venerdì 10 marzo 2017

EL CIACRI DLA GINT di Mario Stermieri - dialetto carpigiano - Carpi - Mauro D'Orazi

EL CIACRI DLA GINT

con modifica di Mauro D’Orazi nel feb 2012
                                                          Traduzione di Mauro D’Orazi nel marzo 2017


Divérsi vòlt a iò sinti a parlèr                               Diverse volte ho sentito parlare
d'un certo Dorri, un impieghè dal Cumòun        di un certo Dorry, un impiegato del Comune
e i m'la'an descrìtt con tant particolèr                 e me l’hanno con tanti particolari
ch'ed cgnùsserl bèin am pùnz la tentaziòun.      che mi viene la tentazione di conoscerlo meglio.

I'l disn an zòven pin d'riputaziòun,                     Dicono che sia un giovine pieno di reputazione
inteligint... e svèlt in di sò afèr,                            intelligente… e svelto nel suo agire,
distint, gentil, modèl d'educaziòun;                    distinto, gentile, un modello di educazione;
un tip simpàtich, tant... da inamurèr.                   un tipo simpatico, tanto… da far innamorare.

Anzi as descòr ed quatr'o zinch sgnurèeini,       Anzi si dice di quattro o cinque  signorine,
ch'i gh'an dmandè lor stèssi ed fèr l'amòr...        che hanno chiesto loro stesse di intrecciare una relazione..
Mo mè an al so cum 'is faràn, puvrèini....           Ma io non so come faranno, poverine…

S'i  gh'in in tanti con ste mèl al còr!                     Se ci sono in tante con questo male al cuore!
I an ditt che lò pr'an disgusteèr nisùnna             Hanno detto che per non disgustare nessuna
al li vol tùtti...e s'al n'in tòs gnanch'ùnna!          le vuole  tutte…
                                                                                           anche se non ne prende neanche una!


MARIO STERMIERI 

Sconforto di Mario Stermieri - dialetto carpigiano - Carpi - Mauro D'Orazi - basletta

Sconforto di Mario Stermieri
Ecco una poesia del grande Mario Stermieri di Carpi,  in cui, di proposito e con grande maestria, il contenuto triste viene completamente disintegrato dall'esilarante utilizzo dei termini, per noi che parliamo l'italiano corrente, in un improbabile tentativo di fondere due lingue differenti.

SCONFORTO

La prima vera ecco è quì che vièno 
siamo già arènto al tempo della fóia
in mezzo ai prati si è già sgato il fieno
e vien su l'uva bella ch'la fa vóia,
ma nel mio cuoro ancor non v è giungiùto
il tiepido calor del sol d'aprilo
perché la mante mia non m'à più vluto
e sofro, e… calo tutti i giorni un chilo!
Quando poi penso ai bacci che ci ò dato
in della ghigna fresca e pien d'ardire
mi sento comovùto e sconsolato
come se fossi arènto a partorire!
E quando penso a sì crudel disdetta
e che in del mondo non avrò più pace
blisga dagli occhi giù per la basletta
il pianto mio dal gran che m'indespiàce!

Mario Stermieri, Carpi 1886/1910

Nel leggere il buffo utilizzo delle parole italianizzate dal dialetto carpigiano nella poesia di Mario Stermieri, c’è da chiedersi se non era questo forse il sistema usato dagli scrittori dialettali del Tre-Quattrocento di trasformare la lingua della loro terra nel nuovo linguaggio toscano, che si stava affermando in tutta la penisola. Del resto quante parole provenienti da tutte le regioni italiane sono state toscanizzate e oggi fanno parte dell'italiano standard!

Da notare poi che i quattro versi finali, musica pura e cristallina, sono i più famosi e conosciuti di tutta la povesia carpigiana:

E quando penso a sì crudel disdetta
e che in del mondo non avrò più pace
blisga dagli occhi giù per la basletta

il pianto mio dal gran che m'indespiàce!

mercoledì 25 gennaio 2017

Dorry - Il menestrello di Carpi - dialetto carpigiano - Mauro D'Orazi

Intervista a TEMPO 25-01-2017 di Jessica Bianchi
Al carpigiano Mauro “Dorry” D’Orazi, appassionato di dialetto, scrittore e attento conoscitore degli usi della nostra terra, abbiamo chiesto di tracciare un ritratto di Carpi, tra ieri e oggi

Il menestrello di Carpi

Carpi è nel suo cuore. Nei suoi libri l’ha raccontata, con amore, dedizione e corrosiva ironia. Al 63enne Mauro “Dorry” D’Orazi, moderno menestrello, innamorato del vernacolo cittadino, abbiamo chiesto di tracciare un ritratto di Carpi, tra ieri e oggi. Senza sconti.
Come si riconosce un carpigiano doc?
“Dal suo determinato atteggiamento naturalmente: crede di essere quasi sempre il numero uno in ogni situazione… ovviamente la realtà spesso è un’altra!”.
Com’è cambiata la nostra città nel corso del tempo?
“E’ profondamente mutata. Le persone sono cambiate. Le tradizioni e i valori di una volta stanno sbiadendo sempre più. Io che sono un appassionato di dialetto e attento conoscitore degli usi della nostra terra appartengo ormai a una minoranza… La persone come me sono nate e cresciute con un cesso in comune, giù in lavanderia o in cortile, oggi in casa ne abbiamo tre! Sfido chiunque nella storia dell’umanità ad aver vissuto un progresso tanto intenso! Dalla miseria al boom economico, alla recessione attuale... una grande parabola: dopo la fine della grande economia carpigiana si fa fatica a mantenere il ritmo e lo stile di vita degli scorsi anni”.
Cosa rimpiangi della Carpi di ieri?
“La piazza aperta e la possibilità di andare al bar Teatro dove potevi trovare l'operaio, l’esponente di Destra e quello di Sinistra, lo sfaccendato e l’industriale (il Bar Roma invece era dei signori e il Milano dei comunisti). Tutti i generi si riunivano al Teatro: un "porto franco", godereccio, dove la gente voleva sentirsi e stare bene.”.
Il Centro è sempre più spopolato: chi occupa le panchine?
“I pensionati, quelli scacciati di casa dalle mogli (Dàai mò des-ciùll èt e va fóora a fèer un girtinèin!). Vecchietti che stazionano in centro per ore, senza soldi in tasca che, al massimo, possono permettersi una tazza di caffè al bar. La gente non vive più la piazza, il tempo è sempre più tiranno, gli impegni di lavoro sono pressanti; non c'è tempo di guardare chi ha la testa più grossa!”.
C’è un miracolo carpigiano?
“L’unico miracolo è rappresentato dalla Piazzetta e zone limitrofe. Luoghi che, anche grazie al coraggio un po'spregiudicato dell’assessore Simone Morelli, sono finalmente decollati. La Piazzetta ora è piena di locali e di vita. Mi preme sottolineare che la vicina via San Francesco è transitabile per le auto e moto… vorrà pur dire qualcosa”.
Piazza Martiri: aperta o chiusa al traffico?
“Ricordati che al carpigiano non interessa essere o avere, ma solo sembrare! Esibire un Porsche, tenendo il gomito fuori dal finestrino fa bene all’anima, non credi? Portare la propria auto in piazza e parcheggiare lì, a ridosso del rialzato, potrebbe aiutare… ma ai "buonisti" della Piazza chiusa ciò non interessa. Sono felici di tenerla vuota la sera d'inverno, mentre loro se ne guardano bene di girarla a piedi e sono a casina al calduccio.”
Per muoverti in città prediligi l’auto o la bicicletta?
“La bici; ma in inverno, quando fa molto freddo, non ho alcuna remora a utilizzare la macchina per spostamenti medi”.
Cosa metteresti all’interno del Torrione degli Spagnoli?
“Un bel ristorante, ma con menù tradizionali a 20-25 euro. Il segreto è saper coniugare qualità e prezzo, perché il carpigiano dopo che l’hai fregato un paio di volte con cose patocche poi non viene più”.
La nuova piaga cittadina è certamente la spazzatura: i rifiuti abbandonati sono ovunque e Carpi è più sporca rispetto al passato. Concordi?
A gh é dimondi melnètt!”. Sporcaccioni che non hanno rispetto.
Sei preoccupato della deriva che sta prendendo il nostro ospedale?
“Molto. Dobbiamo ringraziare il Cavalier Guido Molinari per le importanti donazioni che ha fatto a suo tempo all’Ospedale, perché se avessimo dovuto aspettare gli interventi da Modena, stavamo freschi…”.
Sei favorevole alla creazione di un grande parco cittadino?
“Ho aderito immediatamente al progetto di Parco Lama e sono favorevole all’ampliamento delle aree verdi in generale, l’importante  è che ci si possa girare intorno con l’auto… (ndr ride)”.
Ti senti sicuro?
“Diciamo che vorrei ci fossero sempre delle pattuglie in giro pronte a intervenire tempestivamente in caso di bisogno, soprattutto di notte, per non sentirci abbandonati e che sono assolutamente favorevole alla difesa armata della propria casa”.
Come immagini la Carpi del futuro?
“Spero venga esercitato un controllo maggiore e più rigido sul fronte immigrazione e che ci sia lavoro per tutti, in particolare per i giovani laureati. Ma voglio pensare positivo e che ce la faremo”.
Sei un impiegato comunale, come la macchina amministrativa potrebbe essere migliorata?
“Siamo un Comune sano e con ottimi servizi. Bisognerebbe che tutta l'Italia fosse hai nostri livelli; abbiamo ad esempio dei servizi sociali e scolastici di primo ordine. Come parere strettamente personale sono favorevole all’istituzione di un comune unico che accorpi Carpi, Novi, Soliera e Campogalliano. Questo comporterebbe una migliore organizzazione, più ampi margini di programmazione e intervento e, certamente, maggiore incisività anche nei confronti della vicina Modena, che tradizionalmente tende a non essere troppo generosa nei confronti della provincia”.


mercoledì 4 gennaio 2017

Muore una vacca a un contadino - Mauro D'Orazi - Carpi - dialetto carpigiano

Muore una vacca a un contadino 

                  gen 2017                                                 di Mauro D'Orazi

Con riferimento a uno spregevole individuo, degno di essere punito dal destino con pesanti disgrazie, ma a cui arride la fortuna e non capita nulla di male… anzi, si sente dire questa frase, pronunciate con un sospiro e lasciata in sospeso: “A móor ‘na vaaca a un cuntadèin, mò... (a tè t ii ‘na tróoia, un ròot in cuul, un lèeder, un delinquèint... gniita!)” Il fra parentesi è quasi sempre sottinteso, ma ugualmente molto intuitivo. Il senso dell’invettiva sta nel fatto che quella tal brutta persona avrebbe merito di ricevere malesorti punitorie, ma invece non capita nulla, mentre a uno che è già messo male di suo succedono grandi sventure. Variante… “Èet capirèe! quaand a un cuntadèin la gh va bèin, a gh móor la vaaca ind la staala!



Bruno Cucconi (Carpi) conferma questo singolare modo di dire: “A m arcòord al mé nunòun, ch al fèeva al cuntadèin a Quartiróol vèec’, ch a l giiva acsèe: - Al cuntadèin a gh móor la vaaca in dla staala, ecc...ecc... Mò a te, ch a t vèggna un caancher, a n èet viin gnaanch al ferdóor!-“ Mi ricordo il mio bisnonno, che faceva il contadino a Quartirolo vecchio, che diceva così: - Al contadino gli muore la vacca nella stalla… ma a te, che ti venga un canchero, non ti viene neppure il raffreddore!- “

sabato 12 novembre 2016

Gusti e odori dei cibi in dialetto carpigiano di Mauro D'Orazi

Gusti e odori dei cibi in dialetto
di Mauro D’Orazi
La casistica dei cattivi gusti, sgradevoli odori e spiacevoli consistenze è piuttosto vasta e articolata; in passato non c’erano i nostri spaziosi e indispensabili frigoriferi che ornano ogni cucina d’oggi.
  La Ruscaròola èd Chèerp Tre
il recente libro di Mauro D’Orazi
ancora una volta primo assoluto nelle vendite per molte settimane nelle librerie e nelle edicole

Il dialetto naturalmente ha colto in pieno questo sensazioni, spesso sgradevoli al palato o al naso; così troviamo tante parole e modi dire molto caratteristici, spesso ironici e divertenti. Dal mio libro La Ruscaròola èd Chèerp Tre   ecco alcuni esempi fra i più significativi.

Nel dopo guerra non di rado alcuni salumieri carpigiani tenevano anche prodotti non di gran qualità che potevano essere venduti a prezzi contenuti.
La miseria era diffusa e la gente si adattava, anche se, dopo il forzato acquisto, non mancavano di certo pesanti critiche e prese in giro per bottegaio.

Ad esempio il grana (il parmigiano non c’era allora, o quanto meno non si distingueva, ma nacque per fortuna di lì a poco) al psiiva avéer al furmighìin, o la furmiiga, o al scapèin, o al psìigh (il pizzico) quando assumeva l'odore pungente sul tipo dell'acido formico, o sapere di disgustose pedule puzzolenti, o prendere una punta di acido
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Al tempo era noto in particolare un bottegaio ch al gh iiva un persùtt cun al scaldèin (o al caldèin), cioè che aveva preso un colpo di caldo e le sue qualità organolettiche erano irrimediabilmente degenerate.
Con la consueta ironia corrosiva carpigiana, il gestore fu soprannominato “Il Musichiere”, traendo il nome da una nota trasmissione televisiva del tempo, ma soprattutto perché in dialetto, quando una cosa o una persona emana un cattivo odore, si dice che... suona.
Sempre con lo stesso significato, c’era anche chi chiedeva: “Daa m dóo fètti èd sonòoro! (Dammi due fette di... sonoro)”
Capitava anche che d'inverno qualche amico entrasse in bottega e vedendo il prosciutto fallato sull'affettatrice, avvicinasse le mani... sfregandole. "Sèint mò ècch caldèin ch a gh è chè dèinter!" (Senti che bel caldino che c'è qui dentro!)
Interessante a tale proposito notare che anche a Bologna usano un'espressione simile, chiamandolo "parsótt con la chèlda".

Qualche altro maligno insinuava anche che al persùtt al girìss da pèr lò, spostandosi con mezzi autonomi dal retro bottega fin sul bancone di vendita.

Ci sono poi anche alcune interessanti disamine sulla patologia dei prosciutti.
"Gh èe t al mèel dal persùtt?" si dice a chi lascia la porta aperta, perché il prosciutto da stagionare richiede aria fresca.
Avéer al mèel dal persùtt, male del prosciutto. È un detto scherzoso per indicare quella malattia che, sotto le armi quando c’era la naia, faceva ottenere una lunga licenza alla recluta in cambio di un prosciutto al maresciallo.
Coréeger un persùtt significa accudire alla stagionatura di un prosciutto, ma anche cercare di salvarne almeno una parte, togliendo dal un prosciutto “malato” il pezzo andèe da mèel.
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Un altro fetido cibo avariato è l óov unndeṡ o ènndeṡ; questa strana e misteriosa parola indica infatti uovo marcio.
Essa sta a significare... indice o endice, cioè l'uovo che la reṡdóora di campagna collocava in posti predeterminati, per... indicare... alla gallina il posto dove abitualmente doveva deporre con sicurezza le uova.
Esso poteva essere di legno e allora non c'era problema, ma non di rado era vero. Poiché non si buttava via niente, spesso era un uovo difettoso, da cui non sarebbe mai nato un pulcino. Veniva utilizzato per un tempo indefinito.
Ciò faceva sì che l'uovo, se già non lo era, si guastasse e in caso di rottura emanasse il noto fetore, detto appunto di... uova marce.
C'è però chi si divertiva a interpretare scherzosamente la parola e ad abbinarla per puro gioco verbale al numero undici, col quale però non c’entra nulla, assolutamente nulla, se non per curiosa assonanza.
Accadde che durante la seconda guerra mondiale, la madre di un soldato mandasse un pacco di alimentari al figlio lontano. Un salàam di quelli fatti in casa, un bensòun, un pèer d calsètt per sostituire le classiche pezze, qualche altra cosetta e infine dieci uova sode.
Il figlio ricevette il pacco poco più di un mese dopo, si affrettò a ringraziare la madre premurosa elencando con ordine il contenuto del pacco per assicurare che nulla fosse stato sottratto. Citando le uova alle fine dell'elenco precisò che le dieci uova erano diventate unndeṡ o... dòddeṡ, perché nel trasporto qualcuna di esse era andata a male.

Ma passiamo in rassegna nel nostro simpatico dialetto i vari gusti, puzze e odori, consistenze sospette, quasi sempre riferiti a cibi o bevande:

·        al gh à al scapèin e al sà èd furmiiga! o al sà èd furmighìin... o al psìigh; di questi interessanti termini si è già trattato poco sopra;
·        al sà èd machìin; simile ai precedenti: odore e sapore di rancido; al persùtt (o al furmàai) l à ciapèe al machìin - il prosciutto (o il formaggio) ha preso odore di rancido; machìin indica pure un cattivo odore di indumenti ammuffiti, mal conservati in luoghi umidi e malsani;
·        al sà d caldùss o d scaldèin, sapore avariato e sgradevole di carni o salumi mal conservati; rancido;
·        al buttèer al gh à al rumghèin , quando  prende di rancido (nel bolognese);
·        l è scalmìi, quando un alimento sa odore di muffa; cal furmàai chè al sà èd scalmìi... questo formaggio sa di vecchio;
·        al gh à al luméedegh o lumaadegh, sapore di mucido, ammuffito o stantio;
·        al sà d cagnùss, odore molto pungente e sgradevole simile alla puzza del pelo del cane bagnato; lo si può sentite in cibi mal conservati, in piatti, pentole bicchieri lavati male e asciugati peggio;
·        a gh è 'na pèesta ch la s arghiggna, c’è un odore che fa corrucciare il viso;
·        l è staladìi o staradìi , stantio, rinsecchito; un termine che si usa in prevalenza per il pane vecchio e i biscotto, anche in versione con la “e” fonetica di supporto: estaladìi o estaradìi;
·        al sà d aràans, sa di rancido; fatto rilevante per il nostro dialetto è che nell’uso moderno… aràans indica il frutto dell’arancia, che invece aveva l’antico nome di portogàal, oggi quasi in disuso; ransuum, ransumèeri, quantità di grassi che si sono irranciditi (termini scherzosi);
·        l a ciapèe al fòort, un cibo, ad esempio formaggi o carni, sta cambiando sapore e il suo gusto diventa… deciso, al limite del mangiabile; il vino quando comincia a inacidire in aceto;
·        al pussa d caiòun… irrimediabile, né con frequenti lavaggi, né occultabile con pregiate essenze;
·        al pussa cóome ’n unndeṡ, come un uovo marcio;
·        l è mèers pòoder o pòddegh, al femminile l'è mèersa pòddga... marcio completamente; anche l è faat, l è maduur;
·        l è mèers patòoch... marcio fradicio si dice ad esempio di un frutto, ma anche di una persona dalla morale corrotta;
·        l è mèers in pée... è marcio in piedi, molto marcio;
·        l è ṡmulèddegh... si riferisce a un cibo viscido, di consistenza molliccia, “mollicosa”; si può riferire a persona sfuggente o ambigua;
·        l è ṡguìtter... ‘na mnèsstra ṡguìttra... cibo scivoloso, una minestra poco consistente; ad esempio delle tagliatelle condite male o poco e con troppa acqua dovuta a una insufficiente scolatura o a un ragù eccessivamente liquido;
·        l è dsèvved o sèvved... è insipido; lo si può riferire anche a persona di poco intelletto con scarso sale in zucca;
·        al ne sa né èd mé mè èd tè (né èd chi l à faat)!, non sa né di me, né di te (né di chi l’ha fatto); espressione che si usa dopo aver messo in bocca un cibo che non sa di nulla; può essere riferito a tutte le cose mediocri,senza lode e senza infamia;
·        l è salèe, salato; “mò chi t à salèe?” ecco una frase ironica rivolta a chi si comporta in modo sciocco, alludendo al rito battesimo che prevede l’uso di qualche granello di sale nella bocca del neonato;
·        c'è anche del pane che, invecchiando, diventa tiròun, oppure al contrario sèech e sèech rabìi;
·        l è scaalis significa che un alimento è stopposo o fibroso; si usa per un rapanello non fragrante… un ravanèel scaalis;
·        l è scudrèggn sta per coriaceo, tiglioso, cotennoso, legnoso, fibroso; un pòmm scudrèggn è una mela coriacea, al pari della sua buccia; la parola dovrebbe derivare dal latino cutis;
·        al fa spadìir… che fa allappare, allegare i denti o la bocca; dà alla bocca la sensazione dei frutti aspri o acerbi, che legano... figurato: la n gh à mìa spadìi in bòcca! persona che parla, esterna ciò che pensa (anche di maleducato e sgradevole) con estrema libertà di linguaggio, senza porsi dei timori reverenziali;
·        L è avròdegh. Parola arcaica, certamente interessante, non carpigiana, ma del dialetto delle montagne bolognesi, significhebbe aspro, acerbo, ad esempio di frutta;
·        la pèer un sedròun! sembra un cetriolo! così si definice, con espressione disgustata, una cocomera senza zucchero e dal sapore cattivo; da notare che cocomera e cetriolo appartengono alla stessa famiglia vegetale;
·        d’inverno un buon brodino caldo... l umillia al stòmmegh, cioè ben predispone lo stomaco;
·        al sa èd strinèe! sa di strinato! quando un cibo è cotto male e bruciacchiato
·        la pèer ‘na sóola! sembra una suola! quando una bistecca è particolarmente dura dopo la cottura;
·        l è tachìss, è attaccaticcio, “taccolento”, appiccicoso; è una caratteristica di un bòun sampòun o anche di un cudghìin; il macinato che compone queste prelibatezze modenesi, quando è buono, evidenzia questa caratteristica di collosità;
·        l è mulṡèin, è morbido, soffice, liscio;
·        la farèina la muccia palóor  (pallore) quando è troppo vecchia;

  • l è tgniss, è tenace, coriaceo, resistente; può essere riferito a cibi di non agevole masticazione o anche a vini dal gusto “duro”. 

A Gigiin Liivra - A Gigi Lepri - Grandissimo bolognese - dialetto bolgnese - Carpi di Mauro D'Orazi dialetto carpigiano

Prima stesura 9-7-2016                                       v03 del 9-7-2016

A Gigiin Liivra
(a Luigi Lepri dopo la pubblicazione del sul libro di poesie Al Rusicaan)

Ṡuuntèegh mò aanch quèssta…
al tóo poveṡìi rusticaani!
Dièevel èd ‘n òmm!
Uun ditt carpṡaan al diis:
“Gigiin da l aan pasèe,
invèece èd crèsser… l è calèe!”
Mò invèece Gigiin Liivra
tutt i aan al crèss
e a n è mai li stèss:
scritóor, atóor, dupiadóor, giornalìssta,
poeta, eminèesa griiṡa èd soquaant sindèegh,
sproloquìssta, cumpiladóor èd vòcabulaari,
fantèesma, divulgadóor e profesóor dal dialèet, ecc…
Un GRANDE!! Mò dabòun!
Unna dal mióori persòuni che mè aabia mai cgnusùu.
Al gh à sóol un piccol difetèin:
l è bulgnèes e mia carpṡaan!
Mò cóome a giiva mè nòon:
“Nisuun l è perfèet…
a ste mònnd!”

Con affetto

 Mauro D’OraSi

Il mistero della lapide scomparsa di Mauro D'Orazi - Carpi - dialetto carpigiano

Prima stesura 12-07-2016                                                      V09 del 19-10-2016

Il mistero della lapide scomparsa
di Mauro D’Orazi
si ringrazia Lucia Armentano per la preziosa consulenza

La lapide negli anni ‘90

Dal 1885 questa lapide faceva bella mostra di sé nei giardinetti; era presso l’angolo destro del retro del teatro, subito alla sinistra della seconda rampa.

La dislocazione della lapide

Giuseppe Rebuttini (industriale del truciolo) affidava alla fecondità dell’orto domestico… un carpine! Augurando a Carpi e al civico emblema… prosperi gli eventi!
Non male come auspicio e la nostra città ne ha certo beneficiato, soprattutto nel secondo dopo guerra, ma albero e lapide hanno invece avuto eventi e sorti tristissimi.
Il carpine ormai non c’era più da anni e nel 2004, io con Ada Menozzi, allora neo presidente del Consiglio Comunale e Anna Maria Ori, storica e esperta di “cose” locali, tentammo disperatamente di ridare il senso originario alla lapide, sollecitando la messa a dimora di un nuovo carpinello (simbolo del nostro glorioso Comune). NIET! Niente da fare, gli esperti del verde ci dissero che c’erano troppi alberi tutto intorno e che la piantina non avrebbe tenuto, causa mancanza di luce. Per me era una balla bella e buona, o una miserrima scusa; si poteva comunque tentare, considerata anche la spesa contenutissima. Ma non ci fu nulla da fare! Ed ebbi pure la chiara sensazione che ci prendessero per i fondelli con gran divertimento.

La lapide nel 2009
Poco tempo dopo (2009/10 ?) la lapide fu poi distrutta da mano ignobile di un essere mentecatto, che nella vita non potrà altro che aspirare alle più luride mansioni lavorative e che avrà dei figli bastardi come lui.
La cornice residua, dopo il vandalismo.

Poi è rimasta solo la povera cornice di ferro, che quando piove si trasforma in una piscinetta fangosa per cani. Ancor oggi è visibile nel suo squallore.

Peccato! Era una bella testimonianza a cui tanti prestavano curiosa attenzione.
**
Ma chi era questo Giuseppe Rebuttini?
Rebuttini Giuseppe è citato in Storia di Carpi. vol. III tomo I come consigliere comunale nelle elezioni del 1889 e viene ricordato come un protagonista del movimento cooperativo.

Ci sono alcuni dubbi e considerazioni da verificare. Infatti, riflettendo la cosa in sé non convince del tutto.
Rebuttini parla del suo giardino? Come fu possibile che potesse definire il giardino pubblico come “domestico”?

Mi mancano al momento dei pezzi di questa piccola storia per venirne a capo compiutamente: la data di morte del Rebuttini, il suo indirizzo di casa per verificare, se dove abitava c’era un giardino idoneo …
Il mistero è doppio. Future ricerche potranno chiarire questi dubbi.

A tale proposito ecco l’opinione di Luciana Nora, già responsabile della Sezione Etnografica del Museo di Carpi, nel 2009 scriveva ad Ada Menozzi, in quel momento Presidente del Consiglio Comunale, che le chiedeva chiarimenti circa la lapide in giardino, avendo l’intenzione (vana) di far ricollocare un carpine:
-Giuseppe Rebuttini è stato uno degli industriali del truciolo di Carpi fra i più illuminati dell’Ottocento; era amato dai suoi dipendenti e orientato a “sinistra”.
“Nel "Giornale e memorie economiche" di Alfredo Bertesi, del 29 novembre 1905 si legge: -Ho visitata stasera una splendida collezione di campionari di treccia della vecchia ditta Giuseppe Menotti, ora in mano agli Eredi Rebuttini, e questi ne chiedono 1.000 lire. Io ne ho esibito 500, vedremo come andrà. - Al primo dicembre sempre del 1905, veniva annotato: - Carlo Zanoli ha combinato cogli eredi Rebuttini per il campionario in lire 600. È una spesa grossa, ma è una bella spesa. Il campionario ha un valore storico/artistico straordinario. Lo vedremo all'esposizione di Milano 1906.-
È da notare che agli inizi del '900 gli industriali, ma anche i politici (l’on. Bertesi era un politico) avevano sicuramente maggiore consapevolezza e sensibilità rispetto a quanto si produceva a Carpi. La lunga tradizione documentabile era il migliore attestato di affidabilità e qualità. Per quanto attiene all'"Orto Domestico", credo si facesse riferimento al giardino del Castello. Orto può essere inteso come Orto, o giardino botanico. Crederei che la lapide vada senz'altro salvata, forse affiancata da una spiegazione sintetica e, chissà, sarebbe bello rimettere un carpine! –
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 C’è da segnalare che in base a uno scritto di Policarpo Guaitoli del 1866 relativo allo stemma di Carpi e dei carpini esistenti nella nostra città si apprende che erano quasi scomparsi. La lapide di Rebuttini segnala la posa di un tale albero nel giardino. Giardino che dal 1859 si stava portando a compimento a corredo del nuovo Teatro comunale inaugurato nel 1861. Un bellissimo giardino realizzato da Carolus Susan, architetto ducale.
Nello scritto di Policarpo alla fine si trova questa frase: - … nel 1859 Carpi fu abbellita, unitamente al Teatro Nuovo di un elegante, anche se non esteso, giardino di proprietà del Comune. Si piantarono in esso diversi fusti di carpini, i quali, giova sperare, emuleranno in bellezza e ampiezza i loro predecessori.-

Giuseppe Rebuttini viene definito da Don Paolo Guaitoli industriale carpigiano del truciolo e da Alessandro Spinelli, autore di “Notizie sull’Arte del Truciolo a Carpi” come… - Egregio uomo che l’arte del truciolo elevò ad agiatezza, saputa nobilmente usare. Fu quel benefattore che piantò un albero di carpine e posò a ricordo la lapide. Carpine che la storiografia vuole essere l’albero su cui si posò il falcone di Re Astolfo. –
***
Ecco alcune tracce grafico-commerciali della sua ampia attività lavorativa, risalenti alla fine dell’Ottocento/ primi Novecento.
  


1900 ca il biglietto da visita