giovedì 9 ottobre 2014

Buky e i ragazzi dell’Oratorio - Carpi - dialetto carpigiano - Carpi - Bucchignoli



Nel 1979 Florio Magnanini, allora direttore di Tribuna (settimanale di Carpi) raccolse questi ricordi di Buky, Giuliano Bucchignoli (n 1946), che ricorda le sue avventure di ragazzino spericolato e sprudintèe.
Le vicende narrate si erano svolte in alcuni oratori cittadini e naturalmente al Parco nella stagione estiva. Ne esce un quadro vivo e veritiero del clima di allora: bande, avventure, azioni spericolate o malandrine, ecc… che hanno caratterizzato la vita di moltissimi ragazzini fino anni ’60.
Io ho appena sette anni meno di Buky è già le cose che ho vissuti io direttamente erano in parte cambiate; il boom economico e un aumentato e più diffuso benessere avevano già un po’, un pochino, addolcito i rapporti fra adolescenti.
Ecco la narrazione del nostro scavezzacollo.

Buky e i ragazzi dell’Oratorio

Ti mancava sempre qualche cosa che gli altri avevano e c'era sempre qualcuno che poteva fare le cose che tu non potevi fare.
Fra il '53 e il '60 stavo in via Battisti: una famiglia povera in un quartiere di poveri. Mio padre faceva il muratore sotto la I.E.C.A. mentre mia madre andava a rigovernare in casa di altre famiglie. Fin da quando avevo sette - otto anni mi ero creato la fama di uno scavezzacollo, di un caso difficile, ma mi comportavo come tanti altri ragazzini nelle mie stesse condizioni, cioè senza un soldo, di quella povertà che c'era in abbondanza in centro a Carpi, in Cantarana, in Borgofortino, in curta Santa Chiara, in via Meloni. Eravamo quelli che crescevano e si istruivano nella contrada, che si trovavano all'oratorio o nelle canoniche di San Francesco e San Nicolò, al Parco d’estate, che venivano iscritti al patronato scolastico, perché la famiglia proprio non ce l'avrebbe fatta a mandarli a scuola. Quelli, insomma, che d'estate diventavano la parte più consistente delle varie colonie organizzate dai preti o dal comune e che d'inverno, alle scuole elementari Fanti, si ritrovavano tutti nelle medesime sezioni con le lettere spaventosamente alte: Prima H, Seconda G, Quinta M.
Già, la scuola! Tutta Carpi andava alle Fanti e le classi straripavano. Ne ho conosciuti di ragazzi, anche perché a passare le elementari ho impiegato sette anni. Con me, ma anche con Forti e Campioli, i maestri erano duri, cattivi, al punto che a qualcuno di loro anche oggi restituirei un po' dei tanti ruchètt (rocchetti) che mi hanno rifilato.
Stesso trattamento all'oratorio, dove ci trovavamo tutti, non certo per vocazione religiosa, ma perché c'erano i bigliardini e il campo da calcio e dove Don Nino Levratti ogni tanto mi lasciava andare una di quelle sue sberle... Ero uno dei più irrequieti, insomma. Ma all'oratorio mi piaceva di più che a scuola, perché c'erano meno divisioni e di lì ci passavano tutti, anche i figli di papà.
1955 ca - Ragazzini carpigiani in partenza per la colonia - in fondo la corriera pronta per la partenza

Era lo stesso ambiente che trovavo in colonia. Credo di essere stato uno quelli che hanno fatto più colonia, a Carpi. l miei mi mandavano via alla fine di giugno e tornavo a settembre e non mi venivano mai a trovare. Ma io stavo bene ugualmente e mi divertivo da morire quando vedevo gli altri, quelli i cui genitori venivano una volta la settimana, che quando il papà e la mamma se ne andavano si mettevano a piangere come dei disperati.

Anni ’50 Colonia elioterapica a San Martino Secchia
Sì, perché in colonia non c'erano solo quelli come me, ma anche ragazzi che stavano bene e che le famiglie mandavano via per abituarli a vivere con gli altri, per staccarli dalle sottane della mamma o della nonna. La differenza era che loro qualche soldo ce l'avevano sempre. Le ho fatte tutte, le colonie: sono stato via con Don Tassi e con il Comune, San Martino Secchia, a passo Rolle e a Ponte Marano. Non si pagava niente e mi sono sempre trovato bene.
Ricordo gli scherzi tremendi che facevamo agli handicappati che già a quei tempi provavano a inserire fra gli altri ragazzi. Non erano robe da perversi: solo scherzi pesanti.
Il mio regno però era l'Oratorio dell’Eden in via Santa Chiara. C’erano Campioli e Giorgio Maccari, Luciano Turchi che stava in Castello e quelli del Pallamaglio, con Alfredo, Aristide (fióo dla Maria Ruṡnèinta) e Medardo, da Cantarana veniva Ivan Baracchi. Era il nostro porto, il punto di partenza per le scorribande a Carpi. Sì, scorribande da ragazzini sia ben chiaro. Si andava a fare arrabbiare Don Enea, fregavamo i trucioli di ferro dalla fonderia vicino al parco, si rubava da Brani (nota ditta di rottami ferrosi) e gli si rivendevano gli stessi pezzi che gli avevamo sottratto buttandoli fuori dal muro del depositi, ci infilavamo dentro al cinema Corso senza pagare il biglietto. Mangiare e fare qualche soldo per avere quello che avevano gli altri: non so dire quanti ritagli abbiamo fatto fuori alla pasticceria San Nicolò, mentre uno di noi teneva occupato Camillo per comprare tre paste, o le caramelle che si grattavano dai tabaccai.
Quando arrivavano le giostre si stava dietro a Claudio Vecchi (figlio del noto e ricco magliaio Solferino “Solfato” Vecchi) che veniva sempre fornito di cento lire e di gettoni: in quel che modo si riusciva ad approfittarne anche noi.
All'epoca della vendemmia era una festa: c'era l'assalto ai trattori che sostavano in viale De Amicis carichi d'uva e in attesa di entrare alla Cantina Sociale. Qualche grappolo e per la sera i sughi erano assicurati.
Vita di strada: sempre quelli, sempre la stessa banda. Gli altri ragazzi, quelli che stavano un po' meglio e che al pomeriggio dovevano "fare il compito" per la scuola, non venivano. Era perché non ne avevano bisogno, o forse perché i genitori stavano bene attenti a che non entrassero nelle "cattive compagnie". Ecco, io ero una "cattiva compagnia"!
Per conto mio, poi, vendevo le frittelle di Cantòun prima di andare a scuola e qualche volta anche il pomeriggio; erano soldi che mi tenevo io, tolti quelli che davo al padrone. Così anche quelli che tiravo su andando a dare il buon anno. Era la mia specialità e certe famiglie benestanti, ricordo in particolare la Maria Nora (una delle prime magliaie di Carpi), era come se mi aspettassero.
Il Parco, d'estate, prima di essere deportati in colonia, era una vera riserva di caccia, per me e per la banda dell'oratorio. Lì arrivavano anche da altri quartieri e venivano i ragazzi che d'inverno non si vedevano mai in giro. Loro si compravano la palline di vetro e noi gliele vincevamo al sèerc (al cerchio) o a picc’ e spaana (a picchio e spanna), dove eravamo autentici maestri.
C'erano le mode, anno dopo anno, al Parco: una volta erano i pattini a rotelle, un'altra le cerbottane, un'altra ancora le macchinine a pedali o le manie di collezionare i faciutèin (le figurine) o i cuercìin (i coperchietti metallici a corona) delle bottiglie. E noi si riusciva sempre a intrufolarci, a procurarci le stesse cose degli altri: quasi sempre con l'inganno e qualche volta a sberle.
l capi? Qualcuno ce n'era di capi riconosciuti: lvaldo, per esempio. Non aveva doti particolari: era semplicemente uno che si attentava. Attentarsi voleva dire saper fare i tuffi alla Lama e andare sott'acqua, buttarsi dal terzo piano di una casa in costruzione e centrare il mucchio di sabbia che c'era sotto, non aver paura a scazzottarsi anche con i più grandi, essere scappato davanti a un vigile o averle prese da qual che contadino per furti di mele o di uva o essere stato inseguito per tutto il Parco da Giovanni Righi, che faceva il custode."

La fine del gioco delle palline - Parco di Carpi - Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano



Stesura iniziale 6-9-2014                    v04 del 08-09-2014

La fine del gioco delle palline

Verso la metà degli anni ’70 lentamente, ma inesorabilmente il gioco delle palline cominciò a scomparire; negli anni ’80 cessò definitivamente. Difficile stabilire una data; non ci fu un’ordinanza del Sindaco o una spietata legge nazionale: altri divertimenti e passioni più moderne si stavano imponendo.
Se poi aggiungiamo che qualche maestra e genitore ansiogeni temevano l’ingestione delle sferette da parte di bimbi voraci dallo sfintere troppo stretto, avremo un quadro del crudele destino dal nòostri vèedri, dopo oltre mezzo secolo di onoratissima attività.

Mauro Vignoli (Carpi) ha partecipato all’ultima fase e ricorda che nel 1980 circa si giocava ancora al Parco nei pressi dell'ospedale dentro alla vasca vuota dei pesci (che ora non c'è più), quella fatta a esse.
Per le forniture non c’era più il banchino ambulante, ma i distributori di palline a moneta proprio al bar del Parco (oggi Ristorante Clorofilla), inoltre c'erano anche delle macchinette che, con grande abilità, si doveva fare scorrere la biglia in un percorso insidioso di fori, senza che fosse inghiottita dagli stessi. Se si arrivava al traguardo, si vinceva la biglia. La più ambita era la cosiddetta "pancetta", una pallina di ceramica con striature rosastre

Già nei capitoli precedenti ho accennato al tramonto dal bucìini, ma per entrare ancor meglio in questa fase e spiegare questo cambio d’epoca e costumi, riporto un capitoletto del libro “Non c’è più vino” di Gianfranco Imbeni e Florio Magnanini.
Il libro è del 1991 e la chiusura dell’epoca delle palline viene fatta risalire a 17 anni prima, quindi nel 1974. Questa data, se non la cessazione, indica almeno l’inizio dell’inevitabile declino. Questa data potrebbe, a posteri, segnare uno spartiacque fra due evi storici. Lo noto con ironia, ma… fino a certo punto.
Ecco il brano di Imbeni e Magnanini.

La banda della piazzetta

Diciassette anni (1974 n.d.r.) orsono i nostri bambini giocavano ancora a palline. Erano sferette di vetro a venature multicolori (non più, ‘ovviamente, quelle antiche di argilla dipinta) che venivano messe in movimento con il “cricco”, una propulsione determinata dallo scatto dell’unghia del pollice nel contatto con la falange superiore.
del dito medio. Esattamente da diciassette anni a questa parte, quelle “vetre” sono sparite dalla ludologia infantile. Le hanno sostituite mille altri interessi indotti da genitori, maestre, doposcuolisti, cappellani di parrocchia e dal glorioso “Corriere dei Piccoli” che in edicola va esaurito nel giro di poche ore e che pare essere diventato il portavoce ufficiale delle industrie di giocattoli nonché dei “cartoni” giapponesi (realizzati vergognosamente al computer) diffusi dalle reti televisive berlusconiane. Un convegno, tenutosi nella nostra città, ha “evidenziato” l’infelicità dei nostri figlioli, definendoli “belle addormentate” in balia di famiglie superattive, super tecnologizzate e super programmate.
Gli adolescenti sono sovraccarichi di responsabilità, quali noi nemmeno immaginavamo, alla loro età, durante gli incubi più atroci. Esercitano quasi tutti un doppio lavoro. Seguono i corsi della scuola dell’obbligo e - in nove casi su dieci - frequentano corsi musicali, palestre, scuole di danza, di canto, di scacchi, di fotografia.
Le bimbe pettinano le bambolette “Barbie” con l’occhio al proprio futuro di stiliste. I maschietti sfrecciano sugli skate-board oppure montano pazientemente modellini di Ferrari Testarossa radiocomandati predisponendosi severamente a futuri immancabili compiti manageriali. A nove anni conoscono perfettamente le proprie caratteristiche psico-morfologiche che li indirizzeranno a uno sport piuttosto che a un altro. Sanno tutto sulle quotazioni del mercato dei giocattoli; comprano e vendono (e non per finta) con l’abilità consumata dei concittadini adulti. In classe (lo rivela un insegnante della media Alberto Pio) non si alzano dal banco nemmeno per il quarto d’ora di ricreazione: se ne stanno seduti, sbocconcellando una merendina e sfogliando attentamente dispense di divulgazione scientifica. Insomma, un disastro.
Ma c’è, per fortuna, la Banda della Piazzetta. E la conoscono bene gli abitanti e i bottegai degli edifici che le fanno corona. Non è una banda alla maniera tradizionale, beninteso. Non è omogenea, compatta e gerarchizzata, non si identifica con il rione né ha la pretesa di rappresentarlo. E non si contrappone a gruppi di altri quartieri. Non scatena battaglie, non conosce riti di iniziazione, non elabora e persegue piani cavallereschi di conquista territoriale. È, anzi, una banda aperta e flessibile, mobile ed eterogenea. Ma c’è e si manifesta, pur osservando rispettosamente le regole e le norme di stampo elvetico che presiedono alla convivenza co-munitaria. Da qualche tempo ha anche le caratteristiche della banda interrazziale e sovrannazionale. Gli indigeni carpensi si mescolano al negretto del Ghana, all’irrequieto e chiassoso bambino di Santo Domingo, alla francesina figlia di ex emigranti, alla venezuelana ospite della Casa della Divina Provvidenza, al giapponesino della palestra di judo. Persino i cinque bimbi cinesi del ristorante La Grande Muraglia, che stanno sempre insieme, si uniscono talvolta agli altri.
Il gioco della palla, fortunatamente, non è proibito in Piazzetta, e la polizia municipale perdona persino, a carnevale, qualche lancio di mortaretto. I richiami ad alta voce, gli strilli, gli scoppi di risa improvvisi, non sembrano turbare più di tanto il silenzio dei condominii all’intorno, almeno fino al rientro degli inquilini dai lunghi turni di lavoro. Addirittura è possibile assistere, sotto il portico del lato orientale, nell’alto palazzo che fu un tempo l’albergo Venezia, al rito dei “tiri in porta”. E se il pallone va a sfiorare talvolta una Bmw Turbo parcheggiata accanto, il rimprovero si esprime nel semplice scuotimento di testa del pensionato in transito.

Saffo Bocchi - direttrice elementari Fanti - Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano - Carpi



Prima stesura 07-10-2014                                                                           v12 del 10-10-2014

Una Direttrice per amica
Saffo Bocchi

di Mauro D’Orazi

Piccola biografia introduttiva – Prof.ssa SAFFO BOCCHI, nata a Rolo (RE) 10-7-1906 deceduta a Carpi il 17-9-1998; è stata Direttrice (con la D veramente maiuscola) dal 1950 al 1969 delle scuole elementari Manfredo Fanti di Carpi.
Il 3 gennaio 1950 Saffo Bocchi venne nominata Direttrice didattica, ruolo che ricoprì con dedizione e impegno. Maestra per diversi anni a Fossoli e in altre scuole di Carpi, ha guidato la scuola elementare in un periodo di difficoltà, ma anche di grandi speranze, in cui cominciava ad affacciarsi una nuova generazione di maestri, la cui formazione risentiva del nuovo clima democratico. Interruppe il servizio prestato in qualità di Direttrice a Carpi il 31 dicembre 1969, per subentrare nel ruolo di Ispettrice, con sede di lavoro a Reggio Emilia.
1957 – La Direttrice delle Fanti Saffo Bocchi
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La professoressa Saffo Bocchi (soprannominata Ciampìin in famiglia) è stata la direttrice didattica alle scuole elementari M. Fanti di Carpi per quasi vent’anni; una figura epica per le scuole di Carpi, così come la preside delle A. Pio Wanda Bonizzi. Un personaggio rilevante e inconfondibile del punto di vista fisico, intellettuale e di costume d’antan.
Difficile per gente di Carpi della mia età non averla incontrata e notato la sua caratteristica figura.
Piccola, minuta, di rosso pelo, gambe corte e intrombonate, voce acuta, ma con un accentuato tono melodico inconfondibile, capellini vezzosi, vestiti spesso di colori vivaci che il fulgore della seta esaltava ulteriormente. Me ne ricordo uno di un verde smeraldo spinto, che provocava, artatamente, un delizioso pendant con il rame dei capelli.
Mente viva e lucidissima, aveva studiato filosofia e si era laureata, in un epoca dove per le donne non era certo facile raggiungere un simile traguardo. Una sua abitudine era quella di dare ripetizioni di filosofia a studenti liceali.
Si racconta anche che fu proprio lei, allora maestra, a impartire le lezioni di grammatica e di sintassi a Bruno Losi, atte a fargli conseguire l'attestato di studio indispensabile per legge (licenza elementare – saper leggere e scrivere) per ricoprire la carica di primo cittadino di Carpi, l'indomani stesso del 25 aprile 1945.
Era sempre aggiornata sulle cose del mondo e certo non arretrava di fronte a discussioni e disquisizioni, mostrando sempre spiccata personalità sull’analisi e la sintesi in relazione a vaste tematiche.
Signorina, non si era mai sposata; anche forse per non aver mai superato il dolore dell’abbandono di un antico moroso; una breve unione di sentimenti, che mi immagino casta e romantica, ma ahimè naufragata per colpa di chi meno se lo aspettava.
Era la zia della brava e preparata professoressa Jone Pasquini, che per ampi tratti culturali non era a lei dissimile.
Naturalmente era “la Direttrice” quando frequentavo le elementari alle Fanti di Carpi. La Direttrice per antonomasia!
Un curioso particolare: di fianco alla cappella di Santa Caterina della Sagra, sulla sinistra prima della porticina laterale, si era fatta riservare dal Comune un posto auto, dove parcheggiava la sua FIAT 600 verdina. Un cartellino segnalava: “RISERVATO alla DIRETTRICE”.

Una Fiat 600
Dire che guidava malissimo è un pietoso eufemismo; la vox populi narrava che avesse dovuto ripetere l’esame di guida pratica per ben sei volte; sulla teoria, invece, era andata un po’ meglio… ma dubito fortemente che abbia mai acquisito nel suo io più profondo i cicli Diesel e Otto.
Io ho frequentato “LaSaffoBocchi” (come diciamo noi carpigiani, tutt atachèe, tutto attaccato) negli ultimi anni della sua vita; ciò a causa di parentele comuni collaterali molto ben radicate nel “generone” della vecchia Carpi.
Mi convocava per telefono sulle questioni più varie: in primis per il rogito della sua tomba, che integrai più volte con lunghe e complesse postille, per consigli politici, per suggerimenti di vita vari e talora anche solo per sfogarsi delle dolorosissime perdite del giovane nipote e della giovanissima bisnipote.
Per un paio d’anni fui anche direttore dei cimiteri di Carpi e così ogni tanto, in base alle marette parentali in continua ribollente evoluzione, integrava, in mia presenza, il rogito della tomba di famiglia al cimitero urbano. In base agli ultimi “permali” escludeva o meno... l'entrata nella tomba a questo o quel familiare. La situazione non era mai stabile e il foglio bollato si era riempito di queste annotazioni, spesso in contraddizione coi testi precedenti.
Era chiaro che le postille apposte sulla sua copia del rogito, che io controllavo, vidimavo e timbravo solennemente, non valevano nulla, in quanto esse non erano ufficialmente registrate, ma… non c’era verso di farle intendere queste sottigliezze giuridiche, che svanivano di fronte alla fatale e suprema importanza dell’argomento; vedeva la cosa assolutamente come un’appendice del suo testamento.

Nei primissimi anni ’90 io ero in forte espansione all’interno del mio partito di allora, la D.C.; allora ero quasi molto potente (ironico) e per motivi congressuali le chiesi se potesse prendere la tessera. Lei testualmente riflette alcuni giorni e poi mi telefonò: ”Io non ho mai avuto la tessera di un partito, ma per te lo faccio; usala bene però!” Sottoscrisse, ma poi non feci in tempo a farla pesare, il partito saltò per aria prima!

Nel 2003, a 5 anni dalla sua scomparsa, il settimanale Voce di Carpi indisse un referendum per intitolare alcune nuove vie (oggi via delle Magliaie, ecc…) a donne importanti della nostra città; mi sembrò naturale pensare al suo nome e feci arrivare ben 367 preferenze (raccolte realmente con metodi al di sopra di ogni sospetto …) sulla Saffo, molte più della nota imprenditrice Maria Nora, ma fu inopinatamente cancellata, assieme alla magliaia, e nemmeno messe in classifica. Furono considerate, con bigottismo di sinistra, troppo… di destra!
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Spesso mi capita di ricordarla e di pensare al personaggio particolarissimo che era. Parlare con lei era come tornare indietro di 60 – 70 anni; si entrava in un mondo, retaggio di fine ‘800, che non esisteva più e che avevo trovato solo in qualche romanzo o sceneggiato televisivo.
Ma era il SUO… dei mondi possibili! Perché cambiare? Ci si trovava bene con la sua didattica, i suoi filosofi, le sue gioie, i suoi grandi dolori, i suoi principi.
In ogni caso la sua vita se l’è guadagnata con grande dignità.
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Le scuole elementari Manfredo Fanti e la Sagra, al centro c’era la dislocazione del posto auto riservato alla FIAT 600 della Direttrice.
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Graziano Malagoli (Carpi) rammenta bene quando anche lui andò a lezione di filosofia dalla Saffo, durante gli anni del liceo scientifico.
Ecco poi un suo ricordo particolare:
"Per alcuni anni ho abitato presso le scuole di Cortile. A mio padre, il maestro Arrigo Malagoli, che insegnava lì, era stato infatti assegnato un appartamento all’ultimo piano.
Siccome ero particolarmente vivace, una maestra, che insegnava ai bambini di prima, chiese a mia madre di lasciarmi andare nella sua classe, anche se avevo solo 4 anni e mezzo, così, tanto per darle un po’ di respiro, visto che c'era anche un fratello più piccolo che la mamma doveva accudire.
Un giorno venne a Cortile la Direttrice Bocchi, in visita alla scuola. La maestra, non avendo fatto in tempo a farmi uscire, fu costretta a dire alla Direttrice che ero il figlio del maestro Malagoli. La Saffo non fece alcuna osservazione e allora la maestra mi iscrisse nel registro regolare.
In seconda fui poi costretto a perdere l’anno per malattia: così in quinta potei sostenere l’esame di ammissione alla scuola media, cui si poteva accedere solo dopo i dieci anni.
La Bocchi aveva una sorella insegnante e rammento che disse a mio padre che la scuola doveva essere iniziata a 6 anni, non prima e che mi sarei trovato in difficoltà nella vita per avere trasgredito alla regola. Evidentemente in questo caso non ha avuto ragione.

venerdì 26 settembre 2014

La misstra Centiṡmèina - la maestra Centesmina - Mauro D'Orazi dialetto carpigiano - Carpi



stesura iniziale 17-1-2010                                      V03 del 16-09-2014
La misstra Cintiṡmèina
(Agnese Bassoli)
                                                                 di Mauro D’Orazi


Per dire centesimo a Carpi, oltre a centéeṡim, si usava anche il grazioso termine “centiṡmèin (o centeṡmèin)” = centesimino, dalla piccola dimensione della allora monetine di rame con la testa del Re. In questo contesto possiamo ricordare la figura di una maestra elementare (la sig.ina Agnese Bassoli) che insegnò a Carpi dagli anni ’30 in poi e che abitava in Bevdéer, in via Battisti; una donna benvoluta e di corporatura molto minuta, ma anche con seri problemi cronici di salute; la leggenda racconta che era solita contare, con caratteristico tintinnio, i soldini nel suo borsellino. Per questi motivi le fu dato l’affettuoso soprannome di Misstra Centeṡmèina (o Centiṡmèina, o Cintiṡmèina). I suoi alunni avevano anche creato una filastrocca su di lei; ci sono pervenuti da Gianfranco Imbeni solo questi frammenti:” La Misstra Centeṡmèina / còn trii méeter èd bragunsèina/ ch la s dà in faacia la farèina … ” … La Maestra Centesimina/ con tre metri di antichi mutandoni/ che si dà in faccia del belletto bianco …

La misstra Centiṡmèina (Agnese Bassoli)

Gilda Lugli (Carpi) ricorda: "La Centiṡmèina (Agnese Bassoli) era una mia lontana parente. Era una donna molto colta e intelligente. Viveva con due sorelle più giovani, tutte signorine; una si loro si chiamava Maria. Andavo a far loro visita accompagnata da mio padre Arrigo. Agnese, mi spaventava un po', perché il suo aspetto era un po' particolare. Aveva il viso bianco di cipria e i capelli molto cotonati. Mi regalava libri bellissimi.
Le sorelle Bassoli erano tutte basse di statura. Agnese, quando la mamma andava a far loro visita, stava tutto il tempo in punta di piedi, perché aveva il complesso dell'altezza. Mia madre era molto alta e lei non gradiva vedersela davanti in piedi. Appena entrava in casa le diceva: - Fernanda, sei troppo alta, accomodati a sedere! - "

Marco Giovanardi (Carpi): "Ooooh la misstra Centiṡmèina! Che personaggio! A volte passava anche da viale De Amicis. Era minuta e sempre vestita di nero, ma la sua caratteristica era che anche nelle giornate di sole portava l'ombrello aperto. Sèmmper da pèr lée, mai vista a ciacarèer cun nisùun.
E nuèeter ragasóo a gh ridiiven adrée - Mò csa faa la? ée la maata?... cun l'umbrèela avèerta quaànd a n pióov mìa? Mà!!

Gianni Manfredini (Carpi): ”Le sorelle Bassoli abitavano in Corso Cabassi, angolo via XX Settembre, sopra il forno di Rossini.”

Gianna Pagliani (Carpi): "Negli anni '50 io me la ricordo piccola, rotondina, sempre con l'ombrellino e la faccia bianchissima!”

Enrico Rancan (Carpi) ricorda: "La Cintiṡmèina era una nipote di una mia bisnonna. Era una delle tante sorelle Bassoli, maestra, sarta, impiegata alle poste. Quando contava i centesimi andava veloce come una macchinetta e per questo era detta Cintiṡmèina. Le Bassoli erano in tante: Agnese, Roberta. Venusta, Aldrovanda, Cornelia, Maria (sarta), Giuseppina, e Venusta (Nella). Poi c'erano anche i fratelli Odone e Romeo.”

Corrado Cattini (Carpi) ricorda che misstra Centiṡmèina è stata la sua maestra in 1^ elementare alle Fanti nel lontano 1938. Era una brava una insegnante, ma era davvero un tipo strano. Andava dietro alla lavagna per risistemarsi. Si aggiustava i mutandoni che le arrivavano coi merletti a mezza gamba e poi prendeva una piccola trousse e si incipriava il viso in modo molto evidente.


Alice Giovanardi (Carpi) - Sua madre Berni Maria era stata allieva dla la misstra Centiṡmèina. Nel 1927 la maestra aveva insegnato ai suoi scolari questa poesia a memoria:
"C'è un omino sotto un fungo
ed il tempo gli par lungo.
Deve andare assai lontano e ad un tratto dice -Ohibò!-
quando mai arriverò?"
Pare che l'omino fosse uno gnomo, ecco perché al stèeva sòtta al funnṡ!
Durante l'estate la maestra l'andava a trovare in campagna e con questo espediente tornava sempre a casa con la sporta piena di frutta e verdure. Per il tragitto sceglieva sempre fossati asciutti, perché pensava sempre di essere inseguita. Usava sempre tre dita di cipria e, essendo di bassa stature, indossava un cappello a tuba per rubare un po' nell'altezza.


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Monetine da un centesimo del Regno, detto anche bugnìin.

i buoni maestri Ivo Lodi e Ottorino Savani - Carpi Mauro D'Orazi- dialetto carpigiano





Prima stesura 10-09-2014                                                    V12 del 03-10-2014
                                                                                   
I buoni maestri: Ivo Lodi e gli altri.
 di Mauro D’Orazi

Nella vita bisogna anche essere fortunati! Io questa fortuna l’ho avuta in modo splendido nel mio percorso scolastico, godendo dell’insegnamento di maestri e professori di grande valenza culturale e umana. Non potevo sperare e chiedere di più.
Sono cose che fai fatica a capire da giovane, preso da tante pulsioni, passioni e voglia di vita da costruire, ma che ti ritrovi come patrimonio inestimabile negli anni successivi. Una ricchezza che ti consente di affrontare al meglio la tua esistenza, usufruendo di un potenziale di conoscenze davvero di gran pregio.
I “buoni maestri”, dunque! Persone generose nell’insegnamento che hanno vissuto la loro missione con vocazione e impegno, donando agli studenti il meglio di loro stessi.
Ho avuto la fortuna di avere questa serie virtuosa di persone che mi hanno fatto crescere, realizzando questi versi di Dante, che da sempre mi hanno affascinato e attratto:

“Considerate la vostra semenza,
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.”

Ecco il mio pregevole elenco personale: alle elementari i maestri Anna Maria Leporati e Ivo Lodi (e la direttrice Saffo Bocchi), alle medie i professori Giacomo Beltrami e Ione Pasquini (e la preside Wanda Bonizzi); infine al liceo i professori Bertina Benetti, Lando Degoli (sì! proprio quello del Lascia o raddoppia, un mezzo genio matematico e musicale, ma gretto umanamente), il grandissimo e amatissimo Ottorino Savani, il professore più amato di Carpi.
Da ciascuno di essi ho appreso cose bellissime e utili; la mia gratitudine nei loro confronti è sempre presente nei miei pensieri.
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Mi soffermerò in questa sede sul maestro Lodi; nacque a Carpi nel 1918 e ci ha lasciato nel 2007.
Il settimanale Voce di Carpi nel commemorarlo così ha scritto: Il 30 luglio se n'è andato Ivo Lodi. Aveva 89 anni ed era uno degli ultimi superstiti della gloriosa generazione di maestri elementari che ha retto i destini dell'istruzione pubblica a Carpi fra gli anni Cinquanta e Ottanta, quando la scuola elementare traeva giovamento anche da qualche apporto maschile. Prigioniero degli inglesi, durante l'ultimo conflitto; fu catturato a El Alamein nel 1942 e rimase prigioniero in Egitto; tornò in Italia solo nel 1946.
Univa la compostezza del docente rigoroso, severo e preparato all'ironia sagace e pungente del carpigiano Doc, attento e disincantato osservatore dei costumi e dei tic cittadini. Quando se ne vanno persone così, si perde tutti qualche cosa.”
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Col maestro Lodi c’era anche un’amicizia di famiglia di antica data; sua madre Carolina era grande amica di mia zia Valentina, quest’ultima la cara parente che mi aveva “tirato su” da bimbo, perché i miei genitori lavoravano entrambi.
Lodi viveva a Carpi in Via Andrea Costa 33; dopo la morte della madre, stava con due sorelle che gestivano un rinomato laboratorio di sartoria per signora nel loro appartamento al secondo piano; tutti e tre putti; per motivi vari, forse per amori finiti amaramente, forse per vocazione, avevano scelto di non sposarsi e di non avere figli.
Ivo era molto amante dei viaggi, della buona letteratura e della musica classica; condivideva queste passioni con il prof Ottorino Savani, il maestro Enzo Righi, l’ing Giuseppe Caffarra e il maestro di musica Silvestri. Commovente il suo impegno umano diretto nel seguire quotidianamente, fino all’epilogo, la terribile malattia distruttiva del suo grande amico Ottorino, anche lui non sposato e bisognoso di assistenza.
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Ivo Lodi fu il mio maestro alle Manfredo Fanti dalla seconda alle quinta elementare; MAI le chiamerò primarie! Sciagurato battezzo di mode pedagogico-nevrotiche che non comprendo.
Il primissimo approccio non fu dei migliori: nella verifica della nostre conoscenze, il primo giorno di scuola, scrissi l’8 con due cerchietti sovrapposti e non incrociando le linee; lui se ne accorse subito e mi riprese con decisione; io ci rimasi molto male, anche perché quel pomeriggio dovetti correttamente scrivere ben due pagine di quaderno con quella cifra.
Ma fu solo un momento passeggero e i rapporti con lui e il suo modo di insegnare furono davvero ottimi: io ero fra i tre migliori della classe con Lauro Zuffolini e Righi Giorgio. I componenti nostro terzetto erano sempre in competizione per arrivare al primo posto e superare gli altri due.
Il quarta ci fu un’elezione democratica a schede segrete per nominare il capoclasse; vinsi battendo i due avversari e mi insediai con una certa soddisfazione nell’ambita carica.

Le votazioni venivano espresse in “Bene”, “Benino”, “Sufficiente”, ecc… talora accompagnati da un più o un meno. Gli errori erano segnati con la matita rossa, quelli molto gravi con la matita blu.

I ricordi di quegli anni è vivo e tante immagini vi vengono alla mente.
Era bravo a insegnare, con una voce calda e chiara; durante le lezioni interpretava se stesso con misurata, ma concreta spinta. Si percepiva che aveva voglia di trasmetterci il suo sapere. Indimenticabile, mezz’ora prima della campanella, la lettura di un capitolo del libro Cuore di De Amicis. Io mi tuffavo dentro a questo mondo di tardo ‘800 o mi arrampicavo sull’albero della piccola vendetta lombarda.
E poi… quanto abbiamo disprezzato Franti per la sua crudeltà e amato Garrone per la sua generosità. Tutte cose oggi inammissibili in una scuola ipocrita del politicamente corretto a ogni costo.

Ci furono anche momenti tragici.
Quando mori Valentino (un bambino della nostra età, ma di un’altra classe, operato al cuore a Torino con esito infausto) andammo tutti al funerale, un pomeriggio in Viale De Amicis, guidati dal maestro che ci aveva spiegato il triste evento. Fu allora che ebbi il mio iniziale vero incontro con la morte, passando davanti alla bara aperta dello sfortunato coetaneo. C’è l’ho ancora davanti agli occhi. Avevo visto Mamma Nina, nel ’57 a quattro anni, ma non avevo capito bene.

Poi nell’ottobre del 1963, quando dagli altoparlanti presenti in ogni aula, di forma quadrata e di color marroncino installati durante il fascismo per diffondere concioni maschi e patriottici, si sentì la voce penetrante e nasale della direttrice Saffo che invitava i maestri a commentare la terribile strage della diga del Vajont. Per la prima volta vidi i giornali in classe, portati dal nostro maestro; pubblicavano in prima pagina le foto della devastazione. Ci fu chiesto di scrivere un tema su questi fatti e qualche mio compagno, in eccesso di commozione, scrisse pure digha con l’acca…

Quanto il maestro ci faceva fare i dettati, calcava oltremodo sulle doppie per farci capire meglio… “mammmmma”; successe che una mattina ci fosse da scrivere la difficile parola “soprattutto”; il maestro si sforzava oltremodo…  soprattttttttuttttttto. Io, saputello, all’ennesima declamazione, dissi forte: “Sì! Maestro… quattro T!”
Il risultato fu che qualcuno scrisse “soprattttutttto” e mi presi una sgridata per non essere stato zitto e aver condotti i compagni all’errore.

Rammento poi una bellissima dimostrazione del maestro sulla corrispondenza delle misure fra solidi e liquidi; sembrava impossibile che un decimetro cubo in ottone potesse contenere un chilo di acqua… eppure il peso che segnava la bilancia lo confermava. Lo avrei ricordato per tutta la vita.

L’esame di seconda, allora si faceva anche questo, lo superai alla grande, consegnando le quattro operazioni; primissimo con grande distacco da tutti e correttissimo nelle soluzioni.
Anche l’esame di quinta andò molto bene: solo 9 e 10. I risultati sarebbero però stati affissi solo i primi di luglio e io sarei stato al mare. Con mia madre andammo a trovare il maestro a casa sua per il commiato finale e per ringraziarlo complessivamente del suo lavoro dei quattro anni passati.
Messo a conoscenza della mia imminente assenza da Carpi, il maestro in un bigliettino scrisse i voti che avevo preso, li chiuse in una bustina e mi fece promettere che l’avrei aperta solo il giorno delle pagelle. Un impegno sofferto che però rispettai puntualmente, aprendo con ansia la bustina, assieme ai miei genitori, quanto era al mare. Ma ormai le scuole medie Alberto Pio mi aspettavano.
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Il maestro era solito seguire le carriere scolastiche e di lavoro dei suoi ex studenti; io di tanto in tanto lo andavo a trovare o ci fermavamo a parlare per strada.
Gli raccontavo le ultime novità e lui mi chiedeva di questo o di quello che erano nella mia classe.
Verso il 2000 la sua salute e quella della sorelle cominciò peggiorare; ogni volta che lo vedevo diventava sempre più piccolo, più gracile; il suo guardo tradiva una profonda tristezza. Lo vidi l’ultima volta davanti a Villa Richeldi con la sportina della spesa; era molto triste e sofferente. Aveva in tasca una busta con delle foto: erano quelle (poche) della nostra classe. “Le sto dividendo per darle ai miei ragazzi. Saranno spero un bel ricordo. Io ormai… “ E me le porse sorridendo con dolcezza e malinconia.
Non lo avrei più incontrato.
Grazie Maestro, per tutto quello che hai fatto per noi.
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Anna Maria Ori (Carpi) commenta: "Molto bello e molto giusto il tuo scritto sul maestro. Ho anch’io un bellissimo ricordo di lui, che conobbi quando ero in quinta elementare, perché teneva dei corsi di matematica insieme al maestro De Pietri (italiano) di preparazione all’esame di ammissione alla scuola media. Doveva essere il 1953. Inoltre le sue sorelle erano amiche di mia zia, quindi siamo sempre stati in contatto, lontano certo, ma importante.
Più tardi, quando ho cominciato a dedicarmi alla storia, ci siamo riavvicinati, e l’ho ammirato ancora di più, perché ho capito meglio quello che già mi aveva colpito da bambina: la sua cultura, il suo equilibrio, i multiformi interessi, venati da una tristezza (malinconia? – inadeguatezza? – forse la parola giusta è l’intraducibile Sehnsucht) che lui cercava di nascondere, ma che ormai era parte di lui. Una bella persona, da mettere tra quelle che non dimenticherò mai."
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Graziano Malagoli (Carpi) ricorda: "Il maestro Lodi, collega e grande amico di mio padre, è stato direi quasi parte della mia famiglia. Spesso veniva a trovarci o era nostro gradito ospite. Chiedeva sempre di noi tre ragazzi, di come andavamo a scuola (mio fratello Gianni è stato suo scolaro) e, in seguito, del lavoro che svolgevamo. Durante le sue visite raccontava dei suoi viaggi e ci mostrava le foto che immancabilmente scattava. Ci è stato sempre particolarmente vicino, al punto da sentirlo quasi come uno zio.
Sino ai primi anni ’50 per potere essere iscritti alla scuola media (c'era solo l'Alberto Pio) bisognava superare il fatidico “esame di ammissione”. A Carpi si erano formate coppie di maestri (uno per la parte letteraria e l’altro per la parte matematica) che davano ripetizioni finalizzate per agevolare gli scolari al superamento dell’esame e Lodi faceva coppia col maestro Mario Depietri, grande latinista; altre coppie erano Vascotto - Reggiani e Camurri - Righi). Manco a dirlo, quella di Lodi, era la coppia più ricercata dalle famiglie e i posti disponibili venivano presto esauriti.
Nel 2002 il Rotary di Carpi lo ha insignito di un riconoscimento che annualmente, da oltre trenta anni, viene consegnato ad un carpigiano particolarmente distintosi per la attività professionale svolta.
Del gruppo di maestri di cui Lodi faceva parte (oggi settembre 2014) uno solo è ancora vivo e vegeto: Enzo Righi, novantaduenne!

venerdì 5 settembre 2014

Dialetto carpigiano - l'importanza degli accenti - Mauro D'Orazi



Esempio  di grafia del dizionario di dialetto carpigiano Ori – Malagoli
Tavola esplicativa di Mauro D’Orazi “ad usum”  di duur èd comprendòoni   - 17-8-2014
Tòrr = torre
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/c/cb/Eglise_santa_Maria_in_Castello-Carpi.jpg/220px-Eglise_santa_Maria_in_Castello-Carpi.jpg
Tòor = toro
http://www.magazzinodellecarni.it/home/images/stories/toro/Toro5.jpg
Tóor = prendere

due di coppe con briscola denari - dialetto carpigiano _ Il senso dell'inutile nel dialetto di Carpi - di Mauro D'Orazi


Il due di coppe con briscola denari
- Il senso dell'inutile nel dialetto di Carpi - di Mauro D'Orazi*

settimanale VOCE di Carpi del 07 agosto 2014

Una persona inutile viene indicata generalmente con il termine bòun da gnìint, ma si può dire anche gnìinta. Curiosamente, per opposto a causa di un gioco di parole, spesso una persona del genere è anche un capàas ed tutt. Quindi un buon da niente capace, però, di tutto. Questa frase è usata soprattutto per indicare una persona cattiva o un delinquente, cioè inutile o dannoso per la società. Altre definizioni con significato similare sono bòun da ràader (buono da grattugiare come il parmigiano) e bòun da méeder (buono da mietere): queste ultime espressioni non vanno intese nel senso di farsi grattugiare o mietere (anche se molti le recepiscono così), ma piuttosto nel senso di essere capaci solo di subire azioni passive che non richiedono troppa intelligenza. Di una persona che conta poco o niente si dice che al vèel cóome al duu d còpp cun brìsscola denèer (o denèera) ovvero, vale come il due di coppe, carta notoriamente senza valore, quando c'è briscola denari, cosa che la rende ancora più inutile. Siamo nello stesso contesto di Al còunta cóome al duu a ṡughèer a masèin: conta come il due a giocare a mazzino, dove queste carte vengono tolte da subito dal gioco. Oppure si può anche dire che al còunta cóome un fiòoch in sìma a 'na brèta (conta come un fiocco sopra un berretto, cioè ha solo un valore decorativo o di facciata): locuzione che si può usare anche riferita a una cosa, o a una situazione, inutile. Un sinonimo di persona priva di valore è anche s-ciòop scarèegh (fucile scarico), o per tornare alle carte, 'na flìnnga (uno scartino), oppure 'na bòocia pèersa nel gioco del biliardo o delle bocce, forse anche in una partita di calcio. *** Se qualcuno ha un valore gerarchico molto basso, o infimo, lo si chiama sottcaldéera (sottocaldaia): il sottocaldaia era il largo piatto che stava sotto i bruciatori delle caldaie di una volta e che serviva a raccogliere la cenere. C'è gente che con falsa autocommiserazione, mista a cattiveria, invidia e malevola sopportazione di essere poco considerata (o meglio... giustamente reputata per quel poco che vale) si compiace di definirsi sottcaldéera... Ebbene... È vero! Lo sono certissimamente! Un altro termine per indicare una persona di scarso rilievo è fióol d famìa (figlio di famiglia, cioè piccolo, come un bambino), espressione questa che indica qualcuno con scarso o nullo potere decisionale. Anche fióola dla sèerva, oppure fióola dla schifóosa (figlia della serva o della schifosa), dla bidèela, dla Maria Rusnèinta e dal pòover Sottbèesmel rientrano nel significato del non contare nulla, al pari di durmìir da pée (o èd còo di pée, da còo pée vale a dire dormire da piedi, dalla parte inversa). *** Quest'ultima locuzione trae origine dall'uso e dalla necessità, un tempo assai frequente nelle famiglie numerose, di dividere il letto con più persone. Non c'era un normale posto per tutti e in particolare i più piccoli venivano arrangiati con la testa in fondo al letto per dormire, là dove normalmente trovano posto i piedi. Erano disposti in modo alternato, l'uno con la testa in corrispondenza dei piedi dell'altro, allo scopo di economizzare lo spazio. Tale positura, presentava non pochi inconvenienti per coloro i quali si trovavano, per così dire "da piedi" e cioè con il capo dalla parte opposta alla testiera del letto. I tapini, non fruendo dell'appoggio della medesima, finivano con il naso sulle estremità del vicino. Se, com'era probabile, a costui puzzavano esageratamente, oppure soffriva di flatulenze intestinali, i "da pée" ne potevano anche riportare traumi psico-fisici incancellabili per il resto della loro esistenza. Da questo costume è nata la convinzione che il dormire da piedi sia indice di scarsa perspicacia e ha dato luogo alla creazione del modo di dire: A lèet, a lèet a vóoi andèer, A letto, a letto voglio andare, tutt i Saant a vóoi ciamèer, tutti i Santi voglio chiamare, trii da còo e trii da pée, tre di sopra e tre da piedi, tutt i Saant i iin mée fradée. tutti i santi sono miei fratelli. Un bagàai, un lavóor, un giabanèin sono termini che in carpigiano possono significare cento cose; talora indicano, sentito il contesto della situazione e della frase, cose o situazioni di assoluta pochezza o mancanza di valore. Il bellissimo detto al còunta blisga e pò caasca (conta come scivola e poi cadi) denota un valore nullo di una certa azione che non garantisce nessuna stabilità. Quando si è in una situazione che non va, o meglio che è gestita male da qualcuno (ad esempio nel lavoro), si dice che a sòmm in maan a gniint (o gniinta), siamo in mano a niente. Oppure che a sòmm in maan a nisùun (siamo in mano a nessuno). *** Di analogo significato, ma di derivazione addirittura bimillenaria è la frase a sòmm in maan a Bacùss (siamo in mano a "Baccuzzo"). Per una situazione importante ci si trova putroppo nelle mani di una persona totalmente inaffidabile e certamente non sobria. Ma chi è questo Bacùss? Io non ho dubbi: non è altro che il dio Bacco, la divinità pagana delle libagioni e dei culti misterici dionisiaci greci e romani. Un'altra espressione tipica è a sòmm in simma a la còvva èd 'na léevra (siamo sopra la coda di una lepre), che indica lo stare in una situazione assolutamente precaria, ma anche il trovarsi in una situazione disastrosa o inutile. Con lo stesso significato della precedente, a sòmm tachèe a 'na tralèeda (siamo attaccati ad una ragnatela). A sòmm in 'na cartoliina o in un franchbòll (siamo in uno spazio ristretto) sta a significare siamo spacciati, finiti. La frase ha una tragica derivazione che era la comunicazione che arrivava alle famiglie per i caduti nella Prima guerra mondiale *** Un'azione inutile e senza degno riscontro, ci viene indicata con la frase l è cóome dèer un cunfèet a 'n èesen! È come dare un confetto a un asino; animale dalle tante qualità, ma che certo non è in grado di apprezzare adeguatamente il delicato dono alimentare. Analogo senso rivestono le seguentie espressioni: l è cóome dèer un sucarèin a 'n èesen (uno zuccherino). Fèer 'na puntuura in 'na gaamba d lèggn. Fèer 'na papèina in 'na gaamba d lèggn. Mètter un siròot in 'na gamba èd lèggn. Al còunta cóome l'aaqua èd mèelva. *** A una persona che tende, senza gli adeguati titoli, ad... "allargarsi" (espressione romanesca), si usa dire: Stà schiss, Stai rannicchiato, vóola baas vola basso e schiiva i saas. e schiva i sassi. Una frase carpigiana pronunciata da una persona indebitata e indigente nei confronti dei suoi creditori: Gniint a gh iiva e gniinta a gh ò Niente avevo e niente ho A pagaarò, quàand a gh n avrò Pagherò, quando ne avrò Restando alle insolvenze, quando uno, dopo un lavoro fatto, viene ricompensato con poco o nulla non può che constatare I m aan lasèe (miss) cun un saas in maan. Mi hanno lasciato (o messo) con un sasso in mano. Quando a uno viene lasciata da sbrigare una incresciosa incombenza, ecco l'espressione I m aan lasèe cun 'na brèesa in maan o cun la pàaina ind al cuul, ovvero mi hanno lasciato con una brace in mano o una paglia nel sedere. Quando poi uno è stato raggirato o sconfitto con fin troppa facilità può consolarsi riflettendo: I m aan ciavèe cun duu stècch (mi hanno fregato con due stecchi). E a completare il panorama dell'inutilità, ci sono poi delle compagnie poco autorevoli: la Cumpagnìa dla Bèela Ciòopa e la Cumpagnìa dal Fiil d Fèer Rusnèint o dal Filfaròun. Le compagnie della Bella Chioppa, del Fil di Ferro arrugginito e del Filoferrone: come dire, confraternite del tempo perso e di ben poco rilievo. *dalla ricerca "Tóor èggh misùra: prendere misura nel dialetto di Carpi e dintorni", con supervisione alla grafìa dialettale di Graziano Malagoli