martedì 3 giugno 2014

Aiuto ! Arrivano gli Spagnoli ! dialetto carpigiano Mauro D'Orazi

Prima stesura 27-05 2014                                                    V 16 del 30-05-2014
Aiuto !
Arrivano gli Spagnoli !


di Mauro D’Orazi

Dopo aver indagato su tedeschi e francesi e sulle influenze che essi hanno avuto sul nostro passato e sul dialetto, adesso è la volta degli spagnoli.
La casistica è più contenuta rispetto alle altre due nazioni, ma non meno interessante e storicamente motivata.

Partiamo dal conosciuto modo di dire… pòovr a nuèeter… s a riiva i Spagnóo! Poveri noi, se arrivano gli spagnoli.
Si tratta di una frase che prevede guai, e anche grossi, al probabile verificarsi di una certa situazione negativa e dannosamente dannosa e invasiva.
Truppe spagnole furono nelle delle nostre zone in vari momenti fra il Cinquecento e il Settecento; ricordate ad esempio i Bravi di don Rodrigo?
E di loro è restato in antichi proverbi e mo

Il malvagio Don Rodrigo e i suoi bravi
L’Italia e la pianura padana sono state per secoli teatro di guerre altrui e chi ne pagava in primis le conseguenze erano le popolazioni locali che, come minimo, venivano depredate degli alimenti che servivano al mantenimento delle truppe.

Ci sono altre frasi simili sempre che sottolineano e ricordano, generazione dopo generazione, la presenza depredatoria di questi soldati, che saccheggiavano e razziavano senza pietà:

*pòovr a nuèteer s a riiva i spagnóo, i s maagnen la chèerna (o la còddga) e i s laasen i faṡóo; poveri noi, se arrivano i gli spagnoli, ci mangiano la carne (o la cotica) e ci lasciano i fagioli; poteva essere un ammonimento di una mamma o una nonna al bambino che tentava di non mangiare una cibo non di suo gusto;

*scapòmm ch a riiva i spagnóo! I t tàaien la bóorsa e i t maagnen i faṡóo! Scappiamo che arrivano gli spagnoli! Ti tagliano la borsa e ti mangiano i fagioli;

* a riiva i spagnóo, i s maagnen la tèggia cun tutt i faṡóo; arrivano gli spagnoli, ci mangiano il tegame con tutti i fagioli;

* ma si arriva anche oltre: pòovr a nuèeteer s a riiva i spagnóo, i s laasen la pèela e i maagnen i faṡóo (ci lasciano la pelle e mangiano i fagioli).
Non si sa bene se la pelle sia la vita, o quella dei legumi stessi.
Nella diffusa gran povertà dell’epoca, anche i fagioli erano una ricchezza e questi avidi iberici non lasciavano ai carpigiani neanche quelli.
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Un ricordo intangibile ed evidente della presenza di questi stranieri è il Torrione cosiddetto degli Spagnoli, che l’occuparono negli anni venti del Cinquecento in nome dell’imperatore Carlo V, ostile al nostro Alberto III Pio. Dal 24 maggio 2014 è finalmente di proprietà del Comune grazie all’impegno costante, contro l’inerzia della burocrazia romana, dell’assessore Simone Morelli e dell’architetto comunale Giovanni Gnoli. L’edificio sorge fra il castello e il teatro comunale; in tempi passati recenti è stato sede della Pretura, delle Poste (pacchi) e della Biblioteca comunale. Oggi, dopo i terremoti del maggio 2012, è in completa ristrutturazione.
Il Torrione degli Spagnoli poco prima del terremoto del 2012

Il Torrione degli Spagnoli (o di Galasso) è l’elemento più imponente del lato ovest del Palazzo dei Pio verso sud. L’edificio, sistemato da Galasso II Pio tra il 1440 e 1450, unendo due precedenti torri, si presenta come un ampio torrione a pianta rettangolare dalla caratteristica struttura verticale, articolato su più piani con stanze dalle volte a crociera, sontuosamente affrescate. Alcuni altissimi pinnacoli che si alzano dalla linea del tetto sottolineano ancor oggi lo slancio dell’edificio. Di particolare interesse sono gli affreschi a piano terra, attribuibili a pittore di scuola ferrarese della metà del Quattrocento, e le decorazioni nelle sale al primo piano, in particolare uno stemma dei Pio di Savoia, della medesima epoca, notevole per fattura e qualità artistica.
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Abbiamo poi il classico: “Fraanza o Spaagna, sóol ch a s maagna!” che caratterizza, tanto per cambiare, un difficile momento politico del nostro Paese che ho già trattato nel capitolo dedicato alla Francia.
Il detto deriva dalle lunghe guerre tra il re di Francia e l'Impero, allora legato alla corona spagnola, combattute principalmente in Italia, tra il 1500 ed il 1750.
I governi locali italiani si alleavano di volta il volta con uno dei due potenti per salvare un po’ di autonomia.
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Un altro ricordo, tragico, da sempre evocato con orrore dai nostri vecchi, l è la Spagnóola; una terribile epidemia di influenza che scoppiò alla fine della 1^ Guerra Mondiale e che provocò milioni di morti, più del conflitto stesso.
L'influenza spagnola, conosciuta come la Grande Influenza, è stata una pandemia influenzale che fra il 1918 e il 1920. È stata descritta come la più grave forma di pandemia della storia dell'umanità, avendo ucciso più persone della terribile peste nera del XIV secolo e della stessa Grande Guerra.
All'influenza venne dato il nome di "spagnola" poiché la sua esistenza fu inizialmente riportata soltanto dai giornali di quel paese non sottoposti a censura, perché neutrale. Oggi è appurato che il virus fu portato in Europa dalle truppe statunitensi che, a partire dall'aprile 1917, affluirono in Francia per la Grande Guerra.
La 1^ Guerra Mondiale aveva ucciso dieci milioni di persone, quasi esclusivamente militari; in sei mesi, tra la fine dell'ottobre 1918 e l'aprile 1919, l'influenza spagnola colpì un miliardo di persone uccidendone circa 50 milioni di cui circa 600 mila soltanto in Italia.
Anche Carpi fu colpita duramente e la tragedia è rimasta nella memoria popolare: "la (féevra) Spagnóola" divenne un fantasma più incombente e mostruoso della stessa guerra.
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Ragazza spagnola con la mantiglia, lo scialle di pizzo che, nel costume tradizionale spagnolo, le donne portano sul capo, fermato da un alto pettine infilato nei capelli entrata in uso in Spagna verso la fine del sedicesimo secolo e quella di pizzo è diventata popolare nel 17° e 18° secolo.

Alla fine degli anni Cinquanta, forse la prima canzone che ho imparato, da mia zia materna Valentina Compagnoni (1894 -1963) è stata, assieme alla “Violetera”:
  La spagnola
Di Spagna sono la bella,
regina son dell'amor.
Tutti mi dicono stella,
Stella di vivo splendor.

Stretti, stretti
Nell'estasi d'amor
La spagnola sa amar così,
Bocca a bocca la notte e il dì

In questa notte d'incanto
Dolce in Ispagna è l'amor
Son la regina del canto
M'ama il mio bel toreador

Tutti mi dicono stella,
Stella di vivo splendor
Sono per tutti la gioia
Sono per tutti l'amor

Sguardi che mandan saette
movenze di voluttà
le labbra son tumidette
puoi il paradiso toccar.
Sguardi che mandan saette
movenze di voluttà
le labbra son tumidette
puoi il paradiso toccar.

Stretti, stretti
Nell'estasi d'amor
La spagnola sa amar così,
Bocca a bocca la notte e il dì
ecc…

di Vincenzo Di Chiara (1880-1937) - 1918 circa.

Un ricordo indelebile e commuovente, tutte le volte che mi capita di riascoltarla. Ma un testo che, a rileggerlo oggi con attenzione, risulta ardito per l’epoca, se consideriamo l’ardore sensuale dei sentimenti focosamente espressi, il tutto cantato poi da una matura zia, signorina, nubile e timorata di Dio.
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La màaia


Anche Chèerp l éera al paéeṡ dla màaia, dal maièeri e dal maierìi.

1960 magliaia carpigiana

Avvertenza: Maja in spagnolo si pronuncia in modo del tutto diverso dalla nostra màaia. Infatti la “j” è una “g” dolce = pronunciata tipo màagia.
Ma a una prima lettura di un carpigiano, non ferrato in quella lingua, per scherzare un po’, ci sta bene lo stesso.
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Ecco qualche altro proverbio e modo di dire, sempre rievocativi in negativo delle invasioni spagnole delle quali non resta che un pessimo retaggio storico

*I don di Spagna, i conti d'Alemagna, i monsieurs di Francia, i vescovi d'Italia, i cavalier di Napoli, i lordi di Scozia, i fidalghi di Portogallo, i minori fratelli d'Inghilterra e i nobili d'Ungheria, fanno una povera compagnia.
*La morte non sparagna re di Francia né di Spagna.
*La Spagna è una spugna.
*Non conosce l'Italia e non la stima, chi provato non ha la Spagna prima.
*Spagna magra, Francia grassa, Germania la passa.
*Uomo di Spagna ti fa sempre qualche magagna.
*Da Spagnoli e Imperiali, da Francesi e Cardinali, libera nos, Domine!.
*È meglio stare al bosco e mangiar pignoli, che stare in Castello con gli Spagnoli
*Furia francese, ritirata spagnola.
Guerra spagnola, grande assalto e buona ritirata.
In una delle tante battaglie tra l'esercito francese e quello spagnolo, i francesi attaccarono con veemenza e gli spagnoli si ritirarono in fretta. Si dice quando qualcuno fa una cosa con tanto clamore, ma poi cambia subito idea.
Ad esempio i programmi dei politici in campagna elettorale.
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Appendice extracomunitaria

Ma i limiti del nostro dialetto non si fermano a un contesto europeo: il carpigiano va oltre.
Ecco alcuni esempi.
Fervaròot cuurt cuurt, più catìiv d un tuurch.
Febbraiotto corto corto, ma più cattivo di un turco; ci si riferisce alla possibilità che in questo mese invernale gli eventi meteorologici siano molto freddi e intensi.

Fumèer cóome un turch, fumare come un turco, cioè tantissimo.
Eugène Delacroix (1798-1863) - Turco che fuma
L'origine di questo modo di dire è incerta, quella più probabile risale alla seconda metà del XVI secolo. A quell'epoca in Turchia regnava un Pascià estremamente severo nei confronti del consumo di caffè e tabacco, considerate alla stregua di pericolose droghe. I consumatori di caffè e tabacco erano perseguiti duramente (una delle pene previste era il taglio del naso…) e le caffetterie distrutte. Una volta morto il Pascià oppressore, i turchi tornarono a bere caffè e a fumare, anche in modo eccessivo, come reazione al divieto subito. Da qui il detto: fumare come un turco, nel senso di fumare eccessivamente.
L'origine di questo modo di dire è incerta, quella più probabile risale alla seconda metà del XVI secolo. A quell'epoca in Turchia regnava un Pascià estremamente severo nei confronti del consumo di caffè e tabacco, considerate alla stregua di pericolose droghe. I consumatori di caffè e tabacco erano perseguiti duramente (una delle pene previste era il taglio del naso…) e le caffetterie distrutte. Una volta morto il Pascià oppressore, i turchi tornarono a bere caffè e a fumare, anche in modo eccessivo, come reazione al divieto subito. Da qui il detto: fumare come un turco, nel senso di fumare eccessivamente.
L'origine di questo modo di dire è incerta. In Turchia infatti già a partire dal VII secolo il fumo ebbe una larghissima diffusione. Ma nella seconda metà del XVI secolo in Turchia regnò un Pascià estremamente severo nei confronti del consumo di caffè e tabacco, considerate alla stregua di pericolose droghe. I consumatori di caffè e tabacco vennero perseguiti duramente (una delle pene previste era il taglio del naso…) e le caffetterie distrutte. Una volta morto il dispotico Pascià, finì anche il periodo di proibizionismo. Così i turchi tornarono a bere caffè e a fumare, anche in modo eccessivo, come reazione al divieto subito. Da qui il detto: fumare come un turco, nel senso di fumare eccessivamente.

Quando un bambino piange perché la mamma gli compri qualcosa: “A n t al tóogh gnaanch s te piàanṡ in cinèeṡ!” Non te lo compro nemmeno se piangi in cinese.

Quando una persona parla con termini difficili o incomprensibili: “A pèer ch al ciacaara in cinéeṡ!” Sembra che parli in cinese.

Fèer l indiàan, fare l’indiano Nel linguaggio comune, la locuzione fare l'indiano indica l'atteggiamento di chi, per proprio comodo, finge di non sentire quello che gli viene detto, o di non capire, non sapere o non interessarsi a qualcosa. Espressioni con significato sostanzialmente equivalente sono per esempio fare lo gnorri o fèer al nèssi (il nesci, nel senso di non capire) e fare orecchie da mercante (nel senso di non capire o non sentire). L'espressione fa riferimento allo stereotipo del nativo americano ("indiano" delle Indie Occidentali), che avrebbe, nell'immaginazione popolare, un atteggiamento generale di indifferenza e apatia, come chi non capisce quello che sta accadendo o che gli viene detto.

GTA 5
Fèer l americàan, fare l’americano. Significa tenete atteggiamenti in cui si evidenzia la ricchezza e lo sperpero di denaro. Tipico di certi carpigiani degli anni del boom economico.

Catèer l’America, trovare l’America. Significa trovarsi improvvisamente in una situazione di grande floridezza economica, quasi sempre con scarso o nullo merito.
Esempio di modo di dire a Carpi in dialetto, di recente creazione.
Una carovana nel west viene assalita dagli indiani.
Il capo fa scendere i passeggeri e dopo averli derubati, ordina ai suoi:"Uccidete donne e bambini e violentate gli uomini!"
Inopinatamente uno dei passeggeri protesta: "Ma come? Di solito è il contrario!"
Al ché il passeggero che gli era vicino e ch al girèeva un pò dunèeina, gli dà una forte e sorda gomitata e gli dice adirato, ma sommessamente, con voce effeminata: "Tèes! Mò vóot savèer più te che i indiàan?"

Dunque "Mò vóot savèer più te che i indiàan?" è diventata una frase, un modo dire recente in dialetto (cosa rarissima oggi), che viene pronunciata quando qualcuno interviene a sproposito e inopportunamente a danno di se stesso, della propria categoria, o in generale di interessi condivisi anche da altre persone.

lunedì 13 gennaio 2014

La sèina dla pcarìa la cena della macellazione del maiale - dialetto carpigiano - di Mauro D'Orazi

La    sèina    dla  pcarìa 


di    Mauro    D’Orazi     
revisione del testo di Anna Maria Ori e Graziano Malagoli
prima stesura del 22-10-2013                                                  V06 del 22-10-2013

Per motivi igienico sanitari, ma anche per il forte modificarsi dei costumi della nostra società, la pcarìa è stata via via abbandonata.
Adesso le grandi ditte sono delegate a questa operazione tutti i mesi dell’anno in base alle esigenze dei consumatori; un po’ come in lambrusco, che è in lavorazione tutto l’anno, grazie a moderni procedimenti e attrezzature.
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Preparazione insaccati

La festa che accompagna l’uccisione del maiale ha un retaggio ancestrale e il suo carattere perpetua i riti e gestualità, di cui non si conosce l’origine, ma che si ripetono fin dalla notte dei tempi, spesso inconsapevolmente, alimentando il fascino per l’antropologia e la ricerca delle nostre origini.

Preparazione insaccati

Ad esempio la cultura del lardo (in pezzi interi o pestato) e della sugna (nelle vesciche); questi alimenti che oggi ci fanno un po’ senso erano invece componenti energetici di primaria importanza per chi lavorava nei campi e per la creazione di difese naturali per il lungo inverno. Essi ci fanno capire il valore di investimento (capitale) di un animale che, per tale motivo, viveva il più possibile vicino alla casa del contadino, con funzione di spazzino ante litteram, in un’organizzazione economica rurale, dove non si buttava via niente e dove tutto veniva riciclato e riutilizzato.
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Al salsissi

È rimasta però l’abitudine di celebrare ugualmente questo rito in modo significativo, anche se ridotto, chiamando un sabato o una domenica di dicembre o di gennaio, talora a pranzo, ma più spesso a cena, parenti e amici per la sèina dla Pcarìa o, come si definisce con termine moderno, per “la maialata”.
Oggi in questi riti gastronomici compiaciutamente rievocatori si cerca di riproporre il menù tipico della cena che metteva fine alle complesse operazioni di macellazione del maiale e confezionamento delle sue carni; si cucinano piatti altrimenti introvabili, come il riso con la verza, il sanguinaccio, costine alla brace, i nervetti o altre parti del maiale di solito che è raro reperire in commercio. 
Si preparano lunghe tavolate alla buona con tovagliette di quasi dimenticata chèerta ṡaala carta gialla: sì ! proprio quella che, intrisa d’olio, la nonna o la mamma, ti metteva sulla testa dopo una bella zuccata per fèer gniir su ’na brugnòocla (o burgnòocla), per far venir su la botta.

  
Chèerta ṡaala e brugnòocla

E poi si parte, tutti assieme … in allegria, cercando di fermare il tempo …
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L’amico Mario Brani, ormai da tanti anni, organizza e in parte prepara personalmente nella sua casa di campagna a Limidi alla Pratazzola, una tradizionale sèina dla Pcarìa; del moderno termine “maialata” poi non vuole, e forse giustamente, nemmeno sentir parlare.
Per rendere dovutamente edotti gli ospiti della ormai rara ritualità a cui hanno il privilegio di prendere parte, Mario distribuisce un foglio con “le istruzioni per l’uso”.
Con un’audace azione sono riuscito ad avere copia di questi istruzioni riservate, che qui sotto riporto:
                                                                                         Limidi, 26 Gennaio 2013
La Pcarìa
La Pcarìa è consuetudine antica, secolare, presente in molte zone italiane.
Si esegue con cura particolare nella “bassa padana” delle province di Parma, Reggio Emilia, Modena, Cremona, Mantova e Ferrara.
Si tratta della macellazione del maiale e della sua trasformazione in gustosi insaccati per il consumo domestico.
In passato, in tempi parsimoniosi, la Pcarìa forniva tranquillità e garanzia alimentare per l’anno successivo. Eseguita rigorosamente nei mesi più freddi dell’anno, la Pcarìa, coinvolgeva tutta la famiglia patriarcale contadina.
Gli addetti all’operazione erano impegnati dall’alba al tramonto; alla fine della faticosa giornata, il lavoro di concludeva con una saporita cena.
Il Menù non variava MAI!
Nella società autarchica del passato la redóora usava i prodotti disponibili:
·       La verza, perché è l’unica verdura che nell’orto regge al gelo invernale.
·       Cipolla, carote e fagioli conservati.
·       Il riso, di ottima qualità, proveniente dalle risaie dislocate tra l’area carpigiana e i limitrofi comuni del mantovano.
·       Il formaggio parmigiano (in tempi passati genericamente il grana).
·       E naturalmente le parti di maiale che avanzavano o che venivano trattenute dalla lavorazione degli insaccati.
Con questi ingredienti la redóora, aiutata dalle nuore, preparava i vari piatti che, come è annuale consuetudine di questa casa, anche questa sera vengono rigorosamente ripetuti.
Buon appetito!
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L’arrosto di maiale cuoce a fuoco lento: còot e magnèe!

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Alcune fasi dla pcarìa

La pcarìa, ovvero macellazione del maiale, per tradizione si svolge prevalentemente da metà novembre a inizio gennaio. Consiste nel dividere e preparare le carni del maiale, ognuna secondo la propria specifica vocazione. È un’arte raffinata e basata su una solida esperienza: NON si può improvvisare!
Di seguito alcuni esempi ...

1       2
  1. Testa del maiale, dalla quale si ottiene la coppa di testa. Dopo debita cottura va condita con sale, pepe e miscele di aromi diversi dalla ricetta segreta e poi insaccata.
  2. Suddivisione pancetta e carne magra per la preparazione dell'impasto per i salami.

3       4
  1. Operazioni di legatura del salame e condimento dell'impasto con sale, pepe, aglio e vino.
  2. A destra la macchina per imbudellare, ossia insaccare, la carne nel budello.
5   6
  1. Salame legato e pronto per essere appeso.
  2. Tagliatura della cotenna, che poi verrà macinata e miscelata insieme a carni magre muscolose per la preparazione del cotechino, zampone o cappello da prete.

7

  1. Salami appesi a la pèerdga per la stagionatura


Menu per pizzeria in dialetto carpigiano di Mauro D’Orazi

Menu      per     pizzeria     in   dialetto    carpigiano          di  Mauro D’Orazi


revisione di Graziano Malagoli

Prima stesura 30-8-2013                       v05 del 2-10-2013

Al nòostri pissi
Arlièeda cun i funnṡ frèssch e speck (persùtt tedèssch infumanèe)
Auricchio cun i funnṡ misst – strachìin e rucola
Bufala, pardaróo e tartufèeda (ma al pardaróol è il fungo campestre e non il porcino che non ha una definizione propria in dialetto)
Bragòun cun bergunṡóola, tòun e sigòlla (o sivòlla)
Bragòun impinìi - margheritta – valtellina
Bragòun silver a la marinèera – Vèecia Mòodna
Vuióoṡa, – Napoli cun al verduuri
Articiòoch cichìin (o articiuchìin o scarciuflèin) – cun ninṡóoli e salsisèin tedèssch
Siinch póorch – uliivi – wurstel (salsisèin tedèssch) e patachìini
Strìa òot stagiòun
Strìa véera stèmmegh, cun la pansètta
Sigòlla (sivòlla), pansètta e bergunṡóola
Persùtt còot e graana o furmàai (pramsàan non si dice in dialetto per dire formaggio. Per un carpṡàan, al furmàai, l è sóol al pramṡàan e arṡàan, tutt chi èeter i gh aan al nòmm).
Al nòoster Cristian cun la sò pissa maata da andèer ṡè d tèesta
Pissa cun persùtt cruud - òocio ragàas ch l’è la pissa dla ca
Persùtt cruud cun i pardaróo – quàater furmàai
Pissa indiavlèeda - quàater stagiòun
Al nòoster Fabio cun la só pissa romaana specièela
Fantapissa (Pissa in insònni) e rucola (insalatèina savuriida ??)
Fòola biàanca cun la rucola (insalatèina savuriida)
Friarielli – al simmi d réeva cun la sulsissa
Pizza tirata – pissa tirèeda, sutiila
Gnocchino – gnuchìin
Pizza alla marinara – pissa a la marinèera
Pizza cotta con forna a legna – pissa còota ind al fóoren a lèggna

Queste su sono frasi relative alle pizze che possono arricchire il menu

1)          mangia e taci - Maagna e tèeṡ
2)          mangia tu che mangio anch’io - maagna tè ch a maagn aanca mè
3)          non avere fretta - A nn avéer fuuga
4)          ci vuole della calma – a gh vóol dla chèelma
5)           cosa dici, cosa vuoi e cosa c'è ?- ’Sa dii t, ’sa vóo t, ’sa gh è, ’sa pèssch èt?
6)          se la pizza buona vuoi mangiare PORTALA A CA devi chiamare - se la pissa bòuna te vóo magnèer, “pòort la a ca” a t tòcca ciamèer
7)          a pagare e a morire c'è sempre tempo - a paghèer e murìir a gh è sèmmper tèimp
8)          se non vuoi aspettare chiama pure – S te n vóo aspetèer, ciàama primma, próova a telefonèer
9)          da noi mangiare e bere non manca Chè da nuèeter, da magnèer e da bèvver a n caala màai
10)       se c'è ritardo ci vuole pazienza – fatevene una ragione S a gh è da spetèer, a gh vóol pasinsia – fèev èn ‘na ragiòun
11)        per i miracoli non siamo attrezzati pèr i miiracol a n sèmm mìa ancòrra atresèe, Per i quée impusibbil, a n gh la fòmm mìa
12)       qui c’è tanta roba buona fatta in casa – chè a catèe taant lavóor bòun faat in ca
13)       pizza rotonde al metro e giganti – a gh òmm la pissa al méeter e gigàant
14)       paghi poco e mangi bene -Te spènnd pòoch e te maagn da re
15)       se la pizza la vuoi tagliata bisogna che me lo dici. - S te vóo la pissa taièeda, dimm èl primma, faa m un s-ciffel subìtt
16)       da noi abbiamo solo delle buone offerte/promozioni buone Da nuèeter a catèe sóol dal bòuni ucaṡiòun e di bòun préesi
17)       vuoi crepare? – vóo t cherpèer?
18)       la fame è un brutta bestia! – la faam l’è ’na brutta béestia!


* Traduzione e adattamento in dialetto di Mauro D’Orazi – 2013 – utilizzando la grafia del “Dizionario di carpigiano” 2011

Canàapa e basletta - naso e mento - dialetto carpigiano - di mauro d'orazi

Canàapa  e   basletta   BOZZAAAA

dal longobardo: NAPPA = Naso
in dialetto bresciano: canapa = naso grosso / napà = curiosare / napù = curiosone
La conquista longobarda, consolidatasi intorno al 680, ebbe un’enorme influenza politica nella suddivisione dell’Italia che solo il Risorgimento cancellerà e riunificherà. Dominando la penisola con un mosaico di "ducati" frammisti ad altre entità politiche, i Longobardi non costituirono mai uno stato unitario e ciò influenzò lo sviluppo e la diffusione della lingua che si distribuì come "a macchie di leopardo" nelle varie regioni italiane.

bèsla e basletta significano bazza, mento allungato e un po' arricciato, soprattutto se esso è pronunciato; a questo evidente attributo può fare pendant una bella canàpa, che è un bel nasone; tutti tratti facciali che non sfuggono di certo al lingui malègni (alle lingue maligne)

ch a n'apa da crèeder;
Canípa, Canapa ca n apia mai da piovèer.
canapa mai da piover .. si dice con sospetta assonanza quando passa una persona col naso grosso o lungo
nèes e basletta i fàan mujetta

sa la vdi? basèela!

"mò ch Fracanapa!" sempre quando si vede una persona con un naso imponente
"Facanapa fa la papa"
**
Facanapa  o Fracanapa : maschera veneta come risposta dell'entroterra (verona ecc) al declino della Serenissima.
CARATTERE:parla velocemente e si muove con piroette.
COSTUME: pantaloni alla zuava, panciotto,marsina e un gran fiocco blu;calze bianche e scarpe marroni  e cappello a tre punte. MASCHERA:occhiali con un grande nasone.
***
la più alta pagina musicale del ns maggior poeta dialettale
SCONFORTO

di Mario Stermieri

La prima vera ecco è quì che vièno
siamo già arènto al tempo della fóia
in mezzo ai prati si è già sgato il fieno
e vien su l’uva bella ch’la fa vóia,
ma nel mio cuoro ancor non vè giungiùto
il tiepido calor del sol d’aprilo,
perché la mante mia non m’à più vluto
e sofro, e… calo tutti i giorni un chilo!
Quando poi penso ai bacci che ci ò dato
in della ghigna fresca e pien d’ardire
mi sento commovùto e sconsolato
come se fossi arènto a partorire!
E quando penso a sì crudel disdetta
e che in del mondo non avrò più pace
blisga dagli occhi giù per la basletta
il pianto mio dal gran che m’indespiàce!

   * Mario Stermieri nacque a Carpi il 3 febbraio 1886. Date le modeste condizioni economiche in cui versava la famiglia, dovette ben presto interrompere gli studi e cercarsi un non facile lavoro, passando per molti impieghi (da ultimo, fu segretario del senatore Bertesi). Nel 1904, con alcuni amici fondò il giornale “In trâpla”, al quale collaborò con lo pseudonimo di “Pedânt”. In mezzo alle più tristi sventure (il fallimento del matrimonio, la morte prematura dell’adorata figlioletta, la tubercolosi…), seppe cantare con serenità il dolore e la gioia, nonché sorridere sulle umane debolezze in un modo tutto suo, che lo rese particolarmente caro ai carpigiani delle prime due generazioni del Novecento. Si spense nella nostra città il 25 maggio 1910.
**

Infine l' arrotino tradotto esattamente diviene «el moletta»  e da Carlo Porta (Milano, 15 giugno 1775 – 5 gennaio 1821) : «... E in su quell la seggella del moletu, Che gotta giò tabacch su la basletta.
»)

***
Mauro, e quand a pàsa una stangàuna molto alta, guardandola dietro gli stessi omastroni commentano, "vaca maciètTa che divertimèint èlt ch l a gh à"

  Quando uno ha il naso grosso, le donne pensano; se tànt al dà tànt.....
ma anche quando una donna ha il naso lungo - pronunciato ...

Fintaant can-a-capis, can-a-capis gninta, a n a capirà quèel.

  ?@primo a gh è na regola. AL Lètt al paressa. quel ch a gh vansa al va sopra la testa o còo di pèe :=)
Paolo Pasini
Ed chi gh à la basletta un pò troop " aggettante " a s dìis che  sa piov dimondi, al s pool anghèer !!!

        Marco Giovanardi ?...queel con il labbro inferiore sporgente ... "Dutoor .. quand a pioov a m'bagnn tutt al laber et sòta" .... Il Dottore che aveva sporgente quello superiore ... "eeh xa mninn frega a mè!!!"
              Angela Andreoli e quando sia naso che mento sono pronunciati..Nès e baslèta i fan mujèta :-))
Glauco Belmondi
sempre per chi ha una bella fracanappa...........as dà di be ches, mo as ved ank di be nes......... e a una donna che ha un "bel mento"........stla ved, besla.........

Cun al mel de schina bisgnarev laveres la facia cun al baslot a quater dii sota la baslèta.

Mauro D'Orazi La bèesla è il mento. al baslott era piccolo catino che il barbiere teneva sotto il mento del cliente (besla) quando gli faceva la barba. bèesla= baslott. I ricchi ne portavo una personale :=)

Francesco Bezzecchi
Canipa, canapa ch a n abia mai da piovèer

quando davano fuori i nasi ha preso quello più grosso

quando passa uno o una con il mento pronunciato, fra due braghèer che parlano fra di loro, si sente dire:
"Sa s in bèesla al tèimp !!"
"S te la vèed ... bèesla!" che vuol dire sia baciala, che basletta.

disegno di marco giovanardi

quand al laber èd sotta l è più foora                                                                                                                                                                                                                                                            a s giiva: "a le lò a gh pioov in ca!"