giovedì 21 luglio 2016

La Bella Carpi - Prefazione a Rospi e Farfalle di Gigi Filiberti - di Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano.



prima stesura 24-06-2016                               v16 del set  2016
La BELLA Carpi
Prefazione a Rospi e Farfalle di Gigi Filiberti
di Mauro D’Orazi


Parlare di Gigi Filiberti è parlare di una icona di Carpi. Di un’immagine che la rappresenta, per tanti aspetti, per almeno una trentina d’anni.
Riflettere sul mondo carpigiano di Gigi Filiberti significa riflettere su una parte substanziale della nostra grande e, a un tempo, piccola città. Mi lascerò guidare, come sono aduso, dal Libero Pensiero e dalla ricerca oggettiva e introspettiva di quanto ho vissuto e visto in questi anni, mischiando, del tutto consapevolmente, i miei ricordi personali di vita e piccole illuminazioni.
La Carpi del boom economico, del “posso e voglio”, del benessere diffuso, della Dolce Vita al Bar Roma, delle strade in periferia con decine e decine di piccoli laboratori artigianali conto terzi. La Carpi dell’orgoglio di uscire dai penosi anni della Guerra e della forte aspirazione di riscatto dalla povertà antica e diffusa, intesa fino ad allora come uno “stato delle cose”; a gh éera i sgnóor e i puvrètt! Difficile poter cambiare classe, a parte la batosta della Quota 90, che ridusse, all’inizio degli anni ’30, tanti benestanti e possidenti a disperati poveretti, spesso costretti a emigrare all’estero e nelle colonie. Fino all’Ottocento sarebbero stati definiti “poveri vergognosi”, ossia che non volevano mostrare i segni, evidenti e noti a tutti, del decadimento economico.
Conosco bene questa dolorosa storia, perché la famiglia di mia madre, i Bertolazzi, l’hanno vissuta nella sua massima drammaticità. E da una situazione privilegiata, si ritrovarono in uno stato di disperazione nera e totale. A tale proposito mi piace SIMBOLICAMENTE ricordare, che, vivendo in un periodo irripetibile, sono passato (1953-59) da un lurido cesso in comune in lavanderia a Palazzo Gandolfi in Corso Fanti 40, a ben tre bagni nel 2000. Penso che mai più potrà ripetersi per me (ma anche per tantissimi altri) una conquista del genere.
Carpi dopo il 1945 era una grande lavagna su cui progettare, un quadernone su cui scrivere nuove idee da realizzare, un secchio e una cazzuola con i quali costruire la cosa più ambita: una casa propria! Una bella scommessa! Un sindaco comunista, Bruno Losi, ma capace e lungimirante, ebbe l’intuito di agevolare l’iniziativa privata, da quella minuscola a quella che divenne strutturata e imprenditoriale.
La tradizione del truciolo, un’industria consolidata e fiorente fino agli anni ’20, riprese fiato rinnovandosi con la maglieria e le confezioni. (Non è storicamente proprio è vero, ma è la vulgata comune, pazienza!)
All’ inizio degli anni ’50 la “macchina” si rimise in moto e, cosa importante, a gh n éera pèr tutt! Si improvvisava, si otteneva un aiutino dalla banca, che allora aveva i funzionari locali che conoscevano la gente di cui potevano fidarsi, si cercavano i clienti nei modi più fantasiosi e tenaci. Insomma a s èggh dèeva da tóoren.
È in questo contesto, già consolidato nei suoi elementi più basilari, che troviamo figure come Gigi Filiberti, che univa alla voglia di fare, ingegno, fantasia, capacità imprenditoriali. In molti hanno successo… e tanto… e come conseguenza esplode anche la Carpi del bon vivre, che si esplicherà in città e, con grandi viaggi ,in Italia e nel mondo.
Ecco allora il Bar Roma, in Piazza, pieno di nuovi ricchi carpigiani, serviti dai migliori camerieri di sempre in giacca bianca, come la famosa panna montata a banco della signora Nelve. I nomi dei “tre moschettieri” erano: Gianni, Alcide e Valerio, a cui si aggiunse il quarto, l’allora piccolo Donato, ora al bar Tazza d’Oro. Voglio esagerare: se non fosse stato per la carenza di acque salmastre per un attimo al Bar Roma ci si poteva illudere di essere in Piazza San Marco a Venezia.
Fra gli anni ’60 e ’70 davanti al Bar Roma fioriva un parcheggio a quattro ruote di altissimo rango: Maserati, Porsche, Jaguar, Mercedes, BMW e anche qualche Ferrari, marca quest’ultima di super prestigio, ma stranamente NON al top degli acquisti dell’arricchito carpigiano. Strano, ma è così!
I giovani magliai si incontravano per l’aperitivo, si raccontavano e si vantavano delle ultime imprese produttive, parlavano eccitati e divertiti di gioco d’azzardo, di donne da night, “altine e perdute” (cit. canzone da Lucio Dalla), contese a suon di bigliettoni in aste improvvisate, con offerte a puntiglio all’estremo rialzo.
Cominciarono a vedersi sul rialzato della Piazza anche le prime grandi moto che iniziavano a essere commercializzate in quegli anni: Honda, Kawasaki, ecc… Indimenticabile la prima Kawasaki 500 azzurrina a tre cilindri di Paolo Tarabini.
Per me e i miei amici, più giovani di circa 15 anni di questi ruggenti Leoni carpigiani, era un continuo sberlucciare con ammirazione, stupore e invidia.
Pensavo, con una piccola smorfia e un sospiro profondo: “Starà anche me! Mi toccherà prima o poi!” e, malinconico, davo gas al mio modesto motorino Daina Matic 50 cc. che mi ero guadagnato faticosamente in famiglia, grazie alle incerte promozioni liceali.
Ebbene con le moto ci sono arrivato abbondantemente, con le auto… quasi. Anche se ho dovuto affidarmi al più economico usato e sempre qualche anno dopo di quando sarebbe stato necessario.
Gli aneddoti dei ruggenti Leoni passavo di bocca in bocca, si diffondevano e diventavano… leggenda. Leggende che ancora oggi rimangono nelle memorie di chi ha vissuto quel periodo e quei luoghi, anche di chi le ha ascoltate con stupore.
Gigi si pone perfettamente in questo milieu, ma senza raggiungere eccessi provinciali e pacchiani. Vive bene, apprezza le belle cose, gode di quanto di meglio sia possibile, ma con misurata signorilità e con consapevole saggezza. Non penso che abbia mai comprato libri a metro, una casa spicchio sul mare o, entrando in locale con tutti i posti occupati, indispettito da sì tanta lesa carpigianità, abbia ringhiato: “Mò ‘sa còssta la baraaca!”, o schiacciando, con la grossa Mercedes, la Fiat 500 di chi gli aveva appena rubato il parcheggio… “Al mònnd l è di fuureb!” “NO! Caro al mè umarèel… L è èd chi gh à di béeṡi!
Gigi, direi che rappresenta a pieno la seconda generazione del boom carpigiano, coloro che praticavano e realizzavano la filosofia epicurea del carpe diem, o meglio… carpidiem anni’70.
Anche lui, come tanti altri, ha attraversato momenti alti, ma anche momenti drammatici, quando tutto il prezioso risultato del passato sembrava sfumare, svanire…
Salvò il salvabile e si diede a un’antica vocazione, quella della Cucina con la C maiuscola; e dopo aver trattato milioni e milioni di capi, si mise a spadellare, a cuocere, a perfezionare e inventare squisite ricette. Insomma un Grande Cuoco, molti anni prima delle attuali orride mode televisive.
Anche in questo campo ha ottenuto un indiscusso successo, pur tenendo presente che accontentare i carpigiani al ristorante è impresa fra le più difficili.
Gigi ha poi trovato la vena dello scrittore e compone libri di cucina: non freddi ricettari, ma pagine intrise di vita vissuta e goduta. In essi traspare la gioia e la soddisfazione di fare… di realizzare le cose belle e buone per se stesse e per se stessi, ma nel contempo anche per gli altri.
In questa sua ultima fatica letteraria racconta la BELLA Carpi, con luci e ombre: la città che ha vissuto profondamente fino all’ultima della sue cellule vitali.
Chi leggerà queste pagine avrà un quadro della BELLA Carpi che è, più che nei nostri ricordi,… nel nostro cuore.
Incombe però una frase di Marx, che citerò con una leggera e maliziosa integrazione: a godere del Capitale non sarà il capitalista, ma il figlio o, aggiungo io, il nipote… s a gh in sarà armèeṡ… obvius!

Il libro servirà agli storici di domani a capire quel particolare momento sociale e ai braghèer d incóo (curiosi odierni) per stare… informati.

Saranno più i Rospi o le Farfalle? All’attenta lettrice e al complice lettore l’arduo responso.
***

Piazza chiusa, piazza aperta? Carpi - dialetto carpigiano - Mauro D'Orazi



prima stesura 14-06-2016                                    V10 del 14-07-2016

Piazza chiusa… Piazza Aperta
                                                                         di Mauro D’Orazi      
CINIK!!! Movimentiamo un po' il dibattito... Qualcuno giustamente dirà: "Piazza chiusa / Piazza aperta! Che palle! Basta!" - Ma se ne discute da trent'anni... semplicemente, perché il problema NON è risolto e si aggrava di anno in anno… vedi chiusura del Caffè Teatro ("Adesso il teatro è tutto nostro!!! è di tutti!" vomitò qualche sempliciotto in quella triste circostanza!). Sapete… che io sono contro la Piazza chiusa fin dal 1981, e anche oggi in certe ore o stagioni la aprirei senza pietà (ad es: d’inverno dalle 18 in poi), a dispetto degli ecologisti pedestri, che la vogliono chiusa e poi se ne stanno a casa d'inverno col culetto al calduccio, invece di venirsi a rinfrescare di sera in dicembre e gennaio sul tiepido porfido, vietatissimo al traffico e al parcheggio anche nelle stagioni più fredde. La ns orgogliosa e vana Piazza è affogata in un penoso, cupo, buio deserto. Ma che bella… la Piazza deserta e gelida! Che naturalmente "é di tutti!" È di tutti, mò a n gh è nisuun! Mò ch meraviia! Mò ch belèssa! Chissà cosa succederebbe se la aprissimo d'inverno dalle 18 poi in accordo coi gestori dei locali? Però, però... ATTENZIONE… Però volevo anche sfatare e sottolineare un aspetto NON vero e cioè che la Piazza sia frequentata solo da... stanlòun. È Falso. Falsissimo. A n s contèmmia mia dal ciavèedi. La frequentazione della Piazza, soprattutto al pomeriggio e verso sera, è garantita da inani pensionati soci INPS carpigiani di genere maschile, (invento… biaasa-dopraans) momentaneamente cacciati di casa da mogli disperate dalla pesantezza dei consorti: ”Tóot di pèe e va a fèer un giir in piaasa! Bóorsa t en ii èeter!” 
I consumatori in piazza
I tapini siedono mummificati sulle panchine, o stanno incollati alle selle delle loro bici, o al più si accomodano sui gradoni gratuiti del pronaos del Teatro, semmper cun la biici sòtt òoc’, per via ch iin la cèeven. Forse a causa delle basse pensioni sociali INPS, o forse più semplicemente per "pellismo atavico acutizzato", non spendono mezzo euro, né tanto meno consumano al bar, o nei negozi. (I gh aan al catuèin cun al tralèedi). Controllate ciò che ho scritto! Dèegh 'n òoc' a la Piaasa al dopraans! Controllate pure se non è vero! In Piazza manca la Carpi che spende, che consuma, che vuole farsi vedere col gomito fuori dal finestrino dell’auto potente (acquisto che a quanto pare non è proibito dalla vigente normativa, ma che suscita invidie feroci. Vedasi il “mio famoso paradosso” della Ferrari: In tanti tengono la Ferrari nelle corse - ORGOGLIO ITALIANO -, ma se poi ti vedono in Ferrari in Piazza, sempre in tanti ti odiano ferocemente, dimenticandosi che la ragione sociale della Ditta Ferrari è… strano… ma va? … di vendere auto alle persone…). In Piazza manca la gente che vuole incontrare altra gente VIVA! Cosa che per fortuna della ns città succede in corso A. Pio e in Piazzetta (magnificamente sistemati dal Comune), in corso Roma e via San Francesco (questi ultimi due meno male aperti al traffico). Allora (a parte gli eventi... ovvio… La Festa del Racconto, che é stata splendida, il Festival della Filosofia idem, il mercatino del riuso... idem, gli stand alimentari del patrono, ecc… idem) cos'è che non funziona in Piazza nei momenti normali, nel "tutti i giorni", cos'è che tiene lontana la gente dal luogo d'orgoglio della ns città?
Ai contemporanei l'ardua analisi e la difficile sentenza! 

martedì 19 aprile 2016

Vita da umarel - Vìtta da umarèel - Mauro D'Orazi dialetto carpigiano carpi modena

Vìtta da Umarèel a cura di Mauro D’Orazi
Tratto da uno scritto di Monica Malaguti (Bologna).
Versione tradotta e completata in carpigiano da Mauro D’Orazi della reṡdóora con marito appena andato in pensione… un fapèes fóora misuura.
Ecco la lamentazione narrata in prima e dolente persona.
A s lèeva la matèina, al mé guèerda stralunée e pò al diis: “Sa fèmmia incóo?”
E mé: “Mò sa vóot ch a fèmmia? Dai mò deṡc-iulètt e va fóora a fèer un girtinèin!”
Al tóorna dòop gnaanch ‘n’óora e al diis:
“Magnèemia?”
“Mò sa vóot magnèer? Iin a gli unndeṡ!”
E lò: “Parcèmmia?”
“Parèccia puur!”
Al parèccia e al giira dedsà e dedlà sèinsa rechie e pò:
“Adèesa magnèmmia?”
A m viin da sighèer! Dio bunèin!
A s maagna ch a n è gnaanch meṡdèe.
Ind al dóo al taaca la sóolfa ‘n èetra vòolta: “Adèesa sa fèmmia?”
“Va mò a fèer ‘na durmidèina… pèr Dio!”
A s lèeva ind al quaater e al taaca subitt!
E mé: “Va mò fóora, va al baar! Va a fèer ‘n èeter giir! Va a vèeder al porfiid èd la piaasa! Va a fèeret tusèer a la Casèerio! Insòmm tóot di maròun, bóorsa!”
Ind al siinch al riiva a ca. “Magnèemia?”
In ‘n uraari da uspidèel andèmm a sèina.
“Sa gh è pèr televisiòun?”
E al me fa ciucièer ‘na partiida èd caalcio èd Serie C, aanch se dòop siinch minuut al spigòosa insimma a la pultròuna, sèinsa vèdder gniinta.
A déeṡ e mèeṡ l è già bèlle a lèet e al ròunfa cóome un manṡètt tutta nòot…
Mé a n iin pòos più e un èd chi dèe ché a scòopi dabòun!

lunedì 21 marzo 2016

La più antica foto veduta di Carpi - dialetto carpigiano - Mauro D'Orazi

La più antica foto veduta di Carpi 1858
di Dioneo Tadolini - fotografo ambulante di Modena

una mia importante scoperta su materiale noto a Modena dal 1997
andate
al link di Voce di Carpi

http://www.voce.it/it/articolo/1/cultura/la-piu-antica-veduta-di-carpi


per avere il file completo con la ricerca
scrivere a dorry53@libero.it
:)



venerdì 29 gennaio 2016

Al garùll - Il garullo - storie di cocomere a Carpi - Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano

                            Prima stesura 8-10-2015                                                                      V20 del 13-06-2017
Al garùll   il garullo

Considerazioni micro-filosofiche e un po’ di storia locale
sulla deliziosa parte centrale della cocomera
di Mauro D’Orazi

Se il 18 aprile del 1948 il Fronte Popolare (PCI + PSI) avesse vinto le famose elezioni politiche, anziché per fortuna la Democrazia Cristiana, i comunisti certamente, come primo provvedimento per arrivare a una vera uguaglianza sociale, avrebbero preso la drastica decisione di abolire o comunque vietare tassativamente la preparazione e la vendita del garullo delle cocomere (uso la parola al femminile, anche se in italiano non è proprio corretto).
Certamente chi legge queste righe si chiederà cos’è questo garullo; questo garullo vocabolo in effetti esiste e non è la mia italianizzazione della efficace parola del nostro amato dialetto garùll.

Luigi Anceschi (Carpi) ha assistito alla presentazione del mio libro “La Ruscaróola Tre” il 15-05-2016 e così annota, contesta ed eccepisce al mio incipit a forte effetto: “IO C'ERO. Ne è valsa la pena, bella gente e anche qualche vecchio e giovane trombone. Mancavano IMBENI e BIZZOCCOLI (+2015) - (Imbèin & Biṡòochel). IMBENI (informato da FLORIO Magnanini) scriverà su VOCE un'altra MALDICENZA contro D'ORAZI e BIZZOCCOLI dirà che non c'era perché stava navigando nei MARI del SUD con un equipaggio di aborigeni cannibali, ecc… Ma la chicca a mio avviso è stata l'affermazione di Dorry che "se nel '48 avessero vinto i COMUNISTI, avrebbero subito ABOLITO IL GARULLO”. Mai menzogna fu più grande perché: 1) i COMUNISTI vincitori avrebbero convinto tutti che erano GARULLO anche la SCORZA, i SEMI ed il PICCIOLO delle cocomere; 2) nel tempo necessario a formare il GOVERNO COMUNISTA e il GARULLO sarebbe sparito (assieme alla melonaia), perché mangiato dai DEMOCRISTIANI.”


Il dizionario del dialetto carpigiano Ori – Malagoli del 2011 così descrive la parola:
Garùll s.m. 1 gheriglio. 2 parte centrale, cilindrica di cocomero o di forma di parmigiano: al garùll dla cucòmmbra l è sèinsa rumlèini - la parte centrale del cocomero è priva di semi, al furmàai d garùll l è più dóols èd quèll aṡvèin a la gròssta - il formaggio della parte centrale è meno salato di quello vicino alla crosta.

Per la tematica che voglio trattare dunque il garullo non è che la porzione al centro della cocomere, la parte più buona, senza le romelle nere, il boccone più succulento e prelibato. Lo zucchero imbianca la pasta rossa e la rende a dir poco deliziosa al palato e alla gola se consumata fredda nella opprimente calura estiva padana.
Il resto della cocomera è ben poca cosa al confronto e la qualità peggiora via via che ci si avvicina a un altro bianco della scorza tngnissa (coriacea) e insapore.

In senso figurato, metaforico, il garullo rappresenta il MEGLIO del MEGLIO.
La porzione d’eccellenza, tipo al pcòun dal prèet, il boccone del prete, che è la furia del pollo arrosto.
L'espressione boccone del prete ha più significati. Con questo termine si denomina la parte più prelibata del pollo, ovvero il "sottocoda", per esaltarne l'importanza.
Questo modo di dire risale al Medioevo, quando solo il clero e l'aristocrazia potevano concedersi certe pietanze che, quasi sempre, venivano ricevute in dono dai contadini obbligati a dare ai Signori i migliori capi di bestiame.
I cuochi del mare chiamano boccone del prete quella ridotta, ma squisita porzione del pesce considerata guanciale del pesce, che si trova in prossimità degli occhi dell'animale.
L’uso della parola garullo, nella comune lingua parlata delle nostre zone, è abbastanza diffuso e viene sempre pronunciata, quasi a mo’ di battuta, con il sorriso sulle labbra.

Ad esempio anche l’ass Simone Tosi nel 2010 in un suo intervento in Consiglio Comunale a Carpi, nel presentare e sottolineare il punto centrale di una proposta di deliberazione, usò appunto in modo studiato e sapiente la parola garullo, ottenendo la totale e piena attenzione totale dei presenti, che capirono immediatamente la valenza della strana parola.

Io ho un ricordo indelebile sul garullo legato al vecchio Piero Bencivenni (detto Benci).

1964 Piero Bencivenni all’opera nella sua baracchina al Parco

Benci in un lontano passato girava al Parco col suo carrettino con la stecca di ghiaccio, lo grattugiava con l'apposito attrezzo e lo metteva in un bicchiere con sopra lo sciroppo dal gusto che si desiderava. Poi aveva messo su un chioschetto in muratura dove vendeva i Gelati all'inizio della Via Dallai di fianco all'entrata della ex Magneti Marelli, circa dove adesso c'è la Banca e la Pizzeria Re Artù. Poi dopo lo smantellamento del chioschetto, d'estate al Parco delle Rimembranze vendeva le cocomere e d'autunno vendeva le caldarroste. Al suo pensionamento gli subentrò il figlio maggiore Gianfranco (Gianni), che trovò una tragica fine in Piazza Martiri il 25 aprile del 2011.

Per decenni d’estate presso il Parco delle Rimembranze veniva allestita una baracchina della rinomata famiglia dei Bencivenni. Sedie, tavoli, tovaglie quadri, un barile d’acqua con rubinetto per lavarsi mani e labbra, un asciugamano a righine bianche, rosse e verdi, poi sostituito dal un rotolone di carta, garantivano una comoda e cordiale accoglienza nelle calde serate d’estate.
Piero Benci era un omone alto e robusto con due baffoni di tutto rispetto, serviva i clienti indossando un grembiule con la pettorina.
Serviva con arte gli accaldati clienti con grande maestria; era dietro un bancone con alcune fette già pronte, appena tagliate, che testimoniavano la rossa bontà del prodotto, che veniva offerto. Vari coltelloni erano appoggiati sul piano, pronti alla cruenta operazione di ghigliottinamento della cucurbitacea che doveva essere sacrificata di lì a poco, dopo che era stata… palpeggiata (pat… pat!), sculacciata (sciaff… sciaff!) e con la nocca della mano… bussata (toch… toch!) per intuirne la perfetta maturazione.
Se il suono è sordo: La sòuna bèin! Suona bene!
***
A tale proposito occorre notare che mentre al melone a s nèesa al cuul per sapere se è maturo, per la cocomera i dati esterni per sapere l’esatta maturazione sono sempre stati un mistero.
Oggi i coltivatori si basano su questi parametri empirici legati ai sintomi che accompagnano la maturazione del frutto. La maturazione si avvicina quando:
– la pruina, quella patina cerosa che riveste il frutto e lo rende impermeabile, inizia a scomparire in modo graduale;
– il tipico colore che caratterizza il guscio esterno dell’anguria inizia a sbiadire leggermente e la buccia a contatto con la terra inizia a virare dal verde al giallo;
– il viticcio situato sulla parte opposta del peduncolo che tiene il frutto, inizia a disseccarsi.
***
Qualche cliente arrivava in baracchina e chiedeva un intero frutto, Benci pescava nel barile ghiacciato la cocomera più in fondo e più fresca.
Si praticava la procedure dal tasèel per vedere se l’esemplare prescelto era maturo al punto giusto e s al ne ghìiva di magòun, se non aveva dei nodi fibrosi, delle imperfezioni. A n gh è gnìinta èd péeṡ che ‘na cucòmmbra immaguèeda! Non c’è niente di peggio di una cocomera immaginata!
Con un piccolo coltello affilato, con precisione chirurgica, si praticava un’incisione a base quadrata, che poi si sviluppava in una piccola piramide a punto alta una decina di centimetri.

Un tasèel, un po’ sovradimensionato

All’estrazione della piramide con la base verde, poi bianca e con la punta rossa, seguiva qualche secondo silenzio assoluto!
Occhi espertissimi controllavano, scrutavano la scala cromatica; si annusava il rosso!
Anche il cliente esaminava… piegandosi leggermente in avanti…
Finché non arrivava la sentenza: “L’è pròunta!‘Na cucòmmbra èd Serie A!”.
Si tappava il buco, reinserendo il tassello e via…

Ma… osservando meglio il bancone, notavo un misterioso e lucente cilindro di alluminio lucente, vuoto all’interno e con un bordo in fondo affilato. Il diametro di questo pezzo di tubo poteva essere attorno ai 15 centimetri per un’altezza di 40. Io scherzosamente lo chiamavo il… garullatore.

Piero chiedeva al cliente di turno: “Vóo t ‘na fètta o al garùll?
Spesso se una persona era benestante sceglieva la seconda opzione che costava quasi il doppio.
Allora Benci prendeva una cocomera in fresco, la soppesava, la metteva sul piano dopo aver tagliato il picollo in alto e il culetto in basso. Il tubo veniva appoggiato sopra e con un colpo secco… TRAAFF… veniva affondato per tutta la lunghezza del frutto.
Al cucumbrèer, il maestro cocomeraio, estraeva il tubo e subito dopo da questo il prezioso contenuto… un rosso cilindro di cocomera, senza traccia di semi e con venature più chiare di zucchero. ERA IL GARULLO!
Un vero cibo degli dei, per chi poteva permetterselo. Veniva tagliato in quattro parti, prima per il lungo e poi a metà.

E i puvrètt? Bè… i gh l ivèen in cal pòost, cóome sèmmper! Infatti si dovevano accontentare del residuo; fette con la buccia, meno dolci e con tante romelle.
Peggio per loro, mò al mònnd l è semmper stèe divìis in duu!

Un altro segno di distinzione alla baracchina dei Benci, fra signori e poveretti carpigiani, era lo scegliere fino agli anni ‘60, come dessert o rinfrescante nelle canicole serali, tra meloni e cocomeri; i primi più cari e i secondo alla portata di tutti, essendo più a buon mercato, tranne l'esclusivo garullo.
***
Altri ricordi legati al garullo.
Maurizio Malvezzi (Carpi) ricorda: “Da la Titta e Scarciòof, a la fiin èd corso Roma, al garùll al custèeva al dòppi. E s t èe gh dmandèev: - Èela bòuna? -
It rispundiiven: - L’è frèssca! –“.

Marco Giovanardi (Carpi): “A la barachiina, al garùll l èera tutt protèet da ‘na ridèina. Mò a psiiva capitèer ch al gnìiss vèec... S te capitèev al mumèint giùsst i t al dèeven a prèesi da saldi fine stagione!”

***
Dunque è corretto prendere il garullo come veritiero simbolo delle disuguaglianze sociali ed è per questo che nel 1948 un governo popolare lo avrebbe certamente proibito.

Cari lettori… al garùll a pièes a tutt! Così come si bramano e concupiscono, solo per fare alcuni esempi: una bella donna o un bel ragazzo, una Ferrari, un Rolex, o un vestito di Armani o di Blumarine.

Ma al garùll è un privilegio che probabilmente ha sentito il tempo e forse per una sorta di pudore è andato via via scomparendo.
Anche perché negli anni del boom praticamente tutti i carpigiani se lo potevano permettere e più nessuno si poteva accontentare di comprare una fetta monca della sua parte migliore… ma quando mai? E poi il vento del ’68 ha contribuito a spazzare via piano piano anche la tradizione del garullo.

E così le ormai poche bancarelle di cocomere che ancora esercitano, fra incongrue tasse e assurde coercizioni sanitarie, come l’obbligo di un cesso con lavandino, servono solo fette intere e non mutilate… ma a carissimo prezzo,
Forse l’unico campo dove si è arrivati alla perfetta eguaglianza… spendendo.
***


Anni ’90 – in una calda serata estiva di luglio, Elio Bacchelli, Giuliano Casarini e altri amici, seduti ai tavoli della baracchina di Gianfranco (Gianni) Bencivenni al Parco. Foto Alcide Boni


2009 - un primissimo piano di Gianfranco (Gianni) Bencivenni
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Ecco alcuni splendidi ricordi della scrittrice carpigiana Rosella Tagliavini legati alle cocomere e al garullo, pubblicate nella sua rubrica settimanale “In cornice” su Voce di Carpi. Ringrazio lei e il direttore del settimanale Florio Magnanini per la gentile concessione.

Voce di Carpi del 25 LUGLIO 2007 - IN CORNICE –
La percezione del caldo
di Rosella Tagliavini
...
Quando era caldo ai tempi di mia nonna la cose erano molto più semplici di adesso. Faceva caldo e basta.
Quando veniva quasi sera si mettevano sotto il bersò e se ne stavano a sventagliare anche con le sottane nere, e proprio quando non se ne poteva più si pensava a una bella fetta di cocomero comperata da Bencivenni. Di quelle nostrane, non di quelle allungate che sono costumate dopo. Non presa dal cassone bianco attaccato alla luce elettrica, ma presa da dentro il pozzo o da dentro la botte con la stecca di ghiaccio. Lucida di bagnato, la cocomera si faceva spaccare con un colpo dopo aver perso il caldo della melonaia, dopo aver subito gli schiaffetti che la tastavano come ottima, dopo aver immolato il suo cuore al disco tondo del garullo. Non è che le cocomere non ci siano più, anche loro hanno cambiato casa e le baracchine sono davvero meno...
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1946 – i fratelli Bencivenni nella loro baracchina al Parco
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Voce di Carpi del 1 LUGLIO 2012 - IN CORNICE –
Cuore di cocomera
di Rosella Tagliavini

È un frutto incredibile. Se non fossimo abituati ad averlo sotto mano potrebbe essere un frutto delle favole. Grosso, grossissimo, non so se ne esista uno più grosso. Non cresce su di un albero, ma per terra, dove la terra non sa dare tanto di importante, dove l'acqua non è tanto abbondante, lei, la cocomera nostrana, dà acqua in abbondanza a chi ha sete e non ha appetito in queste giornate qui. A estraniarsi dal consueto vengono fuori cose da favola. Nostrana è bella tonda, quelle americane, invece, sono allungate, meno dolci e meno delicate nella polpa. Mi ricordo lo scandalo delle prime che arrivavano a invadere il mercato. Bianca, rossa, verde, la cocomera è contadina, patriottica, padana, proletaria, storica, affettiva. Gonfia la pancia e fa fare la pipì, percorre, fresca, tutta la nostra vita. “Non mangiare anche il bianco che ti fa male!”, mi dicevano a casa. Ma io la mia fetta me la volevo succhiare fino in fondo e tutta quanta e farla durare al tempo i cui non erano previsti bis né porzioni grandi quanto la mia golosità. Bencivenni le teneva nella sua baracchina del parco che adesso è abbandonata. E non le teneva nemmeno dentro il frigorifero, ma giusto nella botte col ghiaccio a stecche. E bisognava farsi furbi a chiedere quella fresca che l'avesse messa giù da un poco e non da soli dieci minuti. A volte te lo diceva: fresca l'ho finita. Andare alla baracchina faceva serata e Gianfranco Ascari vinceva la gara di numero incredibile con quel poco che potevano costare e quando costarono cinquecento lire il pezzo non ci andò più, perché era un ladrocinio. Sarebbero venticinque centesimi neanche. Spesso la cocomera la si mangiava in giardino sotto il bersò nelle sere come queste qua che non le ha inventate la meteorologia nominalista, ma ci sono sempre state. E anche a Rovereto, che li ringrazio per tanto riscontro, loro, che si vede non sono avvezzi a essere nominati, a Rovereto me la ricordo scelta sul campo a tasti, schiaffetti, bussate e rigirate. Poi messa nel secchio e giù nel pozzo che stava davanti alla casa che è andata giù. Ma più mi ricordo l'invito a mangiarla come si deve, non a pezzetti e col coltello, ma con la faccia dentro che i semi ti devono entrare dentro le orecchie e la faccia si deva bagnare con tutto il muso. Adesso, invece, la cocomera la mangio con coltello e forchetta e i semini neri li levo con la punta accuratamente e non li sputo a gara chi li manda più lontano. Ora, tutto questo fatto della storia della cocomera nasce da quella che si è comperata dal contadino e che è da tagliare. Così nascono le liti sul garullo e la mia tendenza ad avanzare verso di esso. Mi si accusa del fatto che mia madre, ai tempi di Bencivenni, si permetteva il lusso di comperarlo. Succedeva cosi: dopo aver scelto il frutto giusto con attenzione da esperto venditore, lui Benci, dava la cimata di sotto e di sopra, così il rosso si evidenziava e già da lì potevi capire se era giusta o immagonata, senza neanche il bisogno di sfregiarla con il tassello. Poi prendeva il cilindro lucido e tagliente e lo premeva giù. Così estraeva il cuore prezioso da vendersi a caro prezzo. Ci restavano, da vendere a meno, fette accorciate, piene di semi neri in file fitte. Così succede che, quando taglio fette di cocomera, tendo a barare sforando il centro della sfera per farmi una fetta più alta delle altre e conquistare la metà preziosa. E lui si lamenta, che sono come mia madre.
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1976 – In questa foto di Alcide Boni è ritratto Pietro Bencivenni
seduto al Caffè Milano in piazza a Carpi
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Jenner Meletti (Fossoli) - Giornalista di Unità e Repubblica:  "Io da bambino e ragazzo ho mangiato sempre e soltanto il garullo. Al ritorno dalla raccolta – facevo anche al spicadóor (colui che staccava e raccoglieva le cocomere per poi essere immesse sul mercato) – sul carro si spaccava un cocomero appena crepato e dunque non commerciabile e si teneva solo il garullo. Io a quelli della baracchina nel Parco non volevo troppo bene, perché, quando ad esempio le cocomere venivano vendute a 10 lire al chilo, loro ri-vendevano una fetta di mezzo chilo a 100 – 150 lire.”

Voce di Carpi del 10 Luglio 2013 - IN CORNICE -

Questione di garullo
di Rosella Tagliavini

Tutto per una fetta di cocomera. No, dice, tu non la tagli la cocomera, che non sei capace. Io!? Io non sono capace di dare l’avvio alla cocomera!? Brividino di rabbia e fuocherello di indignazione al limite del chi credi di essere e come ti permetti, ma molto contenuto per tutta l’educazione poco meno che inglese che ho. Io che possiedo una tecnica studiata alla moviola fin dalle origini del problema e dell’esistenza del taglio della stessa, dallo scegliere la coltellina abbastanza lunga e appuntita avendo osservato dal vero i gesti di Bencivenni alla baracchina del parco. Allora se le teneva, le cocomere, dentro la botte col ghiaccio e andava a pescare le ultime sul fondo battendole e sculacciate affettuose solo se eri un cliente conosciuto, altrimenti te le dava calde. Io che ho visto come si muove il coltellaccio a decapitare cima e fondo, dischi tricolore, ma solo un poco, per farla stare dritta colante di succo dolce, senza scoppiare crepe. Io che ho visto buttare giù il cilindro di alluminio bordo tagliente per estrarre il garullo compatto e privo di semi. Una volta tirato su lo strumento, mi sembra di ricordare che lo dividesse in quattro con una sezione diagonale e una verticale giusto sul diametro che sapeva calcolare a occhio. Ne uscivano quattro pezzi must, più costosi di ogni altro pezzo, più croccanti e totalmente privi di semi da sputare, o di magoni da scartare. Naturalmente si poteva fare solo con i frutti grossi e nostrani, non con i piccoli o le americane che erano snobbate da tutti. Era, appunto, una questione di garullo. Per via di quel tassello di molti anni fa. Siccome mia madre si permetteva di comperare fette da garullo, io, secondo lui, non sono giusta nella divisione delle fette. Non ho una visione paritaria della distribuzione, accetto disuguaglianze, organizzo parti privilegiate che non tengono conto dei diritti degli altri. Insomma, nella cocomera, non sono socialista e a lui, poi, tocca pareggiare il taglio prendendo dalla parte bassa. Così in cucina ci va lui a tagliare la fetta rigorosa. Ma, siccome non è poi, si vede, così facile, torna indietro e mette davanti alla Ra un pezzo di frutto poco più su della doppia fila di semi tutti da levare. Quella lo guarda e gli dice il suo, che quella porzione lì, non giusta per niente, se la mangi lui. Il fatto è che, per natura, l’anguria non ha una forma regolare di sfera, ma pende, è schiacciata, matura coricata per cui ha una faccia bella e una faccia brutta e acerba e così non è facile ridurre quanto è naturalmente storto e non perfettamente sferico, a spicchio regolarissimo. Così, ridendo, si finisce a offesa perché non è lecito ridere di chi crede in quello che dice e non riesce a vedere un altro punto di vista. Come il valore relativo della fetta o il fatto che si può compensare diversamente, o che si può essere generosi e lasciare a un altro una porzione più preziosa quando a noi non ne derivi un danno grosso. Così, la parabola della cocomera e del garullo potrebbe tradursi in un invito alla tolleranza dei piccoli altrui egoismi e alla generosità o anche solo al calcolo di quanto conviene o no arrabbiarsi per poco.

venerdì 11 dicembre 2015

Al cafè - il Caffè - modi di dire del dialetto carpigiano - Carpi - Mauro D'Orazi



Prima stesura 02-12-2015                                                                   V04 del 03-12-2015
Al Cafè
                                                                                                  di Mauro D’Orazi
 
Il caffè è fra le bevande più diffuse; l’Italia ha una lunga e gloriosa tradizione al riguardo. Esistono poi tanti tipi di caffè; ogni italiano ha il suo preferito con una variante di possibilità amplissima.
Il caffè è un rito irrinunciabile: il suo gusto intenso e avvolgente accompagna noi italiani durante l’intero arco della giornata. È il primo piacere che accarezza le nostre mattine, ma anche un ottimo digestivo indispensabile dopo i pasti e un compagno perfetto per una pausa deliziosa, in qualsiasi momento.
Guardarlo uscire dalla moka o dalla macchina espresso è quasi una magia… che riempie di profumo gli androni delle scale nei palazzi e le sale dei bar, dai banconi sempre affollati.
Naturalmente anche il dialetto è entrato a pieno diritto in questo aromatico tema. Vediamo le varie definizioni a Carpi e nelle zone vicine.

Un cafè! Normale, si intende. Vi accorgerete subito di quanto sia curiosa questa richiesta per il barista, perché esiterà un istante per lasciarvi il tempo di aggiungere la successiva specifica. Voi non dite altro, prima o poi si convincerà.
Cafè normèel, normale, normalissimo… ormai… rarissimo… appunto.
Cafè dèeca, decaffeinato
Cafè baas, basso, bisogna chinarsi un po’ per afferrare la tazzina
Cafè ristrètt, ristretto
Cafè corèet, corretto con sambuca, grappa o altro
Cafè èelt, alto
Cafè esprèes, espresso, vanto della tradizione italiana
Cafè luungh, allungato, arriva al bordo della tazzina
Cafè dòppi, doppio due caffè in una sola tazzina
Cafè macèe, macchiato con latte caldo o freddo
Cafè macèe cun la s-ciùmma, macchiato con latte e con la schiuma
Cafè specièel o Maruchìin con schiuma di latte e cacao, servito in tazzina di vetro
Cafè dóolṡ, dolce con molto zucchero
Cafè amèer, senza zucchero
Cafè a la napoletaana, fatto con l’apposita cuccuma
Cafè futùu, quando, fatto alla napoletana, veniva male
Cafè faat in ca, fatto in casa… di solito pessimo, fatto con la macchinetta
Cafè faat in ca, ma cun al ciaadi, quasi simile a quello del bar
Cafè americaan, con acqua bollente a parte da aggiungere, servito in tazza grande
Cafè cun la paana, con la panna per golosi
Cafè a la tuurca, si lascia depositare, ci vuole calma e tempo
Cafè frèdd, stupenda bevanda estiva, caffè scecherato con ghiaccio
Capucìino, capùccio cèer o scuur,
         mix perfetto, ma variabile, di latte e caffè, ideale per la prima colazione
Cafè d òorṡ, caffè d’orzo, in taasa cicca o graanda
Cafè neghèer buìint, nero bollente
Cafè èd misèela, di miscela, miscuglio di vari surrogati di caffè; di gusto orrido (Olandese, Moretto, La Vecchietta, Malto Knab, Miscela Leone, ecc…)

Se volete fare impazzire il barista, nell’ora di punta, col locale strapieno, potrete ordinare sadicamente: “Un café macèe frèdd cun al laat scremato al vetro!”

Ci sono poi simpatiche battute per descrivere un caffè di bassa qualità, del tipo:
Aaqua… Che bòun Cafè!  Acqua che buon caffè!

Quèet l é un bòun Cafè trìsst! Questo è un buon caffè scadente! Per commentare l’eccesso di acqua in una tazzina di caffè.

L’è ‘na ciofèeca, simpaticamente rubato al gergo napoletano di Totò, quando ci si trova di fronte a un liquido imbevibile.


     Tazzina speciale per mancini                Tazzina speciale per destri

È indubbio infine che… la vìtta l’è amèera, pèr chi gh à i pée dóolṡ.
Non c’entra tanto col caffè, ma è carina lo stesso.

Carpi nel pallone - modi di dire del calcio - carpi dialetto carpigiano - Mauro D'Orazi



Prima stesura 23-08-2015               V33 del 02-11-2015

Chèerp ind al balòun
Parole e modi dire dialettali del gioco del calcio carpigiano

di Mauro D’Orazi
con l’aiuto di tanti amici

Il 2015 è stato un anno mitico per il calcio nella nostra città; la storica squadra locale, una volta denominata A.C. Carpi, dopo una serie di travolgenti stagioni, si è trovata meritatamente in Serie A, per la prima volta dal 1909.
Ciò ha portato a varie importanti conseguenze, fra le quali la più eclatante è stata quella di dover abbandonare per esigenze dei monopoli TV e presunte ragioni di sicurezza, il glorioso stadio Cabassi (“Clamoroso al Cabassi!!! “ ricordate?? parafrasando una celebre locuzione del radiocronista Sandro Ciotti nel 1961 allo stadio Cibali di Catania) per utilizzare il Braglia di Modena.
Ricordo sul tema dello stadio che il primo rudimentale campo di calcio a Carpi fu predisposto a fine ‘800 appena fuori Porta Mantova, all’incirca dove oggi c’è il Parco delle Rimembranze; una vasta aerea che poi a metà degli anni ’20 fu dedicata ai numerosi caduti carpigiani della terribile 1^ Guerra Mondiale.
Il secondo stadio con le tribune in legno fu allestito dai primi del ‘900 e fino al 1928 nell’area antistante la chiesa di San Nicolò, cioè dall’attuale palazzone dei sindacati fino a Villa Richeldi.
Finalmente nel ’28 fu inaugurato il grande complesso del Polisportivo che comprende anche l’attuale stadio, più volte poi modificato e ampliato nelle tribune.
Negli anni ’30 però i ragazzini dovevano arrangiarsi per strada, sempre col timore che, per le proteste degli adulti, non arrivasse qualche vigile. Tragicamente… poteva sequestrare o tagliare il pallone, oggetto a quel tempo più che mai prezioso.
In quegli anni gli “slarghi” più frequentati e che consentivano l’uso di due porte segnate alla meglio erano un paio. La prima era l’area brulla in terra battuta di Porta Barriera (oggi Piazzale Dante) sulla destra, guardando la Stazione. La seconda zona, ben più sicura e nascosta da indesiderati controlli, era detta “La Salpa”, probabilmente dal nome di una ditta che aveva sede nei pressi. L’area si trovava in via Due Ponti, subito dopo l’allora cantina La Pioppa ed era chiusa a est dal binario della ferrovia. Il grido era:”A s catèmm a la Saalpa!” e tanto bastava.

Carpi ha dunque una più che centenaria e consolidata tradizione nel gioco del calcio, che ha visto anche proliferare a metà del secolo scorso tanti campetti minori in periferia e nelle frazioni, oltre a quello in centro storico dell’Oratorio dell’Eden e quelli annessi alle varie parrocchie come San Nicolò, San Bernardino, Quartirolo, Santa Croce, Cibeno, Fossoli, ecc… Per ognuno di questi sarebbe interessante e necessario scriverne la storia e ricordarne i tanti personaggi.
Anche moltissime squadre sono sorte e migliaia di nostri concittadini hanno avuto parte attiva in questo sport, sia a livello di pratica diretta, che di organizzazione e naturalmente di tifo.
Ciò ha fatto che sì anche a livello linguistico ci siano state importanti integrazioni nel nostro dialetto. Le nuove parole e modi di dire del calcio hanno avuto, a mio avviso, tre principali derivazioni: dall’italiano, dall’inglese e, naturalmente, dall’estro creativo locale, come sempre ironico e corrosivo.
Proverò a elencare i termini e le frasi dialettali più note, anche se, mai come in questo caso, il dialetto è in continua trasformazione.
Si tratta, e lo noto con grande piacere, di un ambito dove il dialetto è ancora e più che mai lingua VIVA e diffusa.
Occorre innanzitutto ricordare che per secoli l’attuale Piazzale Astolfo (di fronte alla Sagra) aveva come nome, fino a pochi decenni fa, niente meno al Ṡóogh dal balòun (il Gioco del Pallone): quel lontano tipo di competizione era completamente diversa dall’attuale, ma la tradizione del nome è molto chiara.
Calcio in dialetto si dice chèels, però questa parola non viene assolutamente utilizzate per denominare questa disciplina, che prenderà appunto il nome di
ṡóogh dal balòun, ṡóogh dal futtbal o dal futtbàal (nelle due accentazioni), tuttalpiù, italianizzando, dal caalcio, ad esempio 'na squèedra èd caalcio.

La squadra del Carpi è per definizione Al Chèerp; mentre in passato si sentiva spesso usare anche l’antica denominazione societaria, pronunciando tutto di seguito: l’Acicarpi, ovvero l’A.C. Carpi.

Ecco dunque un elenco (ampio, ma non esaustivo) delle parole o delle frasi in dialetto relative al gioco del calcio, così come è vissuto nella nostra città; tralascerò le parole che più coincidono pienamente con l’italiano.

Tgniir 'na squèedra, èsser un tifóoṡ. Tenere una squadra essere un tifoso.
Partiida, partiida èd campionèet. Partita, partita di campionato.
Primm e secònnd tèimp, tèimp suplementèer. Primo e secondo tempo, tempi supplementari.
Al scudètt = per chi vince il campionato.
La Còppa di Campiòun = massimo torneo europeo di calcio.
I Mondièel = torneo mondiale che si svolge ogni quattro anni.
La Nasionèel = l’Italia, la squadra nazionale.
La squèedra dal cóor = la propria squadra; di solito la scelta sente gli influssi della famiglia e viene fatta da bambini, complice anche la raccolta delle figurine Panini.
'Na squèedra da uratòori, 'na partiida da uratòori. Una squadra o una partita di basso livello, da campetto dell’oratorio.
Al purtéer = il portiere.
Al tersèin = il terzino.
Al mediàan = il mediano.
Al centràalf = il centromediano metodista.
Al regissta = il giocatore di esperienza e bravura che imposta in gioco.
Al libber = il libero. In dialetto si presta anche a questa invettiva, se il giocatore è scarso: “Nummer sée (6)! Te nn ii mìa un libber... t ii un quadèeren!”
Al stòpper = lo stopper, il difensore.
La meṡèela = mezzala, centrocampista.
L’ èela = l’ala, giocatore d’attacco.
Al centravaanti o centratàach = il centravanti.
Ṡugadóor trisst, schèers, da oratòori, ṡugadurètt. Tutti pessimi calciatori.
Fèer dimònndi panchiina, panchinèer = essere quasi sempre di riserva.
Furastéer = giocatore straniero.
Al Presidèint e i dirigìint = il presidente della squadra e i dirigenti.
Al diretóor tèecnich = il direttore tecnico.
L alenadóor, al Misster = l’allenatore.
Al masagiadóor = massaggiatore.
Al preparadóor atlèetich = il preparatore atletico.
Al futtbal = inteso proprio come “il pallone” e non per indicare il nome inglese del gioco. Una frase tipica può essere: “Al gh à dèe un bèel futtbal.” Gli ha dato una gran bella palla da giocare.
Al balòun = il pallone, la palla.
La bòocia = il pallone.
Ind al gòll = nella rete       .
Ind al sèet, ind al scatlèin. Fare gol all'incrocio dei pali con un tiro bello e imprendibile.
Gataróol = portiere che si fa fare molti, troppi gol.
'Na gaata = è un gol che si poteva evitare. Fare una gatta, significa anche essere protagonista di una brutta figura con fuga precipitosa, come capita spesso ai gatti sorpresi in una malefatta. Quindi al purtéer-gataróol è quello che si esprime con pessime parate. Fa tante gatte da essere un gattarolo, cioè uno che decenni fa catturava i gatti e li vendeva di straforo per uso alimentare. Erano le famose lepri sui coppi delle case. L'ironia e la metafora aiutavano a superare gli ostacoli.
"MIAooo!" Urla il nostro tifoso, quando è testimone èd 'na gaata del portiere avversario.
Purtéer, t ii 'na tanàaia!” - Portiere sei una tenaglia. Sempre detto in senso ironico e negativo.
Al Raagno - significativo soprannome affibbiato a Fabio Martinelli (oggi noto e valente preparatore atletico carpigiano) che da giovane esercitava con grande passione l’arte del portiere e… NON ne lasciava passare una che una, ma forse due...
'Na papèina = un gol netto, che di dà o si subisce. La papèina era il decotto di farina di lino che si applicava incandescente, come rimedio in diverse situazioni di malattia. C'era rischio di scottatura, tanto bruciava. Così come brucia un gol subito. Più sono i gol presi, più bruciano.
Caplèer = portiere ch al fa dal capèeli.
Capèela = gol scaturito da un intervento improvvido del portiere.
L è andèe a parpàai!” Ci si riferisce ancora una volta al portiere che è uscito a vuoto smanazzando senza prendere la palla (a falene notturne) e ha subito un gol.
 Al n à ciapèe 'na spòorta e 'na sèssta!” Ne ha preso una sporta e una cesta, quando un portiere ha subito molte reti.
‘Na graan parèeda = spettacolare parata del portiere, evitando un gol che sembrava già fatto.
La bèela = è la partita di spareggio, può avere varie modalità.
Aarea cicca, aarea dal purtéer, aarea d rigóor, dischètt dal rigóor = zone del campo calcio.
Màaia, braghètti, ṡnucéera, sospensòori, cavigliéera, calstòun, perastìinch, scarpètti cun i tachètt, faasa da capitàan, ṡnucèeri (ginocchiere usate un tempo dai portieri, quando l’area di porta non era ben inerbata) guàant e brètta dal putèer = abbigliamento dei giocatori.
Un senaari = giocatore che si butta a terra simulando teatralmente un fallo che non c’è.
Al s-ciflèin = fischietto dell'arbitro.
‘Na ṡbalunèeda = forte tiro con un pallone, spesso riferita alle partitelle dei ragazzi che giocano in cortile. Molto tipiche al ṡbalunèedi in ghiggna o in un véeder della finestra della vicina.
Ghéega, (s)canlèeda, biètta, pavéera, stafilèeda, sibióol, stanghèeda, sfrummbla e panètt = tutti tiri MOLTO, molto forti e potenti.
Un scanladóor = un giocatore che tira molto forte.
Avéer i pée a banaana – ma anche… avéer al schèerpi infilèedi a l'arvèersa o avéer i pée prilèe. Quando si effettua un tiro sbagliato, ad esempio curvo invece di dritto, o in un posto completamente sbagliato.
Un dribladóor (tribladóor o driblèin) dall’inglese dribbling = chi si libera degli avversari scartandoli con maestria.
Driblèer o scartèer. Driblare.
’Na bòocia pèersa = un giocatore scarso, senza futuro, che sbaglia sempre nelle azioni importanti; deriva del gioco delle bocce e del biliardo.
’Na saapla, da saplòun (confusionario, inconcludente), un po' come la gaata pèr al purtéer, ma riferita soprattutto a un giocatore che fa una giocata palesemente sbagliata.
Fèer la spóola = detto di un mediano o di una mezzala che funge da raccordo tra attacco e difesa.
Rinvièer, fèer un rinvìo dal fònnd. Rinviare, detto in particolare del portiere o di un difensore da fondo campo.
Crosèer. Effettuare un cross.
“Paasa ch a t daagh un fraanch!” Complimento a marcatore insuperabile.
Pasàag', pasàag’ indrée o in avaanti = passaggi.
Tirèer èd puunta, un puntòun = calcio con la punta della scarpa.
Tirèer èd spasètta, èd piàat, èd piatòun = tirare con l'interno del piede.
Tirèer d arvèers o d estèeren = tirare con la parte esterna della scarpa.
Tirèer raṡotèera = tirare rasoterra.
Tirèer al vóolo = tirare al volo.
Tiir taièe o èd tàai = tiro di taglio.
'Na ṡemmba o un ṡemmbo = tiro a effetto (un tiir a efèet) nel dialetto modenese.
Un chèels èd còol piin = un calcio in pieno col collo del piede.
Dèer èggh èd primma = dare via il pallone, appena dopo averlo ricevuto.
Palonètto = tiro a dolce a parabola.
Rovesiàata = Spettacolare tiro al volo. Essa viene effettuata lanciandosi in aria in una rotazione all'indietro per poi colpire il pallone violentemente con il collo del piede. Il tiro parte così oltre la testa del giocatore, nel verso opposto a quello verso cui egli era rivolto prima di spiccare il salto. Se è fatta di lato sfurbṡèeda.
Cóolp èd tèesta = colpo di testa.
Insuchèer al balòun = colpire il pallone di testa.
Lancèer = Effettuare un lancio del pallone invitando un compagno a rincorrerlo.
Un traversòun = lungo tiro effettuato dalle zone laterali del campo verso l'area di rigore avversaria.
Baréera = barriera di giocatori nei calci di punizione vicino alla porta.
Usiida sùi pée, usiida èd pée = azione estreme del portiere per cercare di risolvere momenti disperati.
Marchèer = Marcare un avversario.
Marchèer de spaala = Spingere l’avversario con una spalla.
Anticipèer = arrivare sulla palla prima dell’avversario, anche un centesimo di secondo.
Insachèer = Mettere il pallone in rete.
Sgnèer = Fare gol.
Lunngh lìnea = lancio lungo un lato del campo
Fèer al tunnel = Fare passare la palla tra le gambe di un avversario. Penso sia il massimo dell’umiliazione per un giocatore.
Fèer o subìir un faal = fare o subire un fallo di gioco.
Faal, faal d ostrusiòun, volontàari, èd maan = fallo di gioco, di ostruzione, volontario e di mano.
Faal da espulsiòun = grave fallo che comporta il cartellino rosso e l’espulsione dal campo.
Fóora, faal laterèel e rimèssa laterèel = quando il pallone esce di lato.
Tirèer un rigóor o 'na punisiòun = tirare un rigore o una punizione.
Punisiòun da la bandirèina = calcio d'angolo.
Punisiòun èd primma o èd secònnda = punizione di prima o di seconda.
Cartlèin ṡaal e ròss = cartellino giallo e rosso.
Bòocia lunnga màai cuurta, bòocia cuurta màai lunnga = passaggi sbagliati (troppo lunghi o troppo corti); c'è poi anche l'invito a un'azione incisiva in avanti: "Bòocia lunnga e pedalèer!"
Paasa cla bòocia! Dà via cal futtbal!” = Intimazioni perentorie a chi pratica un gioco troppo egoista e/o non vede un compagno libero.
Scarpòun, scarpasòun o gaamba o balòun = giocatore poco elegante nel gioco, che interviene duramente su un avversario.
O bòocia, o gaamba! Gaamba o balòun! = in ogni modo bisogna fermare l'avversario.
Ṡgumtéeda = sgomitata, meglio se è all’avversario e l’arbitro non la vede.
Fèer al sgambètt, la gambaroola = fare lo sgambetto a un avversario.
Fèer fóora i ṡgarlètt = colpire le caviglie, anche nell'intimazione:"Daa gh ind i ṡgarlètt!" Picchia sulle caviglie!
Ṡghèer un ṡugadóor = fare cadere un giocatore colpendolo di traverso sulle gambe.
Franṡèer un ṡugadóor = metterlo giù in malo modo.
"Póoda!" “Pota!” Taglia giù quel giocatore!
Staa gh atàach! Staa gh adòos! = Inviti a marcare stretto!
Scartèer un ṡugadóor = scartare un giocatore.
Marchèer a òmm, sticch. = marcare l’avversario standogli vicino.
Marchèer a ṡòona = presidiare una zona del campo, senza seguire il diretto avversario.
Bliṡgòun = intervento scivolato per portare via la palla all’avversario, che prevede di andare a terra in acrobazia.
Fèer la "veròonica": termine derivante dalle corride spagnole. La veronica nel calcio, indica in modo generico, una serie di movimenti di un giocatore, in genere laterali e armonici, tendenti a spiazzare elegantemente l'avversario e a superarlo dopo averlo sbilanciato. È il dribbling che si esegue effettuando una giravolta sulla palla facendo perno con la pianta del piede sulla sommità del pallone.
Fèer al véelo: movimento effettuato da un giocatore che, evitando il contatto con il pallone, lo fa scorrere verso un compagno di squadra. È spesso utilizzato per sorprendere la difesa avversaria. Un’azione che denota una grande intelligenza di gioco del calciatore ed entusiasma gli appassionati.
Liss = mancare clamorosamente il pallone, mentre si tenta di calciarlo. Il detto è preso dalla briscola, quando in una mano il compagno chiede di giocare una carta senza valore. Il tifoso urlerà di solito la frase in falsetto canzonatorio tenendola lunga: "LISSsss, ch a stròosss! "
Fèer un stòpp curidóor = tentare di bloccare (stoppare) col piede la palla in movimento; a causa però del tocco maldestro la palla sfugge in avanti.
Òppsi o òffsi = traduzione maccheronica, molto locale, dall'inglese “off side”, fuorigioco (anche fóora ṡóogh).
Pèel e travèersa delimitano la porta, la rèeda la cinge nella parte posteriore.
I àan ciapèe ’na bèela pèega! = Hanno subito una bella e sonora sconfitta.
I iin turnèe a ca cun ègl’urècci baasi = Sono tornati a casa con le orecchie basse.
Trii còorner… un rigóor, tre calci d’angolo portavano ad avere a proprio vantaggio un rigore da tirare, spesso in un’unica porta. L'éera una regola pratica, pr a n stèer a tirèer di còorner, viste le ridotte dimensioni degli improvvisati campetti utilizzati dai ragazzini.
Mècc’ – null = questa singolare contaminazione del nostro dialetto dall’inglese (match) significa che la partita è finita zero a zero.
Un’espressione che trovo così straordinariamente e simpaticamente carpigiana... anche se straniera.