoch













Chiamare le galline
e altre cosine

La tematica di questa piccola ricerca può sembrare insignificante; piccole cose non troppo degne di essere ricordate.
Ma se si riflette un attimo, si capisce subito che dietro a questi ingenui richiami ci sono storie e tradizioni di generazioni, probabilmente di secoli.
Ciò che abbiamo sentito dalla nonna, essa stesso lo aveva appreso dalla sua e così via. Si tratta dunque di minuscoli reperti “archeologici” della tradizione.
L’allevamento domestico delle galline era molto diffuso, sia in campagna che in città. Anche in giardino a casa mia c’era un pollaio fino ai primi degli anni ’60 e ne conservo un vago ricordo.
Poi arrivò moderno regolamento di polizia urbana che vietò per igiene e molestia (l’insistente canto di qualche galletto) questo antico uso.
Valeva la pena di fissare anche questi ricordi sulla carta, come testimonianza di un passato al quale non possiamo che guardare con nostalgia. Ho aggiunto anche qualche curiosa nota e un paio di gustosi aneddoti.
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Oscar Clò (Campogalliano) - Sua nonna quando era ora di dar da mangiare alle galline usciva in cortile e ripeteva: "Jiin, jiin, jiin! " e tutte le galline gli arrivavano intorno.

Luciana Tosi (Carpi - Budrione)- L a gh à ’na fòoto d sò nòona ch la pèer cal ritràat chè insimma!!! Lée la li ciamèeva acsè:"Còoochi ... còoochi ... còooochi!" E lóor i rivèeven subìtt.

William Lugli (Limidi di Soliera) - Ricorda una zia ch la dgiiva: ”Piriii ... piriii ... pirii!

Mauro Magri(Carpi) al gh à in meint che sò siina (la zia) la giiva aanca lée: "Pirii, pirii, pirii..."

Paolo Pasini (Carpi) - Sò nòona la ciamèeva: “Chè ... chè ... chè!

Claudia Soliani (Carpi) - Sua madre dice tutt'ora: "Ciciun saa ... ciciun saa!"

Luongo Enzo Crescenzio (carpigiano di origini meridionali) -  Sua madre invece usava:"Pirin, pirin, pirin!" Era partenopea e non conosceva il dialetto di Carpi, ma le galline si sa ... erano e sono poliglotte !!!!

Deanna Bulgarelli (Carpi - Migliarina) - Sua nonna le chiamava:"Ciini, ciini!"
Lo stesso modo usato dalla nonna di Giliola Pivetti (Carpi).

Nicola Gavioli (Carpi) riferisce che sua nonna chiamava:"Pulii, pulii, pulii..."

Marzia Sala (Carpi)- "Còoochi, còooochi, còoochi!" Detta a mò a di cantilena onomatopeica, l'è la versiòun ch a la cgnuus aanca mé.

Mauro D’Orazi (Carpi) per i pulcini c’è il classico: “Pio, pio, pioooo, …” … per chiamarli.

Giorgio Rinaldi (Vignola – Folclore contadino) - sua nonna le chiamava così:"Póoti, póoti, póoti, ..." (La “o” stretta e la "t" col "falso raddoppiamento" settentrionale). Alla lettera, il richiamo potrebbe essere così tradotto: "Bambine, bambine, bambine .../ puttine - putèini /piccoline".
Desidera a tal proposito far notare un parallelismo basato sull'affettuosità e quindi l'importanza attribuita all'animale tra il definire il maiale "ninètt" o "ninèin", cioè animaletto, animalino (animale per eccellenza) e le galline "póoti", cioè piccolette, bambine.

Luciana Nora (carpigiana, oggi risiedente vicino a Cà de Frari) e che qui sotto vediamo raffigurata in una foto della prima metà degli anni ’50, ha chiesto a una sua attuale vicine come chiama le sue galline:” Ci, ci, ci, ci … Pio, pio, pio …” Un richiamo ripetuto fino a quando non le ha radunate tutte nel pollaio per pasturarle e chiuderle per la notte. 

Luisa Pivetti (Carpi - San Marino) ricorda che nella frazione di San Marino dove abitava, sua nonna radunava le galline con questo richiamo:"Cin, cin, ciiin, ciiin, ciiin! ... ". Luisa ritiene che possa essere un'abbreviazione fonetica di " Cinni, cinni, cinni, cinni, cinni! "  (voleva forse dire piccole, piccole ... venite qui?). ma per far uscire l'uovo: "Còoooco, còoco, còoco!" (notare la differenza.)
Primi anni ’50 – Luciana Nora, assieme alla madre,
alle prese con un’aggressiva chioccia
Inizi anni ’50 - La nonna di Luisa Pivetti, Lugli Anna, da tutti chiamata Nòona Nèina (nonna Annina), mentre dà da mangiare alle sue galline a San Marino in Via Cavata, sull'aia, sulla quale si sgranava granoturco, si seccava grano e … si ballava.

Alcide Boni (Carpi) racconta che la zia in campagna quàand la ciamèeva al galèini la dgiiva:"Còochi, còochi, còoochi ..." Dòop trée vòolti èl gh éeren tutti adòos.

Fiorella Urbini (Carpi) ricorda quando era piccola che i suoi avevano un piccolo fondino a Limidi gestito da una famiglia di mezzadri con cui avevano un rapporto di amicizia; la reṡdóora quando dava da mangiare alle galline, diceva: "Co cococococo, co cococococo …" varie volte. 

Tiziano Pace Depietri (Carpi) segnala ch a gh è anch:"Coo-coo-coo-coo-coo-coo ..." o anche "Ciri-ciri-ciri... ciriii!"

Erminio Ascari (Carpi, di origini reggiane) segnala: "Cooo, cooo, cooooo! Pio, pio, piooo!  Pùii, pùii, pùiiii!"

Matteo Bocciolesi (reggiano di origini suzzaresi) ricorda che sua nonna di Suzzara chiamava anatre, galline, colombi tutti con una frase: "Papìin, papìin, papìin, ciciuni sà, m-m-m". I "papin" sono le anatre; le "ciciuni" sono le galline, m-m-m è il verso gutturale del piccione ... e l'aia si riempiva!


Gaziano Malagoli (Carpi) ha sempre sentito sia: "Còochi, còochi ..." che "Cò, cò, cò ...  e “Pìo, pìo,” per i pulcini.

Anna Maria Ori (Carpi) ricorda che quando era piccola a Montecreto Mamma Maria (*) le chiamava con: "Piita, pita, pita ...". Un richiamo ripetuto tre volte e  molto in fretta, con la “i” più lunga la prima volta.
È curioso come ci sia in tutte o quasi le frasi ricordate l’uso della “i”, forse per una sensibilità particolare di questi animali al suono acuto.
Anche i gatti vengono chiamati con la “i”:"Mimìiiin, mimìin ...".
(*) Mamma Maria era la nonna dei Cappellini che ospitavano la famiglia Ori. Anna Maria la considerava  un po' come una nonna acquisita. Era equilibrata, dava soggezione, ma sapeva far capire le cose con uno sguardo. e ci voleva bene, lo capivamo dalle attenzioni concrete che ci riservava. Le galline erano in un metato (edificio per seccare le castagne) in un piccolo castagneto nella località La Vartara, a circa due chilometri  e 150/200 m di dislivello, in salita, dal paese. Lei ci andava tutti i giorni, due volte al giorno, due salite e due discese, per aprire il pollaio e richiuderlo, lasciando le galline libere di razzolare in giro – ladri non ce n’erano, allora! Conosceva così bene la strada, o meglio le scorciatoie anche disagevoli che prendeva, che lavorava a maglia per tutto il percorso, col gomitolo in tasca del grembiule. E non faceva maglioni, ma calzini, di cotone bianco, con un gioco di ferri sottili, del n 1 al massimo, e si fermava solo quando doveva fare i calati o gli aumenti, del calcagno o della punta, per contare le maglie e fare un lavoro “giusto”. Non sapeva leggere né scrivere, ma le calze le sapeva fare!
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È bene chiamarle, ma ancor meglio è mangiarle.
A tal proposito, questo proverbio calza a meraviglia :
" In faat d urtàaia, a preferìss la pulàaia" (dissertando sugli ortaggi, io preferisco il pollame). Ossia: meglio una buona gallinotta arrosto, che un cavolo lesso!
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Al còoregh pèr la ciòosa e i pulṡèin

Nella stupenda foto (che segue) degli anni ’50 si può notare l'abbigliamento delle bimba con maglioncino 4 stagioni, di lana per la primavera - estate -autunno ed inverno. La differenza la faceva la gonnellina, per la primavera e l'estate, mentre per l'autunno e l'inverno c'erano i pantaloni o tutt'al più le calze pesanti sotto il solito gonnellino.
Il caschetto tipo Caterina Caselli è la conseguenza di uno spiccio taglio casalingo realizzato in economia con scodella da caffelatte collocata sulla testa.
Da notare la catenina al collo, regalo da Cresima degli zii ed il braccialetto, sempre a cura degli zii, dato in qualche altro anniversario o caduta di denti. La cosa più bella però è l'espressione della bimba che, complice la sua paffutaggine, risulta essere tra lo stupito e lo stordito, tra l'indeciso e l'impietrito di fronte agli animaletti. Il bimbo sembra fotografato in mutande, una consuetudine abbastanza normale all'epoca, porta il solito maglioncino 4 stagioni in lana.
Questa foto può essere capita nella sua essenza solo da chi nato prima del boom economico di Carpi e dell’Italia in generale. Si vede in questa immagine un trascorso vissuto con una ingenuità e naturalezza che forse, oggi, difficilmente si ritrova nei bambini.
Considerazioni assieme a Vanni Fregni (Carpi)


1950 - Al còoregh pèr la ciòosa e i pulṡèin

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Cambiamo pennuti
Anni ’50 - La reṡdóora la ciàama l'òoca: “Andòmm a diṡnèer!”
(La massaia chiama l'oca: “Andiamo a pranzo!”)
Anni ’50 - Luisa Pivetti a 9 anni con la sorella Ornella a Milano in Piazza Duomo


I lèeder èd galèini

Durante i furti notturni da parte di lèeder èd galèini, gli animali non venivano certo chiamati, ma erano catturati in silenzio e al buio, mentre avevano gli occhi ancora chiusi.
Divenne famosa negli anni ’50 una coppia di ladruncoli che utilizzavano una tecnica particolare: a gh éera l infurnadóor. I due ladretti facevano un buco in una parete del casotto del pollaio, oppure passavano direttamente dal burlèin (sportellino) dal pulèer. Uno di essi teneva un sacco aperto e l'altro, tale Fiaschìin, vi infilava cautamente un lungo bastone allo stesso modo in cui si introduce una paletta in forno da pane o da pizza. Tich … Tich … Toccava delicatamente le zampe di una gallina, questa al buio sentiva un nuovo appoggio, cambiava posizione e si aggrappava al bastone. A questo punto l infurnadóor al "desfurnèeva (sfornava)" e al cavèeva fóora piàan piàan al pùi che finiva subito nel sacco.

Anche Carlo Lodi (Carpi) conferma questo singolare metodo: aveva un amico più vecchio di lui che, durante la guerra, ogni tanto si arrangiava in quel modo. Era una tecnica efficace che funzionava bene, diceva lui.
            
Molto nota è anche la sfortunata e più che altro leggendaria avventura capitata a due piccoli malfattori che nottetempo avevano praticato un buco nel pollaio per potere rubare qualche pennuto.
Uno dei ladri mise dentro la testa per capire dove allungare la mano. Il problema era però che il contadino, stanco di altri furti subiti, era all’erta dentro al pollaio con in mano un robusto bastone.
Appena vide il ladro introdurre la testa gli menò fra naso e bocca una secca e violenta bastonata.
Lo sventurato, colto di sorpresa, cacciò un urlo e nel contempo uscì dal buco con una mano sulla bocca.
Il complice non capiva: “Mò ’s’ è sucèes??” chiese più volte.
Riavutosi un attimo dall’intenso dolore, sempre con la mano sulla bocca sanguinante, rispose al compare: “Va dèinter tè, ch a m scaapa da ridder!
La frase, nella più diffusa variante “Va avaanti tè, ch a m scaapa da ridder!”, si è trasformata in un modo dire e viene usata comunemente come tipico atteggiamento nei confronti di un'enunciazione di un'idea altrui, forse bella, forse utile, ma particolarmente onerosa o non priva da pesanti negative controindicazioni. In pratica vuol dire: "Sì! Certo ! Ma fallo prima tu...".
Anche l’espressione “ladro di polli o di galline” definisce personaggi di infimo spessore qualitativo umano.
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Modi di dire

Una persona che è ben sistemata in un buon posto di lavoro si può definire … l è bèin pularèe, nel senso che ben sistemato in un confortevole pollaio, dove ha di chè mangiare, bere sotto un sicuro tetto. L è bèin pularèe in Comòuna, in baanca o in Fundasiòun (è ben collocato in Comune, in banca o in uno dei ben retribuiti consigli di amministrazione della Fondazione della Cassa).


L è un bastòun mèerd: è un bastone usato per rimescolare i pozzi neri o simili fetidi luoghi; definisce una persona molto difficile da trattare e che va presa solo per il giusto verso (quello non sporco … ovvio, evitando gli spricchi), altrimenti si è certi che ci saranno da pagare delle conseguenze poco piacevoli.
Ma c’è un ulteriore grado di gravità in questa categoria di definizioni ed è quando si indica qualcuno come: L è un bastòun da pulèer - È un bastone da pollaio. In questo caso al personàag’ l è dimònndi, mò pròopia dimònndi descòomed; infatti tale bastone, essendo completamente disteso nel recinto delle galline, è sporco completamente in tutta la sua lunghezza e non si sa dunque come prenderlo in mano senza sporcarsi.
A n s sà da che còo ciapèer èl (non si sa assolutamente da che parte prenderlo). Trattare positivamente con costui sarà pertanto un’impresa disperata.



Bisogna ricordare che la gallina faraona (la faravòuna), considerata la sua provenienza dall’India, si chiamava anche la dinndia. I contadini la portavano per Natale in città, già plèeda, a chi aveva fatto loro importanti favori o dato preziosi consigli.

Pulèer
Mercato dei polli - Piazzale Ramazzini a Carpi - anni '50 - Il sig Veroni, noto pollivendolo di Fossoli col fazzoletto al naso. Abitava in Via Remesina detto "Vròuna al pularòol"!!

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