mercoledì 5 settembre 2012

Le figurine - I faciutèin - di Mauro D'Orazi dialetto carpigiano




Le figurine - I faciutèin
di Mauro D’Orazi - Carpi
v 30 del 13-12-2012                                prima stesura 7 marzo 2012

Pubblicato su Voce di Carpi - parzialmente –
 il 27-4-2012 n 17 e il 24-5-2012 n 21


Frutto del lavoro di ricerca sul web, con suggerimenti e con il contributo  costante del Gruppo di Facebook “Chi parla dialetto carpSàan” e del rughlètt di affezionati del bar Tazza d’Oro alle 7 del mattino e di tanti altri amici e amiche sempre pronti a portare la loro esperienza personale e familiare al servizio di un dialetto che deve e può continuare a essere parlato e vissuto.

2006 francobollo commemorativo delle Edizioni Panini
          Il Parco e l’Oratorio dell’Eden, oltre che a scuola, erano i luoghi preposti per lo scambio delle figurine. Il mantra: “Cèlo, manca! Cèlo, manca! “ veniva ripetuto quasi all’infinito, fino alla visione e all’esame completo dal spiglutèin ed faciutèin (mazzetto di figurine) che io o i miei coetanei ci eravamo portati dietro per gli scambi. Lo scambio di figurine è un momento centrale del collezionista, soprattutto di bambini e ragazzi. Durante l'incontro, mentre uno mostra le figurine del "mazzo delle doppie", l'altro ne cerca una che non ha. Questo rito ha coniato i termini del "Celo" e "Manca", corrispondenti alle frasi "Ce l'ho" e "Mi manca", che si riferiscono alle possibili risposte di chi nello scambio cerca una figurina mancante.
Un rughlètt ed ragàas degli anni ‘70
Oggi le mode sono cambiate, ma ci fu un tempo in cui le figurine occupavano un posto di primo piano nella gerarchia dei valori del mondo visto con gli occhi di un bambino. Erano gli anni '50, '60, '70. La tv aveva solo due canali Rai e al pomeriggio interrompevano le trasmissioni fino alle 17, l'ora della "TV dei ragazzi". Svolti i compiti, si andava al Parco o all'Oratorio e lì in alcuni periodi dell'anno le figurine erano protagoniste assolute.
Quello delle figurine è un mondo, a forte prevalenza maschile, che ci fa sempre sentire bambini, ci riporta indietro nel tempo: ai soldi rubati ai genitori per comprarsi una bustina per poi nasconderla e guardarsi le figurine di nascosto. Mi ricordo le figurine scambiate, vinte e perse davanti al cancello della scuola o al Parco. Le grida del maestro quando, tra compagni ci si cambiava le figurine in classe.  Un mondo che  sembrava fosse sparito, svanito nel nulla, con il trascorrere degli anni. Quelle grida, le litigate con i genitori (‘Sa strasinèet tutt chi bèesi per gninta? Cosa butti via quei soldi per niente?), i pianti, le corse dal giornalaio non le ricordavo, non le sentivo più. Ma un giorno rovistando fra vecchie cose a sèelta fòora il vecchio album del 1961 che celebrava in modo elegante il Centenario dell’Unità d’Italia edito dalla B.E.A./Album d'Arte. In un attimo tutti i ricordi … limpidissimi … mi si parano davanti. L’album vuoto e cinque bustine mi furono regalati, da chi non ricordo … purtroppo, il giorno della cresima, mentre tornavo dal Duomo, sotto il portico di Corso Fanti, lì dove c’è il piletto, all’altezza dell’allora salumeria di Gualandi.
Mio padre scosse la testa, voleva restituire l’album al gentile offerente, ma mia madre, forse per educazione o per un’inconscia propensione al collezionare, insistette per tenerlo. Quello fu uno di quei piccoli e formidabili punti di snodo della mia esistenza e mi cambiò la vita.
Mio padre, ovviamente, brontolò, così come fece puntualmente in futuro per tutte le mie passioni: un nemico costante e implacabile che, per legittima difesa, per sopravvivenza, mi sarei ingeniato continuamente a eludere, con una certa limitata e idiota astuzia o, se proprio messo alle strette, a combattere coi miei scarsi mezzi.
È per questo che, anche oggi, quando vedo un bambino che è sostenuto dal genitore in un hobby particolare, lo invidio moltissimo e penso con amarezza (stupida fin che si vuole) al mio passato denso di incomprensioni e ruvidi attriti.
Nei mesi successivi mi impegnai a fondo, per la prima volta nella mia vita, a intraprendere in prima persona “un’impresa” e a portarla a termine da solo. Completare l’album … ecco … quello era lo scopo da raggiungere ad ogni costo; la cosa che mi riuscì con inventiva, costanza e notevole sforzo. 
     
1961 Collezione Centenario ed. B.E.A.
Ma non fu il solo. Sempre lo stesso anno, nel 1961, la Panini pubblicò il primo album di figurine sul campionato di calcio. Anche questa raccolta era impegnativa e così decisi di mettermi i società col mio amico Angelo che era già partito con la collezione.
 
Ecco la copertina e una pagina della prima raccolta di figurine Panini
per il campionato di calcio 1961-62, raffigurante Nils Liedholm e La Roma.
Questa raccolta aveva però un problema molto serio, non si riusciva a finire, perché mancava la figurina dell’intera squadra dell’Udinese. L’editore per problemi tecnici (non aveva la foto!!) era partito a stampare le figurine senza quella della squadra bianconera friulana.
1961 Scudetto dell’Udinese – Figurine Panini
Per parecchio tempo questa figurina divenne un miraggio e un incubo; era ricercata da tutti e al Parco e all’Oratorio era continuo oggetto di discussioni, illazioni e sospetti. Si ripeteva il caso della figurina del Feroce Saladino del 1934.
1934 la rarissima figurina del Feroce Saladino
Finalmente la Panini ovviò all’inconveniente e l’Udinese fu diffusa. La vidi per la prima volta all’Eden da un bambino che me la fece vedere, ma solo in mano sua.
Carlo Lodi, carpigiano allora dodicenne,  ricorda molto bene anche lui bene quella raccolta del 1961/62: non si trovava la figurina dell'UDINESE. Ma finalmente all'ennesimo acquisto di ben cinque buste di figurine, dando fondo a tutti i suoi risparmi, presso la cartoleria Berni all'Osteriola, trovò questa benedetta figurina addirittura doppia. E subito, molto soddisfatto, pensò: "A gh ho propria avùu dal cul!"  E fu così che divenne il primo della compagnia a completare quella fantastica raccolta.
Ma la Panini aveva adottato anche un’altra accattivante astuzia: ogni tanto nella bustina si trovava una figurina speciale con il verso occupato da un riquadro rosso con la scritta “ VALIDA” in blu.
1961 Figurina VALIDA Panini
Con 100 di queste ambite figurine si vinceva un pallone di cuoio del numero 5 di gran marca: uno di quei mitici oggetti fra i più desiderati da un ragazzino, anche se si gonfiava in un modo maledettamente difficoltoso con un ago e con una pompa.
Le VALIDE al mercato di scambio valevano dalla tre alle cinque volte una normale. Incollarne poi una sull’album, dava un’atroce sofferenza di spreco: era meglio lasciare il buco vuoto, in preda a un orribile dubbio, ancora oggi irrisolto.
Purtroppo Angelo e io, nonostante l’impegno profuso, arrivammo solo a 63 VALIDE, un numero che mi è rimasto ben impresso nella memoria anche dopo cinquant’anni.
Le figurine si attaccavano con una colla che si trova dentro un barattolino in alluminio, la Coccoina, dotato di apposito pennellino a setole biancastre. L’odore di questa colla era … fantastico di cocco!
Barattolo di colla Coccoina
In carenza di colla, mia zia Valentina mi aveva insegnato a usare la farina, sciolta con un po’ d’acqua, a farne una pasta semiconsistente. Funzionava benissimo.

            
Negli anni ’60 il costo di una bustina era di 10 £
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Un mistero risolto

Scorrendo l’interessante libro “Figurine Panini. Storia di un impero industriale, di una famiglia italiana e di un fenomeno di costume” di Nunzia Manicardi ed Guaraldi 2000, dopo tantissimi anni sono riuscito a trovare la soluzione a un piccolo mistero addirittura cinquantennale.

Figurine Panini. Storia di un impero industriale

di Nunzia Manicardi - ed Guaraldi 2000

Nell’autunno del 1964, le scuole erano appena cominciate, ma dopo pranzo eravamo ancora al Parco a goderci gli ultimi pomeriggi di tepore. A un certo punto arrivò un ragazzino che, concitato, ci disse che nell’area a nord di Carpi, esattamente dove ora che il campo di calcio di Via Torino, c’era un bel mucchio abbandonato di figurine e adesivi di scudetti. Tutto materiale nuovissimo relativo alle squadre dell’album della Panini, appena uscito per quella stagione.

Adesivo di plastica del Bologna dell’album Panini del 1964-64

Ci guardammo increduli, chiedemmo conferme e spiegazioni al messaggero. Pur prevalendo l’incredulità, partimmo subito speranzosi verso questo Eldorado.

Allora a un undici anni giravano tranquillamente da soli per la città con i nostri fidi biciclini.

Arrivati sul posto, in effetti notammo subito, in mezzo al campo fra le sterpaglie basse, un cumulo fumante, formato da figurine e adesivi semicarbonizzati della collezione Panini.

Vari ragazzi erano già intorno e i èern drèe a sernìir, spostando la cenere e i detriti; stavano recuperando dei pezzi interessanti, non intaccati dal fuoco ormai spento. Anche io mi buttai subito nella bazza e feci del mio meglio: mi appropriai lestamente di una decina di scudetti adesivi (ben cinque del Lanerossi Vicenza rossi e bianchi), che servivano a ornavano le due pagine dell’album dedicate a ogni squadra di Serie A; trovai anche varie figurine in buono stato.

 

Il bottino era molto soddisfacente, sia per il fatto che era tutto gratis, ma anche per la strana e avventurosa modalità di ritrovamento. Tornai finalmente a casa a fare i compiti.

Tante volte mi sono chiesto da dove potesse provenire tutta quella roba, ma non ho mai saputo darmi una risposta plausibile.

E invece ecco la spiegazione, grazie al libro che ho prima citato e tutto sommato era anche molto semplice, considerato il tipo di attività molto diffusa a Carpi in quegli anni: il LAVORO decentrato a DOMICILIO!

Oltre alle maglie e le camicie, per le quali Carpi divenne famosissima in Italia e nel mondo, oltre al montaggio dei fiori finti di plastica, anche la ditta Panini, hai suoi esordi, aveva affidato a qualche carpigiano il compito di imbustare a mano dei consistenti lotti di figurine per la raccolta dei calciatori di quell’anno.

Finito il lavoro manuale di inserimento e chiusura, consegnato lo stock finito, qualcuno pensò bene di bruciare gli scarti in quel campo di periferia.

Ecco dunque, per puro caso, grazie a questo piccolo episodio auto biografico, la riscoperta di un’attività lavorativa della nostra città di cui si erano completamente perse le tracce.

    

Adesivi in plastica lucida della collezione Panini

Avevano un odore pungente di plastica e vernice ancora oggi percettibile


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Giochi con le figurine

* Oltre all'attività di collezione e scambio, i faciutèin (detti anche figurèin, figurèini o fifì) svolgevano anche una funzione di fiches o di denaro sussidiario e come tali venivano messi in palio in vari giochi di abilità o d’azzardo.
I giochi erano vari, ecco la descrizione di alcuni di essi, suggeritami da Graziano Malagoli e altri amici.
Batmùrr (battimuro). Più anticamente si usavano monete, sassi, biglie o tappi. Il vantaggio della figurina è per vincere non si va spanne, ma è prevista la chiara sovrapposizione di un cartoncino su un altro.
Si sorteggia con una classica conta il giocatore che comincia e l'ordine di gioco.
Si concorda, non senza polemiche, e si traccia una linea per terra alla distanza di 5-6 passi dal muro. E’ la linea di tiro, dietro la quale si dispongono i giocatori. Il primo di essi lancia la propria figurina verso il muro. Vince le figurine a terra, colui che riesce a toccare con la sua figurina lanciata una di quelle già sparpagliate a terra, ma solo dopo avere toccato il muro con la propria. Perché il tiro sia considerato valido, la figurina deve obbligatoriamente colpire il muro e rimbalzare indietro. Se ciò non avviene, a seconda delle regole prefissate, essa è persa o si ripete il tiro, eventualmente perdendo il turno. L’abilità è fondamentale per essere un bravo lanciatore, soprattutto per far percorre al cartoncino l’ampia la distanza di lancio richiesta all'inizio della sessione di gioco. Il lancio va fatto di taglio, tenendo di solito un angolo del cartoncino, fra il medio e l’anulare, parallelo al terreno, con un rilascio dato da un movimento secco con uno scatto della mano. Il tiro deve essere ben calibrato e con la forza giusta. L'abilità richiesta è notevole, così come la difficoltà a colpire la parete per rendere valido il tiro. Troppa forza o troppo poca sono … letali e infauste.
Tecnica di lancio secondo la scuola di Graziano Forghieri
Esiste un modo di dire legato a questo gioco; una frase che viene pronunciata da che si sente cronicamente ignorato dalla fortuna:
Sa m mètt a ṡughèer a batmùrr … a se spoosta al mùrr (se mi metto a giocare a battimuro, si sposta addirittura il muro).

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Il tabaccaio Gianni Luppi racconta che si poteva giocare anche solo a chi tirava la figurina più lontano. Una disciplina di alta abilità per la quale si utilizzavano le tecniche più raffinate, acquisite con perizia ed esperienza nel corso di lunghe sedute di gara e in allenamenti solitari.
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Un’altra variante è quella di giocare appoggiando la figurina direttamente sul muro, facendola poi cadere da una certa altezza prestabilita o nei limiti concordati. Di solito l’altezza era libera, ma il limite minimo era invalicabile: “T’i in brùusa!” era la frase pronunciata contro chi tentava di giocare sporco.
Anche in questa disciplina, vince tutte le figurine già a terra, chi riesce a coprirne una, anche parzialmente, con la sua appena lanciata. La strategia da seguire è che ciascuno deve pensare a lanciare la propria figurina lontano dal muro, per non essere facile preda dei giocatori che seguiranno, ma allo stesso tempo deve mirare verso una delle figurine che giace in terra
Per raggiungere questo obiettivo, i ragazzi più bravi usavano collaudate e segrete tecniche, che prevedevano arcuature più o meno accentuate della figurina a seconda della traiettoria che le si voleva conferire.
Graziano Forghieri, campione del mondo in gioventù anche in questa specialità e noto esperto in calcoli di traiettorie con gli oggetti più svariati, ricorda che se la carta da raggiungere era vicina al muro, quella da rilasciare doveva essere lasciata pari, ma se era lontana, la propria andava adeguatamente piegata, aumentando così i volteggi e la gittata.
Battimuro
Ugualmente se si giocava per primi, si accentuava la curvatura per far svolazzare la figurina, per mandarla il più lontano possibile.
L’operazione dell’incurvatura veniva fatta all'ultimo momento prima del lancio, in modo discreto col palmo della mano, in base alla dislocazione delle carte per terra e della altezza del rilascio.
Mi è doveroso annotare che il problema balistico affrontato con intuito e applicazione dai ragazzi di un tempo era ed è tutt'altro che banale.
A tutt'oggi, anche con i computer potentissimi e il genio dei migliori cervelli umani dei matematici, infatti, è impossibile calcolare e prevedere l’algoritmo della traiettoria di discesa di un semplicissimo foglio di carta che cade.
Per credere, basta provare alcune volte e vi accorgerete subito che a ogni caduta il foglio si comporta in modo diverso. Siamo dentro a una delle branche della matematica più affascinanti e sconvolgenti: quella del caos e dalla casualità.
Chi ragàas i n avrèeven mai pinsè a un lavòor dal gèner.

Biàanch o ròss: si gioca in due e si mette in palio un ugual numero di figurine che vengono lanciate in aria dopo avere scelto mêrca o lìssa per indicare la facciata o il retro della figurina stessa. Ogni giocatore raccoglie e vince le figurine cadute di fronte o di retro. Ricorda molto il classico testa o croce.

Un altro gioco era la piàala. Oscar Clò racconta che si mettevano le figurine tutte assieme in terra, una o più per ogni giocatore. Poi ogni partecipante tirava il suo sasso e quello che si avvicinava di più vinceva tutte le figurine. L'abilità stava nell'andare più vicino possibile alle figurine, mentre il rischio era quello che se i sassi, a volte anche belli grossi, cadevano proprio sopra alle figurine le rovinavano un po'. Però l'autore del colpo formidabile era pressoché sicuro di aver vinto e di portare a casa al spiglutèin ed faciutèin.

Sacaagna - Al sacàagn, ci ricorda Graziano Malagoli, è quella pietra a parallelepipedo che si pone a una distanza di 10-15 metri dai lanciatori di piàala e che deve essere abbattuta. Una delle tante varianti del gioco consiste nell’avere ciascuno posizionato il suo sacàagn su una linea perpendicolare al lancio. Il vincitore della gara è chi, alla fine dei lanci, vede il propria pietra ancora in piedi. Il primo a lanciare è chi più si è avvicinato ad un riferimento prefissato, in genere posto in prossimità della linea di lancio.
Citiamo il gioco in questa sede, perché ha anche una variante con l’utilizzo de i faciutèin: ognuno mette la sua posta sul sacàagn (in caso di vento si pone un sassolino sopra al spighlòot), si stabilisce nei modi tradizionali l’ordine di lancio. A questo punto possono esserci due tipi di regole: vince tutto chi abbatte il sacàagn, oppure si incassano solo le figurine che sono a contatto con la piàala del lanciatore, in questo modo il gioco dura più a lungo e vi possono essere più vincitori.

Negli '40 e '50, mutuato dall'analogo gioco con le carte da briscola, lèevapataia o chèevapataia, c'era poi anche questa sfida fra gli inquieti ragazzi di Via De Amicis. Marco Giovanardi ricorda che si giocava con le figurine e prendeva il nome di … chevapatajan.
I due sfidanti dovevano avere lo stesso numero di figurine da giocare, 20, 30 o 40, impilate e tenute nascoste dietro la schiena. Esse venivano sistemate dritte o capovolte, mescolate, ben impilate nel pacchetto, senza farsi scorgere dall'avversario. Preparati i rispettivi mazzetti, si portavano davanti, ma sempre ben protetti con le mani dalla vista dell'avversario.
Il primo giocatore disponeva sul marciapiedi la prima figurina così come l'aveva preparate nel suo mazzo. Il secondo giocatore calava poi la sua. E così via, a turno. Se la figura era rivolta come quella dell'altro, il giocatore vinceva e prendeva tutto il mazzetto, se era messa al contrario si procedeva, intercalandosi nei turni delle calate. Vinceva tutto chi riusciva a far terminare il mazzetto all'avversario. A volte il gioco, andava per le lunghe e finiva con una situazione bilanciata, anche perché a gnìiva siira e ormai a n se gh vdiiva quèesi più. Da notare che la tecnica di intercalare le figurine dritte o rovesce, dietro la schiena, avveniva senza guardare, ma solo palpandole con mano. Ciò era fondamentale per la segretezza e la vittoria finale; ognuno aveva la sua tecnica.

Spiglutèin ed faciutèin



Al figureini, i faciutein o i fifi che mio padre chiamava anche i magna sòold.
                                                                            di Luciana Nora 11-1-2012

L’album, assieme a due bustine, lo distribuivano gratis all’uscita della scuola, La prima volta che mi è capitato tra le mani, l’ho portato a casa contenta, ma a smorzare ogni entusiasmo è arrivato un commento lapidario di mio padre: - L’è un magna sòold, a n’è brisa ’na ròoba sèeria, te pèerd dal tèimp e te n’impèr gninta.- La sua autorevolezza era tale che non mi sarei mai sognata di fare resistenza e, d’altra parte, le sue non erano negazioni senza alternative, anzi!
Mi arrivavano immediatamente libri, mi passava le dispense del settimanale Epoca, affidandomi il compito di conservarle e ordinarle per essere poi rilegate. In effetti quelle dispense mi catturavano in modo davvero eccezionale: leggevo i titoli, sottotitoli e didascalie alle grandi immagini incomparabilmente più accattivanti delle figurine e, qualche volta, spinta dal bisogno di capire meglio, cercavo di affrontare i testi che però mi disarmavano, perché per me erano troppo lunghi e complessi.
Però, e c’era un però grande come una casa, le figurine erano soprattutto un intrattenimento collettivo, fatto di confronti e scambi: - Ce l’ho, ce l’ho, manca; quante figurine vuoi per darmi quella lì?-
Le dinamiche di scambio tra le femmine erano molto diverse e assai più tranquille rispetto a quelle dei maschi che le figurine se le giocavano e quando si insinuava il sospetto che qualcuno barasse al gioco, si poteva arrivare alle zuffe.
Fatto sta che, di soppiatto, ho cominciato anch’io a fare qualche raccolta. Mio padre sapeva, mi brontolava e non si è mai fatto complice. Per comperare qualche bustina, 10 lire, dovevo rinunciare a qualcosa della mia paghetta domenicale; 50 lire che mi dava il babbo e trenta che ricevevo dalla nonna Stella.
Per la durata della febbre da raccolta, un mese circa, rinunciavo alle Resoldor, 35 lire: piccolissime caramelle di liquerizia con forse una componente di menta forte che mi facevo durare per l’intera settimana. In quanto alla colla, la Coccoina che aveva un piacevole odore di mandorla, l’ho comperata una sola volta e poi su suggerimento della nonna ero arrivata a farmi una colla con acqua e farina unita a una polverina che mi aveva dato la nonna Stella.
Ad onor del vero non sono riuscita a terminarne che una sola raccolta con la complicità di un prozio, Mario Gualdi, fratello del nonno materno, che gestiva una cartoleria sotto il portico lungo, poco più in là del bar Dorando. Mario aveva una nipote di poco più giovane di me, Guglielmina, alla quale non lesinavano certo le bustine e, di conseguenza, accumulava doppi su doppi, che lo zio teneva in un cassetto, e spesso me ne regalava un mazzetto con il quale poi facevo scambi.
Li facevo persino con il cartolaio Forghieri che aveva la bottega sotto il portico di San Nicolò, all’altezza dell’attuale Banca Intesa. Forghieri, a rammentarlo oggi, era un particolarissimo personaggio: un adulto con uno spirito da bambino che, nei momenti di relativa calma commerciale, si lasciava coinvolgere e coinvolgeva volentieri a sua volta.
Io entravo in quella cartoleria con le figurine, ma poi, particolarmente nel periodo invernale venivo catturata dalle sue attività alternative e complementari, in particolare la creazione di maschere e mascheroni in carta pesta e anche dalla sua capacità nel disegno.
Da Forghieri, mentre si dilettava a sperimentarli, ho visto per la prima volta i colori a cera: ero andata a casa entusiasta e , non le figurine, ma quei colori mio padre non me li ha mai fatti mancare.
In definitiva il mio rapporto con le figurine si risolse con quattro tentativi forse non sufficientemente convinti di completare una raccolta e uno solo, con tematica storica, approdato alla fine. In effetti però, finito il gioco degli scambi, l’album passava dal comodino della mia camera al solaio, rimanendo chiuso lì per sempre.
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In età matura, in ambito lavorativo, lungo un percorso di ricerca, quasi inaspettatamente mi sono trovata a riconsiderare le figurine sotto due guide impareggiabili: Giuseppe Panini e Lucilla De Magistris. Mi ero portata a Modena per poter visionare l’archivio fotografico Orlandini, acquisito da Giuseppe Panini e, per farlo, occorreva l’autorizzazione di Panini stesso. È stato uno di quegli incontri che non si dimenticano: una persona giovialissima, curiosa che aveva voluto conoscere tutto del progetto al quale stavo lavorando: le ritualità connesse al ciclo della vita. Permesso accordato e, immediatamente, con una telefonata preannunciava la nostra visita a quell’archivio che si rivelò enorme: oltre ai negativi Orlandini e Bandieri, là erano conservate raccolte di ogni genere. Quando credevo che l’incontro stesse per concludersi, il signor Giuseppe con una radiosità espressiva tipica di chi sta per fare una sorpresa ed è certo che sarà graditissima, ebbe a dirmi che sicuramente nella sua raccolta di figurine potevo trovare immagini utili al mio lavoro di ricerca. Sullo stesso piano del suo ufficio, praticamente di fronte, una sorta di dependance, veniva conservata la sua raccolta di figurine. Mi trovavo di fronte ad una persona trasfigurata, un anziano che mostrava l’impagabile entusiasmo di un bambino sicuro di avere un tesoro godibile all’infinito. Un fiume in piena che mi raccontava come era nata questa sua passione che, sì, aveva una strettissima connessione con la sua impresa, ma era qualcosa d’altro che aveva a che fare con il suo essere dal quale aveva poi preso avvio anche l’impresa. Nell’illustrare trasmetteva curiosità, stupore e meraviglia. In quelle stanze invidiabilmente ordinate, dopo aver mostrato quelli che reputava i pezzi straordinari, compreso un baule da viaggio tappezzato di figurine, ebbe a presentarmi quella che teneva come una più che preziosa vestale: la signorina Lucilla De Magistris. Una signorina che doveva avere annoverato sessant’anni o forse qualcosina di più, ordinatissima, longilinea, eretta, capelli bianchi acconciati in onde discrete che incorniciavano un volto con incarnato chiarissimo, pulito, dai tratti gentili , con una camicetta bianca dal colletto in merletto sotto un cardigan rosa. Condivideva con il signor Giuseppe la passione per le figurine, tanto che ebbi successivamente a considerare il fatto che in qualche modo le incarnasse fisicamente.
Venni così affidata alla guida della signorina De Magistris che mi mostrò l’incredibile raccolta delle figurine Liebig, non le figurine che avevo maneggiato da bambina, ma qualcosa d’altro, cromolitografie cartonate in serie che sembravano appena uscite dalla stampa, attraverso le quali uscivano usi e costumi di inizio  Novecento. Da quel momento, ho riconsiderato l’incredibile mondo delle figurine. Non mi sono mai convertita al collezionismo privato ma, a quanti lo praticavano mi sono poi rivolta più volte e, sempre, ho trovato materiali preziosi.   
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1960 - 61 Bruno Bolchi la prima figurina Panini

1963- 64 Ardico Magnini sulla copertina dell'album "Calciatori Panini”

La celebre rovesciata di Carlo Parola, qui raffigurata sulla copertina di Calciatori 1996-1997

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Il prof Pietro Marmiroli ci regala questi bei ricordi su un’epoca dove anche le figurine avevano una grande importanza di vita per i ragazzini (pubblicato su VOCE del 17 marzo 2011). I ricordi sono dedicati all’Italia del maestro Meoni e alle celebrazioni primo centenario dell'Unità d’Italia nel 1961.

Era l'Italia del miracolo descritto da Bocca, dei viaggi in Urss offerti da Crotti, dei compagni di scuola del Sud, del libro Cuore e delle figurine
Il maestro Gian Marino Meoni veniva da Modena, era rimasto vedovo giovane e da giovane si era risposato. Dopo aver fatto la sua gavetta nelle frazioni in quell'anno mirabile 1961 era in servizio alle Manfredo Fanti, scuola elementare storica, unica in verità, di una cittadina baciata dal boom economico e dalla celebrità televisiva. Sì, perché tutta l'Italia catodica aveva già tifato per Lando Degoli e il suo controfagotto a "Lascia o raddoppia?" e Carpi era entrata"in orbita e s'ciao", proponendosi a "Campanile sera", ma rimanendo al palo, sconfitta dall'agricola Bracciano.
Niente paura per la cittadina neoindustriale perché Giorgio Bocca, giornalista di fama, avrebbe presto rinverdito la gloria locale portandola ad esempio e modello del "miracolo italiano" e dopo di lui l'imprenditore Crotti le avrebbe prodotto una fama mondiale, organizzando un'Odissea di viaggi Oltrecortina, alla scoperta del socialismo reale. Nel frattempo, in quel mitico anno ci riconoscevamo tutti italiani; anche i nuovi compagni, Di Sessa e Pellecchia, amichetti campani dell'Irpinia, appena arrivati in città e alloggiati in appartamenti di fortuna sotto i tetti del Castello, erano italiani come noi, anzi erano carpigiani.
Tutti insieme eravamo alle Fanti e il maestro Meoni per ricucire le due Italie che erano in classe ci educava al senso dello Stato unitario, leggendoci i racconti mensili del libro "Cuore", dove c'era ampio spazio per riflessioni sull'immigrazione "Dagli Appennini alle Ande", molto eroismo risorgimentale nella "Piccola vedetta lombarda", massicce dosi di coraggio nel "Sangue romagnolo", pacchi di altruismo nel "Piccolo scrivano fiorentino". Insomma a nostra disposizione c'era tutta una geografia di virtù italiche di pronto uso che avremmo potuto facilmente emulare.
Esse erano il frutto di un evento storico prodottosi nel sangue e nel valore, a seguito di una serie di guerre di indipendenza, da studiare analiticamente, date e luoghi a memoria, che poi il maestro ci avrebbe puntualmente richiesto. Per favorirci nel ricordo e nell'acquisizione, periodicamente la lezione di storia in classe veniva supportata dalla proiezione di diapositive didattiche che dovevano mostrarci i luoghi, le divise, i teatri di guerra, culla dell'italianità ancor recente.
L'iniziativa del maestro, di visualizzare per noi il Risorgimento, era un album della ditta B.E.A in quell'anno diede alle stampe un albo coloratissimo e seducente dal titolo "Italia '61".
E dentro c'erano proprio le facce di tutti: Mazzini il dubbioso apostolo dell'Italia repubblicana, il gringo macho Garibaldi, eroe di due mondi, l'azzimato snob tessitore di alleanze, Cavour, piemontese, falso e cortese. Picciotti e Menotti, i trecento giovani e forti che sono morti di Pisacane e della sua amica, spigolatrice in quel di Sapri, venivano proposti a tutta pagina in un mosaico che li affiancava ai veneziani resistenti di Fusinato, arresisi agli austriaci solo per fame, conseguendo l'onore delle armi, quelli del "pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca".
Chi restava fuori dalla collezione, perché scandalosa, era la bella cuginetta di Cavour, quella contessa di Castiglione che era stata immolata sull'altare della patria e nel talamo di Napoleone III per costruire un asse militare italo-francese durante la seconda guerra di Indipendenza.
Al suo posto, più virtuosa appariva Anita Garibaldi, agonizzante tra le braccia del guerriero, in fuga dopo la sconfitta della Repubblica romana e beccata a morte forse da una delle letali zanzare delle valli del Po ravennate.
Per comporre i quadri delle battaglie di Calatafimi, di Castelfidardo, al Volturno, l'incontro di Teano o la partenza da Quarto dei Mille ci volevano più figurine, incollate insieme, otto o dieci, ma l'effetto finale era garantito, sembrava un film in cinemascope, tant'era grande e colorato. Se te ne mancava qualcuna potevi tentare degli scambi di doppie con altri scolari, sopportando eventuali sovrapprezzi, se la figurina era considerata rara; qualcuno poteva chiederne anche cinque o dieci. Un altro modo per procacciarsene era il gioco del muro in cui si lasciavano scivolare giù libere, dopo averne messe alcune a terra, come posta iniziale.
Chi ne avesse ricoperta qualcuna avrebbe vinto tutte quelle ammucchiate. L'acquisto di quelle nuove aveva invece un costo, per l'epoca non esoso, ma neppure esigo: quattro pezzi valevano dieci lire, lo stesso costo di un wafer farcito, il Mignin. Tuttavia malgrado l'impegno, gli scambi, le contrattazioni si faceva sempre fatica a racimolare le trecento figurine e passa degli album e spesso finivano in granaio o in cantina incompleti, con qualche finestra aperta, come quella che avrebbe dovuto accogliere l'introvabile parlamentare Bettino Ricasoli.
Ma cosa importava poi se la raccolta rimaneva incompleta, l'Italia no, lei era tutta intera, unificata con i suoi eroi, le loro gesta, le imprese dei martiri di Belfiore. E tutto questo ci rassicurava, ci faceva sentire italiani.”
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Nìiulèin (piccolo nido) - Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano - Carpi (Modena)


          Nìiulèin    
(piccolo nido)
                 dic 2011                                      di Mauro D’Orazi  v 15 del 20-09-2012
Appena passato Natale, alla mattina del 27 dicembre 2011, alla ripresa delle loro pubblicazioni, tutti i quotidiani, specialmente quelli sportivi, hanno aperto a tutta pagina con un’eclatante foto della nuova provvisoria fiamma ventiduenne del pilota ferrarista Fernando Alonso: tale Xenia Tchoumitcheva … miss Svizzera di origine russa di evidente bella presenza.
Xenia Tchoumitcheva in tutt al sòo splendòor

Il rughlètt del Bar Tazza d’Oro, di prevalente genere maschile, sempre attento osservatore dell’attualità e del costume sociale, non poteva esimersi da un idoneo e autorevole commento, riguardante l’irresistibile provocazione visiva: “Mò che bèel nìiulèin in mèes a cal còosii! Diotestradòora in du te pìis!” Ma che bel piccolo nido in mezzo a quelle cosce, dove nìiulèin (parola alquanto misteriosa e desueta) non è altro che lo stupendo diminutivo di nìi … nido.
Ma qualchedun altro invece, storcendo la bocca e scuotendo la testa, dissentiva, quasi disgustato: “Mmmm a me l’a n me pièes mja dimòndi: l’a gh ha ‘n’ungia incarnèeda e s a s vèed al tàai dla appendicite.” (Mmm a me non piace molto: ha un’unghia del piede incarnata e si intravede il taglio dell’appendice).
Un altro, lapidario: “L’a m fa pròopria schiiva!” - “Mò  sa dìit? I t sèemo in dal Servèel?” gli ribatte un amico. ”Ma nooo! S èt capìi … a pinsèeva a mè mujèera!” (Mi fa proprio schifo! - Ma cosa dici? - Ma no! Cosa hai capito? Pensavo a mia moglie!).
Un altro più anziano pronuncia una consolatoria sentenza: Occ’ e maan i gh han semper vèint aan! (Occhi e mani hanno sempre vent’anni!).
Un cliente occasionale, gustando il cappuccino, butta l’occhio sulla foto pensando alla favola di Esopo dla vòolpa e dl’ua ancòora asèerba (della volpe e dell’uva ancora acerba che non riusciva a cogliere perché troppo alta), afferma: “Tròop méegra e tròop biòonda pr'i mé gust !”  
L’unica signora presente ascolta penosamente lo scambio di queste miserande battute, grette e maschiliste, e a mezza voce replica con tono beffardo: “Ohoo i mè umarèel … second mè a cà vostra l unich lavòor ch a tiira … l è l elastich dal mudaanti! E pò forse gnanch quèel l è !Dimòndi ciàacri e pòoch fàat!” (Cari i miei ometti, secondo me l’unica cosa che tira a casa vostra è l’elastico delle mutante. Molte chiacchiere e pochi fatti!).

**O**
L’episodio è finito, ma a completamento si possono aggiungere alcuni modi di dire pertinenti:

L è più quèel ch a s màanda zò ed quèel ch a s cuccia su!  È più quello che si manda giù di quello che spinge su!

Quand l’è siira a cà d un, l’è siira a cà ed tutt. Quando è sera a casa di uno, è sera a casa di tutti.

Ognun a l sa ed cà sua. Ognuno sa di casa propria.

Sèet  sa me capitèe l'ètra siira? A sun curs a drèe a me muièera, intòorn al lèet ... dopo un pò ch a curìiva, a l'ò ciapèeda ... ma pò a i ò pinsèe: "E adèesa sa gh  oia da fèer?" A n m a arcòod più, perchè mè …al fisich e la salut a gh i ò anch incòora, mò l'è la memoria ch l a m chèela! Mò s a fàagh tant a ricurdermel a gh la dàagh mè!"

A gh é anch un provéerbi, … un dìit antigh, ch a l dìis: "Fìin ch a l gh à la lingua e un dì, 'n omm a n n é mai finì" ... mò am sà che al spòosi i n s cuntèinten mia dimòndi.

Saggiamente, in conclusione, c’è però chi ci ricorda che: Più a s i n ciacàara e meno a s i n màagna! Più se parla e meno se ne mangia. Di cosa ?…Bhèe … immaginatelo voi!
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Nota del solerte raccoglitore:
A chi contesta, anche in buona fede, il tono scurrile e pesante di alcune frasi o modi di dire, rispondo che in questa sede noi appassionati di dialetto siamo un po' come i medici, che devono curare le più imbarazzanti malattie. Il nostro compito è di registrare in modo asettico e neutro gli usi verbali, i detti, le parole … quali essi siano, anche i più spinti, osceni o indecenti. Non è un problema morale, ma di ricerca e conservazione. Non nego che talora mi diverto e provoco, essendo un capàas ed tutt, ma ciò serve per sfurdighèer, per trovare altre frasi, altri episodi che rischierebbero di scomparire per sempre. Forse per una certa morale ciò non sarebbe certo un problema o una gran perdita, ma per me lo è. E se ciò accadesse, non lo riterrei giusto per la nostra storia locale, anche per i particolari più piccoli, disdicevoli o miserevoli, che pure hanno trovato posto, a torto o a ragione, nel passato di Carpi e nella testa e nel parlare di tanta gente.
Amen! Fine del pistolotto.

martedì 27 dicembre 2011

Quadretto di Natale - L’assaggiatore del cappelletto di Mauro D'Orazi


Quadretto di Natale  - L’assaggiatore del cappelletto   
scritto il 24-12-2011
di Mauro D’Orazi  - Carpi
                                                                         V 24 del 26-10-2012 
Revisione del testo e della grafia del dialetto da parte di Graziano Malagoli

Mi piace ricordare il fatto che in occasione del pranzo di Natale vengo sempre chiamato in cucina per svolgere un compito di altissimo livello: si tratta di assaggiare un cappelletto di prova. Già alcune ore prima avevo dato il mio preventivo parere sul pesto e sul brodo. Ma adesso, giunti alla fine del complesso percorso, mi viene offerto un cucchiaio con un esemplare fumante. Con delicatezza, anche per non ustionarmi, lo assaggio. Mi piace che sia ancora abbastanza consistente e che il dente affondi con una leggera, ma ben percettibile resistenza. Ne tasto la compattezza, schiacciandolo delicatamente coi molari … due secondi di assoluto silenzio, sguardo estatico e ispirato rivolto all’infinito, in diretto collegamento esoterico con le anime e lo spirito genuino delle redóore di ogni tempo.

Gli occhi delle cuoche mi guardano spalancati, fissi e preoccupati … in attesa. “L è còot!! Chèeva!! “… pronuncio in modo solenne, col cucchiaio alzato e benedicente. “Si proceda all’immediato scodellamento!”. L’antico e benedetto rito ha inizio: tutti si siedono e si preparano ad allungare i piatti. La redóora (“Atèinti! A gh è la pgnaata buìinta!”) colloca la grande pentola fumante sulla tavola e con un capiente mestolo comincia a servire. Una catena di piatti comincia a muoversi con adeguata ritmica cadenza, per agevolare l’operazione; passano di mano in mano, prima vuoti e poi pieni. “Attenzione a non rovesciare il brodo!” è la raccomandazione. Finché ognuno ha davanti la sua minestra. “Chi vuole il formaggio grattugiato ?” Finalmente si mangia e i cucchiai si immergono avidi e veloci nei piatti che prestissimo saranno di nuovo vuoti.
Un mistico silenzio regna nella sala, rotto solo dallo scuciarèer ind i piàat (scucchiaiare nei rispettivi piatti).

Qualcuno, ad alta voce dichiara ufficialmente: “Óo i iin dimònndi bòun st aan! Aanch al bròod!  L è d capòun, ruspàant, cumprèe da un mè amìigh cuntadèin in campaagna!  Al m al tiin pròopia per mè tutt i aan! Al furmàii dal pisst, po’…, l è d primma qualitè! “Un 36 mesi” specèel d un caṡeifissi cun duu nummer, pròopria giusst giusst pèr fèer di graan caplètt.” Una serie di conferme segue immediata, con espliciti e convinti movimenti assertivi delle teste. Le bocche, infatti, NON parlano, impegnate nella degustazione. Le cuoche, che Dio al li bendissa in seculaseculòorum, sorridono soddisfatte; chi ha procurato con esperienza e astuzia i preziosi e pregiati ingredienti … anche.
Chi mangia … ancor di più. Ehee sì!! Sono rari e preziosi simili momenti di gioia collettiva e condivisa. Bisogna goderseli in piena consapevolezza: un prezioso dono offerto alle nostre esistenze troppo spesso piene di affanni, preoccupazioni e dolori.

Circa l'uso di informaggiare il cappelletto è antica e irrisolta questione. “Bròod èd galèina buìint e caplètt ... mò s te n gh mètt ’na branchèeda èd furmàai in simma ... pèr mè ... te ruvìin incòosa.” Questo è un punto fermo per il consumatore tradizionale, che aggiunge il pregiato elemento locale per completare e arrotondare il sapore del piatto.

Invece c’è chi, come me, lo evita con motivata decisione: questo perché si desidera gustare puro e originale, sia del brodo, che del cappelletto.
Se il brodo è buono, preferisco sentirne a pieno il gusto originale e vederlo bello, giallo e limpido cun un quèelch òoc'; ma … la mia è una posizione di consapevole minoranza. S a gh mètt al furmàai a vóol diir ch a nn andòom mìa dimònndi bèin e c'è da correggere qualcosa che è scarso e modesto.

Per evitare che i cappelletti non serviti i se spapèelen (si spappolino), è assolutamente necessario che vadano subito tirati su dal brodo con apposito attrezzo forato e a richiesta serviti per un bis con aggiunta di successiva mestola di solo brodo ancora bello caldo.
Chi potrà resistere a un secondo piatto di questa prelibatezza ?  
***
L’unica ombra di tristezza, sta nel guardarsi intorno e accorgersi con sgomento dei posti vuoti ai bordi del lungo e ricco tavolo natalizio. Qualcuno non c’è più!!  … o con la mancanza del corpo fisico o a causa della mente, ormai smarrita fra orribili nomi tedeschi di crudeli e orribili malattie! Cerchi il loro sguardo, la loro voce: ma non ci sono … NON ci sono. L’assenza di questi cari si fa sentire nel profondo dei nostri sentimenti, sembra spezzare il cuore e l’anima; ma nel pensiero sono e resteranno più che mai in mezzo a noi.
E sì! … qualcuno se ne è andato troppo presto o se si è allontanato così,  … lentamente, quasi senza lasciarci il tempo di rendercene conto in modo davvero consapevole. Se osserviamo il cielo dalle finestre della grande sala imbandita, ci piace pensare che anche loro ci guardino.
Spesso li ricordiamo la notte, quando fissiamo il buio e le stelle ... una data, una voce, una frase, uno sguardo, una carezza, una sgridata, una canzone, un luogo, un cibo, un odore, un’auto, un film visto assieme ... 
Mà  :=((( Ch a s pièea o no, biòggna andèer avaanti … mò ch fadiiga … i mè ragàas !

Un ricòord dla Marina - La Marina Trintèina di Mauro D'Orazi


Un ricòord dla Marina  -  La Marina Trintèina

 V 18    17-05-2012                           ricordi raccolti da Mauro D’Orazi
gentile revisione di Giliola Pivetti
          
Eccola in una rara foto degli anni ’60 in Via Cesare Battisti (oggi davanti alle poste) - La Marina rientrava a casa spingendo il suo carrettino di mercanzia varia verso Cuntreda Teranova, o L’Ultma (Via Giordano Bruno) in du la stèeva ed cà

La Marina Trinteina  (Trentini di cognome) era un ricordo indelebile nella mia memoria; la vedo ancora spingere il suo carro sotto il portico di Corso Fanti, inveendo pesantemente contro chi la prendeva in giro. Vale la pena di ricordala con la testimonianza di alcuni carpigiani, proprio perché ha rappresentato quasi un’icona della nostra città. E come spesso ipocritamente accade per questi personaggi scomodi, che si destavano, ridicolizzavano, sbeffeggiavano, quando erano in vita, si arriva poi a ricordarli quasi con affetto tanti anni dopo la loro morte. Un processo mentale auto assolvente, più che altro rivolto a una nostalgica rievocazione di se stessi e non al “disgraziato” di turno, che apparteneva a una categoria dalla quale si era ben contenti di essere lontani.
In noi ragazzini degli anni ’50 e ’60, la sua inquietante figura è rimasta fortemente impressa nei nostri lontani ricordi: alta, secca, sempre vestita di nero con il fazzoletto dello stesso colore in testa.
Ci faceva molta paura a vederla e le stavamo a debita distanza; non di rado prendeva delle balle orbe e tirava delle sequele ben articolate di briscole, soprattutto contro i monelli cattivi che, con tutta la pungente crudeltà tipica nella loro natura, le facevano degli scherzi feroci o la offendevano. Da giovani spesso si è inutilmente crudeli. Una volta alcuni ragazzi le tolsero il fermo di una ruota del carretto, con l’esito disastroso che possiamo ben immaginare. Al barusèin a cavàal a su, tuti al malgareini per tèera e di siigh e dal madòoni ch a s-cifleva l’aria.
Marina abitava in contrada Terranova (L’Ultma - Via Giordano Bruno), altro luogo di profonda carpigianità; stava subito dopo la bottega da lattoniere di Ardiglio (Cavasùu) Cavazzuti, fratello di Ersiglio e Doviglio. L’artigiano era famoso per la messa in opera di un fugòun da bugadèera … in lèegn. La saracinesca di questa antica attività si può ancora vedere tale quale, chiusa ormai da decenni. Fra qualche anno, con la prima ristrutturazione scomparirà di sicuro.

Pare fosse anche attirata dal fascino di un allora noto enologo carpigiano, che devotamente ogni settimana andava riverire e nel contempo a farsi omaggiare di qualche bicchiere. “Cirooo, mò digh …s t ‘i bèel!” era solito dirgli.
Teneva banco il piazza al giovedì e alla domenica (solo recentemente si è passati al sabato). La sua postazione era di fronte al quella del fabbro Bizzoccoli (il nonno di Franco) che si collocava sotto il torrione degli spagnoli, proprio ai piedi della lapide per Presa di Roma - XX settembre 1870.
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Ho cercato fra la gente ricordi personali sulla Marina, ottenendo tante tessere per un mosaico un po’ frammentato, che dà però un profilo verosimile, anche se approssimativo, del personaggio. Sono convinto che l’interessata non si sarebbe mai immaginata una sua rievocazione.

Primo Saltini ricorda: “Era quasi un divertimento per noi ragazzini di allora, passargli vicino e sussurrarle: Imberiagòosa! Un’ingiuria che immediatamente scatena una litania furente di madonne, cancheri ed epiteti vari. Tutto un vocabolario gergale interessante che poi si poteva ripetere insieme agli amici, sghignazzando. In più la seguivamo, quando andava verso i giardini a fare pipì (all’antica maniera delle donne padane); la faceva stando in piedi e dandosi una asciugatina con il vestito! Eravamo proprio dei delinquenti.”

Alfredo Copelli abitava in via Marco Meloni e nel retro della casa c'era un cortile con una tettoia. Spesso la Marina si fermava li a dormire per scuasèer la bàala (per smaltire le dosi alcoliche), così come era … cun al barusèin abbandonato con tutte le povere merci.

Ersilio Spezzani rammenta che le piaceva anche bere un buon quartino di vino, ma forse anche di più. “Tante volte chiedeva a noi ragazzi se le andavamo a prendere il vino, perchè a lei non lo davano all’osteria vicino a San Rocco. Puvreta !! La fèeva compassiòun, già da ragass … ,  ma anch adesa, dòop tant ann, a pinser cum la viviva, l’a t  fà pinser che la solitudine l'è ‘na gran tristesa.
La pariva cativa, mo l'era sool una povra dònna, senza nisun intoorna ch a la aiutiss.
I eren mument difficil anch aloora, sperem ch in tornen più, anch se a m sembra che incòò a n adema per gninta bèin.

Anche ad Annamaria Loschi la gh fèeva na fàata paura ... Anch perchè a n s capiva gninta ed quel ch l a gìiva. Essere vecchi e poveri era ed è una vera disgrazia.
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Anna Bulgarelli ha bene in mente la Marina Trintèina, abitando nella sua stessa contrada: “Io sono nata e cresciuta in via Giordano Bruno e me la ricordo bene. A noi bambine ci incuteva un certo timore: così alta e vestita di nero, spesso alterata dal vino. Ma quando era lucida e la incontravo uscendo di casa, mi riempiva di complimenti e mi  diceva con grande dolcezza " In du vèet pricipèesa?".
Una volta la nipote la stava aspettando da ore in via Giordano Bruno, più o meno preoccupata. A un certo punto la vide arrivare senza il carrettino, dimenticato chissà dove, la girèeva ed galòun penosamente ondeggiando con un piede sul marciapiede e uno sulla strada. “Bè mò … Cus ela? ‘Na baala nòova?” commentò amareggiata la nipote, commentando lo strano incedere della zia ubriaca.
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Lo scrittore Carlo Alberto Parmeggiani afferma che della Marina, detta anche la MarinaaSa, non sa dire più tanto, perché raramente bazzicava nelle sue zone da bambino, le poche volte che ha avuto a che farci si era sempre mostrata non solo gentile, ma anche spiritosa.
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La prof Anna Maria Ori: “Ricordo vagamente la Marina Trintèina, perché non mi ha mai né spaventato, né intenerito, né (lo ammetto) interessato, ma era una specie di arredo urbano di cui semplicemente prendevo atto. Mi dispiace di non averla osservata con più attenzione, in pratica di non averla vista, anche se entrava nel mio raggio visivo.”

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Gilda Lugli: "Mia madre, Fernanda Bertolazzi, mi raccontava che la Marina era di buona famiglia, ma che a un certo punto suo fratello aveva preso le distanze da lei.
Quando avevamo la ditta di legnami in via Carducci, la Marina entrava dal retro in via N. Biondo e cercava di venderci la sua mercanzia. Mi faceva paura, ma anche tanta pena ..."
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Enrico Rancan, al fiòol dal pròfugh: “Ce l’ho in mente, ma ero veramente piccolo. Suonava a casa mia, in viale Nicolò Biondo, per offrire la sua mercanzia e mia madre, per mandarla via in fretta, le comprava sempre qualcosa. A me piacevano le carrube, che evidentemente lei vendeva, e che ho conosciuto proprio per questo.
La Mary, mia madre, Maria Jone Lugli, zia della Gilda Lugli, però ne dava un severo giudizio e diceva:"E’ una donnaccia !" ... forse per il suo continuo bestemmiare.”
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Margherita Panzani: “Io me la ricordo bene, abitavo in Corso Fanti e lei passava, vestita sempre con un grembiulone nero e un fazzoletto in testa, col suo carretto pieno di scope, secchi, spazzole e tante altre cose. Molte volte si fermava, chiamava mia nonna e chiedeva il permesso per andare al gabinetto che era in cortile, gabinetto che era poi un buco, con sopra un coperchio. Altre volte, semplicemente, apriva le gambe e faceva la pipi li dove si trovava. Non mi faceva paura e la nonna mi diceva che non era cattiva.”
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Mauro Marri ricorda bene questa strana donna; sua nonna, infatti, comprava i giochi da lei per i nipoti, quando erano buoni, il che succedeva molto raramente. La Marina era ... avanti: faceva già il porta a porta tanti anni fa.
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Ecco un incisiva immagine che ci lascia Luciana Nora
La Marina
Se la Filimede fu un personaggio caratterizzante di via Cantarana, l'esprimersi della quale aveva come confine le contrade attigue, ci fu anche un'altra figura femminile particolarissima, completamente fuori dagli schemi, conosciuta in tutta Carpi per via del fatto che svolgeva un'attività ambulante: la Marina Trintèina cla stèeva in Cuntrèeda Teraòova.
Aveva un carro a due stanghe che tirava lei stessa, con il quale portava le sue mercanzie per tutte le contrade carpigiane. Una struttura corporea segaligna, vestita di un nero stinto che aveva virato al grigio: un fazzolettone annodato al collo, i cui lembi estremi venivano usati per asciugare il sudore della fronte e del petto, sottana lunga e larga quasi fino alla caviglie che, estate e inverno, spuntavano nude da larghe, nere scarpe maschili.
Dalle maniche arrotolate fino ai gomiti, uscivano le braccia secche e nervose. Le mani erano lunghe e nodose le mani su cui, dopo una sosta, come erano soliti fare gli uomini, sputava, per poi sfregarsele, prima di riagguantare le stanghe del suo carro e riprendere il suo giro.
I capelli grigi, dritti dal taglio pari appena sotto le orecchie, qualche volta tenuti indietro da un cerchietto metallico, incorniciavano un volto austero, rugoso, dai tratti sottili. Un’ambulante strana che passava senza segnalarsi e bandire la propria merce. Aveva sul carro dal pianale piatto dal malgareini e dal ramàazi, ‘na quelch trapla per soregh, un po' di pentolame e varie altre cose. ‘Na specie ed Righetta ed Limid ambulante … in miniatura.
Il tempo aveva tinto di grigio anche il carro. Sicuramente girò per Carpi fino alla prima metà degli anni ‘60. Se la ripenso oggi, anche il mio ricordo si spoglia dei colori e vira al grigio come in un film in bianco e nero e in parte perde la voce. Incontrarla era un fatto pressoché quotidiano. Almeno a me, ma sono certa di non essere stata la sola tra le mie coetanee, la sua comparsa incuteva qualche timore, specialmente sollecitava un interrogativo: Ma chi era la Marina?
La fantasia infantile poteva associarla a una qualche strega o, più improbabile, a una fata. Avevo capito dove aveva una posta per il suo carro in una delle mie visite alla zia Ernesta, che abitava in Cantarana. Entrando in quella contrada da Santa Chiara, sulla destra, poco più in là del palazzo sede del cappellificio Losi, lì doveva far sostare il carro la Marina. Era pomeriggio inoltrato e uscendo da quella corte affollata da una quantità di famiglie, ero rimasta folgorata sull'ingresso, perché, in quella strada stretta, mi ero ritrovata a un passo dalla Marina che stava smanovrando il suo biroccino. Mi ero fermata ad osservarla, forse cercando qualche risposta.
Di lì a qualche minuto, ebbi a vederla sollevare un poco la sottana, divaricare ampiamente le gambe e, come si usava dire a quel tempo, spender aqua in mèes a la strèeda. Mentre realizzavo mentalmente che doveva essere senza mutande, fui scrollata da un rauco e perentorio: “Veh, te, ragazòola, c'sa gh et da guardèer?  N'et mai vist spendèer aqua?” No! Non avevo mai visto farlo in quel modo. Ero poi filata via come un fuso.
Col tempo però i timori erano arrivati a dissolversi, fino ad avvertire un certo fascino per quella figura femminile particolarissima, la cui filosofia doveva ritrovarsi pienamente nel dantesco "non ti curar di loro, guarda e passa". Filosofia praticata fino a quando, come una sorta di maledizione, uscì la canzone intitolata a Marina, che divenne, tant per zunter al ràam a la mescla, una sorta di perfido dileggio che i ragazzi e anche qualche stupido adulto, usavano cantarle per farla uscire dai gangheri. Marina usciva allora dal suo silenzio, prendeva una scopa dal suo carro e, brandendola, imprecava: “Dio chè! Dio là! Vin ché vigliacch. S a t ciapp a t'la sbrèegh in dla schiina!”
Non so quando e come Marina sia uscita di scena, ma spesso mi è ritornata alla mente, particolarmente quando, tra le mie letture anni Settanta, ho incontrato Le streghe del Nagual di Carlos Castaneda. Mi piace pensare che, chissà, in quel suo continuo e faticoso peregrinare, più che dettato dal bisogno di un'esistenza grama, Marina cercasse e avesse trovato l'essenza dell'essere.
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Francesco Bezzecchi, detto Il Mimì, ricorda che la Marina comprava le scope (al malgareini) dal suo principale Francesco Pacchioni, il mestichero di fianco al cinema Fanti, in via Mazzini, che gestì per molti anni una rivendita di colori e affini. Allo speciale prezzo di costo che le veniva praticato, la Marina applicava poi il suo guadagno di venditrice ambulante.
La Marina spesso andava all'osteria di Cimbro in via Matteotti sotto il portico, e dopo due o tre bicchieri, apriva le gambe e faceva la pipí sotto il tavolo. Arrivava Pippo (Saetti, figlio di Cimbro, in seguito noto e valente ingegnere e arredatore) che, con la segatura e la scopa, puliva senza fiatare.

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La poetessa Luciana Tosi ricorda di averla vista diverse volte, ma a quei tempi lavorava duramente, faceva almeno 10 ore al giorno e a n gh era mia tante teimp de stèer a guardèer chi paseèva ... Si ricorda una la donna alta, un po' curva, con un abito lungo e scuur, al carètt cun dal stanghi acsè lunghi. Aveva una figlia di nome Norma.

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Chiudo con ‘na poVesia degli anni ’60 di Micin (Cinzio Micheli)

LA DONA ED TERANOVA

Col prim sol, po' fin a sira,
per le vie della città,
la Marina, gira, gira,
col carretto se ne và.

Và gridando: sùca fina!
pir e persègh, figh e mlòun,
cun nà vòs ardònda e pìna
da desdèr tutt al riòun.

Ma un brutt dè, s'oscura al mond,
vengon giorni tristi, amari,
dove tutt un po' s'counfond
se sbarchèr s'vol al lunàri.

Fu così che quel carretto,
invece ed sùca o portogall,
di portare fù costretto
quel ch'tuliva su "NIBAL".

Passa un giorno, passa l'altro…
poi il boom viene della lana
dove Carpi, per lo scaltro,
l'è dvintéda nà cucagna.

Lei di nuovo butta all'aria
tutt, baraca e buratein,
e di merce, la più varia,
l'impiniss al barusèin.

Marletèin, candeli usedi,
automatich, pan d'savòun,
e (chisà dove scuvèdi)
scatli d'luster d'Furmigòun.

Per stà dòna ed Teranova, (Terranova = Via Giordano Bruno o l'Ùltma)
al baròs l'è seimpr' impgné,
le un po' tutt la mett in ovra
seinsa bsér la qualité.



Postura carpigiana - mani sui fianchi di Mauro D'orazi


Postura carpigiana
       dorry@libero.it      v 05                                                     Miarèina, 25-11-2011
di Mauro D’Orazi e degli amici del Gruppo di Facebook “Chi parla dialetto carpsan”

Particolare di una foto di Don Ettore Tirelli – 1910 circa

Ho trovato questo gustoso particolare allargando una vecchia foto; dopo averla scannerata, l’ho allargata a dismisura per trovare dei tesoretti nascosti di vita quotidiana di un mondo di ben 100 anni fa ormai scomparso, ma che è indelebile nelle nostre radici.
Da questa immagine centenaria si evidenzia in modo chiarissimo la postura della donna carpigiana (anche molti maschietti non ne sono certo esenti): mani sui fianchi, gomiti in fuori, tronco leggermente proteso in avanti (di pochi gradi) per consentire alla testa e al viso di essere incisivamente proiettati in avanti.
Fateci caso e vi troverete davanti tanti esempi e probabilmente voi stesse.
L’anziana rezdòora della foto, anche se potrebbe in effetti avere solo una cinquantina d’anni, sembra cercare all’orizzonte qualcuno, forse il marito, pèers  in ‘na quelch ustaria a bèver un pèecher o ‘na fujetta ed  lambro.  Sembra voler dire: “Bè mò ‘sa fàal ? In duv el?
Le braccia sui fianchi sono indice inequivocabile di carpigianità al 100%.
È famoso questo episodio: in una grande città italiana una signora in veste di turista improvvisamente si sente chiedere: " Vò sìi ed Chèrp?" - " Bè mò ??? ‘Sa dìsel ? Perchè ?" rispose tenendo sempre le mani sui fianchi.
A me è capitato anni fa di essere in Egitto sotto la sfinge; tante foto ricordo … e quando poi le rivedo, noto subito una signora di schiena che, unica fra centinaia di turisti, guardava il monumento con le mani sui fianchi. Indovinate di che città era ? **
Si tratta dunque della postura del comando. La rezdòora, la donna di casa che gestisce gli interessi, assume questa posizione in modo naturale. Donne sicure di sé e consapevoli del ruolo centrale che avevano in famiglia. Le timide e le seconde linee della famiglia di solito le tengono o lungo i fianchi o conserte.  Le nostre famose magliaie degli anni ’60 avevano questo piglio.
Se si vuole fare una ulteriore analisi a dirèev che, già dal teimp d'Adamo, anch Eva la s'era mìisa acsè ... con i pùgnn pugèe in sima a i fianch e i brass in foora cun tant ed grugn. ... E a un sert punt l a gh avrà dìtt: “Elòora des-ciulet … ste pòmm a l magnet o no!! Dai mò e sbrighett … ch a s vìin sira adòos!!"

**
Incredibile, ma sono riuscito a scoprire anche il nome della vecchia carpigiana nella foto presso la giasèera, vicino all’incrocio di S. Nicolò – Vie Fassi / Berengario. L’ha riconosciuta la nipote Osanna Sacchi: si tratterebbe di sua nonna Filomena Sgarbi in Sacchi che viveva in San Francesco.  Ci piace pensare che sia così.

Quando Nerio (Righi Amedeo detto Leon) lavorava in CMB di sua abitudine si metteva le mani sui fianchi e immancabilmente Omèeti' (il gruista) gli diceva: “Mòola cal cucombri!! e lui di scatto calava giù le braccia sui fianchi. Che ricordi!!!
Maddalena Zanni:  Stessa postura di mia nonna quanto intimava: "Bhè  mò 'scòolta!", che marchio..