sabato 12 novembre 2016

La Fontana dell’Americano viale Carducci - Carpi - Mauro D'Orazi dialetto carpigiano

Prima stesura 20-11-2013                               V04 del 23-10-2016

Fontana dell’Americano in viale Carducci
APPUNTI – Bozza
A cura di Mauro D’Orazi
avvertenza: come al solito mancano le foto - è estremamente complicato metterle in questo blog - non vanno in automatico

Uno dei miei (M D'Orazi) compiti era quello di andare a prendere un fiascone d'acqua ferruginosa a la funtanèina dl Americàan (alla fontanina dell’americano) in viale Carducci; per tale incombenza, non facilissima, utilizzavo uno sportone di paglia per il trasporto di una grossa boccia da tre litri; infatti l'acqua del rubinetto di Carpi (l’aaqua dal Sinndech) era ed è piena di calcio e non consente una buona cottura della buccia dei fagioli che resta coriacea; l'acqua ferruginosa della fontanina di viale Carducci invece consentiva una lessatura perfetta; la fontanina è stata assassinata dal Comune (come tante altre cose di pregio) negli anni '70; oggi dà al raro passante acqua normale dell’acquedotto. (Ma c’è ancora? Dubbio di AM)
Forse 1929 al nevòun in viale Carducci vista campanile sagra - dalla fontanina dell'americano
Mi sembra interessante soffermarmi un attimo sulla storia di questa fontanina. Ce la racconta in prima persona Mauro Magri, il nipote di chi la fece costruire.
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testimonianza di Mauro Magri -  agosto 2013
LA FONTANINA DELL'AMERICANO
Io sono nato in viale Carducci, nella casa chiamata dell'AMERICANO. L'americano era mio nonno paterno e che fece fare anche la famosa Fontanina. Lui era stato per 11 anni minatore in USA, a 1000 m. sotto terra e, tornato, si guadagnò questo soprannome.
Mio nonno paterno ritornò nel 1922 dagli Stati Uniti, dopo undici anni di duro lavoro in una miniera di carbone a 1000 metri sotto terra. Ogni mese inviava un bonifico del mensile a Roma, alla Banca d'Italia, che per il servizio di ricevimento della somma e trasferimento alla nostra famiglia a Carpi, si tratteneva i diritti di commissione di ben il 50%. Al ritorno riuscì comunque ad acquistare la casa in viale Carducci, che era stata costruita nel 1909 sulla fossa, che circondava “la murra”, che era al centro di quello che sarebbe divenuto il viale. Lì a 30 metri c'era anche la balera "SALONE CARDUCCI".

1920 ca viale Carducci con il Salone Carducci al centro della foto
Ecco una foto del Salone Carducci, ora non più esistente
Il circolo privato Salone Carducci fu poi tagliato nel mezzo e rimasero soltanto i casamenti dei due ingressi laterali

Il nonno acquistò tutto l'immobile e costruì tanti piccoli appartamenti a schiera a due piani con lo sbocco negli orticelli nel retrostante viale Nicolò Biondo. Davanti alla fila di case in tutto in viale Carducci c'erano tanti orti, uno per ogni casa, ora trasformati in tanti posti sosta per auto.
Il problema era l'acqua, che bisognava andarla a prendere pompandola dalle varie fontanelle sparse per la città.
Per ovviare a tale importante carenza, mio nonno fece pertanto perforare in proprio la fontana, arrivando giù fino a 175 metri.
Siccome però in tanti ogni giorno chiedevano di accedere all'acqua, lui tolse la rete di recinzione e la mise a disposizione della cittadinanza.
Si scendeva alcuni scalini e a poco più di un metro sotto il piano stradale c'era la pompa a mano.
Il Comune inviava poi al mattino e alla sera un addetto ad accendere e spegnere la pompa, quando si utilizzò un motorino elettrico al posto della leva manuale.
Fino alla sua morte, avvenuta nel 1968, il nonno ogni due anni faceva pulire i condotti della fontanina fino in profondità, a proprie spese. L'acqua era ferruginosa, lievemente torbida e rossastra e bevendola si percepiva distintamente il gusto del metallo disciolto. Non di rado i medici indirizzavano i pazienti a rifornirsi d'acqua per svariati scopi terapeutici. Tanti bar, ristoranti, da Correggio fino a Mirandola, la venivano a prendere a damigiane, per il fare caffè e cuocere i legumi. Infatti era denominata l'aaqua da cóoser i fasóo (l'acqua per cuoce i fagioli). Uscendo da casa mia, fra la fontanina a destra ed il primo albero a sinistra, c'era un'enorme vascone in cemento interrato. Siccome nei primi anni la fontana buttava continuamente, l'acqua prima di arrivare alla fogna, passava e manteneva pieno il vascone. I pompieri, che erano in viale Garagnani, riempivano le loro autocisterne e lì l'acqua non mancava mai. Quando il Comune creò nel viale un gran parcheggio (e i pompieri si erano trasferiti in viale Giovanni XXIII), invece di riempirlo di detriti, il vascone è stato sfondato. Ciò fece sì che a ogni consistente temporale, la cantine nei pressi a 2 metri di profondità si allagavano. Ho dovuto costruire un pozzo di raccolta in cantina e con due pompe di recupero, che inviano e scaricano l'acqua in viale Nicolò Biondo.
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Fiorella Urbini -  2-9-2013 A proposito della fontanina in viale Carducci ricorda bene che da bambina si fermava a bere un po’ di questa acqua definita "speciale".
Ricorda le donne che arrivavano lì con le loro brocche più o meno grandi da riempire. La mamma di Rosanna Candeli, sua ex cognata, la usava per innaffiare le sue piante che crescevano sempre molto rigogliose. La gh ìiva 'na bèela pasìnsia!!! 
Carpi, Piazza Garibaldi o Piazzetta. Foto inizio secolo, cartolina viaggiata 1919.

Il timbro postale è del 1919, ma la foto è certo di prima della 1^ GM, come si vede dall’abito delle donne - in fondo in fondo si intravede il cavallo in piazza, quindi siamo dopo il 1903 - notare le due guardie con la sciabola
Mauro Magri: La fontana che si vede nella foto era della stessa falda di quella sotto il campanile di San Francesco. Quella ferruginosa dell'Americano era della stessa falda di quella in viale De Amicis e di quella all'interno della Distilleria Ferrari. 

domenica 4 settembre 2016

Al lusster Furmigòun Il lucido Formicone e altre piccole storie carpigiane - Mauro D'Orazi - Carpi - dialetto carpigiano

Prima stesura 27-6-2013                                                   v 41 del 04-08-2014
Al lusster Furmigòun

Il lucido Formicone
e altre piccole storie carpigiane

di Mauro D’Orazi

Di solito la parola “formicone” in italiano definisce un grande insetto imenottero (formica grandior). Ma… la definizione non è così semplice e scontata.

L’Accademia della Crusca si spinge su altri antichi significati.
Il questa augusta sede, dove si preserva con cocciuta perseveranza la lingua del “sì”… il formicon di sorbo può essere paragonato alla nostra gaata vèecia. Una persona imperturbabile che non si muove per sciocchezze o fesserie, ma esclusivamente per cose importanti e solo quando è necessario; altrimenti la preziosa energia non viene sprecata e fa il finto sordo o l indiàan.
Abitano ancora ne' ceppi degli alberi vecchi, de' quali percotendogli si veggono uscir fuora, in gran quantità, salvo però quelle, che abitano nel sorbo. Onde il proverbio.
Formica, o formicon di sorbo, che non esce per bussare. Dicesi d' huomo, che difficilmente si lasci persuadere, o intendere.
E guida a questa volta il cieco l'orbo, dunque tu bussi a formica di sorbo. E in altro luogo. Ma perch' è formicon vecchio, e di sorbo, Che non isbuca all'accetta, o al martello.
Se si batte un tronco le formiche di solito escono, ma non quelle di sorbo.
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Ma in carpigiano si va molto oltre… altri significati ci attendono.

A un bambino che ha fatto una monelleria si poteva dire: "Viin chè ch a t daagh al lusster Furmigòun!". La frase comporta la minaccia di dare una bella spazzolata al ragazzino, così come si spazzolavano con forte energia le scarpe con lucido Formigoni, prodotto a Carpi. In più si può aggiungere anche l’allusione al… “Ti faccio nero di botte!”… visto il colore del lucido.
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Formigoni Mario, nato a Carpi nel 1873, nel 1914 aveva la fabbrica di cera in via Cavallotti, 2; nel 1929 aveva trasferito la sua Fabbrica di Cera in via Berengario 12.

Nel 1904 Formigoni comunica al Sindaco che inizierà la sua attività di produzione di cera per calzolaio in via Ciro Menotti n 4, presso Eligio Casarini.

Alla fine del 1922 (e fino al dicembre del 1925) fece parte della prima giunta fascista del Comune di Carpi:
Sindaco: Avv Salesio Schiavi. Assessori effettivi: Tommaso Benassi (avvocato, «combattente»), Giuseppe Bertolazzi (medico veterinario, «fascista») (mio nonno n.d.r.), Clodo Feltri (ragioniere, «fascista»), Luigi Gilioli (industriale, «mutilato»); assessori supplenti: Mario Formigoni (industriale, «fascista») e Giuseppe Govi (esercente, «mutilato»).

Successivamente trasferì la sua attività sotto il Portico di San Nicolò, dove mostrava i suoi prodotti in vetrina, tra essi il lucido nella scatola tonda gialla in tre diversi confezionamenti a seconda del peso.
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Ecco nel 1927 la pubblicità del lucido da scarpe di Mario Formigoni che si vendeva al mercato in Piazza Carpi, ma c'era anche la possibilità di avere un prodotto per pavimenti e mobili; il testo è umoristico ... quasi da sproloquio.

Il Formigoni faceva pubblicità anche con dei manifesti; il contenuto era simile a quello dell'inserzione sopra riportata. Lo stile non si distaccava da quello degli imbonitori da fiera di paese.
“La festa di una industria carpigiana” è il titolo di un poster con il quale la ditta Mario Formigoni pubblicizzava, sempre nel 1927, la presentazione del “Lucido-Vernice per Mobili in legno e in ferro”. L’appuntamento per tutta la cittadinanza era solennemente fissato per il 9 aprile di quell’anno in piazza Vittorio Emanuele, con un’esposizione e vendita accompagnata dalla Banda di Carpi, da una jazz-band. Ma non bastava, per presentare ed elogiare le qualità dei prodotti Formigoni era stato ingaggiato anche il Sig. Asturio Pozzi, definito il “re dei reclamisti”. Egli avrebbe decantato, “colla ben nota eloquenza i pregi del nuovo insuperabile prodotto”.
Sembra di sentire il… “Venghino, siori, venghino!

Ma anche il fido incaricato Cavazzoni, detto Giuliòun, era poi sempre presente nei lanci pubblicitari e dietro all’improvvisato banco ambulante presso furgoncino della ditta; egli sarebbe stato là … di sicuro … al suo solito posto al mercato in piazza a Carpi al giovedì e nei giorni festivi a vendere il famoso e rinomato lucido, anche nella variante vernice.

Giuliòun era niente meno che rappresentante e uomo di fiducia di Formigoni … pèinsa mò tè ècch ditta potèinta! Chi poteva mancare a un simile importante appuntamento.
La scatlèina dal lusster Furmigòun la gh aviiva al cuèerc' stampèe cun 'na graan furmiiga néegra in simma su sfondo giallo (la scatolina tonda del lucido Formigoni aveva un coperchietto giallo con sopra stampata una grossa formica nera).
La scaatla èd laata dal Lusster Furmigòun
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1927 Cartolina commerciale della Ditta Formigono
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Giorgio Maccari (Carpi) ricorda la grida pubblicitaria che veniva urlata al mercato per richiamare la clientela al banchetto di Formigoni:
Dèint èd vèec’ e balutòun!      (Denti vecchi e ballottoni degli occhi!)
Piir, pèerṡegh, fiigh e mlòun!  (Pere, pesche, fichi e meloni!)
Dònni, dònni a gh è al Lusster Furmigòun!
                                                (Donne, donne c’è il Lucido Formigoni!)

Era un’antica grida pubblicitaria che derivava dei fruttivendoli ambulanti che passavano col carretto e i sighèeven luungh al cuntrèedi:
Dèint èd vèecia e balutòun,
Piir, pèerṡegh, fiigh e mlòun! 
I pirèin cun la surprèesa,
al savòun èd mèerca Gaal...
Dònni, dònni gnìi a cumpràar!"

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Marco Giovanardi (Carpi) ricorda che usava questi coperchietti come finali per il gioco dei telefoni collegati con lo spago. Un gioco in effetti molto interessante che in modo rudimentale trasmetteva le vibrazioni tramite il filo teso. Il coperchio bucato, col filo assicurato con un nodo. fungeva sia da microfono che da altoparlante.
Il gioco del telefono
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La Ditta Formigoni non limitava la sua produzione ai lucidi da scarpe, ma mise sul mercato anche una portentosa cipria.

1930 ca – Pubblicità della Cipria Fiori d'Emilia della Ditta Formigoni
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Parole, frasi e modi di dire in dialetto

È interessante notare che in dialetto carpigiano lucido da scarpe si dice senz’altro lusster da schèerpi, ma per l’aggettivo “lucido” si usa anche luccid ad esempio nella frase: Tirèe a stucch luccid per indicare una persona vestita con eleganze e che ha curato alla perfezione tutti i particolari del suo abbigliamento (tirato a stucco veneziano).

Oppure al gh à i òoc’ luccid per occhi lucidi dalla commozione, ma al s è lustrèe i òoc’ , quando un uomo guarda con soddisfatta attenzione una bella ragazza che gli passa davanti.
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Tornando a furmigòun, in carpigiano, ci si può riferire a colui che sitto sitto, piàan pianèin, con la più assoluta discrezione, fa i propri interessi in amore e in affari, mentre in tanti smaniano inutilmente, ottenendo così ottimi successi di vita; gli altri, i concorrenti, a un certo punto se ne accorgeranno, ma sarà troppo tardi.


Al furmigòun è colui che vedi uscire una sera con quella ragazza meravigliosa (Sì! Proprio quella! Maledizione!) a cui in tanti… troppi… avevo teso con i più svariati espedienti. Lui, col fascino del misterioso, con uno sguardo di solito sfuggente, ma a brevi tratti intenso e ben diretto, con una mezza parolina al momento giusto, lontano dalla confusione, aveva vinto. E tè t ii lè cóome un deficìint a magnèer t al fiddegh!!
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Ecco infine c’è un altro tipo èd Furmigòun, conosciuto col nome scientifico di formica grandior virginalis atque perniciosa.
Meglio evitarne il contatto, anche se negli ultimi tempi si vede molto meno in giro.

Un bèel Furmigòun! Va mò là!
*O*

L’omino del lucido Brill

Per completare i riferimenti al lucido, a Carpi, ma anche in tante altre zone, si usavano le frasi come al solito ironiche e a presa in giro: “Te m pèer l umèin dal lusster!” oppure “Te pèer l areclàam del lusster Brill!” Mi sembri l’omino del lucido o il personaggio della sua pubblicità.

Ci si riferiva allo strano omino del lucido da scarpe della ditta Brill, che era vestito di tutto punto e si guardava le sue scarpe lucidissime. L’omino evidenziava una sua particolare eleganza, che però alla fine dei conti non convinceva troppo. Il commento serviva burlarsi di una persona piccola di statura, insignificante, ma sempre curata e con certa pretesa eleganza.



Al péer la reclàmm dal lusster (mi sembri la pubblicità del lucido da scarpe). Negli anni ‘30 e ‘40, infatti, la pubblicità del lucido Brill puntava sull'immagine di un omino di aspetto ridicolo.


L’omino del lucido Brill

Franco Bizzoccoli (Carpi) conferma l’interpretazione del significato del modo di dire e ci racconta anche le caratteristiche necessarie, perché potesse essere pronunciata la frase “Te m pèer l umèin dal lusster!
Erano tre:
1)   una persona la duviiva spianèer un sindrèer o un spulvrèin nóov (doveva indossare un impermeabile nuovo);
2)   avéer al schèerpi lusstri (avere le scarpe ben lustrate);
3)   indossare il cappello tipo Borsalino.
Se poi il personaggio era anche piccolo e mingherlino… il contesto era perfetto.
Te m pèer l umèin dal lusster!
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Il tabacco del Moro

In questa sede di sostanze e odori forti merita una nota anche il tabacco del Moro.
Talora si sente minacciare qualcuno con la strana frase:
“A t al daagh mè al tabàach dal Mòoro” o anche Mòrro (con la doppia erre per accentuare la violenza dell’atto)! Ti do io il tabacco del Moro !
Un modo di dire che è presente a Carpi, Modena, Milano e in tante altre zone d’Italia.
Significa: Ti do un sacco di meritate botte! Adesso ti sistemo io ! Te le dò di santa ragione per una giusta punizione! Può anche significare l’aver subito una pesante sconfitta: l à ciapèe al tabàach dal Mòoro !
Quindi è possibile che anche la severa intimazione..."Oooh Mòoro... stà chièet! (Ehi amico! Stai quieto!) potrebbe derivare anch'essa dal tabacco del Moro.

Il tabacco del Moro in confezione moderna
È un modo di dire che deriva da un'espressione francese “passer à tabac, che il nostro dialetto ha personalizzato con una famosa marca di tabacco trinciato da fiuto o da pipa, fine e costosa, appunto "Il Tabacco del Moro". Ciò a differenza di quelli che, arrivando dalle piantagioni spagnole centrali e meridionali, si chiamavano come i paesi d'origine.

Dalla rivista francese "Beaujolet" apprendiamo: Dans le langage maritime, un "coup de tabac" était un violent coup de vent qui risquait d'abîmer le bateau. Ensuite, au XIXe siècle, le nom "tabac" a pris le sens de "volée, coup". Sa racine "tabb" signifie "battre, frapper". "Passer à tabac", veut donc dire frapper violemment une personne.

Questo tabacco provocava sensazioni orali decise e prendeva nome dal disegno di un giovane Moro sulla confezione, probabilmente da uno degli schiavi che lavoravano nelle piantagioni di tabacco in America
Ma c’è anche chi interpreta la frase in questo modo: trattandosi anche di tabacco da masticare, per il suo gusto forte e pizzicante, poteva rappresentare … un pugno … proprio in bocca.
Curiosamente, il detto, noto in vasti territori, a Casirate, in provincia di Bergamo, prende la seguente variante: "T al dó mé al tabàr dal Moro - ti do io il tabarro del moro, cioè un sacco di botte. Tabarro… dunque, non tabacco… e il Moro era un omaccione che portava sempre un bastone con sé nascosto sotto il tabarro!





Schèerpi vèeci da lustrèer




Carta intestata della premiata Ditta

1926 – Pubblicità della Ditta Formigoni tratta da un numero unico di quell’anno “La Painèela”-

Al lusster Furmigòun veniva venduto nelle piazze nei giorni di mercato, in attesa di trovare una più ampia diffusione commerciale su più ampi territori. Una strategia che però non ebbe grande fortuna.

giovedì 21 luglio 2016

La Bella Carpi - Prefazione a Rospi e Farfalle di Gigi Filiberti - di Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano.



prima stesura 24-06-2016                               v16 del set  2016
La BELLA Carpi
Prefazione a Rospi e Farfalle di Gigi Filiberti
di Mauro D’Orazi


Parlare di Gigi Filiberti è parlare di una icona di Carpi. Di un’immagine che la rappresenta, per tanti aspetti, per almeno una trentina d’anni.
Riflettere sul mondo carpigiano di Gigi Filiberti significa riflettere su una parte substanziale della nostra grande e, a un tempo, piccola città. Mi lascerò guidare, come sono aduso, dal Libero Pensiero e dalla ricerca oggettiva e introspettiva di quanto ho vissuto e visto in questi anni, mischiando, del tutto consapevolmente, i miei ricordi personali di vita e piccole illuminazioni.
La Carpi del boom economico, del “posso e voglio”, del benessere diffuso, della Dolce Vita al Bar Roma, delle strade in periferia con decine e decine di piccoli laboratori artigianali conto terzi. La Carpi dell’orgoglio di uscire dai penosi anni della Guerra e della forte aspirazione di riscatto dalla povertà antica e diffusa, intesa fino ad allora come uno “stato delle cose”; a gh éera i sgnóor e i puvrètt! Difficile poter cambiare classe, a parte la batosta della Quota 90, che ridusse, all’inizio degli anni ’30, tanti benestanti e possidenti a disperati poveretti, spesso costretti a emigrare all’estero e nelle colonie. Fino all’Ottocento sarebbero stati definiti “poveri vergognosi”, ossia che non volevano mostrare i segni, evidenti e noti a tutti, del decadimento economico.
Conosco bene questa dolorosa storia, perché la famiglia di mia madre, i Bertolazzi, l’hanno vissuta nella sua massima drammaticità. E da una situazione privilegiata, si ritrovarono in uno stato di disperazione nera e totale. A tale proposito mi piace SIMBOLICAMENTE ricordare, che, vivendo in un periodo irripetibile, sono passato (1953-59) da un lurido cesso in comune in lavanderia a Palazzo Gandolfi in Corso Fanti 40, a ben tre bagni nel 2000. Penso che mai più potrà ripetersi per me (ma anche per tantissimi altri) una conquista del genere.
Carpi dopo il 1945 era una grande lavagna su cui progettare, un quadernone su cui scrivere nuove idee da realizzare, un secchio e una cazzuola con i quali costruire la cosa più ambita: una casa propria! Una bella scommessa! Un sindaco comunista, Bruno Losi, ma capace e lungimirante, ebbe l’intuito di agevolare l’iniziativa privata, da quella minuscola a quella che divenne strutturata e imprenditoriale.
La tradizione del truciolo, un’industria consolidata e fiorente fino agli anni ’20, riprese fiato rinnovandosi con la maglieria e le confezioni. (Non è storicamente proprio è vero, ma è la vulgata comune, pazienza!)
All’ inizio degli anni ’50 la “macchina” si rimise in moto e, cosa importante, a gh n éera pèr tutt! Si improvvisava, si otteneva un aiutino dalla banca, che allora aveva i funzionari locali che conoscevano la gente di cui potevano fidarsi, si cercavano i clienti nei modi più fantasiosi e tenaci. Insomma a s èggh dèeva da tóoren.
È in questo contesto, già consolidato nei suoi elementi più basilari, che troviamo figure come Gigi Filiberti, che univa alla voglia di fare, ingegno, fantasia, capacità imprenditoriali. In molti hanno successo… e tanto… e come conseguenza esplode anche la Carpi del bon vivre, che si esplicherà in città e, con grandi viaggi ,in Italia e nel mondo.
Ecco allora il Bar Roma, in Piazza, pieno di nuovi ricchi carpigiani, serviti dai migliori camerieri di sempre in giacca bianca, come la famosa panna montata a banco della signora Nelve. I nomi dei “tre moschettieri” erano: Gianni, Alcide e Valerio, a cui si aggiunse il quarto, l’allora piccolo Donato, ora al bar Tazza d’Oro. Voglio esagerare: se non fosse stato per la carenza di acque salmastre per un attimo al Bar Roma ci si poteva illudere di essere in Piazza San Marco a Venezia.
Fra gli anni ’60 e ’70 davanti al Bar Roma fioriva un parcheggio a quattro ruote di altissimo rango: Maserati, Porsche, Jaguar, Mercedes, BMW e anche qualche Ferrari, marca quest’ultima di super prestigio, ma stranamente NON al top degli acquisti dell’arricchito carpigiano. Strano, ma è così!
I giovani magliai si incontravano per l’aperitivo, si raccontavano e si vantavano delle ultime imprese produttive, parlavano eccitati e divertiti di gioco d’azzardo, di donne da night, “altine e perdute” (cit. canzone da Lucio Dalla), contese a suon di bigliettoni in aste improvvisate, con offerte a puntiglio all’estremo rialzo.
Cominciarono a vedersi sul rialzato della Piazza anche le prime grandi moto che iniziavano a essere commercializzate in quegli anni: Honda, Kawasaki, ecc… Indimenticabile la prima Kawasaki 500 azzurrina a tre cilindri di Paolo Tarabini.
Per me e i miei amici, più giovani di circa 15 anni di questi ruggenti Leoni carpigiani, era un continuo sberlucciare con ammirazione, stupore e invidia.
Pensavo, con una piccola smorfia e un sospiro profondo: “Starà anche me! Mi toccherà prima o poi!” e, malinconico, davo gas al mio modesto motorino Daina Matic 50 cc. che mi ero guadagnato faticosamente in famiglia, grazie alle incerte promozioni liceali.
Ebbene con le moto ci sono arrivato abbondantemente, con le auto… quasi. Anche se ho dovuto affidarmi al più economico usato e sempre qualche anno dopo di quando sarebbe stato necessario.
Gli aneddoti dei ruggenti Leoni passavo di bocca in bocca, si diffondevano e diventavano… leggenda. Leggende che ancora oggi rimangono nelle memorie di chi ha vissuto quel periodo e quei luoghi, anche di chi le ha ascoltate con stupore.
Gigi si pone perfettamente in questo milieu, ma senza raggiungere eccessi provinciali e pacchiani. Vive bene, apprezza le belle cose, gode di quanto di meglio sia possibile, ma con misurata signorilità e con consapevole saggezza. Non penso che abbia mai comprato libri a metro, una casa spicchio sul mare o, entrando in locale con tutti i posti occupati, indispettito da sì tanta lesa carpigianità, abbia ringhiato: “Mò ‘sa còssta la baraaca!”, o schiacciando, con la grossa Mercedes, la Fiat 500 di chi gli aveva appena rubato il parcheggio… “Al mònnd l è di fuureb!” “NO! Caro al mè umarèel… L è èd chi gh à di béeṡi!
Gigi, direi che rappresenta a pieno la seconda generazione del boom carpigiano, coloro che praticavano e realizzavano la filosofia epicurea del carpe diem, o meglio… carpidiem anni’70.
Anche lui, come tanti altri, ha attraversato momenti alti, ma anche momenti drammatici, quando tutto il prezioso risultato del passato sembrava sfumare, svanire…
Salvò il salvabile e si diede a un’antica vocazione, quella della Cucina con la C maiuscola; e dopo aver trattato milioni e milioni di capi, si mise a spadellare, a cuocere, a perfezionare e inventare squisite ricette. Insomma un Grande Cuoco, molti anni prima delle attuali orride mode televisive.
Anche in questo campo ha ottenuto un indiscusso successo, pur tenendo presente che accontentare i carpigiani al ristorante è impresa fra le più difficili.
Gigi ha poi trovato la vena dello scrittore e compone libri di cucina: non freddi ricettari, ma pagine intrise di vita vissuta e goduta. In essi traspare la gioia e la soddisfazione di fare… di realizzare le cose belle e buone per se stesse e per se stessi, ma nel contempo anche per gli altri.
In questa sua ultima fatica letteraria racconta la BELLA Carpi, con luci e ombre: la città che ha vissuto profondamente fino all’ultima della sue cellule vitali.
Chi leggerà queste pagine avrà un quadro della BELLA Carpi che è, più che nei nostri ricordi,… nel nostro cuore.
Incombe però una frase di Marx, che citerò con una leggera e maliziosa integrazione: a godere del Capitale non sarà il capitalista, ma il figlio o, aggiungo io, il nipote… s a gh in sarà armèeṡ… obvius!

Il libro servirà agli storici di domani a capire quel particolare momento sociale e ai braghèer d incóo (curiosi odierni) per stare… informati.

Saranno più i Rospi o le Farfalle? All’attenta lettrice e al complice lettore l’arduo responso.
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Piazza chiusa, piazza aperta? Carpi - dialetto carpigiano - Mauro D'Orazi



prima stesura 14-06-2016                                    V10 del 14-07-2016

Piazza chiusa… Piazza Aperta
                                                                         di Mauro D’Orazi      
CINIK!!! Movimentiamo un po' il dibattito... Qualcuno giustamente dirà: "Piazza chiusa / Piazza aperta! Che palle! Basta!" - Ma se ne discute da trent'anni... semplicemente, perché il problema NON è risolto e si aggrava di anno in anno… vedi chiusura del Caffè Teatro ("Adesso il teatro è tutto nostro!!! è di tutti!" vomitò qualche sempliciotto in quella triste circostanza!). Sapete… che io sono contro la Piazza chiusa fin dal 1981, e anche oggi in certe ore o stagioni la aprirei senza pietà (ad es: d’inverno dalle 18 in poi), a dispetto degli ecologisti pedestri, che la vogliono chiusa e poi se ne stanno a casa d'inverno col culetto al calduccio, invece di venirsi a rinfrescare di sera in dicembre e gennaio sul tiepido porfido, vietatissimo al traffico e al parcheggio anche nelle stagioni più fredde. La ns orgogliosa e vana Piazza è affogata in un penoso, cupo, buio deserto. Ma che bella… la Piazza deserta e gelida! Che naturalmente "é di tutti!" È di tutti, mò a n gh è nisuun! Mò ch meraviia! Mò ch belèssa! Chissà cosa succederebbe se la aprissimo d'inverno dalle 18 poi in accordo coi gestori dei locali? Però, però... ATTENZIONE… Però volevo anche sfatare e sottolineare un aspetto NON vero e cioè che la Piazza sia frequentata solo da... stanlòun. È Falso. Falsissimo. A n s contèmmia mia dal ciavèedi. La frequentazione della Piazza, soprattutto al pomeriggio e verso sera, è garantita da inani pensionati soci INPS carpigiani di genere maschile, (invento… biaasa-dopraans) momentaneamente cacciati di casa da mogli disperate dalla pesantezza dei consorti: ”Tóot di pèe e va a fèer un giir in piaasa! Bóorsa t en ii èeter!” 
I consumatori in piazza
I tapini siedono mummificati sulle panchine, o stanno incollati alle selle delle loro bici, o al più si accomodano sui gradoni gratuiti del pronaos del Teatro, semmper cun la biici sòtt òoc’, per via ch iin la cèeven. Forse a causa delle basse pensioni sociali INPS, o forse più semplicemente per "pellismo atavico acutizzato", non spendono mezzo euro, né tanto meno consumano al bar, o nei negozi. (I gh aan al catuèin cun al tralèedi). Controllate ciò che ho scritto! Dèegh 'n òoc' a la Piaasa al dopraans! Controllate pure se non è vero! In Piazza manca la Carpi che spende, che consuma, che vuole farsi vedere col gomito fuori dal finestrino dell’auto potente (acquisto che a quanto pare non è proibito dalla vigente normativa, ma che suscita invidie feroci. Vedasi il “mio famoso paradosso” della Ferrari: In tanti tengono la Ferrari nelle corse - ORGOGLIO ITALIANO -, ma se poi ti vedono in Ferrari in Piazza, sempre in tanti ti odiano ferocemente, dimenticandosi che la ragione sociale della Ditta Ferrari è… strano… ma va? … di vendere auto alle persone…). In Piazza manca la gente che vuole incontrare altra gente VIVA! Cosa che per fortuna della ns città succede in corso A. Pio e in Piazzetta (magnificamente sistemati dal Comune), in corso Roma e via San Francesco (questi ultimi due meno male aperti al traffico). Allora (a parte gli eventi... ovvio… La Festa del Racconto, che é stata splendida, il Festival della Filosofia idem, il mercatino del riuso... idem, gli stand alimentari del patrono, ecc… idem) cos'è che non funziona in Piazza nei momenti normali, nel "tutti i giorni", cos'è che tiene lontana la gente dal luogo d'orgoglio della ns città?
Ai contemporanei l'ardua analisi e la difficile sentenza! 

martedì 19 aprile 2016

Vita da umarel - Vìtta da umarèel - Mauro D'Orazi dialetto carpigiano carpi modena

Vìtta da Umarèel a cura di Mauro D’Orazi
Tratto da uno scritto di Monica Malaguti (Bologna).
Versione tradotta e completata in carpigiano da Mauro D’Orazi della reṡdóora con marito appena andato in pensione… un fapèes fóora misuura.
Ecco la lamentazione narrata in prima e dolente persona.
A s lèeva la matèina, al mé guèerda stralunée e pò al diis: “Sa fèmmia incóo?”
E mé: “Mò sa vóot ch a fèmmia? Dai mò deṡc-iulètt e va fóora a fèer un girtinèin!”
Al tóorna dòop gnaanch ‘n’óora e al diis:
“Magnèemia?”
“Mò sa vóot magnèer? Iin a gli unndeṡ!”
E lò: “Parcèmmia?”
“Parèccia puur!”
Al parèccia e al giira dedsà e dedlà sèinsa rechie e pò:
“Adèesa magnèmmia?”
A m viin da sighèer! Dio bunèin!
A s maagna ch a n è gnaanch meṡdèe.
Ind al dóo al taaca la sóolfa ‘n èetra vòolta: “Adèesa sa fèmmia?”
“Va mò a fèer ‘na durmidèina… pèr Dio!”
A s lèeva ind al quaater e al taaca subitt!
E mé: “Va mò fóora, va al baar! Va a fèer ‘n èeter giir! Va a vèeder al porfiid èd la piaasa! Va a fèeret tusèer a la Casèerio! Insòmm tóot di maròun, bóorsa!”
Ind al siinch al riiva a ca. “Magnèemia?”
In ‘n uraari da uspidèel andèmm a sèina.
“Sa gh è pèr televisiòun?”
E al me fa ciucièer ‘na partiida èd caalcio èd Serie C, aanch se dòop siinch minuut al spigòosa insimma a la pultròuna, sèinsa vèdder gniinta.
A déeṡ e mèeṡ l è già bèlle a lèet e al ròunfa cóome un manṡètt tutta nòot…
Mé a n iin pòos più e un èd chi dèe ché a scòopi dabòun!

lunedì 21 marzo 2016

La più antica foto veduta di Carpi - dialetto carpigiano - Mauro D'Orazi

La più antica foto veduta di Carpi 1858
di Dioneo Tadolini - fotografo ambulante di Modena

una mia importante scoperta su materiale noto a Modena dal 1997
andate
al link di Voce di Carpi

http://www.voce.it/it/articolo/1/cultura/la-piu-antica-veduta-di-carpi


per avere il file completo con la ricerca
scrivere a dorry53@libero.it
:)



venerdì 29 gennaio 2016

Al garùll - Il garullo - storie di cocomere a Carpi - Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano

                            Prima stesura 8-10-2015                                                                      V20 del 13-06-2017
Al garùll   il garullo

Considerazioni micro-filosofiche e un po’ di storia locale
sulla deliziosa parte centrale della cocomera
di Mauro D’Orazi

Se il 18 aprile del 1948 il Fronte Popolare (PCI + PSI) avesse vinto le famose elezioni politiche, anziché per fortuna la Democrazia Cristiana, i comunisti certamente, come primo provvedimento per arrivare a una vera uguaglianza sociale, avrebbero preso la drastica decisione di abolire o comunque vietare tassativamente la preparazione e la vendita del garullo delle cocomere (uso la parola al femminile, anche se in italiano non è proprio corretto).
Certamente chi legge queste righe si chiederà cos’è questo garullo; questo garullo vocabolo in effetti esiste e non è la mia italianizzazione della efficace parola del nostro amato dialetto garùll.

Luigi Anceschi (Carpi) ha assistito alla presentazione del mio libro “La Ruscaróola Tre” il 15-05-2016 e così annota, contesta ed eccepisce al mio incipit a forte effetto: “IO C'ERO. Ne è valsa la pena, bella gente e anche qualche vecchio e giovane trombone. Mancavano IMBENI e BIZZOCCOLI (+2015) - (Imbèin & Biṡòochel). IMBENI (informato da FLORIO Magnanini) scriverà su VOCE un'altra MALDICENZA contro D'ORAZI e BIZZOCCOLI dirà che non c'era perché stava navigando nei MARI del SUD con un equipaggio di aborigeni cannibali, ecc… Ma la chicca a mio avviso è stata l'affermazione di Dorry che "se nel '48 avessero vinto i COMUNISTI, avrebbero subito ABOLITO IL GARULLO”. Mai menzogna fu più grande perché: 1) i COMUNISTI vincitori avrebbero convinto tutti che erano GARULLO anche la SCORZA, i SEMI ed il PICCIOLO delle cocomere; 2) nel tempo necessario a formare il GOVERNO COMUNISTA e il GARULLO sarebbe sparito (assieme alla melonaia), perché mangiato dai DEMOCRISTIANI.”


Il dizionario del dialetto carpigiano Ori – Malagoli del 2011 così descrive la parola:
Garùll s.m. 1 gheriglio. 2 parte centrale, cilindrica di cocomero o di forma di parmigiano: al garùll dla cucòmmbra l è sèinsa rumlèini - la parte centrale del cocomero è priva di semi, al furmàai d garùll l è più dóols èd quèll aṡvèin a la gròssta - il formaggio della parte centrale è meno salato di quello vicino alla crosta.

Per la tematica che voglio trattare dunque il garullo non è che la porzione al centro della cocomere, la parte più buona, senza le romelle nere, il boccone più succulento e prelibato. Lo zucchero imbianca la pasta rossa e la rende a dir poco deliziosa al palato e alla gola se consumata fredda nella opprimente calura estiva padana.
Il resto della cocomera è ben poca cosa al confronto e la qualità peggiora via via che ci si avvicina a un altro bianco della scorza tngnissa (coriacea) e insapore.

In senso figurato, metaforico, il garullo rappresenta il MEGLIO del MEGLIO.
La porzione d’eccellenza, tipo al pcòun dal prèet, il boccone del prete, che è la furia del pollo arrosto.
L'espressione boccone del prete ha più significati. Con questo termine si denomina la parte più prelibata del pollo, ovvero il "sottocoda", per esaltarne l'importanza.
Questo modo di dire risale al Medioevo, quando solo il clero e l'aristocrazia potevano concedersi certe pietanze che, quasi sempre, venivano ricevute in dono dai contadini obbligati a dare ai Signori i migliori capi di bestiame.
I cuochi del mare chiamano boccone del prete quella ridotta, ma squisita porzione del pesce considerata guanciale del pesce, che si trova in prossimità degli occhi dell'animale.
L’uso della parola garullo, nella comune lingua parlata delle nostre zone, è abbastanza diffuso e viene sempre pronunciata, quasi a mo’ di battuta, con il sorriso sulle labbra.

Ad esempio anche l’ass Simone Tosi nel 2010 in un suo intervento in Consiglio Comunale a Carpi, nel presentare e sottolineare il punto centrale di una proposta di deliberazione, usò appunto in modo studiato e sapiente la parola garullo, ottenendo la totale e piena attenzione totale dei presenti, che capirono immediatamente la valenza della strana parola.

Io ho un ricordo indelebile sul garullo legato al vecchio Piero Bencivenni (detto Benci).

1964 Piero Bencivenni all’opera nella sua baracchina al Parco

Benci in un lontano passato girava al Parco col suo carrettino con la stecca di ghiaccio, lo grattugiava con l'apposito attrezzo e lo metteva in un bicchiere con sopra lo sciroppo dal gusto che si desiderava. Poi aveva messo su un chioschetto in muratura dove vendeva i Gelati all'inizio della Via Dallai di fianco all'entrata della ex Magneti Marelli, circa dove adesso c'è la Banca e la Pizzeria Re Artù. Poi dopo lo smantellamento del chioschetto, d'estate al Parco delle Rimembranze vendeva le cocomere e d'autunno vendeva le caldarroste. Al suo pensionamento gli subentrò il figlio maggiore Gianfranco (Gianni), che trovò una tragica fine in Piazza Martiri il 25 aprile del 2011.

Per decenni d’estate presso il Parco delle Rimembranze veniva allestita una baracchina della rinomata famiglia dei Bencivenni. Sedie, tavoli, tovaglie quadri, un barile d’acqua con rubinetto per lavarsi mani e labbra, un asciugamano a righine bianche, rosse e verdi, poi sostituito dal un rotolone di carta, garantivano una comoda e cordiale accoglienza nelle calde serate d’estate.
Piero Benci era un omone alto e robusto con due baffoni di tutto rispetto, serviva i clienti indossando un grembiule con la pettorina.
Serviva con arte gli accaldati clienti con grande maestria; era dietro un bancone con alcune fette già pronte, appena tagliate, che testimoniavano la rossa bontà del prodotto, che veniva offerto. Vari coltelloni erano appoggiati sul piano, pronti alla cruenta operazione di ghigliottinamento della cucurbitacea che doveva essere sacrificata di lì a poco, dopo che era stata… palpeggiata (pat… pat!), sculacciata (sciaff… sciaff!) e con la nocca della mano… bussata (toch… toch!) per intuirne la perfetta maturazione.
Se il suono è sordo: La sòuna bèin! Suona bene!
***
A tale proposito occorre notare che mentre al melone a s nèesa al cuul per sapere se è maturo, per la cocomera i dati esterni per sapere l’esatta maturazione sono sempre stati un mistero.
Oggi i coltivatori si basano su questi parametri empirici legati ai sintomi che accompagnano la maturazione del frutto. La maturazione si avvicina quando:
– la pruina, quella patina cerosa che riveste il frutto e lo rende impermeabile, inizia a scomparire in modo graduale;
– il tipico colore che caratterizza il guscio esterno dell’anguria inizia a sbiadire leggermente e la buccia a contatto con la terra inizia a virare dal verde al giallo;
– il viticcio situato sulla parte opposta del peduncolo che tiene il frutto, inizia a disseccarsi.
***
Qualche cliente arrivava in baracchina e chiedeva un intero frutto, Benci pescava nel barile ghiacciato la cocomera più in fondo e più fresca.
Si praticava la procedure dal tasèel per vedere se l’esemplare prescelto era maturo al punto giusto e s al ne ghìiva di magòun, se non aveva dei nodi fibrosi, delle imperfezioni. A n gh è gnìinta èd péeṡ che ‘na cucòmmbra immaguèeda! Non c’è niente di peggio di una cocomera immaginata!
Con un piccolo coltello affilato, con precisione chirurgica, si praticava un’incisione a base quadrata, che poi si sviluppava in una piccola piramide a punto alta una decina di centimetri.

Un tasèel, un po’ sovradimensionato

All’estrazione della piramide con la base verde, poi bianca e con la punta rossa, seguiva qualche secondo silenzio assoluto!
Occhi espertissimi controllavano, scrutavano la scala cromatica; si annusava il rosso!
Anche il cliente esaminava… piegandosi leggermente in avanti…
Finché non arrivava la sentenza: “L’è pròunta!‘Na cucòmmbra èd Serie A!”.
Si tappava il buco, reinserendo il tassello e via…

Ma… osservando meglio il bancone, notavo un misterioso e lucente cilindro di alluminio lucente, vuoto all’interno e con un bordo in fondo affilato. Il diametro di questo pezzo di tubo poteva essere attorno ai 15 centimetri per un’altezza di 40. Io scherzosamente lo chiamavo il… garullatore.

Piero chiedeva al cliente di turno: “Vóo t ‘na fètta o al garùll?
Spesso se una persona era benestante sceglieva la seconda opzione che costava quasi il doppio.
Allora Benci prendeva una cocomera in fresco, la soppesava, la metteva sul piano dopo aver tagliato il picollo in alto e il culetto in basso. Il tubo veniva appoggiato sopra e con un colpo secco… TRAAFF… veniva affondato per tutta la lunghezza del frutto.
Al cucumbrèer, il maestro cocomeraio, estraeva il tubo e subito dopo da questo il prezioso contenuto… un rosso cilindro di cocomera, senza traccia di semi e con venature più chiare di zucchero. ERA IL GARULLO!
Un vero cibo degli dei, per chi poteva permetterselo. Veniva tagliato in quattro parti, prima per il lungo e poi a metà.

E i puvrètt? Bè… i gh l ivèen in cal pòost, cóome sèmmper! Infatti si dovevano accontentare del residuo; fette con la buccia, meno dolci e con tante romelle.
Peggio per loro, mò al mònnd l è semmper stèe divìis in duu!

Un altro segno di distinzione alla baracchina dei Benci, fra signori e poveretti carpigiani, era lo scegliere fino agli anni ‘60, come dessert o rinfrescante nelle canicole serali, tra meloni e cocomeri; i primi più cari e i secondo alla portata di tutti, essendo più a buon mercato, tranne l'esclusivo garullo.
***
Altri ricordi legati al garullo.
Maurizio Malvezzi (Carpi) ricorda: “Da la Titta e Scarciòof, a la fiin èd corso Roma, al garùll al custèeva al dòppi. E s t èe gh dmandèev: - Èela bòuna? -
It rispundiiven: - L’è frèssca! –“.

Marco Giovanardi (Carpi): “A la barachiina, al garùll l èera tutt protèet da ‘na ridèina. Mò a psiiva capitèer ch al gnìiss vèec... S te capitèev al mumèint giùsst i t al dèeven a prèesi da saldi fine stagione!”

***
Dunque è corretto prendere il garullo come veritiero simbolo delle disuguaglianze sociali ed è per questo che nel 1948 un governo popolare lo avrebbe certamente proibito.

Cari lettori… al garùll a pièes a tutt! Così come si bramano e concupiscono, solo per fare alcuni esempi: una bella donna o un bel ragazzo, una Ferrari, un Rolex, o un vestito di Armani o di Blumarine.

Ma al garùll è un privilegio che probabilmente ha sentito il tempo e forse per una sorta di pudore è andato via via scomparendo.
Anche perché negli anni del boom praticamente tutti i carpigiani se lo potevano permettere e più nessuno si poteva accontentare di comprare una fetta monca della sua parte migliore… ma quando mai? E poi il vento del ’68 ha contribuito a spazzare via piano piano anche la tradizione del garullo.

E così le ormai poche bancarelle di cocomere che ancora esercitano, fra incongrue tasse e assurde coercizioni sanitarie, come l’obbligo di un cesso con lavandino, servono solo fette intere e non mutilate… ma a carissimo prezzo,
Forse l’unico campo dove si è arrivati alla perfetta eguaglianza… spendendo.
***


Anni ’90 – in una calda serata estiva di luglio, Elio Bacchelli, Giuliano Casarini e altri amici, seduti ai tavoli della baracchina di Gianfranco (Gianni) Bencivenni al Parco. Foto Alcide Boni


2009 - un primissimo piano di Gianfranco (Gianni) Bencivenni
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Ecco alcuni splendidi ricordi della scrittrice carpigiana Rosella Tagliavini legati alle cocomere e al garullo, pubblicate nella sua rubrica settimanale “In cornice” su Voce di Carpi. Ringrazio lei e il direttore del settimanale Florio Magnanini per la gentile concessione.

Voce di Carpi del 25 LUGLIO 2007 - IN CORNICE –
La percezione del caldo
di Rosella Tagliavini
...
Quando era caldo ai tempi di mia nonna la cose erano molto più semplici di adesso. Faceva caldo e basta.
Quando veniva quasi sera si mettevano sotto il bersò e se ne stavano a sventagliare anche con le sottane nere, e proprio quando non se ne poteva più si pensava a una bella fetta di cocomero comperata da Bencivenni. Di quelle nostrane, non di quelle allungate che sono costumate dopo. Non presa dal cassone bianco attaccato alla luce elettrica, ma presa da dentro il pozzo o da dentro la botte con la stecca di ghiaccio. Lucida di bagnato, la cocomera si faceva spaccare con un colpo dopo aver perso il caldo della melonaia, dopo aver subito gli schiaffetti che la tastavano come ottima, dopo aver immolato il suo cuore al disco tondo del garullo. Non è che le cocomere non ci siano più, anche loro hanno cambiato casa e le baracchine sono davvero meno...
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1946 – i fratelli Bencivenni nella loro baracchina al Parco
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Voce di Carpi del 1 LUGLIO 2012 - IN CORNICE –
Cuore di cocomera
di Rosella Tagliavini

È un frutto incredibile. Se non fossimo abituati ad averlo sotto mano potrebbe essere un frutto delle favole. Grosso, grossissimo, non so se ne esista uno più grosso. Non cresce su di un albero, ma per terra, dove la terra non sa dare tanto di importante, dove l'acqua non è tanto abbondante, lei, la cocomera nostrana, dà acqua in abbondanza a chi ha sete e non ha appetito in queste giornate qui. A estraniarsi dal consueto vengono fuori cose da favola. Nostrana è bella tonda, quelle americane, invece, sono allungate, meno dolci e meno delicate nella polpa. Mi ricordo lo scandalo delle prime che arrivavano a invadere il mercato. Bianca, rossa, verde, la cocomera è contadina, patriottica, padana, proletaria, storica, affettiva. Gonfia la pancia e fa fare la pipì, percorre, fresca, tutta la nostra vita. “Non mangiare anche il bianco che ti fa male!”, mi dicevano a casa. Ma io la mia fetta me la volevo succhiare fino in fondo e tutta quanta e farla durare al tempo i cui non erano previsti bis né porzioni grandi quanto la mia golosità. Bencivenni le teneva nella sua baracchina del parco che adesso è abbandonata. E non le teneva nemmeno dentro il frigorifero, ma giusto nella botte col ghiaccio a stecche. E bisognava farsi furbi a chiedere quella fresca che l'avesse messa giù da un poco e non da soli dieci minuti. A volte te lo diceva: fresca l'ho finita. Andare alla baracchina faceva serata e Gianfranco Ascari vinceva la gara di numero incredibile con quel poco che potevano costare e quando costarono cinquecento lire il pezzo non ci andò più, perché era un ladrocinio. Sarebbero venticinque centesimi neanche. Spesso la cocomera la si mangiava in giardino sotto il bersò nelle sere come queste qua che non le ha inventate la meteorologia nominalista, ma ci sono sempre state. E anche a Rovereto, che li ringrazio per tanto riscontro, loro, che si vede non sono avvezzi a essere nominati, a Rovereto me la ricordo scelta sul campo a tasti, schiaffetti, bussate e rigirate. Poi messa nel secchio e giù nel pozzo che stava davanti alla casa che è andata giù. Ma più mi ricordo l'invito a mangiarla come si deve, non a pezzetti e col coltello, ma con la faccia dentro che i semi ti devono entrare dentro le orecchie e la faccia si deva bagnare con tutto il muso. Adesso, invece, la cocomera la mangio con coltello e forchetta e i semini neri li levo con la punta accuratamente e non li sputo a gara chi li manda più lontano. Ora, tutto questo fatto della storia della cocomera nasce da quella che si è comperata dal contadino e che è da tagliare. Così nascono le liti sul garullo e la mia tendenza ad avanzare verso di esso. Mi si accusa del fatto che mia madre, ai tempi di Bencivenni, si permetteva il lusso di comperarlo. Succedeva cosi: dopo aver scelto il frutto giusto con attenzione da esperto venditore, lui Benci, dava la cimata di sotto e di sopra, così il rosso si evidenziava e già da lì potevi capire se era giusta o immagonata, senza neanche il bisogno di sfregiarla con il tassello. Poi prendeva il cilindro lucido e tagliente e lo premeva giù. Così estraeva il cuore prezioso da vendersi a caro prezzo. Ci restavano, da vendere a meno, fette accorciate, piene di semi neri in file fitte. Così succede che, quando taglio fette di cocomera, tendo a barare sforando il centro della sfera per farmi una fetta più alta delle altre e conquistare la metà preziosa. E lui si lamenta, che sono come mia madre.
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1976 – In questa foto di Alcide Boni è ritratto Pietro Bencivenni
seduto al Caffè Milano in piazza a Carpi
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Jenner Meletti (Fossoli) - Giornalista di Unità e Repubblica:  "Io da bambino e ragazzo ho mangiato sempre e soltanto il garullo. Al ritorno dalla raccolta – facevo anche al spicadóor (colui che staccava e raccoglieva le cocomere per poi essere immesse sul mercato) – sul carro si spaccava un cocomero appena crepato e dunque non commerciabile e si teneva solo il garullo. Io a quelli della baracchina nel Parco non volevo troppo bene, perché, quando ad esempio le cocomere venivano vendute a 10 lire al chilo, loro ri-vendevano una fetta di mezzo chilo a 100 – 150 lire.”

Voce di Carpi del 10 Luglio 2013 - IN CORNICE -

Questione di garullo
di Rosella Tagliavini

Tutto per una fetta di cocomera. No, dice, tu non la tagli la cocomera, che non sei capace. Io!? Io non sono capace di dare l’avvio alla cocomera!? Brividino di rabbia e fuocherello di indignazione al limite del chi credi di essere e come ti permetti, ma molto contenuto per tutta l’educazione poco meno che inglese che ho. Io che possiedo una tecnica studiata alla moviola fin dalle origini del problema e dell’esistenza del taglio della stessa, dallo scegliere la coltellina abbastanza lunga e appuntita avendo osservato dal vero i gesti di Bencivenni alla baracchina del parco. Allora se le teneva, le cocomere, dentro la botte col ghiaccio e andava a pescare le ultime sul fondo battendole e sculacciate affettuose solo se eri un cliente conosciuto, altrimenti te le dava calde. Io che ho visto come si muove il coltellaccio a decapitare cima e fondo, dischi tricolore, ma solo un poco, per farla stare dritta colante di succo dolce, senza scoppiare crepe. Io che ho visto buttare giù il cilindro di alluminio bordo tagliente per estrarre il garullo compatto e privo di semi. Una volta tirato su lo strumento, mi sembra di ricordare che lo dividesse in quattro con una sezione diagonale e una verticale giusto sul diametro che sapeva calcolare a occhio. Ne uscivano quattro pezzi must, più costosi di ogni altro pezzo, più croccanti e totalmente privi di semi da sputare, o di magoni da scartare. Naturalmente si poteva fare solo con i frutti grossi e nostrani, non con i piccoli o le americane che erano snobbate da tutti. Era, appunto, una questione di garullo. Per via di quel tassello di molti anni fa. Siccome mia madre si permetteva di comperare fette da garullo, io, secondo lui, non sono giusta nella divisione delle fette. Non ho una visione paritaria della distribuzione, accetto disuguaglianze, organizzo parti privilegiate che non tengono conto dei diritti degli altri. Insomma, nella cocomera, non sono socialista e a lui, poi, tocca pareggiare il taglio prendendo dalla parte bassa. Così in cucina ci va lui a tagliare la fetta rigorosa. Ma, siccome non è poi, si vede, così facile, torna indietro e mette davanti alla Ra un pezzo di frutto poco più su della doppia fila di semi tutti da levare. Quella lo guarda e gli dice il suo, che quella porzione lì, non giusta per niente, se la mangi lui. Il fatto è che, per natura, l’anguria non ha una forma regolare di sfera, ma pende, è schiacciata, matura coricata per cui ha una faccia bella e una faccia brutta e acerba e così non è facile ridurre quanto è naturalmente storto e non perfettamente sferico, a spicchio regolarissimo. Così, ridendo, si finisce a offesa perché non è lecito ridere di chi crede in quello che dice e non riesce a vedere un altro punto di vista. Come il valore relativo della fetta o il fatto che si può compensare diversamente, o che si può essere generosi e lasciare a un altro una porzione più preziosa quando a noi non ne derivi un danno grosso. Così, la parabola della cocomera e del garullo potrebbe tradursi in un invito alla tolleranza dei piccoli altrui egoismi e alla generosità o anche solo al calcolo di quanto conviene o no arrabbiarsi per poco.