giovedì 9 maggio 2013

Parigi o cara . dialetto carpigiano



Parigi,
 o cara …

di Mauro D’Orazi

Stesura iniziale 8-5-2013                                       V 20  del 10-5-2013

Revisione del testo di Graziano Malagoli





Parigi, o cara …
di Mauro D’Orazi
Parigi ricorre non di rado nel nostro parlare. L’allure di questa splendida e fascinosa città non poteva lasciare indifferente anche l’animo disincantato e iper realista del carpigiano.
A seconda dei modi di dire, le accezioni sono addirittura due: Pariigi e Parìig’.

Le frasi legate alla bella e seducente capitale francese risalgono in particolare ai tempi della Belle Époque, quando l’immagine di Parigi di fine ‘800 si legò strettamente ai concetti di bello, elegante, raffinato, lussuoso, ma anche e soprattutto di … peccaminoso.

Una città dove il “peccato”, oggi diremmo la “trasgressione”, era sotto gli occhi di tutti, portato all’esasperazione da artisti bohemiennes che brulicavano in ogni angolo della città, trasformando la capitale francese in un grande locale notturno al chiaro di luna.

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Quando un carpigiano si vestiva elegante, eventualmente con un vestito nuovo, era facile che gli si dimostrasse benevola ammirazione con la frase: “Te m pèer un Parigìin! (Mi sembri un parigino)”.
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Questa storiella è molto nota ed è diffusa in tante versioni e sottolinea l'origine franco-celtica dei dialetti delle nostre zone.
Mariòun era abbastanza preoccupato col suo amico al bar:
"A vaagh 'na stmaana a Parìig’. (Sai, vado una settimana a Parigi). A suun un pòo in pinséer perchè a n sò mìa ciacarèer in francéeṡ. (Ma sono un po' preoccupato perché non so parlare francese)"
L'altro gli fa: "Mò stà tranquìll (ma stai tranquillo), a n gh è probléema! Tè te ciacàar in dialetto carpigiano e al posto di dire "CON" … ci dici "AVEC" e te vedrèe ch i t capiràan l istèss (e vedrai che ti capiranno lo stesso)."
Mariòun parte e, quando per la prima volta è al ristorante a Parigi, ordina al cameriere:
"Al me pòorta un bicéer d vèin!" (Mi porti un bicchiere di vino).
"Très bien!" (*) (Molto bene … in francese) risponde gentile e sorridendo il cameriere.
"No! No! Mìa dal trebiàan, a vóoi dal lambrùssch (non del trebbiano, ma del lambrusco). "Mè a vrèvv pò dal salàam e dal persùtt AVEC un pòo d furmàai!". E difatti il cameriere gli porta il vino e un piatto d'affettato con il formaggio. Rinfrancato, il nostro ordina il primo: "Adèesa mè a vrèvv un bèel piàat èd riiṡ AVEC i funnṡ".
Il cameriere puntualmente esegue e seve un piatto di riso ai funghi.
Soddisfatto, ordina il secondo: "Alóora, mè a vrèvv ’na bèela bistècca AVEC l'insalèeda." Gli viene portata una bistecca con l'insalata.
Mariòun, tutto contento e soddisfatto, chiede alla fine il conto:
"Dòunca, mè a suun Mario Placàan èd Chèerp, sicóome aanch in Francia i m capissen bèin quàand a ciacàar, a vrèvv paghèer AVEC la chèerta d créedit." (Dunque, io sono Mario Pellacani di Carpi, siccome anche in Francia mi capiscono, vorrei pagare AVEC la carta di credito).
Al ché il cameriere, non potendosi più trattenere, sbuffò: "Mò guèerda ... E mè a suun Pèevel Fantùss dal Cavéss e s a n gh iira mènnga mè, ... AVEC sti duu maròun te magnèev! … stasiira! " (Ma guarda .. e io sono Paolo Fantussi del Cavezzo e se non c'ero micca io qui stasera, con questi due maroni ... mangiavi!)

1920 Uno dei più famosi bistrot di Parigi - La Closerie des Lilas
(*) Il nome forse viene dal latino trebulanus, da Trebula, antica città dell'Italia centrale, ma si pensa anche possa derivare proprio dall'esclamazione dei soldati francesi "très bien". Di certo il vitigno compare in regione grazie al popolo etrusco.
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Al guàant (il guanto); non si tratta però della classica protezione per le mani, ma del profilattico maschile. Nel passato per indicare il preservativo a questo ter­mine si aggiungeva …  èd Pariigi, città nota nei primi decenni del secolo scorso per i sue abitudini lussuriose e le sue case chiuse.


1928 - Piccola guida ai casini di Parigi
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1915 Tariffe del bordello di Mademoiselle Marcelle La Pompe – Paris
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I birilli del tavolo da biliardo
La parigiina l è un ṡóogh a bilièerd con più giocatori.
Negli anni ’70 a Carpi al Bar Armagni, prestigioso bar sotto il portico di Piazza, dotato di un’ampia sala con quattro biliardi, fèer ‘na parigiina significava, a boccette, colpire e abbattere in battuta col pallino blu tutti e cinque i birilli, guadagnando ben 12 punti.


Antica stufa detta “parigina”
La parigiina era anche una stufa economica di ghisa a lenta combustione. Al va ch al pèer 'na parigiina ! (Va che sembra una parigina) … funziona bene, a pieno ritmo.
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Con i mèel spéeṡ (i mal spesi) ci si riferisce al denaro spicciolo a disposizione per spese minute. In questo caso Carpi pareggia niente meno che Parigi col suo argent de poche.
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Con la corrosiva ironia carpigiana c'è chi dice: Curtìil e pò Parìig', ciò per significare che prima viene Cortile, frazione di Carpi, per bellezza e importanza, e poi, ma solo poi  ... Parigi!

Anche Limmid ha una sua Parìig’; è un luogo di questa frazione, che praticamente oggi corrisponde alla zona di via Martiri Partigiani.
Si diceva … a staagh in Parìig’ o a staagh in Ròmma. Erano appunto due strade di Limidi. Da notare che in Parìig’ stava Bruno Losi Raschìin, poi glorioso sindaco di Carpi, dove la sua famiglia aveva una botteghina di frutta e verdura. Anche nella sentenza di condanna del Tribunale Speciale compare con tale mestiere.

La carte postale (La tarjeta postal): Arc de Triomphe: Paris, Francia-circa 1900

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Tamburin di Francia                               Tamburino di Francia
csa gh èe t ind la tó paansa?                 Cosa hai nella tua pancia?
A gh ò di faṡulèin,                                  Ho dei fagiolini,
piccia, piccia tamburèin!                        Picchia, picchia tamburino!

tamburino
da Giornale illustrato per i ragazzi 1886
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Si narra di una signora carpigiana che aveva sempre una gran voglia di viaggiare per il mondo, ma il marito, come tanti mariti, non condivideva tale desiderio: aborriva con orrore le valige, i check-in, la fatica degli spostamenti, i melensi souvenir da portare a casa ad amici e parenti, ecc ..
“A vóoi andèer a Pariigi! A vóoi andèer a Pariigi!”  … ripeteva con insistenza la signora nelle più svariate occasione.
Finché una volta il poveruomo esasperato, muovendo nervosamente e con insistenza le due mani aperte in direzione del proprio incrocio delle gambe (fondo pancia … insomma), sbottò: “ A suun mè la tó Pariigi!”

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