sabato 12 novembre 2016

Un'Ora - dialetto carpigiano - Carpi - di Mauro D'Orazi

Un'ora
sola ti vorrei   
di Mauro D'Orazi
L éera óora!  Finalmente!
'N’ óora tònnda. Un'ora completa.
'N’ urètta! Un'ora scarsa.
'N’ óora bòuna! Un po' più di un'ora

Che óor' è?
Detta secca secca è la frase detta con esaltazione, ad esempio quanto si è fatto una gran giocata carte, un bel tiro a bigliardo o a bocce.

Che óor'è? Te dmaand l'óora e i t rispònnden: "L è l'óora ch l'éera aiéer de st'oora!" Coglioni! (Che ora ? Tu domandi l’ora e ti senti rispondere: “È l’ora che era ieri a quest’ora!)
Oppure:"L'è l'óora te cumprìss 'n arlóoi!" È ora che ti compri un orologio.

Che óor' è?
L è l'óora te t ṡvèlli, èd tasèer, te te scàant, te t móov, te t daagh 'na mòosa! Te ciàap dl òmm! (che ti svegli, di tacere, che tu diventi scaltro, che tu ti muova, che tu ti dia una mossa, che cresci e prendi dell’uomo!)

A che óora t ciàam ia?
Domanda posta mò di rimbrotto a persona che in una certa circostanza si è dimostrata non perspicace o "addormentata". Costui, per ribattere, con ironia potrà dire: "A meṡdè e un quèert!" o "A un'óora dòop meṡdè!"

Dice il contadino:"A vàagh in campaagna ind l'óora bòuna! (Vado nei campi nell’ora buona!)”.
D'istèe, l'óora bòuna l è quaand l è meno chèeld (questo d’estate, quando è meno caldo); ma a s dìis soprattutto d inverèen, quando esce un po’ di sole e a s póol stèer fóora in di caamp sèinsa murìir dal frèed (ma si usa soprattutto d’inverno per star fuori nei campi nelle ore meno fredde).
“L'ora buona” è quella che in campagna indica l'orario migliore per lavorare con meno disagio.

L’óora leghèel e l’óora solèer – neologismi dialettali.

♪ ♫  ♪ Un'ora sola ti vorrei! Per dirti quello che non sai! ♪  ♪ ♫Putèina! (La mia ragazza)
E pò dòop a sèelta fóora ch la saviiva de tutt e de più! E poi salta fuori che ne sapeva di tutto e di più.


Gigi Filiberti - il sacchetto delle palline di vetro- Carpi - dialetto carpigiano - a cura di Mauro D'Orazi

Gigi Filiberti (Carpi) nel suo libro di ricordi “Rospi e farfalle” (2016) si sofferma in modo efficace sui giochi con le palline.
I nonni di Gigi avevano un emporio - ingrosso sotto il portico del vescovado in corso Fanti e, nella seconda metà degli anni ‘40, il vivace ragazzino assieme a tanti coetanei si concentrava in giochi tradizionali, tra i quali quìi dal véedri.
Ecco la sua intensa rievocazione:

“Eravamo in tanti ragazzini, oltre che da Corso Fanti, venivano dalle vicine vie Santa Chiara, Ciro Menotti (Dóo Schèeli) e Cesare Battisti (Bevdéer).
D’inverno in corso Fanti si faceva la linghèeda sull’asfalto ricoperto da una lastra liscia di ghiaccio; si giocava a bigaara con le pietre sotto il portico e a  s-ciàancol - vèggna! Una specie di “baseball” nostrano giocato con mazze di legno (la canèela) fatte da noi.
Corso Fanti era a quei tempi una strada stupenda; era viva e brulicante di gente e di attività. Il vescovo Dalla Zuanna passava tutti i giorni col suo segretario. Sempre sorridente, porgeva a noi bimbi la mano, perché potessimo baciare l’anello con sigillo episcopale.
C’erano poi tanti contadini e bottegai di periferia che entravano a Carpi da Porta Mantova... C’erano le suorine di Santa Chiara e, sempre tanta gente che andava e veniva da piazza Martiri, gli studenti del liceo Manfredo Fanti, i seminaristi e i bambini delle scuole elementari. Ala, la nostra femmina di bracco italiano, andava da Romano, il cartolaio di fronte a Palazzo Gandolfi, a prendere il giornale per il nonno. In bocca, senza bagnarlo, glielo depositava in mano in cambio di una carezza sulla testa. Da Palmati, l’antiquario poeta, compravamo gli ami da pesca, che attaccavamo maldestramente a un filo di nylon legato in cima a una frusta da cavallo, che trovavamo alla Ferramenta Tardini. Con questa canna rudimentale andavamo a pescare le sgarze o gli “orologi” alla Lama o nel canalino in via Due Ponti. Giocavamo a nascondino dietro le colonne del portico del vescovado o, addirittura, entrando nei vari negozi, dove tutti i proprietari ci sopportavano avendo anche loro dei bambini nel nostro gruppo.
Giocavamo con le “vetre” o, ancor prima, con le palline di terracotta che noi fabbricavano con l'argilla. Infatti, in campagna, ti procuravi della morbida terra all'interno degli argini dei fossi, ti assicurarvi che fosse bella morbida, cremosa e priva di impurità, la inumidivi e la manipolavi un po' e, con un pizzico, ne facevi una pallina, strofinando il palmo destro in senso orario su quello sinistro che si teneva fermo. Ne usciva una pallina, più o meno rotonda, a volte ovale, che si doveva correggere perché, rotolando in modo irregolare, avrebbe, durante il tiro, cambiato direzione. Poi, posizionate tutte in fila, si mettevano ad asciugare al sole cocente dell'estate. Una volta cotte, con gli acquerelli Giotto o con i pastelli, si dipingevano. Ognuno sfogava, nella pallina, il suo estro, il suo gusto, la sua personalità. Una volta finite, le mostrava agli amici e ne andava fiero.
Finalmente avemmo a disposizione le VETRE! Esistenti, ma rare, anche prima della guerra, trovarono grande diffusione negli anni ’50, soppiantando quelle brutte e fragili di terracotta. Le vetre le potevi trovare al bazar in piazza, oppure al carretto di Medici sotto al portico di corso Fanti. Potevano essere a tinta unita, trasparenti o con al loro interno venature di smaglianti colori, dal viola al giallo, dal rosso al fucsia, dal verde al nero. Erano di dimensioni piccole, medie, grandi e, le più belle, erano conosciute nell'ambiente, ambite e valevano due, tre, quattro di quelle normali: i famosi bulòun. Significava che, se uno, nel cerchio, le metteva in gioco, l'altro, come contropartita, ne doveva mettere due, tre, quattro. Chi le vinceva arricchiva la sua collezione. Giocavamo con le vetre sulla terra battuta, sulle strade quando non erano ancora asfaltate, sui marciapiedi.
Mi rivedo ancora giocare a "trii paas ind la saana", ovvero tre passi nel terreno regolare. Consisteva nel tracciare un cerchio sul terreno di gioco, dentro il quale, ogni giocatore metteva un ugual numero di “vetre”. Una pallina veniva usata “criccare” col dito pollice e il dito medio, cercando di colpire quelle dentro al cerchio per farle uscire e intascarle.
Il terreno di gioco doveva essere minimo èd trii paas ind la saana (sul piano pari) per fare in modo che le “vetre” scorressero veloci e non prendessero direzioni diverse. Quelle che bocciavi e che uscivano dal cerchio, diventavano tue. Continuavi fino a quando non sbagliavi e, a quel punto, la mano passava a un altro. Per criccare bene, quando il colpo era difficile, dovevi metterti in ginocchio, a volte mettere la testa di lato, quasi a toccare il terreno; poi, chiudendo un occhio per meglio prendere la mira, sferrare il cricco vincente. Quel gioco era il nostro biliardo e il cricco la nostra stecca.
Avevamo i pantaloni corti e, inginocchiandoci, si conficcavano nelle ginocchia i sassolini, la ghiaia, la polvere. Mamma mia che male! Era tanto però il desiderio di vincere e tanta la competizione che nemmeno ti accorgevi del dolore e delle goccine di sangue che uscivano dalla pelle impolverata.
Si facevano gli scambi. Una bella vetra (un cavaliere) ne poteva valere anche otto, dieci di quelle normali e sacrificarne una bella voleva dire aumentare la propria "cartucciera", quindi poter partecipare sempre al gioco. Giocando, avevi la possibilità di recuperare la tua, quella che avevi sacrificato poco prima.
Le mie vetre le ho ritrovate per caso, dopo circa sessant'anni anni, ancora nel piccolo sacchetto con cordoncino che mia madre mi aveva fatto all’uncinetto. A volte quel sacchettino era sgonfio, altre tanto pieno da non riuscire nemmeno a chiuderlo con laccetto. Si portava sempre in tasca quel sacchettino, perché in ogni angolo di strada, in ogni quartiere dovevi essere sempre pronto a raccogliere qualsiasi sfida. Quando camminavi, sentivi il caratteristico tintinnio delle vetre in tasca. Sono ventidue quelle che ho ritrovato, una delle quali “importante” e due di terracotta! Guardandole mi sembra di ricordare dove, quando, perché, con chi e in quale fosso presi quel certo giorno quella manciata d'argilla. Mah?!? Sono passati, da allora, quasi sessantacinque anni... troppo tempo: è impossibile! ... come faccio a ricordare?


Seconda metà degli anni ’40 -  Ecco il sacchetto porta palline di Gigi Filiberti (Carpi) fatto a uncinetto dalla madre. Una preziosa reliquia di un glorioso e indimenticabile tempo passato!

Ricordo di Mauro Prandi - Carpi - dialetto carpigiano - di Mauro D'Orazi

Prima stesura ottobre 2004                             V11 del 03-09-2016 sempre in via di aggiornamento in base ai ricordi che arriveranno

Mauro Prandi e i suoi scutaai

raccolti da Mauro (Dorry) D’Orazi
su Facebook  dalle tante persone che lo hanno frequentato


Mauro Prandi, uno più carpigiano della Piazza, del Castello, dei piletti del Duomo come suol dirsi. Commesso all'Ente di Consumo Comunale sempre in Piazza, andò in pensione giovanissimo per una legge andreottiana: la n 336… era orfano di padre partigiano; poi si dedicò all'intermediazione e al commercio. Ha sempre frequentato amici più giovani di lui di 15-20 anni. Grande frequentatore di bar con sviluppata carpigianità.
Ricordo il Bar Teatro (dove l'ho conosciuto) in perenne dissidio con Vittorio, Alla Rosa Nera, poi al Jimmyc's e poi al Bim Bum Bar. Scomèed, tagliente, salace, verboso, pronto alla battuta, ma intollerante alla risposta. Aveva la capacità di affibbiarti un efficace e super descrittivo soprannome che in un attimo ti identificava per tutta la vita. Gli "scutmaai", seppure IMPIETOSI, non erano mai offensivi, ma vere e proprie efficaci caricature verbali.

Alcuni esempi di scutmaai:
Cipo = La Dea; Alessio = La Navrativlova; Io (Mauro D'Orazi) = L'onorevole, per la mia deprimente e vana carriera politica. L'Architrave per l'arch Claudio Pedretti, Cialana per gli stivaletti dell'esule a Formentera. Il famigerato Gigi Lugli = Il Caciondo; Sharon = la bionda la ricciolona Daniela, I soprannomi sono tanti… se ne ricordate altri scriveteli. Sarà il modo migliore per ricordarlo. A fine settembre 2004 ci ha lasciato.
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Nel gioco del cotecchio quando uno è già fuori (10 e passa punti) e due sono a 9, lì lì per per uscire, il quarto giocatore potrà fare il furbo e prendere in giro gli avversari: Duu a Nóov e un a la Móoja. Ovvero due a Novi di Modena e uno alla Moglia (cioè già nell'acqua e col culo bagnato. La battuta... davvero notevole... è dell'indimenticabile Mauro Prandi.
1976 19 marzo 1976 Caffè Teatro -  dietro Giò Placaan e Mauro Prandi

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1997 Jimmjc'z - Mauro Prandi impegnato al cotecchio
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Riporto un ricordo di IMBENI tratto da La VOCE del 07 ott 2004
Amico dell'umanità, capace di ascoltare - È morto Mauro Prandi
Carpi - Detto così un po' alla semplice, se a una persona spettava il diritto a percorrere serenamente tutta intera la terza età che aveva appena imboccato questa era Mauro Prandi, 68 anni scivolatigli addosso senza scalfire uno spirito di conio fine e spumeggiante insieme alla straordinaria dinamicità nelle azioni, nei gesti, nelle parole. Ma erano solo i suoi tratti più immediati. Una sua qualità davvero rara, come ricordano i più giovani amici del caffè Jimmyc's e del Bim bum bar, era di sapere non solo interloquire, ma concretamente comunicare con ogni fascia generazionale: una trasversalità di partecipazione che la dice lunga sulla freschezza del suo rapporto con la realtà. Sotto intuivi, e conoscendolo riscoprivi ogni volta, una cordialità ricca di attenzioni e sfumature. Non è una virtù da poco sapere uscire dalle formalità e dal distacco e aderire, con i propri, ai moti dell'animo alle idee alle difficoltà, perfino alle ubbìe, degli altri. Molti che si credono disponibili si fermano a metà strada e quando si allontanano si lasciano dietro una scia mielosa, adulterata. Difficile essere presenti al prossimo senza pesantezza o saccenza. Ancora più difficile è farlo in modo totalmente disinteressato, senza altro contraccambio che una ventata d'amicizia.
Mauro, geniaccio arguto quanto curioso di tutto quanto lo circondava, andava oltre. Sembrava attratto anche dalle individualità più lontane dalla sua: introversi, musoni, sussiegosi, misantropi per sfinitezza o per calcolo. Cubicolari e camerari annidati negli enti pubblici, per esempio, o nelle corporazioni, nelle canoniche, nei partiti. Nei confronti di costoro, anche in loro presenza, scattava spesso il repertorio pirotecnico del suo satireggiare gustoso e paralizzante, mai offensivo. L'osservazione critica, la battuta salace non umiliavano mai, facevano saettare (e poi rendere subito pensosi) gli occhi di chi era preso di mira muovendo gli altri al sorriso ma soprattutto alla riflessione. A molti affibbiava un affettuoso nomignolo, il carpigiano scutmaai, rinnovando un'abitudine antica e di origine nobile quanto incerta.
Così, con quel suo piglio aperto e diretto, Mauro Prandi componeva le tessere di un suo mosaico della "commedia umana" cittadina, lui che a sedici anni, per difficoltà famigliari, aveva dovuto interrompere gli studi al liceo Fanti e impiegarsi dietro un bancone da commesso al Magazzino comunale (poi Ente Tessuti) di piazza Martiri. Erano i tempi della direzione di Rinaldo Pelliciari, detto Plicio, il comandante "Rino" delle brigate partigiane "Aristide", ma erano ormai tempi di pace e Mauro lo chiamava Sua Santità.
Ci sono modi diversi di porsi come "testimoni" nel fluire e intrecciarsi quotidiano di persone e di accadimenti di una città. Mauro aveva scelto il meno accademico, il più esposto e delicato, quello di chi vi partecipa in prima linea, vero inviato speciale di se stesso, ma anche di un profondo sentire comune. E vi si spende giorno dopo giorno anche là dove all'apparenza non sono in gioco complicate scelte strategiche, alchimie di poteri, oscure transazioni all'ingrosso o al minuto.
Per tutto questo, per una volta non è un abuso di parole scontate dire che ci mancherà.
Gianfranco Imbeni
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Ligabue Arianna: una bellissima descrizione.
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Jango Grandi:  Bravo Dorry! .. "non erano mai offensivi, ma vere e proprie efficaci caricature verbali." assolutamente .. perfetta descrizione - 9 agosto 2009
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Giuliana Faglioni Ciao Mauro!! 9 agosto 2009 alle ore 22:35 

Gianni Bassoli: GRANDE MAURO!!!!
in negozio di barbierie da noi veniva spesso e al suo acconciatore aveva affibbiato il nome "burino", la motivazione era che veniva dal Cantone di Gargallo e l'alto mio socio più vecchio lo chiamava "clergyman", perche aveva il modo di fare di un prete!! Grande persona e  ottima compagnia !! UN PERSONAGGIO CHE MANCHERÀ!!!   10 agosto 2009 alle ore 14:26 · 

Alessio Pignatti: Un grande saluto a Mauro Prandi, che rimarrà sempre nel mio cuore; a me aveva affibbiato anche "la perfida Alexis" e ricordo in particolare l'Ezbhollà, a Dario Bassoli per il suo carattere un tantinino aggressivo e i suoi tratti somatici non proprio carpigiani, poi tanti altri…
7 settembre 2009 alle ore 9:26 

Mauro D'Orazi: grazie Alessio. se te li ricordi… scrivili, prima che il tempo con la sua maledetta polvere inesorabilmente li inghiotta.
Fine anni '90 al Jimmic's Mauro Prandi, Luca Lamma, Sandro Santacèera.

William Lugli: Un nostro amico, Ivan, era diventato "Bugnolis" per la sua acne!   Non ci giurerei, ma anche lo scutmaai "Pipòun" affibbiato al ex assessore Gianni Lodi viene da lui. Dovrebbe essere legato al fatto che incontrando una donna egli guardava subito nella direzione e all’incrocio di una ben determinata… parte anatomica!
9 settembre 2009 alle ore 19:56  

Davide Sgarbi io mi ricordo di Marco (il fratello di Fabrizio Valisi) chiamato da lui "Creatina" per via dei muscoli!!!! ahahahaha che genio!

Mauro D'Orazi: Carlo Annovi che mandava tutti a cagare, come interlocuzione abituale, era per questo chiamato: Charly Mc Kegh

 Davide Fabbri:  Sono d'accordo con tutti voi, il mio nome era e rimane "Amarena", dal famoso omonimo produttore di confetture di ciliege. Devo comunque riportare una nota spiacevole. Il "povero" Mauro è stato prima giudicato e poi dimenticato da moltissime persone alle quali ha regalato momenti indimenticabili, causa spiacevoli scontri dovuti alla sua (e riporto descrizione correttissima) intolleranza alla risposta. Ha frequentato il nostro gruppo per una decina di anni e posso fornire a richiesta decine di "scutmaai".10 ottobre 2009 alle ore 9:45 

 Andrea Nicolini: il mio era COLORADO...  14 ottobre 2009 alle ore 12:24 

Alessio Pignatti:  Franco Magnanini era "magna ninein"... tradotto... Mentre Mauro Torelli era "Taps, squilli di rivolta" per il suo carattere un po' permaloso e si rifaceva a un poco famoso film militaresco dell'epoca.

Davide Dodo - Righi grande Mauro .. io ero/sono "Il nome della rosa" !
28 novembre 2009 alle ore 21:23 

Andrea Andreoli: io ero "Nanòun", Fede Andreoli "American Gigolô”, Andrea Righi "By american", la Simo  "La Divina"... etc.
Ricordo che quando giocava a carte c'era una persona, di cui non faccio il nome, era spesso nominato "Testòun" lascio a voi indovinare... Grande Mauro!
28 dicembre 2009 alle ore 20:02 

Daniele Diacci: io ero il Barone Von Opel!   Al Comissaari  - Commissario era Maurizio Catellani
18 marzo 2010 alle ore 0:35 · 

Alessio Pignatti: Commissario derivava dalla "Piovra" famosa saga televisiva sulla mafia, dove nelle prime serie il commissario Cattani era il protagonista... dal titolo della serie (Maurizio è un famoso "tombeur"), la Piovra, gli venne appioppato il soprannome di Commissario, perché le avvincolava tutte…

Mauro D'Orazi spietato!
19 marzo 2010 alle ore 8:57 · 

Carlo Lodi: con l’amico Mauro,  ho passato il più bel periodo della mia vita. Ho lavorato con lui per molto tempo all'ENTE Comunale, proprio nel suo reparto: era il mio caporeparto.
Per gli scutmaai era proverbiale; all’Ente eravamo circa in una quarantina e a ognuno di noi aveva dato il suo – a Me a m ciamèeva “Valeriaan !”
 
Giorgio Guidetti:  Ciao Maurino.... forever! A me aveva affibbiato il nome “La Rockstar” per via del Complesso dei Buscadero e Franco era ''Heating the pigs”,  che era il suo cognome tradotto da lui in inglese, come ha ricordato Alessio.  7 giugno 2011 alle ore 20:04 · 

Mauro D’orazi: la sua interlocuzione tipica era “M ÈET TÒOLT?”  Cioè “ Mi ha capito? mi ha preso in ciò che volevo dire?” sottinteso, interpretando… “Imbambìi che te tribuul a capiir!”

Milena Bassoli; una delle più belle persone che io abbia mai conosciuto, aveva sempre una parola speciale per tutti noi; io ero “Milly for…Lillly, grazie mauro mi manchi!
7 giugno 2011 alle ore 21:41 

Simona Sgarbi:  ho dei bellissimi ricordi... a ognuna "girl" (gherls)  della mia compagnia aveva dato un simpatico nomignolo che tuttora ci portiamo dietro... unico... - Ecco Alcuni nomi: la grande e unica "Sharon" Daniela, "Leguara" (Simona Sgarbi)..."Mariadolores", "Incallita"... e poi altri
8 giugno 2011 alle ore 14:56 · 

Carlo Lodi - al rivendidóor èd disc èd via Genova al le ciamèeva “Valdo Pop Del Los Rios”
8 giugno 2011 alle ore 18:52 

Armando Mirra:  persona speciale, io ero “il Maltese” per via della giacca marinara che avevo all'epoca. Dal personaggio Corto Maltese dei fumetti di Ugo Pratt.
16 ottobre 2012 alle ore 0:23 · 

Daniele Bonni Bonini:  Spero non si offenda nessuno se...  ricordo altri soprannomi affibbiati e inventati genialmente da Mauro, durante le interminabili partite a cotecchio !
 Dunque… Luca Lamma era il " CANARONE ", un quasi estinto uccello di palude, Giorgio Bondi era “JAMES BOND”, oppure “Mochio Piteco” (abita in via Monchio), Fabio Siligardi, al primo vero fidanzamento, era " URANIO IMPOVERITO ", l'apoteosi però l'ha raggiunta con Sandro Santachiara, ironizzando delle sue "note" dimensioni sottopanni, chiamandolo " ALEJANDRO SOTOLONGO DE PALMERA, detto EL CURANDERO "
 E ai tempi dello sceneggiato Sandokan (interpretato dall’attore Kabir Bedi)… non ricordo a chi.... ma evidentemente non era un "genio " lo aveva soprannominato... “Capir Baby” !!!
16 ottobre 2012 alle ore 1:10 ·

Dario Bassoli: confermo… io ero detto “Hezbholla ex stillbird”
Un uomo insostituibile grande conoscitore della vita e dei risvolti 
Ho ricevuto consigli che tuttora mi salvano. Un grande UOMO!
  16 ottobre 2012 alle ore 8:54 

Mauro D'Orazi: il soprannome “Cialana” forse personaggio messicano di un film di cappelloni western 
1972 Magazzino Comunale nuovo negozio biancheria 
Mauro Prandi, Carlo Lodi, Arrigo Gallesi e Giuliano Arletti.

Luisa Pelliciari:  “M ÈET TÒOLT?” hai afferrato il concetto? Mio padre (già presidente dell’Ente di Consumo Comunale) diceva che come commesso non aveva uguali. Personaggio scomodo, ma non offendeva mai. 9 agosto 2016 alle ore 16:28 

Paola Masci: Quante partite a cotecchio ho fatto con lui... Che bei ricordi... e come diceva lui.... Le sue storie iniziavano dalle guerre puniche!  Frequentare il bar senza lui non è più stata la stessa cosa!! 9 agosto 2016 alle ore 18:21 

Rosy Carrannante:  lo ricordo bene Mauro e con tanto affetto... lo ricorda anche mia figlia Greta. Cominciava con i più piccoli, parlando delle guerre puniche, arrivare ai giorni nostri era lunga! Ho una bellissima  pentola in rame per fare la polenta che mi ha regalato lui. Il mio nomignolo era “Biondina! … vieni a sederti vicino a me che mi porti fortuna!”  9 agosto 2016 alle ore 21:48 · 

Franco Creola:  Ricordo le notti davanti al Caffè Teatro a raccontar barzellette. Ne sapeva un milione. Mi ha sempre chiamato "Ciccia" forse per i miei 50 kg x 1.80 mt.

Alessio Pignatti:  A dire il vero non era solo ciccia... 10 agosto 2016 alle ore 17:47 · 

Franco Creola:  In effetti......   10 agosto 2016  alle ore 18:27 · 

Guido Meschiari: Grande persona e grande giocatore di cotecchio, se a carte gli facevi un torto ti mandava a 10 in due mani. A me è sempre piaciuto "l'incastro del pollastro", che usava quando ti faceva "la decima" e tu ribaltavi le carte, perché non riuscivi più a venderla a nessuno dei tuoi tre avversari. Poi c'era "il colpo delle cento pistole"....
11 agosto alle ore 14:44 

Claudio Caffagni: Capir baby, era l'aiuto di Vittorio, che era chiamato Baby, per via della statura... 1,55 mt  - 11 agosto2016  alle ore 16:39 

Alessio Pignatti L'unico che a cotecchio ha pagato con sei!!! detto anche “Caribù'”.
11 agosto 2016 alle ore 17:11 · 

Mauro D'Orazi: Per dirla tutta e in verità... Prendeva in giro, ma non c'èra reciprocità: perché poi di rimando non sopportava lui di essere preso in giro; e questo per me era un grosso difetto, gli altri erano TENUTI a sopportare, ma lui no!  11 agosto 2016 alle ore 20:06 

Guido Meschiari: Ma infatti… Se lo contraddicevi rischiavi "la squalifica" e non potevi più giocare al suo tavolo !!!!  Che tipo che era!!!  11 agosto 2016alle ore 20:08 · 
                                                                   
Mauro D'Orazi: Io in alcune occasioni gli feci due o tre battutacce a freddo… contro,  a prendi in giro. Non se l’aspettava da me, di solito taciturno e prudente nell’esprimermi in mezzo a tanti leoni azzannanti. E se la prese sempre parecchio!!  Così io ne godevo di più ! Anche se i rischi di spietata ritorsione erano altissimi. S t èel tuliiv pèr al cuul.  a s n intaièeva e al dvintèeva pòoch gustóos.
11 agosto 2016 alle ore 20:48 
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Alla fine degli anni ’80, ai tempi d’oro del Caffè Teatro gestito dal grande e sfortunato Vittorio Garzon, Giancarlo Tartari, detto Taras, ma anche Delon o Delone per la sua avvenenza a cànone inverso, nel gioco cotecchio era la vittima designata e costante di ogni partita: quasi tutti gli assi e le decime erano suoi. Da ciò nacque, con un colpo di geniale creatività del ns Mauro Prandi, questa frase ironica e memorabile derivata da un antico proverbio delle nostre zone : “Dio al s sèelva da la siilta e dal tròun e dal dècimi èd Delòun!” = Dio ci salvi dalle saette e dal tuono e dalle decime destinate a Delone, o da lui giocate in modo improvvido.

La raccolta di ricordi continua… mandate… Grazie! Non perdiamo queste piccole cose preziose che caratterizzano una comunità, anche se super eterogenea come siamo ed eravamo: mi trovare su FB come Mauro D’Orazi e su dorry@libero.it come email…
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La Fontana dell’Americano viale Carducci - Carpi - Mauro D'Orazi dialetto carpigiano

Prima stesura 20-11-2013                               V04 del 23-10-2016

Fontana dell’Americano in viale Carducci
APPUNTI – Bozza
A cura di Mauro D’Orazi
avvertenza: come al solito mancano le foto - è estremamente complicato metterle in questo blog - non vanno in automatico

Uno dei miei (M D'Orazi) compiti era quello di andare a prendere un fiascone d'acqua ferruginosa a la funtanèina dl Americàan (alla fontanina dell’americano) in viale Carducci; per tale incombenza, non facilissima, utilizzavo uno sportone di paglia per il trasporto di una grossa boccia da tre litri; infatti l'acqua del rubinetto di Carpi (l’aaqua dal Sinndech) era ed è piena di calcio e non consente una buona cottura della buccia dei fagioli che resta coriacea; l'acqua ferruginosa della fontanina di viale Carducci invece consentiva una lessatura perfetta; la fontanina è stata assassinata dal Comune (come tante altre cose di pregio) negli anni '70; oggi dà al raro passante acqua normale dell’acquedotto. (Ma c’è ancora? Dubbio di AM)
Forse 1929 al nevòun in viale Carducci vista campanile sagra - dalla fontanina dell'americano
Mi sembra interessante soffermarmi un attimo sulla storia di questa fontanina. Ce la racconta in prima persona Mauro Magri, il nipote di chi la fece costruire.
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testimonianza di Mauro Magri -  agosto 2013
LA FONTANINA DELL'AMERICANO
Io sono nato in viale Carducci, nella casa chiamata dell'AMERICANO. L'americano era mio nonno paterno e che fece fare anche la famosa Fontanina. Lui era stato per 11 anni minatore in USA, a 1000 m. sotto terra e, tornato, si guadagnò questo soprannome.
Mio nonno paterno ritornò nel 1922 dagli Stati Uniti, dopo undici anni di duro lavoro in una miniera di carbone a 1000 metri sotto terra. Ogni mese inviava un bonifico del mensile a Roma, alla Banca d'Italia, che per il servizio di ricevimento della somma e trasferimento alla nostra famiglia a Carpi, si tratteneva i diritti di commissione di ben il 50%. Al ritorno riuscì comunque ad acquistare la casa in viale Carducci, che era stata costruita nel 1909 sulla fossa, che circondava “la murra”, che era al centro di quello che sarebbe divenuto il viale. Lì a 30 metri c'era anche la balera "SALONE CARDUCCI".

1920 ca viale Carducci con il Salone Carducci al centro della foto
Ecco una foto del Salone Carducci, ora non più esistente
Il circolo privato Salone Carducci fu poi tagliato nel mezzo e rimasero soltanto i casamenti dei due ingressi laterali

Il nonno acquistò tutto l'immobile e costruì tanti piccoli appartamenti a schiera a due piani con lo sbocco negli orticelli nel retrostante viale Nicolò Biondo. Davanti alla fila di case in tutto in viale Carducci c'erano tanti orti, uno per ogni casa, ora trasformati in tanti posti sosta per auto.
Il problema era l'acqua, che bisognava andarla a prendere pompandola dalle varie fontanelle sparse per la città.
Per ovviare a tale importante carenza, mio nonno fece pertanto perforare in proprio la fontana, arrivando giù fino a 175 metri.
Siccome però in tanti ogni giorno chiedevano di accedere all'acqua, lui tolse la rete di recinzione e la mise a disposizione della cittadinanza.
Si scendeva alcuni scalini e a poco più di un metro sotto il piano stradale c'era la pompa a mano.
Il Comune inviava poi al mattino e alla sera un addetto ad accendere e spegnere la pompa, quando si utilizzò un motorino elettrico al posto della leva manuale.
Fino alla sua morte, avvenuta nel 1968, il nonno ogni due anni faceva pulire i condotti della fontanina fino in profondità, a proprie spese. L'acqua era ferruginosa, lievemente torbida e rossastra e bevendola si percepiva distintamente il gusto del metallo disciolto. Non di rado i medici indirizzavano i pazienti a rifornirsi d'acqua per svariati scopi terapeutici. Tanti bar, ristoranti, da Correggio fino a Mirandola, la venivano a prendere a damigiane, per il fare caffè e cuocere i legumi. Infatti era denominata l'aaqua da cóoser i fasóo (l'acqua per cuoce i fagioli). Uscendo da casa mia, fra la fontanina a destra ed il primo albero a sinistra, c'era un'enorme vascone in cemento interrato. Siccome nei primi anni la fontana buttava continuamente, l'acqua prima di arrivare alla fogna, passava e manteneva pieno il vascone. I pompieri, che erano in viale Garagnani, riempivano le loro autocisterne e lì l'acqua non mancava mai. Quando il Comune creò nel viale un gran parcheggio (e i pompieri si erano trasferiti in viale Giovanni XXIII), invece di riempirlo di detriti, il vascone è stato sfondato. Ciò fece sì che a ogni consistente temporale, la cantine nei pressi a 2 metri di profondità si allagavano. Ho dovuto costruire un pozzo di raccolta in cantina e con due pompe di recupero, che inviano e scaricano l'acqua in viale Nicolò Biondo.
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Fiorella Urbini -  2-9-2013 A proposito della fontanina in viale Carducci ricorda bene che da bambina si fermava a bere un po’ di questa acqua definita "speciale".
Ricorda le donne che arrivavano lì con le loro brocche più o meno grandi da riempire. La mamma di Rosanna Candeli, sua ex cognata, la usava per innaffiare le sue piante che crescevano sempre molto rigogliose. La gh ìiva 'na bèela pasìnsia!!! 
Carpi, Piazza Garibaldi o Piazzetta. Foto inizio secolo, cartolina viaggiata 1919.

Il timbro postale è del 1919, ma la foto è certo di prima della 1^ GM, come si vede dall’abito delle donne - in fondo in fondo si intravede il cavallo in piazza, quindi siamo dopo il 1903 - notare le due guardie con la sciabola
Mauro Magri: La fontana che si vede nella foto era della stessa falda di quella sotto il campanile di San Francesco. Quella ferruginosa dell'Americano era della stessa falda di quella in viale De Amicis e di quella all'interno della Distilleria Ferrari. 

domenica 4 settembre 2016

Al lusster Furmigòun Il lucido Formicone e altre piccole storie carpigiane - Mauro D'Orazi - Carpi - dialetto carpigiano

Prima stesura 27-6-2013                                                   v 41 del 04-08-2014
Al lusster Furmigòun

Il lucido Formicone
e altre piccole storie carpigiane

di Mauro D’Orazi

Di solito la parola “formicone” in italiano definisce un grande insetto imenottero (formica grandior). Ma… la definizione non è così semplice e scontata.

L’Accademia della Crusca si spinge su altri antichi significati.
Il questa augusta sede, dove si preserva con cocciuta perseveranza la lingua del “sì”… il formicon di sorbo può essere paragonato alla nostra gaata vèecia. Una persona imperturbabile che non si muove per sciocchezze o fesserie, ma esclusivamente per cose importanti e solo quando è necessario; altrimenti la preziosa energia non viene sprecata e fa il finto sordo o l indiàan.
Abitano ancora ne' ceppi degli alberi vecchi, de' quali percotendogli si veggono uscir fuora, in gran quantità, salvo però quelle, che abitano nel sorbo. Onde il proverbio.
Formica, o formicon di sorbo, che non esce per bussare. Dicesi d' huomo, che difficilmente si lasci persuadere, o intendere.
E guida a questa volta il cieco l'orbo, dunque tu bussi a formica di sorbo. E in altro luogo. Ma perch' è formicon vecchio, e di sorbo, Che non isbuca all'accetta, o al martello.
Se si batte un tronco le formiche di solito escono, ma non quelle di sorbo.
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Ma in carpigiano si va molto oltre… altri significati ci attendono.

A un bambino che ha fatto una monelleria si poteva dire: "Viin chè ch a t daagh al lusster Furmigòun!". La frase comporta la minaccia di dare una bella spazzolata al ragazzino, così come si spazzolavano con forte energia le scarpe con lucido Formigoni, prodotto a Carpi. In più si può aggiungere anche l’allusione al… “Ti faccio nero di botte!”… visto il colore del lucido.
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Formigoni Mario, nato a Carpi nel 1873, nel 1914 aveva la fabbrica di cera in via Cavallotti, 2; nel 1929 aveva trasferito la sua Fabbrica di Cera in via Berengario 12.

Nel 1904 Formigoni comunica al Sindaco che inizierà la sua attività di produzione di cera per calzolaio in via Ciro Menotti n 4, presso Eligio Casarini.

Alla fine del 1922 (e fino al dicembre del 1925) fece parte della prima giunta fascista del Comune di Carpi:
Sindaco: Avv Salesio Schiavi. Assessori effettivi: Tommaso Benassi (avvocato, «combattente»), Giuseppe Bertolazzi (medico veterinario, «fascista») (mio nonno n.d.r.), Clodo Feltri (ragioniere, «fascista»), Luigi Gilioli (industriale, «mutilato»); assessori supplenti: Mario Formigoni (industriale, «fascista») e Giuseppe Govi (esercente, «mutilato»).

Successivamente trasferì la sua attività sotto il Portico di San Nicolò, dove mostrava i suoi prodotti in vetrina, tra essi il lucido nella scatola tonda gialla in tre diversi confezionamenti a seconda del peso.
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Ecco nel 1927 la pubblicità del lucido da scarpe di Mario Formigoni che si vendeva al mercato in Piazza Carpi, ma c'era anche la possibilità di avere un prodotto per pavimenti e mobili; il testo è umoristico ... quasi da sproloquio.

Il Formigoni faceva pubblicità anche con dei manifesti; il contenuto era simile a quello dell'inserzione sopra riportata. Lo stile non si distaccava da quello degli imbonitori da fiera di paese.
“La festa di una industria carpigiana” è il titolo di un poster con il quale la ditta Mario Formigoni pubblicizzava, sempre nel 1927, la presentazione del “Lucido-Vernice per Mobili in legno e in ferro”. L’appuntamento per tutta la cittadinanza era solennemente fissato per il 9 aprile di quell’anno in piazza Vittorio Emanuele, con un’esposizione e vendita accompagnata dalla Banda di Carpi, da una jazz-band. Ma non bastava, per presentare ed elogiare le qualità dei prodotti Formigoni era stato ingaggiato anche il Sig. Asturio Pozzi, definito il “re dei reclamisti”. Egli avrebbe decantato, “colla ben nota eloquenza i pregi del nuovo insuperabile prodotto”.
Sembra di sentire il… “Venghino, siori, venghino!

Ma anche il fido incaricato Cavazzoni, detto Giuliòun, era poi sempre presente nei lanci pubblicitari e dietro all’improvvisato banco ambulante presso furgoncino della ditta; egli sarebbe stato là … di sicuro … al suo solito posto al mercato in piazza a Carpi al giovedì e nei giorni festivi a vendere il famoso e rinomato lucido, anche nella variante vernice.

Giuliòun era niente meno che rappresentante e uomo di fiducia di Formigoni … pèinsa mò tè ècch ditta potèinta! Chi poteva mancare a un simile importante appuntamento.
La scatlèina dal lusster Furmigòun la gh aviiva al cuèerc' stampèe cun 'na graan furmiiga néegra in simma su sfondo giallo (la scatolina tonda del lucido Formigoni aveva un coperchietto giallo con sopra stampata una grossa formica nera).
La scaatla èd laata dal Lusster Furmigòun
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1927 Cartolina commerciale della Ditta Formigono
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Giorgio Maccari (Carpi) ricorda la grida pubblicitaria che veniva urlata al mercato per richiamare la clientela al banchetto di Formigoni:
Dèint èd vèec’ e balutòun!      (Denti vecchi e ballottoni degli occhi!)
Piir, pèerṡegh, fiigh e mlòun!  (Pere, pesche, fichi e meloni!)
Dònni, dònni a gh è al Lusster Furmigòun!
                                                (Donne, donne c’è il Lucido Formigoni!)

Era un’antica grida pubblicitaria che derivava dei fruttivendoli ambulanti che passavano col carretto e i sighèeven luungh al cuntrèedi:
Dèint èd vèecia e balutòun,
Piir, pèerṡegh, fiigh e mlòun! 
I pirèin cun la surprèesa,
al savòun èd mèerca Gaal...
Dònni, dònni gnìi a cumpràar!"

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Marco Giovanardi (Carpi) ricorda che usava questi coperchietti come finali per il gioco dei telefoni collegati con lo spago. Un gioco in effetti molto interessante che in modo rudimentale trasmetteva le vibrazioni tramite il filo teso. Il coperchio bucato, col filo assicurato con un nodo. fungeva sia da microfono che da altoparlante.
Il gioco del telefono
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La Ditta Formigoni non limitava la sua produzione ai lucidi da scarpe, ma mise sul mercato anche una portentosa cipria.

1930 ca – Pubblicità della Cipria Fiori d'Emilia della Ditta Formigoni
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Parole, frasi e modi di dire in dialetto

È interessante notare che in dialetto carpigiano lucido da scarpe si dice senz’altro lusster da schèerpi, ma per l’aggettivo “lucido” si usa anche luccid ad esempio nella frase: Tirèe a stucch luccid per indicare una persona vestita con eleganze e che ha curato alla perfezione tutti i particolari del suo abbigliamento (tirato a stucco veneziano).

Oppure al gh à i òoc’ luccid per occhi lucidi dalla commozione, ma al s è lustrèe i òoc’ , quando un uomo guarda con soddisfatta attenzione una bella ragazza che gli passa davanti.
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Tornando a furmigòun, in carpigiano, ci si può riferire a colui che sitto sitto, piàan pianèin, con la più assoluta discrezione, fa i propri interessi in amore e in affari, mentre in tanti smaniano inutilmente, ottenendo così ottimi successi di vita; gli altri, i concorrenti, a un certo punto se ne accorgeranno, ma sarà troppo tardi.


Al furmigòun è colui che vedi uscire una sera con quella ragazza meravigliosa (Sì! Proprio quella! Maledizione!) a cui in tanti… troppi… avevo teso con i più svariati espedienti. Lui, col fascino del misterioso, con uno sguardo di solito sfuggente, ma a brevi tratti intenso e ben diretto, con una mezza parolina al momento giusto, lontano dalla confusione, aveva vinto. E tè t ii lè cóome un deficìint a magnèer t al fiddegh!!
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Ecco infine c’è un altro tipo èd Furmigòun, conosciuto col nome scientifico di formica grandior virginalis atque perniciosa.
Meglio evitarne il contatto, anche se negli ultimi tempi si vede molto meno in giro.

Un bèel Furmigòun! Va mò là!
*O*

L’omino del lucido Brill

Per completare i riferimenti al lucido, a Carpi, ma anche in tante altre zone, si usavano le frasi come al solito ironiche e a presa in giro: “Te m pèer l umèin dal lusster!” oppure “Te pèer l areclàam del lusster Brill!” Mi sembri l’omino del lucido o il personaggio della sua pubblicità.

Ci si riferiva allo strano omino del lucido da scarpe della ditta Brill, che era vestito di tutto punto e si guardava le sue scarpe lucidissime. L’omino evidenziava una sua particolare eleganza, che però alla fine dei conti non convinceva troppo. Il commento serviva burlarsi di una persona piccola di statura, insignificante, ma sempre curata e con certa pretesa eleganza.



Al péer la reclàmm dal lusster (mi sembri la pubblicità del lucido da scarpe). Negli anni ‘30 e ‘40, infatti, la pubblicità del lucido Brill puntava sull'immagine di un omino di aspetto ridicolo.


L’omino del lucido Brill

Franco Bizzoccoli (Carpi) conferma l’interpretazione del significato del modo di dire e ci racconta anche le caratteristiche necessarie, perché potesse essere pronunciata la frase “Te m pèer l umèin dal lusster!
Erano tre:
1)   una persona la duviiva spianèer un sindrèer o un spulvrèin nóov (doveva indossare un impermeabile nuovo);
2)   avéer al schèerpi lusstri (avere le scarpe ben lustrate);
3)   indossare il cappello tipo Borsalino.
Se poi il personaggio era anche piccolo e mingherlino… il contesto era perfetto.
Te m pèer l umèin dal lusster!
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Il tabacco del Moro

In questa sede di sostanze e odori forti merita una nota anche il tabacco del Moro.
Talora si sente minacciare qualcuno con la strana frase:
“A t al daagh mè al tabàach dal Mòoro” o anche Mòrro (con la doppia erre per accentuare la violenza dell’atto)! Ti do io il tabacco del Moro !
Un modo di dire che è presente a Carpi, Modena, Milano e in tante altre zone d’Italia.
Significa: Ti do un sacco di meritate botte! Adesso ti sistemo io ! Te le dò di santa ragione per una giusta punizione! Può anche significare l’aver subito una pesante sconfitta: l à ciapèe al tabàach dal Mòoro !
Quindi è possibile che anche la severa intimazione..."Oooh Mòoro... stà chièet! (Ehi amico! Stai quieto!) potrebbe derivare anch'essa dal tabacco del Moro.

Il tabacco del Moro in confezione moderna
È un modo di dire che deriva da un'espressione francese “passer à tabac, che il nostro dialetto ha personalizzato con una famosa marca di tabacco trinciato da fiuto o da pipa, fine e costosa, appunto "Il Tabacco del Moro". Ciò a differenza di quelli che, arrivando dalle piantagioni spagnole centrali e meridionali, si chiamavano come i paesi d'origine.

Dalla rivista francese "Beaujolet" apprendiamo: Dans le langage maritime, un "coup de tabac" était un violent coup de vent qui risquait d'abîmer le bateau. Ensuite, au XIXe siècle, le nom "tabac" a pris le sens de "volée, coup". Sa racine "tabb" signifie "battre, frapper". "Passer à tabac", veut donc dire frapper violemment une personne.

Questo tabacco provocava sensazioni orali decise e prendeva nome dal disegno di un giovane Moro sulla confezione, probabilmente da uno degli schiavi che lavoravano nelle piantagioni di tabacco in America
Ma c’è anche chi interpreta la frase in questo modo: trattandosi anche di tabacco da masticare, per il suo gusto forte e pizzicante, poteva rappresentare … un pugno … proprio in bocca.
Curiosamente, il detto, noto in vasti territori, a Casirate, in provincia di Bergamo, prende la seguente variante: "T al dó mé al tabàr dal Moro - ti do io il tabarro del moro, cioè un sacco di botte. Tabarro… dunque, non tabacco… e il Moro era un omaccione che portava sempre un bastone con sé nascosto sotto il tabarro!





Schèerpi vèeci da lustrèer




Carta intestata della premiata Ditta

1926 – Pubblicità della Ditta Formigoni tratta da un numero unico di quell’anno “La Painèela”-

Al lusster Furmigòun veniva venduto nelle piazze nei giorni di mercato, in attesa di trovare una più ampia diffusione commerciale su più ampi territori. Una strategia che però non ebbe grande fortuna.