sabato 12 novembre 2016

Ricordo di Mauro Prandi - Carpi - dialetto carpigiano - di Mauro D'Orazi

Prima stesura ottobre 2004                             V11 del 03-09-2016 sempre in via di aggiornamento in base ai ricordi che arriveranno

Mauro Prandi e i suoi scutaai

raccolti da Mauro (Dorry) D’Orazi
su Facebook  dalle tante persone che lo hanno frequentato


Mauro Prandi, uno più carpigiano della Piazza, del Castello, dei piletti del Duomo come suol dirsi. Commesso all'Ente di Consumo Comunale sempre in Piazza, andò in pensione giovanissimo per una legge andreottiana: la n 336… era orfano di padre partigiano; poi si dedicò all'intermediazione e al commercio. Ha sempre frequentato amici più giovani di lui di 15-20 anni. Grande frequentatore di bar con sviluppata carpigianità.
Ricordo il Bar Teatro (dove l'ho conosciuto) in perenne dissidio con Vittorio, Alla Rosa Nera, poi al Jimmyc's e poi al Bim Bum Bar. Scomèed, tagliente, salace, verboso, pronto alla battuta, ma intollerante alla risposta. Aveva la capacità di affibbiarti un efficace e super descrittivo soprannome che in un attimo ti identificava per tutta la vita. Gli "scutmaai", seppure IMPIETOSI, non erano mai offensivi, ma vere e proprie efficaci caricature verbali.

Alcuni esempi di scutmaai:
Cipo = La Dea; Alessio = La Navrativlova; Io (Mauro D'Orazi) = L'onorevole, per la mia deprimente e vana carriera politica. L'Architrave per l'arch Claudio Pedretti, Cialana per gli stivaletti dell'esule a Formentera. Il famigerato Gigi Lugli = Il Caciondo; Sharon = la bionda la ricciolona Daniela, I soprannomi sono tanti… se ne ricordate altri scriveteli. Sarà il modo migliore per ricordarlo. A fine settembre 2004 ci ha lasciato.
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Nel gioco del cotecchio quando uno è già fuori (10 e passa punti) e due sono a 9, lì lì per per uscire, il quarto giocatore potrà fare il furbo e prendere in giro gli avversari: Duu a Nóov e un a la Móoja. Ovvero due a Novi di Modena e uno alla Moglia (cioè già nell'acqua e col culo bagnato. La battuta... davvero notevole... è dell'indimenticabile Mauro Prandi.
1976 19 marzo 1976 Caffè Teatro -  dietro Giò Placaan e Mauro Prandi

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1997 Jimmjc'z - Mauro Prandi impegnato al cotecchio
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Riporto un ricordo di IMBENI tratto da La VOCE del 07 ott 2004
Amico dell'umanità, capace di ascoltare - È morto Mauro Prandi
Carpi - Detto così un po' alla semplice, se a una persona spettava il diritto a percorrere serenamente tutta intera la terza età che aveva appena imboccato questa era Mauro Prandi, 68 anni scivolatigli addosso senza scalfire uno spirito di conio fine e spumeggiante insieme alla straordinaria dinamicità nelle azioni, nei gesti, nelle parole. Ma erano solo i suoi tratti più immediati. Una sua qualità davvero rara, come ricordano i più giovani amici del caffè Jimmyc's e del Bim bum bar, era di sapere non solo interloquire, ma concretamente comunicare con ogni fascia generazionale: una trasversalità di partecipazione che la dice lunga sulla freschezza del suo rapporto con la realtà. Sotto intuivi, e conoscendolo riscoprivi ogni volta, una cordialità ricca di attenzioni e sfumature. Non è una virtù da poco sapere uscire dalle formalità e dal distacco e aderire, con i propri, ai moti dell'animo alle idee alle difficoltà, perfino alle ubbìe, degli altri. Molti che si credono disponibili si fermano a metà strada e quando si allontanano si lasciano dietro una scia mielosa, adulterata. Difficile essere presenti al prossimo senza pesantezza o saccenza. Ancora più difficile è farlo in modo totalmente disinteressato, senza altro contraccambio che una ventata d'amicizia.
Mauro, geniaccio arguto quanto curioso di tutto quanto lo circondava, andava oltre. Sembrava attratto anche dalle individualità più lontane dalla sua: introversi, musoni, sussiegosi, misantropi per sfinitezza o per calcolo. Cubicolari e camerari annidati negli enti pubblici, per esempio, o nelle corporazioni, nelle canoniche, nei partiti. Nei confronti di costoro, anche in loro presenza, scattava spesso il repertorio pirotecnico del suo satireggiare gustoso e paralizzante, mai offensivo. L'osservazione critica, la battuta salace non umiliavano mai, facevano saettare (e poi rendere subito pensosi) gli occhi di chi era preso di mira muovendo gli altri al sorriso ma soprattutto alla riflessione. A molti affibbiava un affettuoso nomignolo, il carpigiano scutmaai, rinnovando un'abitudine antica e di origine nobile quanto incerta.
Così, con quel suo piglio aperto e diretto, Mauro Prandi componeva le tessere di un suo mosaico della "commedia umana" cittadina, lui che a sedici anni, per difficoltà famigliari, aveva dovuto interrompere gli studi al liceo Fanti e impiegarsi dietro un bancone da commesso al Magazzino comunale (poi Ente Tessuti) di piazza Martiri. Erano i tempi della direzione di Rinaldo Pelliciari, detto Plicio, il comandante "Rino" delle brigate partigiane "Aristide", ma erano ormai tempi di pace e Mauro lo chiamava Sua Santità.
Ci sono modi diversi di porsi come "testimoni" nel fluire e intrecciarsi quotidiano di persone e di accadimenti di una città. Mauro aveva scelto il meno accademico, il più esposto e delicato, quello di chi vi partecipa in prima linea, vero inviato speciale di se stesso, ma anche di un profondo sentire comune. E vi si spende giorno dopo giorno anche là dove all'apparenza non sono in gioco complicate scelte strategiche, alchimie di poteri, oscure transazioni all'ingrosso o al minuto.
Per tutto questo, per una volta non è un abuso di parole scontate dire che ci mancherà.
Gianfranco Imbeni
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Ligabue Arianna: una bellissima descrizione.
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Jango Grandi:  Bravo Dorry! .. "non erano mai offensivi, ma vere e proprie efficaci caricature verbali." assolutamente .. perfetta descrizione - 9 agosto 2009
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Giuliana Faglioni Ciao Mauro!! 9 agosto 2009 alle ore 22:35 

Gianni Bassoli: GRANDE MAURO!!!!
in negozio di barbierie da noi veniva spesso e al suo acconciatore aveva affibbiato il nome "burino", la motivazione era che veniva dal Cantone di Gargallo e l'alto mio socio più vecchio lo chiamava "clergyman", perche aveva il modo di fare di un prete!! Grande persona e  ottima compagnia !! UN PERSONAGGIO CHE MANCHERÀ!!!   10 agosto 2009 alle ore 14:26 · 

Alessio Pignatti: Un grande saluto a Mauro Prandi, che rimarrà sempre nel mio cuore; a me aveva affibbiato anche "la perfida Alexis" e ricordo in particolare l'Ezbhollà, a Dario Bassoli per il suo carattere un tantinino aggressivo e i suoi tratti somatici non proprio carpigiani, poi tanti altri…
7 settembre 2009 alle ore 9:26 

Mauro D'Orazi: grazie Alessio. se te li ricordi… scrivili, prima che il tempo con la sua maledetta polvere inesorabilmente li inghiotta.
Fine anni '90 al Jimmic's Mauro Prandi, Luca Lamma, Sandro Santacèera.

William Lugli: Un nostro amico, Ivan, era diventato "Bugnolis" per la sua acne!   Non ci giurerei, ma anche lo scutmaai "Pipòun" affibbiato al ex assessore Gianni Lodi viene da lui. Dovrebbe essere legato al fatto che incontrando una donna egli guardava subito nella direzione e all’incrocio di una ben determinata… parte anatomica!
9 settembre 2009 alle ore 19:56  

Davide Sgarbi io mi ricordo di Marco (il fratello di Fabrizio Valisi) chiamato da lui "Creatina" per via dei muscoli!!!! ahahahaha che genio!

Mauro D'Orazi: Carlo Annovi che mandava tutti a cagare, come interlocuzione abituale, era per questo chiamato: Charly Mc Kegh

 Davide Fabbri:  Sono d'accordo con tutti voi, il mio nome era e rimane "Amarena", dal famoso omonimo produttore di confetture di ciliege. Devo comunque riportare una nota spiacevole. Il "povero" Mauro è stato prima giudicato e poi dimenticato da moltissime persone alle quali ha regalato momenti indimenticabili, causa spiacevoli scontri dovuti alla sua (e riporto descrizione correttissima) intolleranza alla risposta. Ha frequentato il nostro gruppo per una decina di anni e posso fornire a richiesta decine di "scutmaai".10 ottobre 2009 alle ore 9:45 

 Andrea Nicolini: il mio era COLORADO...  14 ottobre 2009 alle ore 12:24 

Alessio Pignatti:  Franco Magnanini era "magna ninein"... tradotto... Mentre Mauro Torelli era "Taps, squilli di rivolta" per il suo carattere un po' permaloso e si rifaceva a un poco famoso film militaresco dell'epoca.

Davide Dodo - Righi grande Mauro .. io ero/sono "Il nome della rosa" !
28 novembre 2009 alle ore 21:23 

Andrea Andreoli: io ero "Nanòun", Fede Andreoli "American Gigolô”, Andrea Righi "By american", la Simo  "La Divina"... etc.
Ricordo che quando giocava a carte c'era una persona, di cui non faccio il nome, era spesso nominato "Testòun" lascio a voi indovinare... Grande Mauro!
28 dicembre 2009 alle ore 20:02 

Daniele Diacci: io ero il Barone Von Opel!   Al Comissaari  - Commissario era Maurizio Catellani
18 marzo 2010 alle ore 0:35 · 

Alessio Pignatti: Commissario derivava dalla "Piovra" famosa saga televisiva sulla mafia, dove nelle prime serie il commissario Cattani era il protagonista... dal titolo della serie (Maurizio è un famoso "tombeur"), la Piovra, gli venne appioppato il soprannome di Commissario, perché le avvincolava tutte…

Mauro D'Orazi spietato!
19 marzo 2010 alle ore 8:57 · 

Carlo Lodi: con l’amico Mauro,  ho passato il più bel periodo della mia vita. Ho lavorato con lui per molto tempo all'ENTE Comunale, proprio nel suo reparto: era il mio caporeparto.
Per gli scutmaai era proverbiale; all’Ente eravamo circa in una quarantina e a ognuno di noi aveva dato il suo – a Me a m ciamèeva “Valeriaan !”
 
Giorgio Guidetti:  Ciao Maurino.... forever! A me aveva affibbiato il nome “La Rockstar” per via del Complesso dei Buscadero e Franco era ''Heating the pigs”,  che era il suo cognome tradotto da lui in inglese, come ha ricordato Alessio.  7 giugno 2011 alle ore 20:04 · 

Mauro D’orazi: la sua interlocuzione tipica era “M ÈET TÒOLT?”  Cioè “ Mi ha capito? mi ha preso in ciò che volevo dire?” sottinteso, interpretando… “Imbambìi che te tribuul a capiir!”

Milena Bassoli; una delle più belle persone che io abbia mai conosciuto, aveva sempre una parola speciale per tutti noi; io ero “Milly for…Lillly, grazie mauro mi manchi!
7 giugno 2011 alle ore 21:41 

Simona Sgarbi:  ho dei bellissimi ricordi... a ognuna "girl" (gherls)  della mia compagnia aveva dato un simpatico nomignolo che tuttora ci portiamo dietro... unico... - Ecco Alcuni nomi: la grande e unica "Sharon" Daniela, "Leguara" (Simona Sgarbi)..."Mariadolores", "Incallita"... e poi altri
8 giugno 2011 alle ore 14:56 · 

Carlo Lodi - al rivendidóor èd disc èd via Genova al le ciamèeva “Valdo Pop Del Los Rios”
8 giugno 2011 alle ore 18:52 

Armando Mirra:  persona speciale, io ero “il Maltese” per via della giacca marinara che avevo all'epoca. Dal personaggio Corto Maltese dei fumetti di Ugo Pratt.
16 ottobre 2012 alle ore 0:23 · 

Daniele Bonni Bonini:  Spero non si offenda nessuno se...  ricordo altri soprannomi affibbiati e inventati genialmente da Mauro, durante le interminabili partite a cotecchio !
 Dunque… Luca Lamma era il " CANARONE ", un quasi estinto uccello di palude, Giorgio Bondi era “JAMES BOND”, oppure “Mochio Piteco” (abita in via Monchio), Fabio Siligardi, al primo vero fidanzamento, era " URANIO IMPOVERITO ", l'apoteosi però l'ha raggiunta con Sandro Santachiara, ironizzando delle sue "note" dimensioni sottopanni, chiamandolo " ALEJANDRO SOTOLONGO DE PALMERA, detto EL CURANDERO "
 E ai tempi dello sceneggiato Sandokan (interpretato dall’attore Kabir Bedi)… non ricordo a chi.... ma evidentemente non era un "genio " lo aveva soprannominato... “Capir Baby” !!!
16 ottobre 2012 alle ore 1:10 ·

Dario Bassoli: confermo… io ero detto “Hezbholla ex stillbird”
Un uomo insostituibile grande conoscitore della vita e dei risvolti 
Ho ricevuto consigli che tuttora mi salvano. Un grande UOMO!
  16 ottobre 2012 alle ore 8:54 

Mauro D'Orazi: il soprannome “Cialana” forse personaggio messicano di un film di cappelloni western 
1972 Magazzino Comunale nuovo negozio biancheria 
Mauro Prandi, Carlo Lodi, Arrigo Gallesi e Giuliano Arletti.

Luisa Pelliciari:  “M ÈET TÒOLT?” hai afferrato il concetto? Mio padre (già presidente dell’Ente di Consumo Comunale) diceva che come commesso non aveva uguali. Personaggio scomodo, ma non offendeva mai. 9 agosto 2016 alle ore 16:28 

Paola Masci: Quante partite a cotecchio ho fatto con lui... Che bei ricordi... e come diceva lui.... Le sue storie iniziavano dalle guerre puniche!  Frequentare il bar senza lui non è più stata la stessa cosa!! 9 agosto 2016 alle ore 18:21 

Rosy Carrannante:  lo ricordo bene Mauro e con tanto affetto... lo ricorda anche mia figlia Greta. Cominciava con i più piccoli, parlando delle guerre puniche, arrivare ai giorni nostri era lunga! Ho una bellissima  pentola in rame per fare la polenta che mi ha regalato lui. Il mio nomignolo era “Biondina! … vieni a sederti vicino a me che mi porti fortuna!”  9 agosto 2016 alle ore 21:48 · 

Franco Creola:  Ricordo le notti davanti al Caffè Teatro a raccontar barzellette. Ne sapeva un milione. Mi ha sempre chiamato "Ciccia" forse per i miei 50 kg x 1.80 mt.

Alessio Pignatti:  A dire il vero non era solo ciccia... 10 agosto 2016 alle ore 17:47 · 

Franco Creola:  In effetti......   10 agosto 2016  alle ore 18:27 · 

Guido Meschiari: Grande persona e grande giocatore di cotecchio, se a carte gli facevi un torto ti mandava a 10 in due mani. A me è sempre piaciuto "l'incastro del pollastro", che usava quando ti faceva "la decima" e tu ribaltavi le carte, perché non riuscivi più a venderla a nessuno dei tuoi tre avversari. Poi c'era "il colpo delle cento pistole"....
11 agosto alle ore 14:44 

Claudio Caffagni: Capir baby, era l'aiuto di Vittorio, che era chiamato Baby, per via della statura... 1,55 mt  - 11 agosto2016  alle ore 16:39 

Alessio Pignatti L'unico che a cotecchio ha pagato con sei!!! detto anche “Caribù'”.
11 agosto 2016 alle ore 17:11 · 

Mauro D'Orazi: Per dirla tutta e in verità... Prendeva in giro, ma non c'èra reciprocità: perché poi di rimando non sopportava lui di essere preso in giro; e questo per me era un grosso difetto, gli altri erano TENUTI a sopportare, ma lui no!  11 agosto 2016 alle ore 20:06 

Guido Meschiari: Ma infatti… Se lo contraddicevi rischiavi "la squalifica" e non potevi più giocare al suo tavolo !!!!  Che tipo che era!!!  11 agosto 2016alle ore 20:08 · 
                                                                   
Mauro D'Orazi: Io in alcune occasioni gli feci due o tre battutacce a freddo… contro,  a prendi in giro. Non se l’aspettava da me, di solito taciturno e prudente nell’esprimermi in mezzo a tanti leoni azzannanti. E se la prese sempre parecchio!!  Così io ne godevo di più ! Anche se i rischi di spietata ritorsione erano altissimi. S t èel tuliiv pèr al cuul.  a s n intaièeva e al dvintèeva pòoch gustóos.
11 agosto 2016 alle ore 20:48 
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Alla fine degli anni ’80, ai tempi d’oro del Caffè Teatro gestito dal grande e sfortunato Vittorio Garzon, Giancarlo Tartari, detto Taras, ma anche Delon o Delone per la sua avvenenza a cànone inverso, nel gioco cotecchio era la vittima designata e costante di ogni partita: quasi tutti gli assi e le decime erano suoi. Da ciò nacque, con un colpo di geniale creatività del ns Mauro Prandi, questa frase ironica e memorabile derivata da un antico proverbio delle nostre zone : “Dio al s sèelva da la siilta e dal tròun e dal dècimi èd Delòun!” = Dio ci salvi dalle saette e dal tuono e dalle decime destinate a Delone, o da lui giocate in modo improvvido.

La raccolta di ricordi continua… mandate… Grazie! Non perdiamo queste piccole cose preziose che caratterizzano una comunità, anche se super eterogenea come siamo ed eravamo: mi trovare su FB come Mauro D’Orazi e su dorry@libero.it come email…
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La Fontana dell’Americano viale Carducci - Carpi - Mauro D'Orazi dialetto carpigiano

Prima stesura 20-11-2013                               V04 del 23-10-2016

Fontana dell’Americano in viale Carducci
APPUNTI – Bozza
A cura di Mauro D’Orazi
avvertenza: come al solito mancano le foto - è estremamente complicato metterle in questo blog - non vanno in automatico

Uno dei miei (M D'Orazi) compiti era quello di andare a prendere un fiascone d'acqua ferruginosa a la funtanèina dl Americàan (alla fontanina dell’americano) in viale Carducci; per tale incombenza, non facilissima, utilizzavo uno sportone di paglia per il trasporto di una grossa boccia da tre litri; infatti l'acqua del rubinetto di Carpi (l’aaqua dal Sinndech) era ed è piena di calcio e non consente una buona cottura della buccia dei fagioli che resta coriacea; l'acqua ferruginosa della fontanina di viale Carducci invece consentiva una lessatura perfetta; la fontanina è stata assassinata dal Comune (come tante altre cose di pregio) negli anni '70; oggi dà al raro passante acqua normale dell’acquedotto. (Ma c’è ancora? Dubbio di AM)
Forse 1929 al nevòun in viale Carducci vista campanile sagra - dalla fontanina dell'americano
Mi sembra interessante soffermarmi un attimo sulla storia di questa fontanina. Ce la racconta in prima persona Mauro Magri, il nipote di chi la fece costruire.
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testimonianza di Mauro Magri -  agosto 2013
LA FONTANINA DELL'AMERICANO
Io sono nato in viale Carducci, nella casa chiamata dell'AMERICANO. L'americano era mio nonno paterno e che fece fare anche la famosa Fontanina. Lui era stato per 11 anni minatore in USA, a 1000 m. sotto terra e, tornato, si guadagnò questo soprannome.
Mio nonno paterno ritornò nel 1922 dagli Stati Uniti, dopo undici anni di duro lavoro in una miniera di carbone a 1000 metri sotto terra. Ogni mese inviava un bonifico del mensile a Roma, alla Banca d'Italia, che per il servizio di ricevimento della somma e trasferimento alla nostra famiglia a Carpi, si tratteneva i diritti di commissione di ben il 50%. Al ritorno riuscì comunque ad acquistare la casa in viale Carducci, che era stata costruita nel 1909 sulla fossa, che circondava “la murra”, che era al centro di quello che sarebbe divenuto il viale. Lì a 30 metri c'era anche la balera "SALONE CARDUCCI".

1920 ca viale Carducci con il Salone Carducci al centro della foto
Ecco una foto del Salone Carducci, ora non più esistente
Il circolo privato Salone Carducci fu poi tagliato nel mezzo e rimasero soltanto i casamenti dei due ingressi laterali

Il nonno acquistò tutto l'immobile e costruì tanti piccoli appartamenti a schiera a due piani con lo sbocco negli orticelli nel retrostante viale Nicolò Biondo. Davanti alla fila di case in tutto in viale Carducci c'erano tanti orti, uno per ogni casa, ora trasformati in tanti posti sosta per auto.
Il problema era l'acqua, che bisognava andarla a prendere pompandola dalle varie fontanelle sparse per la città.
Per ovviare a tale importante carenza, mio nonno fece pertanto perforare in proprio la fontana, arrivando giù fino a 175 metri.
Siccome però in tanti ogni giorno chiedevano di accedere all'acqua, lui tolse la rete di recinzione e la mise a disposizione della cittadinanza.
Si scendeva alcuni scalini e a poco più di un metro sotto il piano stradale c'era la pompa a mano.
Il Comune inviava poi al mattino e alla sera un addetto ad accendere e spegnere la pompa, quando si utilizzò un motorino elettrico al posto della leva manuale.
Fino alla sua morte, avvenuta nel 1968, il nonno ogni due anni faceva pulire i condotti della fontanina fino in profondità, a proprie spese. L'acqua era ferruginosa, lievemente torbida e rossastra e bevendola si percepiva distintamente il gusto del metallo disciolto. Non di rado i medici indirizzavano i pazienti a rifornirsi d'acqua per svariati scopi terapeutici. Tanti bar, ristoranti, da Correggio fino a Mirandola, la venivano a prendere a damigiane, per il fare caffè e cuocere i legumi. Infatti era denominata l'aaqua da cóoser i fasóo (l'acqua per cuoce i fagioli). Uscendo da casa mia, fra la fontanina a destra ed il primo albero a sinistra, c'era un'enorme vascone in cemento interrato. Siccome nei primi anni la fontana buttava continuamente, l'acqua prima di arrivare alla fogna, passava e manteneva pieno il vascone. I pompieri, che erano in viale Garagnani, riempivano le loro autocisterne e lì l'acqua non mancava mai. Quando il Comune creò nel viale un gran parcheggio (e i pompieri si erano trasferiti in viale Giovanni XXIII), invece di riempirlo di detriti, il vascone è stato sfondato. Ciò fece sì che a ogni consistente temporale, la cantine nei pressi a 2 metri di profondità si allagavano. Ho dovuto costruire un pozzo di raccolta in cantina e con due pompe di recupero, che inviano e scaricano l'acqua in viale Nicolò Biondo.
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Fiorella Urbini -  2-9-2013 A proposito della fontanina in viale Carducci ricorda bene che da bambina si fermava a bere un po’ di questa acqua definita "speciale".
Ricorda le donne che arrivavano lì con le loro brocche più o meno grandi da riempire. La mamma di Rosanna Candeli, sua ex cognata, la usava per innaffiare le sue piante che crescevano sempre molto rigogliose. La gh ìiva 'na bèela pasìnsia!!! 
Carpi, Piazza Garibaldi o Piazzetta. Foto inizio secolo, cartolina viaggiata 1919.

Il timbro postale è del 1919, ma la foto è certo di prima della 1^ GM, come si vede dall’abito delle donne - in fondo in fondo si intravede il cavallo in piazza, quindi siamo dopo il 1903 - notare le due guardie con la sciabola
Mauro Magri: La fontana che si vede nella foto era della stessa falda di quella sotto il campanile di San Francesco. Quella ferruginosa dell'Americano era della stessa falda di quella in viale De Amicis e di quella all'interno della Distilleria Ferrari. 

domenica 4 settembre 2016

Al lusster Furmigòun Il lucido Formicone e altre piccole storie carpigiane - Mauro D'Orazi - Carpi - dialetto carpigiano

Prima stesura 27-6-2013                                                   v 41 del 04-08-2014
Al lusster Furmigòun

Il lucido Formicone
e altre piccole storie carpigiane

di Mauro D’Orazi

Di solito la parola “formicone” in italiano definisce un grande insetto imenottero (formica grandior). Ma… la definizione non è così semplice e scontata.

L’Accademia della Crusca si spinge su altri antichi significati.
Il questa augusta sede, dove si preserva con cocciuta perseveranza la lingua del “sì”… il formicon di sorbo può essere paragonato alla nostra gaata vèecia. Una persona imperturbabile che non si muove per sciocchezze o fesserie, ma esclusivamente per cose importanti e solo quando è necessario; altrimenti la preziosa energia non viene sprecata e fa il finto sordo o l indiàan.
Abitano ancora ne' ceppi degli alberi vecchi, de' quali percotendogli si veggono uscir fuora, in gran quantità, salvo però quelle, che abitano nel sorbo. Onde il proverbio.
Formica, o formicon di sorbo, che non esce per bussare. Dicesi d' huomo, che difficilmente si lasci persuadere, o intendere.
E guida a questa volta il cieco l'orbo, dunque tu bussi a formica di sorbo. E in altro luogo. Ma perch' è formicon vecchio, e di sorbo, Che non isbuca all'accetta, o al martello.
Se si batte un tronco le formiche di solito escono, ma non quelle di sorbo.
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Ma in carpigiano si va molto oltre… altri significati ci attendono.

A un bambino che ha fatto una monelleria si poteva dire: "Viin chè ch a t daagh al lusster Furmigòun!". La frase comporta la minaccia di dare una bella spazzolata al ragazzino, così come si spazzolavano con forte energia le scarpe con lucido Formigoni, prodotto a Carpi. In più si può aggiungere anche l’allusione al… “Ti faccio nero di botte!”… visto il colore del lucido.
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Formigoni Mario, nato a Carpi nel 1873, nel 1914 aveva la fabbrica di cera in via Cavallotti, 2; nel 1929 aveva trasferito la sua Fabbrica di Cera in via Berengario 12.

Nel 1904 Formigoni comunica al Sindaco che inizierà la sua attività di produzione di cera per calzolaio in via Ciro Menotti n 4, presso Eligio Casarini.

Alla fine del 1922 (e fino al dicembre del 1925) fece parte della prima giunta fascista del Comune di Carpi:
Sindaco: Avv Salesio Schiavi. Assessori effettivi: Tommaso Benassi (avvocato, «combattente»), Giuseppe Bertolazzi (medico veterinario, «fascista») (mio nonno n.d.r.), Clodo Feltri (ragioniere, «fascista»), Luigi Gilioli (industriale, «mutilato»); assessori supplenti: Mario Formigoni (industriale, «fascista») e Giuseppe Govi (esercente, «mutilato»).

Successivamente trasferì la sua attività sotto il Portico di San Nicolò, dove mostrava i suoi prodotti in vetrina, tra essi il lucido nella scatola tonda gialla in tre diversi confezionamenti a seconda del peso.
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Ecco nel 1927 la pubblicità del lucido da scarpe di Mario Formigoni che si vendeva al mercato in Piazza Carpi, ma c'era anche la possibilità di avere un prodotto per pavimenti e mobili; il testo è umoristico ... quasi da sproloquio.

Il Formigoni faceva pubblicità anche con dei manifesti; il contenuto era simile a quello dell'inserzione sopra riportata. Lo stile non si distaccava da quello degli imbonitori da fiera di paese.
“La festa di una industria carpigiana” è il titolo di un poster con il quale la ditta Mario Formigoni pubblicizzava, sempre nel 1927, la presentazione del “Lucido-Vernice per Mobili in legno e in ferro”. L’appuntamento per tutta la cittadinanza era solennemente fissato per il 9 aprile di quell’anno in piazza Vittorio Emanuele, con un’esposizione e vendita accompagnata dalla Banda di Carpi, da una jazz-band. Ma non bastava, per presentare ed elogiare le qualità dei prodotti Formigoni era stato ingaggiato anche il Sig. Asturio Pozzi, definito il “re dei reclamisti”. Egli avrebbe decantato, “colla ben nota eloquenza i pregi del nuovo insuperabile prodotto”.
Sembra di sentire il… “Venghino, siori, venghino! “

Ma anche il fido incaricato Cavazzoni, detto Giuliòun, era poi sempre presente nei lanci pubblicitari e dietro all’improvvisato banco ambulante presso furgoncino della ditta; egli sarebbe stato là … di sicuro … al suo solito posto al mercato in piazza a Carpi al giovedì e nei giorni festivi a vendere il famoso e rinomato lucido, anche nella variante vernice.

Giuliòun era niente meno che rappresentante e uomo di fiducia di Formigoni … pèinsa mò tè ècch ditta potèinta! Chi poteva mancare a un simile importante appuntamento.
La scatlèina dal lusster Furmigòun la gh aviiva al cuèerc' stampèe cun 'na graan furmiiga néegra in simma su sfondo giallo (la scatolina tonda del lucido Formigoni aveva un coperchietto giallo con sopra stampata una grossa formica nera).
La scaatla èd laata dal Lusster Furmigòun
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1927 Cartolina commerciale della Ditta Formigono
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Giorgio Maccari (Carpi) ricorda la grida pubblicitaria che veniva urlata al mercato per richiamare la clientela al banchetto di Formigoni:
Dèint èd vèec’ e balutòun!      (Denti vecchi e ballottoni degli occhi!)
Piir, pèerṡegh, fiigh e mlòun!  (Pere, pesche, fichi e meloni!)
Dònni, dònni a gh è al Lusster Furmigòun!
                                                (Donne, donne c’è il Lucido Formigoni!)

Era un’antica grida pubblicitaria che derivava dei fruttivendoli ambulanti che passavano col carretto e i sighèeven luungh al cuntrèedi:
Dèint èd vèecia e balutòun,
Piir, pèerṡegh, fiigh e mlòun! 
I pirèin cun la surprèesa,
al savòun èd mèerca Gaal...
Dònni, dònni gnìi a cumpràar!"

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Marco Giovanardi (Carpi) ricorda che usava questi coperchietti come finali per il gioco dei telefoni collegati con lo spago. Un gioco in effetti molto interessante che in modo rudimentale trasmetteva le vibrazioni tramite il filo teso. Il coperchio bucato, col filo assicurato con un nodo. fungeva sia da microfono che da altoparlante.
Il gioco del telefono
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La Ditta Formigoni non limitava la sua produzione ai lucidi da scarpe, ma mise sul mercato anche una portentosa cipria.

1930 ca – Pubblicità della Cipria Fiori d'Emilia della Ditta Formigoni
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Parole, frasi e modi di dire in dialetto

È interessante notare che in dialetto carpigiano lucido da scarpe si dice senz’altro lusster da schèerpi, ma per l’aggettivo “lucido” si usa anche luccid ad esempio nella frase: Tirèe a stucch luccid per indicare una persona vestita con eleganze e che ha curato alla perfezione tutti i particolari del suo abbigliamento (tirato a stucco veneziano).

Oppure al gh à i òoc’ luccid per occhi lucidi dalla commozione, ma al s è lustrèe i òoc’ , quando un uomo guarda con soddisfatta attenzione una bella ragazza che gli passa davanti.
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Tornando a furmigòun, in carpigiano, ci si può riferire a colui che sitto sitto, piàan pianèin, con la più assoluta discrezione, fa i propri interessi in amore e in affari, mentre in tanti smaniano inutilmente, ottenendo così ottimi successi di vita; gli altri, i concorrenti, a un certo punto se ne accorgeranno, ma sarà troppo tardi.


Al furmigòun è colui che vedi uscire una sera con quella ragazza meravigliosa (Sì! Proprio quella! Maledizione!) a cui in tanti… troppi… avevo teso con i più svariati espedienti. Lui, col fascino del misterioso, con uno sguardo di solito sfuggente, ma a brevi tratti intenso e ben diretto, con una mezza parolina al momento giusto, lontano dalla confusione, aveva vinto. E tè t ii lè cóome un deficìint a magnèer t al fiddegh!!
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Ecco infine c’è un altro tipo èd Furmigòun, conosciuto col nome scientifico di formica grandior virginalis atque perniciosa.
Meglio evitarne il contatto, anche se negli ultimi tempi si vede molto meno in giro.

Un bèel Furmigòun! Va mò là!
*O*

L’omino del lucido Brill

Per completare i riferimenti al lucido, a Carpi, ma anche in tante altre zone, si usavano le frasi come al solito ironiche e a presa in giro: “Te m pèer l umèin dal lusster!” oppure “Te pèer l areclàam del lusster Brill!” Mi sembri l’omino del lucido o il personaggio della sua pubblicità.

Ci si riferiva allo strano omino del lucido da scarpe della ditta Brill, che era vestito di tutto punto e si guardava le sue scarpe lucidissime. L’omino evidenziava una sua particolare eleganza, che però alla fine dei conti non convinceva troppo. Il commento serviva burlarsi di una persona piccola di statura, insignificante, ma sempre curata e con certa pretesa eleganza.



Al péer la reclàmm dal lusster (mi sembri la pubblicità del lucido da scarpe). Negli anni ‘30 e ‘40, infatti, la pubblicità del lucido Brill puntava sull'immagine di un omino di aspetto ridicolo.


L’omino del lucido Brill

Franco Bizzoccoli (Carpi) conferma l’interpretazione del significato del modo di dire e ci racconta anche le caratteristiche necessarie, perché potesse essere pronunciata la frase “Te m pèer l umèin dal lusster!”
Erano tre:
1)   una persona la duviiva spianèer un sindrèer o un spulvrèin nóov (doveva indossare un impermeabile nuovo);
2)   avéer al schèerpi lusstri (avere le scarpe ben lustrate);
3)   indossare il cappello tipo Borsalino.
Se poi il personaggio era anche piccolo e mingherlino… il contesto era perfetto.
Te m pèer l umèin dal lusster!
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Il tabacco del Moro

In questa sede di sostanze e odori forti merita una nota anche il tabacco del Moro.
Talora si sente minacciare qualcuno con la strana frase:
“A t al daagh mè al tabàach dal Mòoro” o anche Mòrro (con la doppia erre per accentuare la violenza dell’atto)! Ti do io il tabacco del Moro !
Un modo di dire che è presente a Carpi, Modena, Milano e in tante altre zone d’Italia.
Significa: Ti do un sacco di meritate botte! Adesso ti sistemo io ! Te le dò di santa ragione per una giusta punizione! Può anche significare l’aver subito una pesante sconfitta: l à ciapèe al tabàach dal Mòoro !
Quindi è possibile che anche la severa intimazione..."Oooh Mòoro... stà chièet! (Ehi amico! Stai quieto!) potrebbe derivare anch'essa dal tabacco del Moro.

Il tabacco del Moro in confezione moderna
È un modo di dire che deriva da un'espressione francese “passer à tabac”, che il nostro dialetto ha personalizzato con una famosa marca di tabacco trinciato da fiuto o da pipa, fine e costosa, appunto "Il Tabacco del Moro". Ciò a differenza di quelli che, arrivando dalle piantagioni spagnole centrali e meridionali, si chiamavano come i paesi d'origine.

Dalla rivista francese "Beaujolet" apprendiamo: Dans le langage maritime, un "coup de tabac" était un violent coup de vent qui risquait d'abîmer le bateau. Ensuite, au XIXe siècle, le nom "tabac" a pris le sens de "volée, coup". Sa racine "tabb" signifie "battre, frapper". "Passer à tabac", veut donc dire frapper violemment une personne.

Questo tabacco provocava sensazioni orali decise e prendeva nome dal disegno di un giovane Moro sulla confezione, probabilmente da uno degli schiavi che lavoravano nelle piantagioni di tabacco in America
Ma c’è anche chi interpreta la frase in questo modo: trattandosi anche di tabacco da masticare, per il suo gusto forte e pizzicante, poteva rappresentare … un pugno … proprio in bocca.
Curiosamente, il detto, noto in vasti territori, a Casirate, in provincia di Bergamo, prende la seguente variante: "T al dó mé al tabàr dal Moro - ti do io il tabarro del moro, cioè un sacco di botte. Tabarro… dunque, non tabacco… e il Moro era un omaccione che portava sempre un bastone con sé nascosto sotto il tabarro!





Schèerpi vèeci da lustrèer




Carta intestata della premiata Ditta

1926 – Pubblicità della Ditta Formigoni tratta da un numero unico di quell’anno “La Painèela”-

Al lusster Furmigòun veniva venduto nelle piazze nei giorni di mercato, in attesa di trovare una più ampia diffusione commerciale su più ampi territori. Una strategia che però non ebbe grande fortuna.

giovedì 21 luglio 2016

La Bella Carpi - Prefazione a Rospi e Farfalle di Gigi Filiberti - di Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano.



prima stesura 24-06-2016                               v16 del set  2016
La BELLA Carpi
Prefazione a Rospi e Farfalle di Gigi Filiberti
di Mauro D’Orazi


Parlare di Gigi Filiberti è parlare di una icona di Carpi. Di un’immagine che la rappresenta, per tanti aspetti, per almeno una trentina d’anni.
Riflettere sul mondo carpigiano di Gigi Filiberti significa riflettere su una parte substanziale della nostra grande e, a un tempo, piccola città. Mi lascerò guidare, come sono aduso, dal Libero Pensiero e dalla ricerca oggettiva e introspettiva di quanto ho vissuto e visto in questi anni, mischiando, del tutto consapevolmente, i miei ricordi personali di vita e piccole illuminazioni.
La Carpi del boom economico, del “posso e voglio”, del benessere diffuso, della Dolce Vita al Bar Roma, delle strade in periferia con decine e decine di piccoli laboratori artigianali conto terzi. La Carpi dell’orgoglio di uscire dai penosi anni della Guerra e della forte aspirazione di riscatto dalla povertà antica e diffusa, intesa fino ad allora come uno “stato delle cose”; a gh éera i sgnóor e i puvrètt! Difficile poter cambiare classe, a parte la batosta della Quota 90, che ridusse, all’inizio degli anni ’30, tanti benestanti e possidenti a disperati poveretti, spesso costretti a emigrare all’estero e nelle colonie. Fino all’Ottocento sarebbero stati definiti “poveri vergognosi”, ossia che non volevano mostrare i segni, evidenti e noti a tutti, del decadimento economico.
Conosco bene questa dolorosa storia, perché la famiglia di mia madre, i Bertolazzi, l’hanno vissuta nella sua massima drammaticità. E da una situazione privilegiata, si ritrovarono in uno stato di disperazione nera e totale. A tale proposito mi piace SIMBOLICAMENTE ricordare, che, vivendo in un periodo irripetibile, sono passato (1953-59) da un lurido cesso in comune in lavanderia a Palazzo Gandolfi in Corso Fanti 40, a ben tre bagni nel 2000. Penso che mai più potrà ripetersi per me (ma anche per tantissimi altri) una conquista del genere.
Carpi dopo il 1945 era una grande lavagna su cui progettare, un quadernone su cui scrivere nuove idee da realizzare, un secchio e una cazzuola con i quali costruire la cosa più ambita: una casa propria! Una bella scommessa! Un sindaco comunista, Bruno Losi, ma capace e lungimirante, ebbe l’intuito di agevolare l’iniziativa privata, da quella minuscola a quella che divenne strutturata e imprenditoriale.
La tradizione del truciolo, un’industria consolidata e fiorente fino agli anni ’20, riprese fiato rinnovandosi con la maglieria e le confezioni. (Non è storicamente proprio è vero, ma è la vulgata comune, pazienza!)
All’ inizio degli anni ’50 la “macchina” si rimise in moto e, cosa importante, a gh n éera pèr tutt! Si improvvisava, si otteneva un aiutino dalla banca, che allora aveva i funzionari locali che conoscevano la gente di cui potevano fidarsi, si cercavano i clienti nei modi più fantasiosi e tenaci. Insomma a s èggh dèeva da tóoren.
È in questo contesto, già consolidato nei suoi elementi più basilari, che troviamo figure come Gigi Filiberti, che univa alla voglia di fare, ingegno, fantasia, capacità imprenditoriali. In molti hanno successo… e tanto… e come conseguenza esplode anche la Carpi del bon vivre, che si esplicherà in città e, con grandi viaggi ,in Italia e nel mondo.
Ecco allora il Bar Roma, in Piazza, pieno di nuovi ricchi carpigiani, serviti dai migliori camerieri di sempre in giacca bianca, come la famosa panna montata a banco della signora Nelve. I nomi dei “tre moschettieri” erano: Gianni, Alcide e Valerio, a cui si aggiunse il quarto, l’allora piccolo Donato, ora al bar Tazza d’Oro. Voglio esagerare: se non fosse stato per la carenza di acque salmastre per un attimo al Bar Roma ci si poteva illudere di essere in Piazza San Marco a Venezia.
Fra gli anni ’60 e ’70 davanti al Bar Roma fioriva un parcheggio a quattro ruote di altissimo rango: Maserati, Porsche, Jaguar, Mercedes, BMW e anche qualche Ferrari, marca quest’ultima di super prestigio, ma stranamente NON al top degli acquisti dell’arricchito carpigiano. Strano, ma è così!
I giovani magliai si incontravano per l’aperitivo, si raccontavano e si vantavano delle ultime imprese produttive, parlavano eccitati e divertiti di gioco d’azzardo, di donne da night, “altine e perdute” (cit. canzone da Lucio Dalla), contese a suon di bigliettoni in aste improvvisate, con offerte a puntiglio all’estremo rialzo.
Cominciarono a vedersi sul rialzato della Piazza anche le prime grandi moto che iniziavano a essere commercializzate in quegli anni: Honda, Kawasaki, ecc… Indimenticabile la prima Kawasaki 500 azzurrina a tre cilindri di Paolo Tarabini.
Per me e i miei amici, più giovani di circa 15 anni di questi ruggenti Leoni carpigiani, era un continuo sberlucciare con ammirazione, stupore e invidia.
Pensavo, con una piccola smorfia e un sospiro profondo: “Starà anche me! Mi toccherà prima o poi!” e, malinconico, davo gas al mio modesto motorino Daina Matic 50 cc. che mi ero guadagnato faticosamente in famiglia, grazie alle incerte promozioni liceali.
Ebbene con le moto ci sono arrivato abbondantemente, con le auto… quasi. Anche se ho dovuto affidarmi al più economico usato e sempre qualche anno dopo di quando sarebbe stato necessario.
Gli aneddoti dei ruggenti Leoni passavo di bocca in bocca, si diffondevano e diventavano… leggenda. Leggende che ancora oggi rimangono nelle memorie di chi ha vissuto quel periodo e quei luoghi, anche di chi le ha ascoltate con stupore.
Gigi si pone perfettamente in questo milieu, ma senza raggiungere eccessi provinciali e pacchiani. Vive bene, apprezza le belle cose, gode di quanto di meglio sia possibile, ma con misurata signorilità e con consapevole saggezza. Non penso che abbia mai comprato libri a metro, una casa spicchio sul mare o, entrando in locale con tutti i posti occupati, indispettito da sì tanta lesa carpigianità, abbia ringhiato: “Mò ‘sa còssta la baraaca!”, o schiacciando, con la grossa Mercedes, la Fiat 500 di chi gli aveva appena rubato il parcheggio… “Al mònnd l è di fuureb!” “NO! Caro al mè umarèel… L è èd chi gh à di béeṡi!”
Gigi, direi che rappresenta a pieno la seconda generazione del boom carpigiano, coloro che praticavano e realizzavano la filosofia epicurea del carpe diem, o meglio… carpidiem anni’70.
Anche lui, come tanti altri, ha attraversato momenti alti, ma anche momenti drammatici, quando tutto il prezioso risultato del passato sembrava sfumare, svanire…
Salvò il salvabile e si diede a un’antica vocazione, quella della Cucina con la C maiuscola; e dopo aver trattato milioni e milioni di capi, si mise a spadellare, a cuocere, a perfezionare e inventare squisite ricette. Insomma un Grande Cuoco, molti anni prima delle attuali orride mode televisive.
Anche in questo campo ha ottenuto un indiscusso successo, pur tenendo presente che accontentare i carpigiani al ristorante è impresa fra le più difficili.
Gigi ha poi trovato la vena dello scrittore e compone libri di cucina: non freddi ricettari, ma pagine intrise di vita vissuta e goduta. In essi traspare la gioia e la soddisfazione di fare… di realizzare le cose belle e buone per se stesse e per se stessi, ma nel contempo anche per gli altri.
In questa sua ultima fatica letteraria racconta la BELLA Carpi, con luci e ombre: la città che ha vissuto profondamente fino all’ultima della sue cellule vitali.
Chi leggerà queste pagine avrà un quadro della BELLA Carpi che è, più che nei nostri ricordi,… nel nostro cuore.
Incombe però una frase di Marx, che citerò con una leggera e maliziosa integrazione: a godere del Capitale non sarà il capitalista, ma il figlio o, aggiungo io, il nipote… s a gh in sarà armèeṡ… obvius!

Il libro servirà agli storici di domani a capire quel particolare momento sociale e ai braghèer d incóo (curiosi odierni) per stare… informati.

Saranno più i Rospi o le Farfalle? All’attenta lettrice e al complice lettore l’arduo responso.
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Piazza chiusa, piazza aperta? Carpi - dialetto carpigiano - Mauro D'Orazi



prima stesura 14-06-2016                                    V10 del 14-07-2016

Piazza chiusa… Piazza Aperta
                                                                         di Mauro D’Orazi      
CINIK!!! Movimentiamo un po' il dibattito... Qualcuno giustamente dirà: "Piazza chiusa / Piazza aperta! Che palle! Basta!" - Ma se ne discute da trent'anni... semplicemente, perché il problema NON è risolto e si aggrava di anno in anno… vedi chiusura del Caffè Teatro ("Adesso il teatro è tutto nostro!!! è di tutti!" vomitò qualche sempliciotto in quella triste circostanza!). Sapete… che io sono contro la Piazza chiusa fin dal 1981, e anche oggi in certe ore o stagioni la aprirei senza pietà (ad es: d’inverno dalle 18 in poi), a dispetto degli ecologisti pedestri, che la vogliono chiusa e poi se ne stanno a casa d'inverno col culetto al calduccio, invece di venirsi a rinfrescare di sera in dicembre e gennaio sul tiepido porfido, vietatissimo al traffico e al parcheggio anche nelle stagioni più fredde. La ns orgogliosa e vana Piazza è affogata in un penoso, cupo, buio deserto. Ma che bella… la Piazza deserta e gelida! Che naturalmente "é di tutti!" È di tutti, mò a n gh è nisuun! Mò ch meraviia! Mò ch belèssa! Chissà cosa succederebbe se la aprissimo d'inverno dalle 18 poi in accordo coi gestori dei locali? Però, però... ATTENZIONE… Però volevo anche sfatare e sottolineare un aspetto NON vero e cioè che la Piazza sia frequentata solo da... stanlòun. È Falso. Falsissimo. A n s contèmmia mia dal ciavèedi. La frequentazione della Piazza, soprattutto al pomeriggio e verso sera, è garantita da inani pensionati soci INPS carpigiani di genere maschile, (invento… biaasa-dopraans) momentaneamente cacciati di casa da mogli disperate dalla pesantezza dei consorti: ”Tóot di pèe e va a fèer un giir in piaasa! Bóorsa t en ii èeter!” 
I consumatori in piazza
I tapini siedono mummificati sulle panchine, o stanno incollati alle selle delle loro bici, o al più si accomodano sui gradoni gratuiti del pronaos del Teatro, semmper cun la biici sòtt òoc’, per via ch iin la cèeven. Forse a causa delle basse pensioni sociali INPS, o forse più semplicemente per "pellismo atavico acutizzato", non spendono mezzo euro, né tanto meno consumano al bar, o nei negozi. (I gh aan al catuèin cun al tralèedi). Controllate ciò che ho scritto! Dèegh 'n òoc' a la Piaasa al dopraans! Controllate pure se non è vero! In Piazza manca la Carpi che spende, che consuma, che vuole farsi vedere col gomito fuori dal finestrino dell’auto potente (acquisto che a quanto pare non è proibito dalla vigente normativa, ma che suscita invidie feroci. Vedasi il “mio famoso paradosso” della Ferrari: In tanti tengono la Ferrari nelle corse - ORGOGLIO ITALIANO -, ma se poi ti vedono in Ferrari in Piazza, sempre in tanti ti odiano ferocemente, dimenticandosi che la ragione sociale della Ditta Ferrari è… strano… ma va? … di vendere auto alle persone…). In Piazza manca la gente che vuole incontrare altra gente VIVA! Cosa che per fortuna della ns città succede in corso A. Pio e in Piazzetta (magnificamente sistemati dal Comune), in corso Roma e via San Francesco (questi ultimi due meno male aperti al traffico). Allora (a parte gli eventi... ovvio… La Festa del Racconto, che é stata splendida, il Festival della Filosofia idem, il mercatino del riuso... idem, gli stand alimentari del patrono, ecc… idem) cos'è che non funziona in Piazza nei momenti normali, nel "tutti i giorni", cos'è che tiene lontana la gente dal luogo d'orgoglio della ns città?
Ai contemporanei l'ardua analisi e la difficile sentenza! 

martedì 19 aprile 2016

Vita da umarel - Vìtta da umarèel - Mauro D'Orazi dialetto carpigiano carpi modena

Vìtta da Umarèel a cura di Mauro D’Orazi
Tratto da uno scritto di Monica Malaguti (Bologna).
Versione tradotta e completata in carpigiano da Mauro D’Orazi della reṡdóora con marito appena andato in pensione… un fapèes fóora misuura.
Ecco la lamentazione narrata in prima e dolente persona.
A s lèeva la matèina, al mé guèerda stralunée e pò al diis: “Sa fèmmia incóo?”
E mé: “Mò sa vóot ch a fèmmia? Dai mò deṡc-iulètt e va fóora a fèer un girtinèin!”
Al tóorna dòop gnaanch ‘n’óora e al diis:
“Magnèemia?”
“Mò sa vóot magnèer? Iin a gli unndeṡ!”
E lò: “Parcèmmia?”
“Parèccia puur!”
Al parèccia e al giira dedsà e dedlà sèinsa rechie e pò:
“Adèesa magnèmmia?”
A m viin da sighèer! Dio bunèin!
A s maagna ch a n è gnaanch meṡdèe.
Ind al dóo al taaca la sóolfa ‘n èetra vòolta: “Adèesa sa fèmmia?”
“Va mò a fèer ‘na durmidèina… pèr Dio!”
A s lèeva ind al quaater e al taaca subitt!
E mé: “Va mò fóora, va al baar! Va a fèer ‘n èeter giir! Va a vèeder al porfiid èd la piaasa! Va a fèeret tusèer a la Casèerio! Insòmm tóot di maròun, bóorsa!”
Ind al siinch al riiva a ca. “Magnèemia?”
In ‘n uraari da uspidèel andèmm a sèina.
“Sa gh è pèr televisiòun?”
E al me fa ciucièer ‘na partiida èd caalcio èd Serie C, aanch se dòop siinch minuut al spigòosa insimma a la pultròuna, sèinsa vèdder gniinta.
A déeṡ e mèeṡ l è già bèlle a lèet e al ròunfa cóome un manṡètt tutta nòot…
Mé a n iin pòos più e un èd chi dèe ché a scòopi dabòun!