martedì 27 dicembre 2011

Insulti socio-politici Dialetto carpigiano - di Mauro D'Orazi - Carpi

  Insulti socio-politici  
                                                 di Mauro D’Orazi
                                                               in collaborazione con Florio Magnanini

                                                                                      V 18   del  25-12-2012
Presentato a Miareina per la 5^ grande cena del dialetto del gruppo di Facebook il 25-11-2011.

Parzialmente pubblicato su Voce di Carpi n 48 dell’8-12-2011

A n v’ofendiidi, a n v la tuliidi, perché a gh n è per tutt. :=))))
             Il dialetto, quando utilizza le definizioni socio politiche, lo fa per esprimere un connotato, psicologico o caratteriale, in qualche caso condotto fin quasi all'insulto. Sempre in modo bipartisan, tuttavia: ne ha cioè per tutti. Troppo radicato infatti nella vita quotidiana, troppo consapevole delle umane debolezze e della caducità di imperi, stati, regimi, personalità e partiti politici per credere più di tanto a ideologie e promesse. La lingua del popolo non ammette sciovinismi, quando si tratta di politica. La pervade piuttosto un sano qualunquismo che, senza arrivare al cinismo tutto romano del ... "che sia Franza che sia Spagna, purché se magna", serviva in passato soprattutto a ricordare che al portatore sano di saggezza dialettale è sempre stato difficile “raccontarla”. Perfino in una terra, come quella emiliana, che di narratori della politica, per non dire di comizianti e trascinatori delle masse, è sempre stata fertile: dagli apostoli del socialismo dei primi anni del Novecento, alla buonanima del Duce, per arrivare alle piazze "calde " del dopoguerra. E a quelle "caldissime", anche a Carpi, del 1960, all'epoca del governo Tambroni, forse l'ultimo, grande episodio di mobilitazione politica di massa e nazionale, prima che la politica si inscatolasse definitivamente dentro il televisore.
Con la politica il dialetto si comporta allo stesso modo che con i difetti o le caratteristiche fisiche o psicologiche delle persone: prende il particolare e lo tramuta in un giudizio generale, in una categoria classificatoria. Il repertorio al quale attinge è, inevitabilmente, quello della Prima Repubblica, durata praticamente dal 1945 al 1992 (Tangentopoli e avvento di Berlusconi. Un lasso di tempo talmente lungo da imprimersi nel vernacolo, molto più di quanto non abbia potuto fare la Seconda Repubblica. Quest'ultima è stata (forse sarà ?) finora troppo breve, perché la sua esistenza potesse incidere nell'immaginario dialettale e troppo dominata dai nuovi linguaggi tecnologici, perché il dialetto potesse attingervi.
Ecco una serie di insulti che traggono la loro negatività, non tanto dalle semplici parole, di per sé normalissime, ma dal fatto di agganciarle strettamente a comportamenti stereotipati di tante persone che a tali categorie appartengono e che più che altro ci sguazzano dentro.
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L’è un prèet dicesi di persona infida che predica bene, ma razzola male, capace di ogni tradimento, pur conservando una sua ineccepibilità esteriore e di forma. 
In caso di divisioni poi la filosofia è questa: Trì pan, dù pròun, ma prima me! (Tre pani, due per uno, il primo a me!
Oppure: Orate per me e per chi etèr s’agh n’è! Splendida frase in carpense misto latino che significa: pregate per me e per gli altri solo se ce n’è.

Botero – Un prete
Anche nella variante per un’equa divisione:
Trì pan,      Tre pani,
dù pròun,   due per uno,
dù a me      due a me
e un a te.    e uno a te.
Al va e s al vin come la cusinzia di frèe. Ci si riferisce a una persona i cui punti fermi … non sono tali.
            
L’è un demoscristiàan può rientrare nella definizione di prima, ma è anche sinonimo di tròoja (nel significato carpigiano); cioè uno capace di tutto e buono per tutto le stagioni. Abile a cambiare opinione alla bisogna; più che mentire … è incline morbidamente a omettere e operare in malafede per il proprio tornaconto, dando a intendere di occuparsi del bene comune.
L’è un cesulàan (o cisulàan) definisce una figura di nauseante bigotto rompiballe, con lo zucchero sopra e il veleno dentro, ecc.
                
L’è un comunista! o un faSista! Con tanto di punto esclamativo, sono da considerarsi offese almeno per il pronunciante. Uguali, reciproche e contrapposte: pronunciate quasi sempre con odio, dalla parte avversa per mettere in negativa evidenza i macroscopici difetti e nefandezze del partito nemico.
Per capire un po’ il clima del dopoguerra, si può ricordare che Togliatti pronunciò la seguente frase al Comitato Centrale del PCI, nel dicembre 1949: “L’anticomunismo sta diventando il marchio dei deficienti”.

                
Catòolich fèels e Comunista sfegatè cun i peraocc’. Definizioni simmetriche di pretta matrice emiliana e con connotati alla Guareschi, che hanno accompagnato il dopo guerra più acceso, cogliendo l’essenza antropologica dei due fronti: la doppiezza cattolica (fede e prassi, preghiera e atti, ambivalenze anche nelle relazioni interpersonali) e la sorda ottusità ideologica del comunista (cecità di fronte all’evidenza, propensione alla sopraffazione verbale, assenza di spirito critico e auto ironia).
L’è un saragatiàan. Offesa per significare un traditore (del popolo e della classe operaia). Divenne sinonimo di “venduto” e malfattore. Colpiva chi andava incontro all’ingrato destino degli “eretici”. Coniata dai militanti comunisti dopo la scissione (pro Patto Atlantico) di Giuseppe Saragat (1898-1988) dal PSI nel 1947 (Scissione di Palazzo Barberini) da cui nacque il PSLI - Partito Socialista dei Lavoratori Italiani -(i cosiddetti “piselli”) e poi il PSDI … i social democratici.
L’è un scranèer. Seggiolaio, occupatore di sedie. Epiteto in voga negli anni dal 1970 al ’90, rivolto dal popolino comunista ai socialisti del PSI di Craxi, sempre pronti ad allearsi indifferentemente con DC o PCI pur di ottenere ogni sorta e abbondanza di incarichi politici. I peggiori si ritroveranno quasi tutti con Berlusconi a occupare altre sedie.
L’è un bonomiàan - Bonomiano. Costoro erano i coltivatori diretti che aderivano alla Coldiretti fondata dal DC Paolo Bonomi (1910-1985). I contadini “rossi” comunisti chiamavano con disprezzo in questo modo i coltivatori “bianchi”, accusati di avere ogni sorta di privilegio, grazie all’appartenenza a questa allora potentissima organizzazione, tradizionale cinghia di trasmissioni democristiana.
Il pagliaccio Scaramacai (19559-66) di Pinuccia Nava
Mò va' là Scaramacai! È un’espressione che prende spunto dall'allora noto  pagliaccio di un programma televisivo per bambini degli anni ‘60, e rivolta genericamente a persona ridicola o, nella fattispecie, ad avversario politico il più delle  volte comunista.

Al fa al sindacalista. Succedeva che talora questa figura non fosse troppo apprezzata, per l’inefficacia verbosa del suo vano operare. Un parlare inutile e inconcludente, denominato già dagli anni ’70 … sindacalese (piattaforma, vertenza,  concertazione, rivendicazione, portare avanti una linea unitaria o un discorso, aprire un tavolo - a n s’è mai savù chi portiss po’ al scràani - ecc … ). Per sferzare queste vacuità di fatto, si sentiva dire questa breve, ma simpatica filastrocca nonsense, tipica di certo “rimare” volutamente irrispettoso tradizionale delle nostre zone:
Al fa al sindacalista …?!?!
Un gh i taja e n’èter a l gh i pista.
… E ‘n èter  ancòora a l gh i armis-cia.
(Fa il sindacalista! Uno glieli taglia e un altro glieli pesta. E un terzo ancora glieli mischia).
Però per mettere tutti pari, secondo la tradizionale usanza a prendi in giro del nostro dialetto, al posto di “sindacalista” si può però mettere a piacere una qualsiasi categoria il cui nome che termini  in … ista. La valenza sarà in ogni caso assicurata.
      
Chi arrivava con ritardo in un luogo di un comizio e chiedeva al vicino di cosa stesse parlando l’oratore con tanta enfasi e fervore, poteva cinicamente sentirsi rispondere: Chi gh n ha l è di bòun! Chi n gh i n ha l’è di cajòun! Chi ne ha (di soldi e beni) è dei buoni. Chi non ne ha è dei coglioni. Massima sempre attualissima insita nella sorte umana. Riassume la quintessenza della visione politica, interpretata magistralmente (ancora una volta) dal nostro tagliente e spietato dialetto. Qualcuno amareggiato aggiunge: I gh ha la ghignèera, come al cuul!

Paan, cumpanaadegh e sacralità del desco di Mauro D’Orazi dialetto carpigiano - Carpi (Modena)

Paan, cumpanaadegh e sacralità del desco
                                                                      di Mauro D’Orazi
Gennaio 2012
                                                                             v 31  del 18-9-2012                                                               

Frutto del lavoro di ricerca sul web, con suggerimenti e con il contributo  costante del Gruppo di Facebook “Chi parla dialetto carpSàan” e del rughlètt di affezionati del bar Tazza d’Oro alle 7 del mattino e di tanti altri amici e amiche sempre pronti a portare la loro esperienza personale e familiare al servizio di un dialetto che deve e può continuare a essere parlato e vissuto.

Il pane in passato, un po’ meno oggi nell’opulenta società occidentale, ha sempre rivestito un carattere quasi sacro nel sostentamento della famiglia. Esso era il simbolo del lavoro che produceva il frutto o il reddito indispensabile per alimentare le famiglie molto numerose di un tempo.
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A partòom da dimondi luntàan … purtèe pasinSia: la sacralità del pane e del frumento necessario alla sua produzione ha origine lontanissima nel tempo. Addirittura risalente al Neolitico, quando le prime tecniche di coltivazione cominciarono ad affrancare le antiche popolazioni di cacciatori e raccoglitori dall’incubo delle carestie.
Secondo la mitologia greca fu Demetra, dea delle messi, - Cerere per i Romani - a donare all'uomo i cereali, in particolare il frumento da cui appunto si ricava la farina per panificare. Da sempre il pane ha avuto una sacralità che nel mondo greco prima e romano poi era legata alla fecondità della terra, tanto che Demetra era celebrata durante i riti dei misteri eleusini e ad essa veniva offerto il pane Thargelos preparato con la prima farina dopo la mietitura durante le feste rurali che nell'antica Grecia si svolgevano da metà maggio a metà giugno, epoca della raccolta del grano. Nella cultura e religione cristiana il pane assume centralità legata all’ultima cena e alla metafora del corpo di Cristo: «Questo è il mio corpo.» e con l'identificazione ostia-corpo di Cristo si compie un processo di sublimazione del pane che da alimento diventa anche mezzo di comunicazione capace di trasmettere significati profondi. «Dacci oggi il nostro pane» recita la preghiera base della religione cristiana-cattolica: dove pane è sinonimo di cibo, perché nel cuore del Mediterraneo, dove tale religione si è sviluppata, la cultura del pane ha avuto origine e diffusione. Così questo alimento è un tema ricorrente nella simbologia cristiana. Come esempio basterà ricordare che ad Adamo - scacciato dal Paradiso - fu imposto: «Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte».
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Anche il Fascismo non sfuggì al sacrale rispetto del grano e del pane; lo dimostrano le eclatanti Battaglie del Grano a partire dal 1925 che, per altro,  portano in sei anni all’autosufficienza del nostro Paese. Indimenticabile e nel contempo terribilmente ridicola l’immagine nei film Luce del Duce Trebbiatore (a fàagh tutt mè), che, a torso nudo, capellaccio e occhialoni da motociclista anti polvere, grida al macchinista di avviare il ciclo di lavorazione di un’enorme trebbiatrice e contemporaneamente comincia a spostare grosse abbracciate di spighe.
       
1938 Aprilia - Il Duce trebbiatore
L’epicità raggiunse l’acme con le scritte murali del tipo:
·        È l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende. E il vomere e la lama sono entrambi di acciaio temprato come la fede dei nostri cuori.
·        Non sprecate il pane quotidiano.
·        Pane, lo so, per averlo provato, che cosa vuol dire la casa deserta ed il desco nudo.
·        Rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema di sacrificio.
Ma ben presto arrivò la guerra e per molti italiani questo tragico evento è unito strettamente al ricordo della fame, della paura e della povertà. Infatti sono molto più tristi e senza speranza le immagini degli Orti di Guerra dei primissimi anni ’40, quando anche le aiuole pubbliche venivano utilizzate per vane e improbabili coltivazioni di grano e il pane era razionato con la tessera annonaria.
       
Orti di guerra alla stazione ferroviaria di Modena -          Tessera annonaria anni ‘40
Ogni persona a seconda dell'età e del lavoro, riceveva una tessera di carta stampata (tessera annonaria) con sopra dei bollini. Ognuno di essi permetteva di comprare, un certo giorno preciso, ad un certo prezzo, un certo genere alimentare. Per esempio nel 1941 la quota di pane a persona era di 200 gr al giorno, saliva a 300 gr per gli operai e a 400 gr per chi era addetto a lavori pesanti. Nel marzo 1942 ci fu una riduzione di 50 per ciascuna quota. Negli ultimi mesi di guerra per le famiglie italiane procurarsi il cibo rappresentò la maggiore preoccupazione.
Questi ricordi di mio padre sulla fame patita e la voglia di pane, continuamente ripetuti, hanno accompagnato il periodo iniziale della mia vita e mi hanno lasciato, pur non avendo vissuto per duro periodo, un rispetto assoluto del pane.
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La presenza costante del pane nella cultura di tutti i tempi e di tutti i popoli ha conferito a questo alimento una sacralità che costituisce anche un impegno quotidiano sia per la conservazione (dalla vecchia madia al moderno congelatore) che per l'uso dal paan vecc’ (duro o stantio). E per questi aspetti la cultura contadina ci insegna molto trasferendoci l'impossibilità di buttare il pane che, quando proprio non può essere mangiato o usato per altri cibi, può sempre alimentare molti animali domestici.
Ognuno di noi può fare propria un’affermazione che ci viene dal passato: «Il pane è un dono generoso della natura, un cibo insostituibile... Si addice ad ogni ora del giorno, ad ogni età della vita, a ogni persona. È così connotato all'uomo che ce ne nutriamo, si può dire, fin dalla nascita e non ce ne stanchiamo mai fino alla morte».
Non per niente di una brava, onesta e disponibile persona si dice … l è bòun come al paan (è buono come il pane).
Mentre un magnapaan (o un rubapaan) a tradimèint è colui che se lo accaparra ingiustamente e con artati inganni.
Anche il motto social politico “ Pane e Lavoro” la dice lunga, anche se qualcuno tenderebbe a scantonare un po’ sul secondo.
Di una attività pur umile e modesta, ma di sicuro, quanto limitato reddito si dirà: L a t darà sèmmper un paan ! Ti darà sempre un pane.
È indispensabile per il viandante che deve essere attrezzato del necessario: Paan, gabaan e bastòun per i caan. (Pane per sfamarsi, un lungo cappotto con cappuccio per il freddo e la pioggia e un bastone per difendersi dagli animali e talora dagli umani).
Forno di campagna all’esterno
Commovente e profondamente religiosa era la frase pronunciata prima di mettere la pagnotta nel forno, quando la rezdòora la tagliava leggermente a croce: “T poss cherpèer!” Che tu possa crepare e cuocerti bene, affidando li sorti della cottura finale del prezioso alimento nelle misericordiose mani divine.
     
La croce sul pane
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Con il pane si può realizzare un pasto completo: dall'antipasto di crostini al dolce (torte e soufflé); la nostra fantasia si può sbizzarrire, perché il pane (come l'olio o il burro) non può mancare in nessuna casa: è una presenza rassicurante che merita il più profondo rispetto.
Ci sono però sempre state delle regole, che definirei morali, per consumare il pane e il cibo in generale.
Naturalmente anche la cultura locale  e il dialetto sono intrisi di immagini, esempi, modi di dire che ben interpretano il sentimento su questa tematica.
Metèer a tèevla al paan o metèer la famja a tèevla (mettere il pane in tavola o mettere la famiglia a sedere a tavola) erano frasi che significavano che il capofamiglia o la moglie avevano guadagnato o rimediato il sufficiente per dar da mangiare ai loro cari. E alla fine del pasto, al rezdòor, alzandosi da tavola, poteva dunque dire sospirando profondamente, tra il soddisfatto e preoccupato: “Bèin!! ... e anch incòo a i om magnèe!! ... Dmaan a vdrèemmm!“ (Bene! Anche per oggi abbiamo mangiato! Domani vedremo!).
E nel caso ci fossero stati abbondanti cibo e vino: “S l’ à va mèel … cla vàaga, sèmmper acsè!” Se va male che vada sempre così.
Il pane però era in ogni caso l’elemento portante della dieta e mangiato da solo era paan biòos: definizione che significava consumarlo da solo senza companatico.
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1960 Forno di città
C’erano poi delle regole ferree che anche oggi sono presenti in molte famiglie, nonostante progresso, il benessere e l’abbondanza: retaggi e scrupoli indeboliti fin che si vuole, ma che sembrano (e meno male) non voler scomparire.

Ciapèer di scupasòun per avèer magnèe al cumpanaadegh a la vigliàaca.  Prendere degli scapaccioni a tavola in famiglia per aver mangiato dei cibi senza pane. Marco Giovanardi ricorda che nel primo dopoguerra (ma anche più tardi come scrupolo sopravvissuto, anche al boom di Carpi), quando ci si doveva sfamare in prevalenza con pane e patate (chi abitava in città) era considerata grave colpa cibarsi del companatico senza pane. L era un comportamèint da vigliàach, perchè per impiniir la pansa d un, a s tuliiva via una parte della razione a chi eter fradèe. (era un comportamento vile, perché si portava via del mangiare pregiato agli altri fratelli e familiari).
Una volta era ferma tradizione che la gente mangiasse tutto con il pane, anche con i cibi più diversi. Anche con l’arrivo del benessere c’è chi ha conservato per sempre questa antica abitudine di consumare un minimo di companatico con tanto pane, anche con la pasta asciutta, le patate lesse o con la frutta.

Gianfranco Imbeni, eccelso e caustico dipingitore di carpigianità, opportunamente mi rammenta, a proposito di "sacralità del desco", i versi ottonari di quel protodemocristiano che fu il Manzoni: "Sia frugal del ricco il pasto, / ogni mensa abbia i suoi doni; / e il tesor negato al fasto / di superbe imbandigioni / scenda amico all'umil tetto: / faccia il desco poveretto / più ridente oggi apparir" (Il Natale, inno sacro).

Imbeni ricorda anche che quand'era ragazzo lui, il mettersi in bocca del puro companatico veniva condannato e impedito dai grandi come un "magnèer a braama ed paan". Il che, per logica conseguenza, lo autorizzava, quanto al pane, a consumarlo a volontà.
A bramarlo e divorarlo … sì ! Ma trattandolo con buon rispetto. Ed era sempre pronta, a nostra edificazione, la leggenda di Gesù Bambino che scivola giù dalle braccia della Madre e dall'asinello durante la fuga in Egitto, per raccoglierne delle briciole abbandonate per terra.
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Anche il Baffo, noto esperto di apparati radio e simili e gestore della baracchina estiva nel Parco della ResistenSa, rivive la sua esperienza familiare: “Mè mèeder, ch l era na maruchiina, l am dèeva di cupòun ch am fèeva vedèer al stèeli, se a meSdèe a magnèeva dal salaam o dal furmàj seinza paan. E pò, de spess, l era anch pan vecc' staladìì”. (Mia madre, che veniva dal sud, mi dava degli scappellotti che mi facevano vedere le stelle, se a mezzogiorno mangiavo del salame o del formaggio senza pane. E spesso di si  trattava di pane vecchio).

Per altro anche a casa mia mi sono sempre sentito rimproverare, (sèinsa di scupasòun, però), perché mangiavo il formaggio senza pane. Mio padre, che da ragazzo, durante la guerra, aveva patito la fame, tutte le volte mi rimproverava, anche quando la situazione economica della famiglia era ormai prospera. Era un retaggio MORALE, quasi un offesa alla povertà. Anche tenere il pane rovesciato era irrispettoso. Un uso che io seguo scrupolosamente anche oggi.
Ma i tempi cambiavano e viceversa quando non volevo mangiare qualcosa e non stavo bene, mi veniva invece raccomandato:"Dai! mangialo ... anche senza pane! Anch s te n gh è mia faam." (anche se non hai fame).

E fare briciole? Anche questo era biasimevole ci ricorda Anna Maria Ori. Mai e poi mai sbrislèer al paan! (sbriciolare il pane). Fare troppe briciole spezzando il pane, era come metterlo rovesciato sulla tovaglia, in tante case era un tabù.
Come prima si ricordava: "Persino Gesù scese da cavallo, per raccogliere ‘na briisla ed paan!" Un leggenda educativa che la vecchia zia rievocava con tono minaccioso e intimandola col dito indice veementemente alzato ai bimbi che stavano mangiando
An gh è dubbi t en spòos un puvrètt, te fèe tròopi briisli oppure te spusèe un sgnòor!!! (Non c’è dubbio che tu non sposerai un poveretto, fai troppo briciole oppure, a nozze avvenute … hai di certo sposato un signore che ti permette di consumare il pane). Con questi ammonimenti la madre sgridava la figlia che faceva tante briciole sulla tovaglia.
Altro avvertimento simile rivolto a chi sbriciola troppo il pane a tavola: T en diventerèe mai un sgnòor! Non diventerai mai ricco.

Un’altra cosa proibitissima per i bambini l era scavèer cun i dì in di filòun dal paan per magnèer sòol al mujaan. Era normale che ai bambini piacesse più la mollica della crosta e si impegnavano a scavarla col dito nei filoncini. Esternamente il pane sembra intonso, ma quanto il capo famiglia lo prendeva in mano e si accorgeva dello scempio erano urla e minacce.  A n s pòol mia strasinèer acsè al paan!!  Non si può rovinare così il pane.

Magnèer al paan cun na maan sòola. Uno splendido modo di dire, suggeritomi dal prof Antonio Martinelli, che viene riferito a una persona che conduce perennemente una vita molto indaffarata, tale da non consentirle di sedersi tranquillamente a tavola e mangiare il pane con due mani. Il concetto si addice bene anche ai tanti occupatissimi carpigiani che, negli anni ’60 in pieno boom economico, non pensavano ad altro che a produrre, a vendere e a guadagnare.

Mia madre negli anni ’60, a benessere raggiunto, preparava per me e mio fratello dei panini imbottiti per la merenda. Usava al paan mòunta-sù all’olio del Forno di Chiesi in Corso Fanti. Ivo Chiesi era un uomo burbero amico di mio padre, una persona di poche parole che a noi bambini metteva un certo timore reverenziale, anche perché era il presidente del Tiro a Segno di Carpi.
Montasu_3.jpg       
Paan mòunta-sù
Il nome della chioppetta deriva dal fatto che si usava un oblungo rettangolo di pasta, lo arrotolava contemporaneamente da entrambi i lati (che così montavano su - da cui il nome) e le due “pallottine” così ricavate i gnivèen strichèedi su (venivano unite) di traverso con una leggera e sapiente pressione. Al monta-sù è un tipo pane con mollica morbida e crosta sottile, prodotto fin dal Quattrocento nel nord Italia. Gli ingredienti sono farina 0, acqua, sale, olio e lievito; amalgamati tra loro, danno vita a un impasto soffice, simile a quello delle baguettes francesi dalle quali, con tutta probabilità, trae le sue origini.
Mia madre divideva le due parti, le tagliava per il lungo e le imbottiva o di salame o di una stupenda cioccolata alla gianduia Novi, che si comprava presso il Forno Sacchi di Corso Alberto Pio per 500 lire in un bellissimo barattolo rettangolare di plastica con il tappo rosso con riportato a rilevo N O V I. Questo contenitore era poi quello che utilizzavo per conservare le mie palline di vetro.
   
Salame             e                  gianduia Novi nel barattolo di oggi
Per rientrare in tema, una volta, avrò avuto poco più di dieci anni, successe che non avevo assolutamente fame e sconsideratamente buttai i due panini nel secchio del pattume. Ma li avevo nascosti male e i miei genitori se accorsero. Fu una vera tragedia e fui processato sommariamente e con grande severità. Mia madre: “Butèer via al paan? L è un pchèe còuntra nostèer Sgnòor! Peinsa a tutta la giinta ch l a mòor ed faam!” (Buttare via il pane! E’ un peccato contro Dio! Pensa a tutta la gente che muore di fame!). Mio padre diceva che il pane non si butta mai: il pane è sacro e va rispettato. Ascoltai la solenne sgridata a testa bassa e mi sentii un verme.
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Questo scrupolo sul pane mi è rimasto ancora oggi e a casa mia ben difficilmente lo si sciupa, ben aiutato in questo anche dal famelico golden Lucky di mio fratello, che per un crostino vecchio o una mollica indurita farebbe qualsiasi cosa, dimenticando ogni minima dignità.
                           
                                          Cave panem                                                 Pane fatto in casa

Circa il pane vecchio è quasi superfluo dire che non veniva certo buttato. Poteva essere grattugiato (paan rasèe) per impanare altri cibi o fare l’addensante, assieme al formaggio, per le polpette, oppure lo si usava alla mattina dopo a pezzetti dentro la tazza di caffelatte. Indimenticabile il toch toch che si produceva col cucchiaio, battendo la superficie ancora dura di un crostino da affogare nel latte.

In altre case si mangiava la panèeda preparata col pane vecchio bollito e dentro due spicchi d'aglio per insaporirlo, un po’ di sale e una lacrima d'olio.
Oppure la classica suppa in bròod (zuppa in brodo) col pane tagliato a fettine immerso nel brodo bollente.

Da tutti questi episodi di vita che ho vissuto direttamente o che mi hanno raccontato, si evidenza il grande riguardo per il lavoro, per la fatica che c’erano dietro al cibo. Questo senso di rispetto era fortissimo, con connotazioni, anche religiose, che convivevano con qualunque idea politica, bianca, rosso e nera che fosse.

Da ricordare anche che quando a tavola capitava di incrociare casualmente le posate, sempre la zia mi diceva: "Guasta cla cròos lé … cla pòorta méel!" (Guasta quella croce che porta male). Sarno Rossi ricorda che tutt'ora se gli capita di incrociare o vedere qualcuno che ha le posate sovrapposte, in silenzio, senza clamore, gli viene d’istintivo di guastare la croce, non per superstizione, sciocchezze a cui non crede ASSOLUTAMENTE, ma per rispetto alla SACRALITA’ della tavola a cui prima si accennava.

OGGI tutte queste categorie sono SCOMPARSE e incomprensibili per i consumatori di merendine e di Esta-tè.
                
Tipiche qualità di pane locale

1910 ca Apertura Forno Camurri. La donnona è Eugenia in Camurri; Amos Camurri seduto sulla cesta è il nonno di Cristina Bonaretti.
1920 Piazza Garibaldi drogheria e forno a legna di Ernesto Morandi; in attività sino anni 1960.

Artistoni 2 -- Carpigiani al cinema. Storpia tu, che storpio anch’io! di Mauro D'Orazi

Artistoni 2  -- Carpigiani al cinema. Storpia tu, che storpio anch’io!
                                                                       di Mauro D’Orazi
v 15        25-11-2011       bozza da correggere

Mi sono già soffermato sul grande impatto che ebbero il cinema e i film a Carpi nel secolo scorso a partire dagli anni ’20. Soprattutto il cinema americano, dopo il ’45, scatenò l’entusiasmo e la fantasia dello spettatore carpigiano.
La splendida iniziativa del prof Pietro Marmiroli “Polvere di stelle” ha dato nuovi impulsi alle mie ricerche.
Nel Cortile della Biblioteca Loria gremito fino all'ultimo posto, Marmiroli ha dedicato una serata ai primi di settembre sul cinema "made in Carpi" da lui stesso ideata e diretta. Egli ha condotto il pubblico in un excursus attraverso le pellicole realizzate in città dagli anni ’50 a oggi, alternando letture, citazioni e proiezioni di brani tratti dalle opere più significative. Vista attraverso gli occhi dei registi che l'hanno immortalata, Ha deliziato la platea con immagini d'annata, alcune delle quali davvero memorabili, prima fra tutte quella di Franco Bizzoccoli nella parte di vecchio ex partigiano che rimprovera, in milanese, un giovane che vuole intraprendere la sciagurata lotta armata. Marmiroli ha passato poi in rassegna gli uomini e le donne che, partiti da Carpi, hanno fatto carriera nel firmamento della celluloide.
Carpi dunque ha sempre avuto una forte passione per il cine e in particolare per quello a stelle e strisce: quale potesse essere il clima ce lo ricorda da gran maestro anche Alberto Sordi in “Un americano a Roma”; il mito americano, alimentato dal cinema e dai suoi artistòun (artistoni - il termine con cui erano battezzati in generale i grandi attori USA nella nostra città), andava per la maggiore anche da noi. Le sale erano piene e i ragazzi la domenica pomeriggio rivedevano il film anche due o tre volte … anch perché i n gh iiven èeter da fèer.
Negli anni ’60 anche l’Oratorio in via Santa Chiara si era attrezzato alla grande col Cinema Eden. Ti davano un tesserino (il pallido colore cambiava ogni anno) con l’immagine di San Domenico Savio, esempio di virtù giovanile, e di fianco, all’alto al basso, due file di quadratini. Se andavi a Messa alla domenica alla mattina alle nove (quella dei ragazzi), quando entravi sulla sinistra, vicino all’acquasantiera, c’era il timbratore incaricato che bucava la tessera, praticando un foro a stellina a cinque punte nello spazio di uno dei quadratini. Munito del prezioso lasciapassare forato, alle due del pomeriggio, si poteva andare al Cinema Eden dove, gratis o a prezzo dimezzato 10 lire invece di 20, si entrava previa foratura del quadratino a fianco.
Per le altre sale di Carpi, fin da piccolo sono sempre stato un assiduo frequentatore di sale. Avevo la fortuna di avere un padre poliziotto ch al me fèeva andèer dèinter cun la scupaasa sotto gli occhi, non so fino a che punto compiaciuti, di Alfredino Gibertoni, gestore del Supercinema e del Modernissimo in Piazza.
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Ma … ma  a gh éera un problema e mja cicch: quello della lingua inglese, assolutamente sconosciuta, e il suo impatto con la parlata dialettale, nel dopo guerra di normalissimo uso quotidiano. Nonostante la forte presenza americana in Italia dovuta all'ultima guerra, l'inglese non si era ancora inserito nella nostra cultura diffusa e tantomeno nel dialetto carpigiano. Per ricordare parole o nomi furastéer si utilizzò qualche trucchetto; i nostri concittadini per ricorsero alle assonanze della pronuncia ed anche per non scordarsi quei nomi stranieri, il carpigiano li aveva adattati al proprio gergo dandogli un senso logico.

L’impatto fra queste due sfere idiomatiche ha provocato fino a pochi anni fa effetti comici e spassosi, che mi sono divertito a raccoglitore.
I nomi americani degli artistoni hanno subito tali e tante storpiature da diventare una specifica casistica nelle mie ricerche sul nostro amato dialetto.
Eccone di seguito numerosi esempi, coniati e detti sia per non conoscenza della lingua, ma anche con determinata ironica malignità, calcandoci sopra nella deformazione per scherzo. Tutte le varianti sono state udite, testimoniate e verificate e riportate nel sottostante elenco dopo due anni di indagine e raccolta:
•    Tiròun Pòover o Tiròun Puvrètt per Tyrone Power,
•    Alan Dlà o Alan Dedlà per Alan Ladd,
•    Carc Gable per Clark Gable,
•    Vivian Lait per Vivien Leigh,
•    Burt Lancester, Burt i laan Castrèe, Bucalàster, Bur Calàster per Burt Lancaster,
•    Gari Cupètt o Gari Còpp,  acsè come i còpp dal tègg’ per Gary Cooper,
•    Gion Wainer per John Whayne, che sullo schermo aveva solo due espressioni del viso: una quando era a cavallo e l’altra quando era piedi,
•    Astèer Frèdd o Fèer da Stiir per Fred Astaire,
•    Ròoch Anson, Ròoch Uzzon, Ròoch Uzdon o addirittura Ròoch Cazzon, per Rock Hudson,
•    Gregori Pecher per Gregory Pecker, (il pecher, parola di origine tedesca, è un bicchiere per il lambrusco. Dàam un pèecher!),
•    Dis Dèen o Gems Din per James Dean,
•    Specer Trenc' per Spencer Tracy,
•    Caterina Ghipur o Caterine Erbur per Katharine Hepburn
•    Ciarl-Eston o Car Leston, ma se non fosse sufficiente aggiungiamo anche Cialtròun Eston per Charlton Heston,
•    Ernèest Brugnìin per il semi carpigiano Ernest Borgnine,
•    Dian Martin per Dean Martin,
•    Chirch Dunglas per Kirk Douglas,
•    Ciarl Bensòun per Charles Bronson, (un richiamo al bensone, dolce tipico delle nostre zone),
•    Perri Menson per il Perry Mason di Raymond Burr,
•    Al funtanas per Harry Belafonte
•    Riciard Brutòun o Ricard Butòn, come la Vecchia Romagna, o Ricard Butòun, come un bottone, per Richard Burton, gallese,
•    Al bèel dal ciùff  per Elvis Presley,
•    Clint Itbud per Clint Eastwood,
•    Al pladòun per Telly Savalas,
•    Alano Delone per Alain Delon, francese,
•    Omar Seriff per Omar Sharif egiziano,
•    John T’arbèelta per John Travolta.
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•    Una poco rispettosa definizione dell’attrice italiana Sophia Loren era in riferimento alle sue caratteristiche di maggiorata. La Sophia nazionale diventava la Sofia ed Grùula, con preciso riferimento al nome di una mucca di tale Grùula che aveva evidenti somiglianze in fatto di prominenze.
•    Una citazione particolare va infine al nome di Tony Curtis, impiegato, con tanto di appropriata esclamazione, all’uso carpigiano delle cognomizzazioni, per indicare la qualità negativa di una certa persona, in questo caso … avara e poco propensa ad allungare il braccino per effettuare pagamenti di qualsivoglia genere o entità (avèr al brass curt).
•    Infine in epoca più moderna John T’arbelta (Giovanni ti ribalta) per John Travolta.
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C’erano poi frasi caratteristiche che si usavano comunemente: A vagh a vèder un Tom Mix o un caplòun per indicare le numerose pellicole del filone western ed covboi o camb-boy (di cawboy), anche detti “ecco i nostri”. Nelle menti dell’epoca il termine cowboy era poi di facile induzione all’equivoco grazie all’assonanza con la parola “buoi”, tenuto conto delle immancabili e immense mandrie di ruminanti che scorrazzavano nelle praterie del Far West. Gli indiani erano i dindian e po’ a gh era i pistolèero, ginta scomda, cun al sistema nervòos (i pistoleri: gente scomoda, incline a facili nervosismi).

A gh éera po’ anch Tom Mix cun la ragàasa e Cicòun ch al la sculàaa.
Cicòun era il nomignolo attribuito dai carpigiani al vecchietto Fuzzy, interpretato dall’attore Al St.John e che individua nella nostra mente lo stereotipo del vecchietto senza denti del West, amante del whisky o del rum, che biascicava le parole.


1928 Tom Mix, Al St. John e Joe Girard.
Il vecchietto faceva da spalla a Tom Mix e ruminava in continuo tabacco (da cui cicòun) e con lo sputo centrava sempre la ramina nel saloon.
Cicòun al gh iva al gambi che i iven ciapèe l'arcadura dla pansa dal cavàal; una ragazza con le gambe storte poteva essere definita la fióola ed Cicòun.

Un po’ offensiva, ma certamente detta in modo simpatico, è questa filastrocca degli anni ’50, riferita ai noti proprietari di cinema carpigiani:
Ali Babà e i quaranta ladroni,
quarantun con Xxxxxtoni,
quarantadù col segretario,
quarantatrì col bigliettario.

Chiudiamo con un aneddoto significativo. Il carpigiano Enzo Malagoli ricorda con piacere che anche lui e i suoi amici erano grandi appassionati del cinema e degli artistoni americani. E così per scherzo negli anni ’70 idearono un grandioso progetto: il colossal intitolato "Gramlòun". Esso era tratto dal bèel sèeler di Alexander duu Màas ed Chèerti con riferimento a la gròosa graamla ad 'na famìa numerosa ed Curtìil. Ci volle un lustro per realizzarlo, utilizzando un solo giorno estivo di riprese all'anno e alcune serate d'inverno alla moviola per il montaggio, super8 e tecni(ca-poca) culóor.  Ecco la trama in breve: è la storia di 3 fratelli poveri e senza futuro che all'inizio del secolo scorso emigrano in Messico, rapinano un cercatore d'oro e finiscono in prigione (a Migliarina per altro …), riuscirono a fuggire, ma vennero sorpresi in bivacco presso Novi di Modena. Finì in una strage, perché nello scontro a fuoco che ne conseguì si salvò solo ... la stagnèeda cun i fasóo.
Personaggi e interpreti: Gion Fiat (regista locale- Carlo Turci), Gheri Cupertòun (sceriffo - Alfonso Fornasari, Ray Bann (giudice- la legge al di qua del Secchia - tagliato in fase di montaggio), Penna Biro (l'indiana, very londinese- Mary Kati Smith), Don Din (il prete- Jaures Galli), Gian Cabinett (cercatore d'oro- Alfredo Turci) - Sceneggiatura, animazione dla gramla e "operatore" (mascherina e guanti di lattice regolamentari)- Enzo Malagoli.
Esterni girati sul Secchia a S. Antonio dei Mucchietti (Sassuolo), Migliarina centro (via Roma) e nelle campagne di Novi.
Bicicletta del "7° biciclettieri Usa(ta), cróos da paagn dal préet e cróos per la séena dal simitéeri sono stati forniti dalla produzione. Té End e s-ciao!
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Per un quadro più completo riporto anche
Artistoni 1 ... Carpigiani       luglio 2009           
                                                                        Revisione V 4  20 settembre 2011

Fra le mie tante cartelle di foto su Facebook, moderno mezzo di incontro informatico fra gente vicina e lontana, ce n'è una intitolata "Artistoni carpigiani". Niente di ché fra le tante ... serve solo per ricordare ai carpigiani, che come tanti italiani hanno in genere la memoria troppo corta, che anche la nostra amata città ha avuto personaggi di grande rilievo per i motivi e specialità fra i più vari. Il termine artistòun, ma anche in italiano artistone, ha un significato spesso affettuoso, riconoscente e elogiativo, ma talora è anche molto ironico, intriso di quella malignità sottile e spietatamente perfida, che il gergo dialettale carpigiano sa dipingere efficacemente con pochi tocchi, dando a una parola o a un modo dire un preciso significato, ma contemporaneamente anche il suo esatto e feroce contrario.
Ma ecco la mia storia personale sugli Artistoni. Nel 1967 esce il film Quella sporca dozzina di Robert Aldrich. Uno di quei film di guerra corali, tipo La grande fuga, Il giorno più lungo, Stalag 17, Quell'ultimo ponte, la Grande UNO rossa, ecc …
Insomma uno di quei film di guerra che a noi maschietti ci prende totalmente, ma che la vostra compagna odierà implacabilmente con altrettanta forza. Eravate riusciti a ingannarla con Tora Tora Tora, dicendole che era un bel film di mare, ma poi per tutta la restante vita non vi avrà mai più creduto.
Forte di questi concetti acquisiti, un pomeriggio feriale di quell'anno vado solo soletto al Cinema Corso in galleria. Davano appunto "Quella sporca dozzina" con un cast ECCEZIONALE: Lee Marvin, Ernest Borgnine, Charles Bronson, Jim Brown, John Cassavetes, Richard Jaeckel, George Kennedy, Trini Lopez, Ralph Meeker, Robert Ryan, Telly Savalas, Donald Sutherland, Clint Walker, Robert Webber, John Slattery, Tom Busby, ecc …
Mi siedo in una galleria quasi deserta, nella mia posizione d'uso: centrale, ma molto arretrata indietro.
Si sono appena spente le luci, arriva un po' ciondolante un omone con un cappelletto a bertuccia in testa e si siede tre/quattro file esattamente davanti a me.
Parte il film ... lunga lista di interpreti e poi sullo schermo appare un grande attore, poi un altro, poi un altro ancora, ecc ...
Ad ogni primo piano, vedo ciondolare da destra a sinistra la corpulenta sagoma che mi è davanti; sento bofonchiare sorde e continue esclamazioni di stupore e di ammirazione, seguite immancabilmente da significative espressioni dialettali: "Mò guerda chi gh è ! OHHo, mò a gh è anch Bronson! Ohh, anch ques’chè al cgnus bèin!" A un certo punto si raggiunge l'acme: appare nientemeno che il CARPIGIANO Ernest Bornigne, vestito da generale USA a due stelle e che addirittura si permette di maltrattare impunemente il durissimo e "scòomed" Lee Marvin e ... Lee Marvin  al "dèev anch tasèer!" Sì !! ... proprio Borgnine .. interprete di oltre 200 film, grande e poliedrico attore di Hollywood che vanta discendenze e parentele carpigiane e un soggiorno nella nostra città di alcuni anni da ragazzino. Bornigne si vanta di sapere ancora un po' del nostro dialetto, in particolare: "Caplétt!". Una parola che per noi carpigiani è tutto ed è l'essenza del nostro genius loci, assieme a gnoch fritt, persùtt e lambrusch! … ovvio …
L'ombra, nel buio della sala, si agita sempre di più, colmo di appagante e appagata soddisfazione interiore; dopo varie frasette di ammirazione e adeguati squèes, esclama forte e distintamente:"Mò in cal film chè a gh è sòol di .. ARTISTONI !!"
Momento magico. Indimenticabile per me ... in questa frase che racchiude un mondo, un universo dell'immaginario, spesso epico per i maschietti o romantico- sentimentale per le ragazze. Un ARTISTONE è un grande, un professionista di razza, uno o una che prende per mano il pubblico, lo fa sognare, lo porta a identificarsi in personaggi da sempre immaginati, lontani dalla grigia, seppur dignitosa, vita quotidiana. Un artistone è uno che si rende vivo e immortale, credibile nella fantasia e nel subconscio dello spettatore e lo accompagna per mano fedelmente anche dopo fuori dal cinema, nella vita.
Arriva la fine del 1° tempo, si accendono le luci ... posso riconoscere la grossa ombra nera, finalmente rischiarata: è ... Guerrino ‘Ciccio’ Siligardi: un carpigiano D.O.C., uno sportivo e un atleta a 360°g, portiere, calciatore, allenatore, nonché uno scrittore e poeta dialettale, un amante appassionato di Carpi, della sua storia, delle abitudini e dei costumi e tradizioni del secolo scorso. Ma anche grande appassionato di cinema. Ciccio ci ha lasciato da poco, a 84 anni, il 23 gennaio del 2008, dopo una lunga vita attiva e densa, non avara di preziose e appaganti soddisfazioni. Di sé stesso diceva con orgoglio: “Mè an sun  mai stè né un lèder, né un rufian!”. Mi piace ricordalo così!
Mauro D'Orazi  - luglio  2009  -- 

Le strabilianti avventure di Gambòun, pescatore e cacciatore carpigiano.di Mauro D'Orazi dialetto carpigiano - Carpi (Modena)

 Prima versione 7-3-2012                                        V 45 del 27-02-2014

Le strabilianti avventure di Gambòun,
pescatore e cacciatore carpigiano.

  di Mauro D’Orazi

Tutti i cacciatori e i pescatori sono abituati a esagerare le loro conquiste. Un pesce gatto di quindici centimetri dopo due racconti in compagnia, diventa di cinquanta; mentre due anatre abbattute diventano tranquillamente venti.


Gambòun da Buderiòun è un uomo delle nostre zone di antica e genuina tradizione, cacciatore e pescatore da sempre. Una persona misurata nei modi e squisita nel rapporto interpersonale, dotato di grande humor e sempre pronto a trovare ed esaltare l’aspetto spassoso in ogni situazione con interventi calibrati e apparentemente seri e composti. Ma dietro di essi si nascondono un’arguzia e una vis comica fuori del comune e davvero irresistibili. Anche lui le balle le racconta e in misura sesquipedale; ciò non tanto per esaltare le sue prestazioni … tutt’altro, ma per il piacere autoironico di creare atmosfere nonsense comicamente impossibili, prendendo in giro in primis se stesso e poi i vari personaggi appartenenti alle categorie a cui lui stesso appartiene: pescatori e cacciatori.
Particolare interessante: quando il nostro entrava in giusta “pressione” e cominciava riferirne di grosse, si girava in testa, con secchi e brevi gesti della mano, il cappelletto a tenui tinte scozzesi che indossava di solito, acquistato presso il rinomato negozio di Masini, sotto il Portico del Grano. Quello era il segnale che il bombardamento era iniziato.

Ecco di seguito vari aneddoti che si collocano in un tempo indefinito e trovano continua linfa nel passaparola popolare che colloca queste gesta fra l’immaginario e il reale, fra l’assurdo e l’esempio apologetico anche dei fatti più banali, che vengono esaltati e resi quasi epici nel rievocarli.

Un amico gli chiese: Gambòun … quàand déev ia lasèer lè èd pasturèer? Quando devo smettere di dar mangiare ai pesci per attirarli? Te déev lasèer lè, quàand al furmintòun al viin su da l’aaqua. Devi smettere di pasturare, quando il frumentone supera il livello dell’acqua nel fiume o nel laghetto.
Galleggianti con la punta

Quàand a pastùur e a tiir i bgatèin còn la sfrummbla a m è capitèe dimònndi vòolti èd ciapèer in piin la puunta dal galegiàant e d ṡbraghèer la. Quando pastura e tira con forza i begatini con l’apposita fionda, Gambòun narra come gli sia capitato non di rado di colpire in pieno e violentemente la punta emergente del galleggiante, frantumandola.
Fionda per esche
Bèe mò alóora!! A nn è mìa óora che t èggh daagh un tàai!” (Non è ora che tu la smetta!) Urlò indispettito, alzandosi e squassandosi il giubbetto pieno di vermi e schizzi d’acqua, un pescatore in gara seduto sul lato opposto del laghetto. Gambòun aveva ancora una volta pasturato con lunghi e vigorosi tiri della sua potente fionda.

Un'altra volta invece teneva l’esca non a fondo (circa due metri), ma a un metro. Qualcuno gli fece notare la cosa e lui rispose: A la tèggn apèina apèina su da la muntagnóola èd furmintòun ch a iò faat! Tengo l’esca appena appena su dalla montagnola di un metro che ho creato con il frumentone per pasturare.

Gambòun 'sa gh dèe t èd pastuura? Quanto mangime getti per i pesci? A gh vóod dèinter dóo scaatli èd furmintòun avèerti e unna srèeda. Cla srèeda i s la véeren po’ lóor quàand a gh pèer e acsè i s caaten quèel da fèer. Vuoto due scatolette di mais aperte e una terza chiusa. Quest’ultima i pesci se la aprono loro, quando lo ritengono opportuno, anche perché così si trovano qualcosa da fare.

Gambòun si vantava che in gioventù l iiva masèe trée pòundghi cun sóol un tiir de sfrummbla (aveva ammazzato tre topi con un solo tiro di fionda).

Gambòun narra che negli anni ‘80 era andato a caccia a nord di Carpi, ind la vaal; era il periodo giusto e gli storni erano numerosissimi e disegnavano in cielo nere nubi in continuo movimento. Al momento di sparare qualche colpo di doppietta, però era stato leggermente basso col tiro e alóora l iiva impinìi trii bòṡṡ èd gaambi. Così aveva dovuto riempire ben tre canestri da uva solo di gambe di volatili.
Sempre della stessa serie … come risultato di un unico sparo del suo fucile l iiva impinìi un saach dal russch èd clòmmb (aveva potuto riempire un intero sacco da pattume coi colombi colpiti).


Gambòun era in una gara di pesca in un laghetto, prima un concorrente, poi subito dopo un altro, lanciando le loro esche per errore avevano ingarbugliato il suo filo di nylon. In questi casi è impossibile come suol dirsi catèer al còo dla ṡgavètta (il bandolo della matassa), così prima uno e poi l’altro urlarono: “Sacrifico!” E con una coltellina tagliarono i fili con le esche del nostro. Dopo il primo increscioso episodio, Gambòun era già molto irritato, ma superò il momento di gran nervosismo (pèr preparèer al tachèedi - le esche - a regola d’arte aveva impiegato tutto il giorno precedente e tutta la sua esperta abilità di decenni di esperienza); con pazienza rimise in sesto la canna e riprese a pescare. Ma col secondo perse la pazienza e il suo cuore si riempì di sete di vendetta. Con apparente tranquillità risistemò il filo della sua canna, però stavolta in fondo mise un bèel piòmmb da duu èeto (un piombo da due etti). Poi con mossa elegante fece roteare la canna, lanciò con braccio e mano sicuri, ma invece che nella sua posizione, mandò il nylon, oltremodo appesantito, molto di traverso, agganciò quanti più fili gli fu possibile, appartenenti ai numerosi avversari presenti, recuperò velocemente un matassone di lenze, le prese in mano in bella vista sull’argine e urlò agli altri pescatori, che lo guardavano stupiti: “Sacrifico!” E con un colpo netto tagliò decine, decine e decine di fili.
Così almeno la racconta lui.

“L èeter dè a iò ciapèe ’n’ anguìlla ch la n finiiva più!” “Mò quàant éer la lunnga… Gambòun ?” “Guèerda …a n sè mìa, a un sèert puunt, mèinter a la tirèeva su, è sunèe meṡdè e a iò dvuu taièer la cun al fòorbṡi pèr scurtèer la pèr andèer a magnèer!” “L’altro giorno ho preso un’anguilla che non finiva più!” “ Ma quanto era lunga?” “ Non te lo so dire … ma mentre la tiravo su è suonato mezzogiorno, ho dovuto accorciarla con le forbici, per poter andare a pranzo!
     

Una volta, nel mantovano, prese un siluro di appena 15 kg, un pesce in sé grosso, ma non certo rilevante per quella specie, che vede degli esemplari anche di due metri e mezzo di un quintale e oltre. Faat su al caani (messe via le canne), lui e un amico si fermarono in una baracchina per bere qualcosa. Il gestore chiese l’esito della pesca e Gambòun tranquillo rispose: “A iòmm ciapèe un siluuro è 40 chillo! Ripartiti, l’amico preoccupato lo rimproverò: “Se avesse chiesto di vederlo, si sarebbe accorto subito che era solo di 15 kg!” Al ché Gambòun gli ribattè: “A nn avéer pasiòun, a n sòmm rivèe a Chèerp, al srà già dvintèe èd nuvaanta chillo!” “ Non star male, prima di arrivare a Carpi diventerà di 90 kg!”
   
Siluro e Canale di bonifica

Gambòun chiese al ristoratore un arrosto di faraona. Gli portarono il piatto, ma la carne era davvero poco cotta. Alla fine della cena il gestore gli chiese se il cibo era stato di suo gradimento. Gambòun glaciale rispose: “ Bèee … la chèerna èd faravòuna l’éera còota un pòo al dèint … quàand a gh ò piantèe la fursèina ind al cuul … l è vulèeda vìa !” “ Insomma … la carne di faraona era cotta un po’ troppo al dente, quando le ho piantato la forchetta nel culo e volata via!”.
FaraVòuna
Gambòun così raccontava a un suo conoscente le qualità eccezionali delle esche che egli era solito usare.
Te déev savéer che mè a gh ò di béegh acsè gròos che pèr cavèer i fóora dal sò scatlèin a m tòcca sunèer ègh al sibióol cumma a fa i incandóor èd serpèint.
Devi sapere che io adopero dei vermi così grossi che, per poterli utilizzare e farli uscire dal loro barattolo, devo suonare il flauto, così come fanno gli incantatori di serpenti.
Gambòun era solito andare in Sardegna per ricche campagne di pesca in un fiume all’interno dell’isola, rigonfio di gobbi. Il bottino era sempre ricco e abbondante; tornato a Carpi non vedeva l’ora di raccontare con dovizia di particolari l’avventura vissuta. Naturalmente aspettava sempre che qualcuno degli ascoltatori abboccasse, ponendo una appropriata domanda. Infatti, puntualmente: “Gambòun, mò alóora lè a s ciàapa dimònndi pèss! ’Sa dróov èt a peschèer?” (Allora si prendono molti pesci ? Che metodo adoperi per pescare?)
Bèee ! A nn è mìa dificcil, mò a gh vóol di sècc’ d aaqua … da téeṡ!” (Niente di speciale, ma ci voglio dei secchi pieni d’acqua da tenere vicino!)
“… Di sècc’ d aaqua ???? Mò ’sa dii t?”
“ Mò sè … Al mulinèel al se schèelda dimònndi e òogni taant a gh è da mèttr èl dèinter a l’aaqua pèr arsurèer èl. A gh viin di faat fumanòun!! (Certo … La frizione del mulinello diventa rovente e ogni tanto c’è da metterlo dentro all’acqua per raffreddarlo. Ciò provoca nuvoloni di vapore.)
Mulinello da filo da pesca

Durante una sessione di pesca, Gambòun assicurò saldamente la canna a un albero vicino. Ebbe così modo, il giorno successivo, di raccontare ai colleghi che l iiva visst ’na magnèeda, mò ’na faata magnèeda, che a s éera deṡfraschèe l éelber. (Aveva visto una mangiata all’esca così potente che la canna era scivolata via dall’albero, togliendo tutte le frasche della pianta).

Una mattina, prima di partire per una gara al laghetto di Limidi, Gambòun incontrò un vicino di casa. Costui conosceva bene la sua passione per la pesca, ma era anche un notorio fapèeṡ e pèr de più al purtèeva aanch sfiiga incuntrèer èl (era persona notoriamente noiosa e portava anche sfortuna incontrarlo) prima di una sessione di pesca.
L’uomo non esitò a chiedere:“Gambòun l è un pòo èd tèimp te n ciàap un bèel pèss!(E’ già da un po’ che non prendi un bel pesce di grosse dimensioni).
Gambòun, dandosi una veloce e impercettibile toccatina scaramantica, rispose: “Mmm … guèerda che te te ṡbaali!. Sóol aiéer a n ò ciapèe uun ch l éera èd dóo spaani.” (Solo ieri ne ho preso uno di due spanne)
Óoo - osservò maliziosamente compiaciuto al braghéer - mò tè t ii abituèe a ciapèer en di più gròos!” (sei abituato a prenderne di ben più grossi).
E Gambòun: “Mò te nn èe mìa capìi ! L éera èd dóo spaani, mò da … ÒOC’ a ÒOC’!” (Non hai capito! Due spanne, ma da occhio a occhio!).

Durante la pesca invernale è molto importante adoperare indumenti caldi. In particolare sono indispensabili degli stivali termici. Ma quelli di Gambòun erano davvero speciali e potevano essere indossati solo per tre, altrimenti pèr al calóor ch i fèeven a crudèeva agl’unngi di pée (per il calore facevano cadere le unghie dei piedi.

Un cugino di Gambòun, a Buderiòun, al cultivèeva in un sò pcòun èd tèera dal véerṡi. Mò ste véerṡi i éeren gròosi più d un méeter e i bṡèeven dimònndi, mò dimònndi ( coltivava in un suo pezzo di terra delle verze. Ma queste erano di enormi dimensioni e pesavano moltissimo). Dopo averle raccolte con grande fatica, le aveva accatastate ind l uultem còo dal siit, pròopria pròopria in fònnda, davṡèin al fòos dal cunfìin, mò a un sèert puunt ... patràack .... pèr al graan pèeṡ al siit l iiva ciapèe al trapìcch e al s éera arbaltèe! (in fondo al sito, vicino al fosso di confine, ma a un certo punto … per il gran peso il terreno si è ribaltato!).
Verza
Un giorno Gambòun era a caccia col suo cane e un altro cacciatore gli chiese: “’Sa pòort èl al tó caan ? (Che prestazioni ha il tuo cane”). “ Mò a n sò mìa èd precìiṡ, ma l èeter dè l à purtèe mé mèeder su al tèers piàan!(Ma non lo so di preciso, ma l’altro giorno ha portato mia madre sul al terzo piano di casa mia!).
Cane da caccia

Gambòun gh la chèev èt a peschèer cun la caana lunnga? (Riesci a pescare con la canna lunga (1) ? Chiese un pescatore in gara che stazionava dalla parte opposta del laghetto. Risposta del nostro. “Mè ?? Mè a gh ò utaanta méeter èd Roubasienne (1) e a vèggn a peschèer ind al tó ridèin quàand a vóoi! (IO ?? Io ho ottanta metri di canna francese roubasienne e vengo a pescare anche nel tuo retino quando voglio).

Gambòun afferma poi convintamente di avere anche una tecnica particolare di pesca; egli racconta che è solito tgnìir la viiva cun un buuṡ (tenere il retino di raccolta del pescato con un buco), ’na vòolta l iiva tirèe su sóol trii pèss, mò a la fiin al s n éera catèe quàater: al quèert al gh éera andèe dèinter da pèr lò. (una volta aveva preso solo tre pesci, ma alla fine se ne era trovati quattro, uno era entrato da solo dal buco).

Fino a qualche anno fa nelle gare di pesca nei laghetti ai primi tre classificati davano delle medagliette in oro in grammatura discendente; oggi non è più possibile a causa dell’altissimo costo dell’oro. I pescatori più bravi arrivarono ben presto ad aver degli etti del prezioso metallo. Ho visto io stesso, dentro appositi album, le pesanti collezioni d amdaìini d òor (di medagliette) di abili pescatori miei amici, quali Jacksie e Graziano Forghieri.

Medagliette d’oro
Anche in questo campo Gambòun ha avuto modo di dire la sua. Egli è solito ricordare all’ignaro ascoltatore occasonale questo aneddoto. Da campione quale era, aveva vinto tantissime medaglie d’oro. La quantità era tale che un certo punto, non sapendo più dove e come conservarle, decise di portarle dal suo orefice di fiducia, di farle fondere e di ricavarci una grossa catena con crocefisso.
Ma lamentava un insolito e spiacevole problema di dieta alimentare … al psiiva magnèer sóol da sutt (poteva mangiare solamente d’asciutto); infatti dopo aver indossato i due pesanti oggetti d’oro … l iiva tgnuu rinuncèer al mnèestri in bròod (aveva dovuto rinunciare alle minestre in brodo), aanch ai caplètt di cui era molto goloso. Si trattava, infatti, di un problema di sicurezza vitale, s al fèeva taant a pighèer la faacia ind al piàat, al péeṡ dl òor al gh fèeva ciapèer trapìich a la testa e al psiiva murìir andghèe! (se faceva tanto a chinare il viso sul piatto, il peso dell’oro, appeso al collo, lo sbilanciava e la testa cadeva nel piatto, rischiando di morire annegato).

Sempre con l’oro ricavato dalla fusione delle medaglie vinte nelle gare di pesca, Gambòun aveva potuto consolidare tutte le fessure della sua palladiana nuova nel suo cortile, a mò di buiacca (2).

Il tabaccaio di Corso Alberto Pio, Gianni Luppi, allora giovanissimo, anni fa era impegnato in una gara in un laghetto. Si usava il metodo “ciàapa & mòola (prendi e getta): dopo la pesatura, il pesce veniva rimesso in acqua. Capitava così che un esemplare venisse catturato più volte. Gianni improvvisamente, inesperto e con una cannetta da due soldi, inamò una grossa carpa di una cinquantina di centimetri. La cosa strana è che le fasi della cattura avvenivano in modo estremamente facile, senza che il grosso pesce opponesse troppa resistenza. Qualcuno a voce alta fece notare l'insolita circostanza. Gambòun, che pescava di fianco a lui, dette un'impercettibile occhiata di traverso prima alla preda e poi al giovane inesperto ... e con leggero disappunto sentenziò: "A s capìss, s te guèerd sòtt a la laṡèina ... la gh à al librètt dla pensiòun!" Si capisce che non si agita, se guardi sotto la sua ascella, tiene stretto il libretto della pensione.
Gianni con in braccio l’enorme carpa pensionata
Gambòun l éera andèe a pèss un dopmeṡdè d agòsst cun un sbuiùss e un sòofoch da cherpèer (era andato a pescare in un caldissimo un pomeriggio d’agosto). Tornato a casa, interrogato da un amico se ci fosse stato caldo, rispose laconico: “Mò gniinta in tutt … l umbarlòun l à ciapèe fóogh da pèr lò !” (L’ombrellone parasole ha preso fuoco da solo).

 
Pescatori del 1700

Un fatto vero: una mattina andando a caccia si era fermato a far colazione in un bar lungo la strada, lasciando tutta l’attrezzatura in macchina. Stranamente un signora anziana, màai vissta e cgnusuuda, in stato confusionale si sedette nella sua auto, chiudendo lo sportello. Avvertito e incredulo, si avvicinò alla poveretta e la minacciò: “ Sgnóora s la n viin mìa fóora subìtt, a tóogh fóora la dupiètta dal baùll e a gh daagh dóo s-ciuptasèedi!” (Signora, esca subito, se no predo il fucile e le sparo due colpi!). La donna, nonostante tutto, capì immediatamente e scese alla svelta dall’auto.
Doppietta
Durante una battuta di caccia palustre, Gambòun era in barca con un amico; mentre attraversavano la risaia per portarsi alla postazione del capanno il suo amico incominciò senza un motivo a mettersi a ballare e a fare movimenti strani. A un certo punto però … la bèerca la s è arbaltèeda e i iin caschèe ind l'aaqua fin al stòmmegh. (la barca si è rovesciata e gli occupanti si sono trovati immersi fino allo stomaco). Sentiamo dalla sua viva voce come è finita l’avventura:
Mèinter a iéera in aaqua, còn la còvva dl òoc' a iò visst ’a muccia èd tóoltri gniir vèers èd mè! Alóora ’sa faagh ia? Mètt èm in ṡnòoc’ e taaca a sparèer damàand un maat. Chi èeter casadóor i àan tachèe a serchèeres: i éeren preocupèe, perchè i iiven visst la bèerca arbaltèeda e in se vdiiven più. Óoo ... i m àan catèe dòop un bèel pòo. A m éera lughèe dedrée dal mucc' dal tóoltri ch a iiva masèe! (Mentre ero in acqua, ho notato con la coda dell’occhio un grande stormo di uccelli venire verso di me. Allora cosa faccio? Mi sono messo subito in ginocchio e ho cominciato a sparare a tutta forza. Gli altri cacciatori, preoccupati, perché non ci vedevano, hanno cominciato a cercarci. Mi hanno trovato dopo un bel po’, perché mi ero nascosto dietro al grosso mucchio di uccelli che avevo abbattuto.)
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Interessante era anche la figura del padre del nostro Gambòun. Era soprannominato “Saltarello”, perché quando parlava con la gente, faceva dei saltini e si muoveva in continuazione. Persona onesta e pacifica era campione dal ṡóogh dal picc’ (gioco del picchio), antichissima e semplice specialità che però richiedeva una grandissima maestria. Presso il cortile la famosa osteria da Cimbro, sita nell’attuale via Matteotti, c’era in terra una “zocca” di un grande albero tagliato. A centro era stato scavato un incavo a mezza sfera che conteneva, a metà, una sfera del tradizionale gioco delle bocce.
‘Na sòoca
Si collocava la sfera nella buchetta e poi, a una distanza prestabilita di almeno una ventina di metri, la si doveva colpire al volo con un’altra boccia, utilizzando un tiro parabolico teso di altissima precisione. I giocatori si alternavano a turno nel lancio. A bersaglio ottenuto, si sentiva il caratteristico rumore del “picc’ ” che onomatopeicamente dava il nome al gioco. Saltarello era tanto abile in questa disciplina che con un tiro speciale a effetto, oltre a colpire la biglia a bersaglio, per il realizzarsi in modo concomitante di stupefacenti momenti di forza, effetti e rimbalzi, la palla che arrivava andava sostituire quella che di trovava nell’incavo. Incredibile, ma vero … mi hanno assicurato anziani testimoni oculari.
Ma torniamo a noi. Negli anni ’60 Saltarello era un pensionato quasi ottantenne e ogni tanto d’estate col caldo e la bella stagione si divertiva a pescare qualche gobbo nei canali intorno a Carpi. Al tuliiva la sò biciclètta, la sò caana … e via. Ma il severo e occhiuto guardiapesca Pio vigilava attento e arcigno; con la sua due ruote percorreva incessantemente gli argini. Un caldo pomeriggio d’estate si imbatté nel vecchietto e lo colse in castagna, senza la regolare licenza di pesca. Nonostante le tante giustificazioni umane e morali, non ci fu nulla da fare. Pio inflessibilissimo appioppò una salata multa al povero Saltarello.
Ma egli non si perse d’animo e preparò una sottile vendetta. Il giorno dopo era di nuovo nello stesso posto, seduto tranquillamente con la canna in mano, la lenza in acqua … in paziente attesa del pesce da inamèer (da agganciare con l’amo).
Inesorabile, a ’na sèerta óora, ripassò Pio e, molto stupito nel rivederlo, gli chiese immediatamente: “ Maaa … ha già rinnovato la licenza? Me la faccia vedere!” “No!” rispose tranquillo il vecchietto “ Mè a nn ò arnuvèe pròopia un bèel caas èd gniinta.”(Non ho rinnovato proprio nulla!) “ Bè alóora … a m indespièeṡ, mò a sòmm ancòrra in muulta!!” (Mi dispiace, ma allora siamo ancora in multa!”) disse Pio, tirando fuori blocchetto e penna e accennando un malevolo, quanto compiaciuto risolino.
Ma a quel punto Saltarello al s alvè in pée, con un sorriso graand cóome ’na ca, e sollevò nel contempo la canna con studiata lentezza. Sorpresa!! Alla fine del filo da pesca apparve, ben legata, una bottiglia, che fino a quel momento era rimasta astutamente nascosta dall’acqua. A quel punto Saltarello ribatté beffardo: “ Mò che muulta?? Mò che muulta?? Mè a nn ò màai savùu ch a gh vóoia la licèisa da pèss pèr tgniir in frèssch ’na butigglia èd lambrùssch !!! (Ma che multa? Io non ho saputo che tenere in fresco una bottiglia di lambrusco serva la licenza da pesca!).


Note tecniche:
(1)  La roubasienne è una famosa, innovativa e costosissima canna francese al carbonio lunga dieci metri e oltre. La roubasienne è una tecnica di pesca nata in Francia allo scopo di pescare a grande distanza da riva. Infatti se con le bolognesi, le inglesi e le barbare possiamo arrivare a circa 10 mt da riva (oltre il peso diventa davvero eccessivo) qui il limite dei 15 metri è davvero vicino. E' quindi possibile pescare a grande distanza dalla riva. Questa tecnica è nata diversi anni fa nella città di "Roubaix" in Francia, da cui ha preso il nome ed ha riscosso immediatamente un enorme successo nelle competizioni di pesca al colpo a livello mondiale, portando la Francia ai vertici più alti delle classifiche. Per arrivare a queste distanze occorre davvero del materiale di partenza di ottima qualità. Infatti lo sviluppo di questa disciplina è stato solo possibile quando l'industria aeronautica ha iniziato a lavorare seriamente al carbonio alto modulo, rendendo possibile la progettazione e costruzione di canne leggerissime e bilanciate con le quali poter stare in pesca. Per chi non la conoscesse la roubasienne si presenta come una lunghissima canna fissa. Nelle ultime 2-3 sezioni si trova un elastico dal diametro variabile al quale viene legata la lenza e che permette di stancare il pesce facilmente, essendo gli sforzi di questo combattuti dall'elastico. La presenza di questo accorgimento permette il combattimento con pesci anche di grosse dimensioni anche in assenza del mulinello, conferendo grande elasticità al complesso pescante senza stressare eccessivamente il nylon.
(2)  Buiacca - Malta di cemento e/o calce usata per far aderire le piastrelle e, più frequentemente, per colmare gli spazi tra l'una e l'altra.