Sono appassionato di cultura e dialetto delle ns zone - Carpi e la Carpigianità, Il dialetto e tutto ciò che viene da Carpi e zone vicine. Ho scritto vari libri le "Ruscaróola èd Chèerp " 1 - 2 e 3, "Scutmai" soprannomi di famiglia - "Ricordi a Carpi fra il 1953-45" e poi tanti articoli e ricerche. Non sono però uno stupido campanilista o un fanatico localista, ma aperto al confronto con amici e dialetti di zone vicine. la cultura, le tradizioni, il dialetto NON scompaiano dorry53@libero.it
domenica 13 settembre 2015
ÛLTUM A FÈRMEN E BÅN MÒS MÎ! sul gioco delle palline dialetto bologna - renzo bovoli
venerdì 7 agosto 2015
Cocomeri che Ruzzolano di Renzo Bovoli - dialetto bolognese
COCOMERI CHE RUZZOLANO di Renzo Bovoli di Bologna
Il Bar Camaldoli era posizionato proprio di fronte a via Ponchielli.
A quei tempi, attraversando via Toscana, si imboccava direttamente quella strada poco frequentata, che non era come adesso a senso unico e ci si imbatteva, a destra in un chiosco-gelateria e a sinistra in un prato enorme, lungo più di un campo da calcio e quasi altrettanto largo, con un’erba molto fitta e verde, che veniva intersecata diagonalmente da un sentierino formatosi con il transito pedonale in direzione della fermata del tram di via Toscana.
La illuminazione pubblica del tempo, lasciava molto a desiderare e, specialmente durante la stagione invernale, la zona si presentava proprio come una remota periferia.
D’estate invece, le luci al neon della gelateria si univano a quelle comunali e del bar e a noi sembrava di essere a Las Vegas.
Spesso, a metà serata, improvvisamente il nostro locale si svuotava di tutti i giovani che, attraversando via Toscana, si spostavano sulle poltroncine in zona gelateria.
Verso le 23.30, il gelataio cominciava a spegnere qualche lampada e quello era il segnale del via al controesodo. Ci comportavamo proprio come la fauna selvatica che compie, affidandosi al proprio istinto, migrazioni periodiche di massa.
Attualmente, purtroppo, eliminato il chiosco, questo spazio è adibito a parcheggio condominiale custodito, completo di sbarra di accesso e posti auto verniciati in terra nel grande piazzale: che tristezza!
Il pratone, che in seguito venne in gran parte acquistato dalle Suore della Casa di Cura Toniolo per raddoppiare la cubatura dello stabile e del giardino, era invece occupato a rotazione da giostrine per bambini, autoscontri, calcinculo, baracche per feste dell’Unità, chioschi di venditori di alberi di Natale, di cocomeri e perfino da tendoni di piccoli circhi equestri.
Ai primi di luglio, a lato di via Toscana , veniva montato un grande capanno che, con rozzi tavoli e grezze panche di legno, mettendo in bella mostra il cartello “COCOMERI FRESCHI”, segnalava l’arrivo dell’estate.
Il proprietario del chiosco era un valido quarantenne che, seguendo anche due o tre altre sue attività dislocate in altre zone della città, era costretto ad assentarsi molto spesso.
Per noi era la manna, perché alle assenze del titolare, subentrava il fratello, un po’ suonato, che era stato battezzato, non so perché, con il nomignolo di Scintilla.
Era un cinquantenne, piccolo e con una gran testa di capelli arruffati -stile intellettuale-...
A prima vista, riusciva a mascherare le sue insufficienze, perché il comportamento esteriore era nella norma: ci si accorgeva delle mancanze solo frequentandolo.
Per spiegare la figura di questo personaggio, basta esporre quanto accadde una sera d’autunno, quando ci recammo in comitiva, come succedeva spesso, al cinema.
La sala era l’Antoniano e il film era decisamente intellettuale: “La vendetta dell’Apache solitario”: nell’atrio incrociammo Scintilla che, dopo aver assistito alla proiezione, stava uscendo dal locale.
Bruno Magnani lo interrogò chiedendogli particolari sulla pellicola e alla fine gli consigliò di entrare assieme a noi per rivederlo, perché il film era un vero capolavoro!
Non ci crederete, ma lo convinse ad acquistare nuovamente il biglietto e a sorbirsi altre due ore di proiezione!
Molto spesso attraversavamo la strada per gustarci una bella fetta di cocomero fresco.
Quando c’era il solo Scintilla alla vendita, era una vera festa, perché eravamo trattati con un occhio di riguardo.
Essendo molto sensibile a discorsi che implicavano la conoscenza di materie culturali, Scintilla, non riusciva a frenare lo strano impulso che lo
spingeva ad atteggiarsi a persona molto erudita, “vissuta” e veniva sottilmente spinto da Magnani e Valentino, ad esternare tutto lo scibile delle nozioni in suo possesso, per confrontarsi con loro. Da queste erudite discussioni uscivano esilaranti affermazioni del tipo: “Ma tu lo sai perché i cinesi sono tutti gialli?”. Scintilla, spremendo le sue misere meningi, tutto mortificato, faceva segno di ignorarlo e Magnani lo affondava in modo definitivo con: “Ma non sai proprio niente, mi tocca spiegarti sempre tutto! Visto che vendi cocomeri, dovresti saperlo: i cinesi sono gialli perché mangiano troppi meloni!”
A questa asserzione, il poveretto accusava il colpo e implicitamente
ammetteva la superiorità dell’altro, che dimostrava di sovrastarlo in fatto di autorità e conoscenze.
Questo era più o meno il livello dei discorsi coi quali Valentino, ma soprattutto Magnani, impegnavano il povero Scintilla, che veniva rintronato da tutta questa loquace fantasia.
Ricordo che una notte, ad un’ora molto tarda, dopo aver assistito allo Stadio di Casalecchio a due incontri di un torneo estivo dei Bar, visto che il chiosco gestito dal solo Scintilla era completamente deserto, concordammo un’azione quasi militare, che prevedeva l’assegnazione di una specifica parte a ciascun componente del gruppo.
Magnani si assunse l’incarico di sviare l’attenzione di Scintilla dal recinto dei cocomeri, Linghen quello di trafugare dalla grande cassa
quanti più frutti possibile che, con veloce passamano tra il Barone, Giuliano Pazzaglini, me e Maccagnani, venivano poi fatti rotolare accanto al marciapiede destro, visto che via Toscana è in leggera pendenza e che a quell’ora era totalmente deserta, fino all’entrata della
Casa di Cura Toniolo a circa centocinquanta metri, dove venivano religiosamente raccolti da Valentino e messi in fila sul marciapiede.
Vedere come queste grandi e rotonde angurie rotolavano ai bordi del marciapiede, senza deviare di un centimetro dal tragitto prestabilito, come se corressero su rotaie invisibili, sentire il sordo e soffuso rumore dovuto al pesante rotolare di quei grossi e maturi frutti ed il successivo, lontano grido di vittoria di Valentino, ad ogni punto segnato, mi rammenta l’alone di leggenda che successivamente acquistò quella impresa nelle lunghe conversazioni invernali.
Finita l’operazione “Cocomeri che ruzzolano”, Magnani si sganciò da Scintilla e ci ritrovammo tutti a gustare quei frutti in un prato vicino, dove eravamo attesi da uno dei tanti fratelli Scalambra, con una batteria di coltelli da cucina.
Qualcuno, non ricordo chi, ebbe anche il coraggio di lamentarsi perché i cocomeri non erano ghiacciati!
venerdì 31 luglio 2015
La movida carpigiana èd ‘na vòolta - dialetto carpigiano - Carpi - Mauro D'Orazi
Dopo pochi minuti, serviti come al Danieli di Venezia, l’inappuntabile Alcide Luppi arrivava col vassoio ricolmo delle delizie richieste con impazienza. A corredo c’era un bicchierino d’acqua che conteneva gli speciali cucchiaini a paletta, perfetti… per una degna consumazione di un prodotto di tale eccellente qualità.
giovedì 23 luglio 2015
Ufff… Mò che chèeld! - Caldo estivo - Mauro D'Orazi - dialetto carpigiano - Carpi
Prima stesura 9 luglio
2015 V06 del 17-8-2020
Ufff… Mò che chèeld!
Uffa che caldo
di Mauro D’Orazi
Uff… è una esclamazione che si pronuncia nel nostro
dialetto, gonfiando più o meno le guance e sbuffando, con la quale si suole
esprimere un senso di soffocamento per il caldo eccessivo.
È il caso proprio della nostra pianura padana, dove d’estate
soffriamo giornate di caldo micidiale; senza un alito di vento, con un’umidità
che arriva al 100%. Un sofòogh o sofòoch (un soffoco) come ben descrive
la situazione una parola del nostro efficace dialetto. A pèer d èsser in ‘na laanda, sembra di essere in una terra
ardente e desolata; lo stesso Guareschi, in un suo famoso incipit a Don Camillo,
ci dice che siamo in una terra dove d’estate un sole spietato picchia
martellate furibonde sui cervelli della gente, con tutte le conseguenze del
caso.
Il carpigiano accaldato pronuncerà con la consueta pungente
ironia: a m suuda la linngua in bòcca! Mi
suda la lingua in bocca.
Oggi per difendersi dal caldo ci chiudiamo in casa con i
condizionatori; un certo numero di pensionati vengono deportati nei
freschissimi centri commerciali, oppure di sera si va in Piazzetta, nuovo punto
vitalissimo di Carpi, dove per uno strano, ma molto apprezzato gioco di
correnti d’aria, dalle
Ma una volta come si comportano i carpigiani per difendersi
dal caldo?
Le opportunità non erano certo tante e si improvvisava coi
pochissimi mezzi a disposizione. I ragazzi si arrangiavano come potevano; andavano
a fare il bagno della Lama (Lama River nel gergo giovanile di allora), dove il
Comune dava un minimo di attrezzatura e anche un bagnino (sono ancora note
nella memoria i nomi epici di Turrini e di Ardore).
Si frequentava anche il Secchia o il laghetto (vicino a la bòtta) del Bacino della Bonifica a
Quartirolo.
In tutti questi posti audaci maschietti improvvisavano prove
di ardimento con tutti e gare di nuoto.
Il Comune organizzava anche colonie estive al mare a Ponte
Marano e in montagna, ma anche a San Martino Secchia funzionava un affollato
centro elioterapico. Un nome altisonante, benefico e salutare, che dava
rispetto solo a pronunciarlo ed esaltava ciò che in realtà era in sé ben poca
cosa. Tutte iniziative a cui il
sindaco Bruno Losi teneva moltissimo, anche come contributo per allontanare
l’incubo della TBC, che fino mezzo secolo fa non scherzava.
Noi ragazzini andavano a giocare al Parco e lì c’era un
barrettino dove vendevano i BIF, i ghiaccioli. Se eri fortunato nel bastoncino c’era
una stella marroncina e ne vincevi un altro.
I carpigiani la sera i
tulìiven arsòor (prendevano respiro, sollievo), occupando le decine e
decine di tavolini di ben cinque bar in piazza, che era onorata dal parcheggio
delle auto e che la rendevano viva. Ricordo i nomi degli esercizi: bar Milano, bar
Dorando, bar Armagni, bar Roma e dall’altra parte della piazza il caffè Teatro
Mò a gh èera aanch al funtaani… in via Fassi, viale Carducci e il baracchino dal
graniiti davanti ai necrologi èd fròunt al veschvèed.
Infine nei miei ricordi ci sono i bellissimi dopo cena con la
mia famiglia sempre al Parco, ma stavolta presso la famosa baracchina di
cocomere della nota famiglia Bencivenni. Alla frescura serale, sotto le fronde,
si univa una fetta di cocomero gelato che era una delizia, un paradiso in
terra.
Il benessere economico, esploso agli all’inizio degli anni
’60, ci consentiva anche questo piccolo lusso. C’era poi la questione del … garullo,
ma questa è un’altra storia che ho raccontato in una diversa narrazione del nostro
passato.
Con poco si toccava la felicità.
martedì 14 luglio 2015
Avere poco tempo: mò che fuuga! (Ma che fretta!) Piccolo divertimento, inventato da Mauro D’Orazi - dialetto carpigiano - Carpi
Eccolo una domenica mattina in Piazza negli anni ’70, mentre scherza con mio padre, che è alla guida della Giulia della Polizia. (foto di Alcide Boni)
Al vèedri ( le vetre - le palline di vetro) Ricordi di Lauro Zuffolini _ Carpi - dialetto carpigiano -
martedì 23 giugno 2015
Lo specchio di Dionisio. SPECULUM VITAE - di Mauro D'Orazi - Carpi
Ognuno ha la propria legittima opinione e questo è un patrimonio indispensabile per l'umanità:
la libertà di pensiero e di coscienza e la diversità dei punti di vista.
lo specchio di Dionisio è andato in mille pezzi e ognuno di noi ne ha trovato un frammento.
Chi lo stringe forte nella mano, si taglia.
Chi lo unisce al frammento di un altro uomo o di un'altra donna, vedrà un altro pezzo della verità!
"La verità è uno specchio caduto dalle mani di Dio e andato in frantumi. Ognuno ne raccoglie un frammento e sostiene che lì è racchiusa tutta la verità." Rumi
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Fu contemplandosi nello specchio che Dioniso, secondo le tradizioni orfiche, si frantumò del tutto, subì una lacerazione che lo riportava al caos e gli consentiva di plasmare la visione di un mondo diverso. È lo specchio che permette di riconoscere la propria identità, quanto di distruggerla per conquistarne un'altra.
È un mezzo per contemplare l'età dell'oro e per divinare. Tutti i mondi, esistenti o no, passano nello specchio, tutte le figure, reali o della mente, acquistano il corpo leggero dell'immagine riflessa. Lo specchio è infatti anche evocatore di presenze.
In una brocca, dal fondo riflettente, il novizio scorgeva per un attimo il proprio volto, al quale si sovrapponeva, per l'abile tecnica del sacerdote e del suo assistente di muovere la brocca insieme al sollevamento della maschera, il volto di Sileno. Era questi il sapiente precettore di Dioniso, custode della crudele certezza che la vita sia solo male per l'uomo.
La maschera di Sileno, riflessa nel fondo della brocca, rivela al novizio la terribile verità. L'angoscia che lo invade è rappresentata dalla figura dell'Atterrita che fugge allontanandosi dal luogo della rivelazione della maschera.
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Intraprendere lo stretto percorso dove la conoscenza è anche sapienza. Un itinerario che apre alla conoscenza è quello che conduce al «cuore della ragione», all'«interiorità fremente», il cui simbolo miracoloso è Dioniso: il dio di Eleusi e di Delfi che, nel mito, è divorato dai Titani, mentre, assorto, si contempla allo specchio e scorge non la sua immagine, ma l'mmagine del mondo. Dove tutto è fermo: la vita e il fondo della vita sono un dio che si guarda allo specchio.
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Uno specchio riflette la quarta parete della stanza e con essa i due uomini che là si trovano mostrandoci, in tal modo, ciò che mai avremmo potuto vedere. Ne consegue che lo specchio, in virtù della sua duplice essenza, intrattiene un rapporto privilegiato con la conoscenza, perché ci fa vedere l’invisibile, quella quarta parete, che non avremmo avuto modo di percepire altrimenti. Quando si parla di specchio, si parla di riflessione. parola che guarda caso significa anche pensare dentro se stessi. è per questo che davanti a uno specchio tante volte riusiamo a fare pensieri molto profondi.
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Lo specchio riflette solo il tempo presente??