mercoledì 4 ottobre 2017

Libro di Gigi Filiberti “A cena con Gigi” - di Mauro D'Orazi - Carpi - dialetto carpigiano

Presentazione del Libro di Gigi Filiberti “A cena con Gigi”
domenica 1° ottobre 2017 – ore 11:00 Liberia La Fenice Carpi
Intervento di Mauro D’Orazi

Eccoci alla 2° presentazione di  un libro del ns amico Gigi Filiberti. Secondo libro da quando lo conosciamo. È molto prolifico il ragazzaccio! E presto ce ne sarà un altro di tematica locale – confidenziale. Solo pochi mesi fa abbiamo letto e gustato “Rospi e farfalle”, un testo che resterà un segno indelebile e preciso su quello che io ho battezzato la “BELLA Carpi” degli anni 60/80. Un libro che è andato subito esaurito e che oggi è introvabile. Gigi è forse il testimone assoluto… perfetto di quella Carpi che è nel mio cuore, nella mia memoria e nei miei desideri ancora oggi; ad esempio quando vedo la ns Piazza sprecata, vuota e deserta. Una volta piena di vita e fermento.
Ma torniamo a noi... Il libro “A cena con Gigi”, trova supporto da un’ispirazione diretta dal clima di quegli anni. Un modo di essere e di vivere che per il ns Gigi si esplicava in vari settori di vita e non certo ultimo anche quello della gastronomia.
Gigi oltre che essere stato abbondante produttore di maglie per sé e per conto terzi è stato anche un instancabile ricercatore del buon mangiar e del bere ancor meglio.
La sua posizione economica agiata gli ha consentito di frequentare le migliori cucine di mezzo mondo e di apprezzare i migliori ristoranti. Lo ha fatto con preparazione e appropriata cultura, con l'umiltà di chi vuol star bene, ma nello stesso tempo imparare sempre cose nuove, mettendosi in gioco in prima persona con adeguata e consapevole umiltà.
Non dimentichiamo che erano anni dove c'erano sì molto soldi, ma anche molta ignoranza. Certo! Si guardava al sodo e non c'era tempo di colmare antiche lacune familiari, spesso anche imbarazzanti. Qualcuno lo fece, come si tramanda, acquistando i libri a metri da mettere in scaffali di legno pregiato. Libri restati intonsi, mai aperti. A n gh èera né tèimp e – soprattutto – né vóoia pèr léeṡer…
Anche per la buona cucina non si andava troppo per il sottile. Si racconta, da sempre, come i grandi magliai carpigiani si sedessero nei più rinomati ristoranti e senza porsi grossi interrogativi, leggendo il menù con portate dai nomi strani e del tutto sconosciuti, sceglievano i piatti più… costosi.
S al còssta de più… al srà più bòun!
Si racconta che una sera uno di questi noti personaggi alla fine della cena abbia anche ordinato "un uischi on ṡe rooks, senza ghiaccio!"
Ma Gigi non era di questa taglia, Gigi ha e aveva una base filosofico umanistica di tutto rispetto. Aveva sensibilità e aveva fatto non per nulla gli studi classici.
Gigi aveva piacere di affinare la sua cultura, anche nel campo del cibo, aveva una perspicacia specifica per il buon mangiare e il buon bere, apprezzando le eccellenze dei vari posti vicini e lontani che frequentava con attenta ed evoluta curiosità.
La sua capacità creativa e la sua sempre vibrante fantasia lo hanno poi logicamente spinto direttamente a sperimentare, a cimentarsi nella preparazione dei cibi, una passione che via via ha sempre più preso corpo e consistenza, sia nei campi della ns gloriosa tradizione locale, sia di terre lontane.
Di anno in anno ha consolidato questo sua incontenibile vocazione, esplorando innumerevoli ambiti della cucina di qualità e del mangiare genuino e savurìi (come ha ricordato Florio Magnanini su Voce nel presentare a sua volta il libro).
Ciò ha portato anche a degli importanti esiti pratici e concreti; terminata la sua attività di produttore èd maiini, si è rimesso in gioco come cuoco, come chef in alcuni noti ristoranti delle ns zone. E anche questo con grande successo.
Io sentii parlare di lui anche in questa veste… un gran bravo cuoco … si diceva sempre dire...
Gigi ha un certo punto ha poi sentito la necessità raccogliere tutta la sua esperienza e così a partire dagli anni 2000 ha messo nero su bianco, foto su foto la sua storia davanti ai fornelli. Ha già pubblicato due libri di cucina, oltre a questo.. il primo (su commuovente e nostalgica carte gialla da brugnoccole) ha venduto ben 3000 copie, una cifra che per le ns zone è molto rilevante. Un successo enorme che sono convinto che si ripeterà con “A cena con Gigi”.
Ma sfogliamo un attimo il libro, senza togliere al futuro lettore, il piacere delle tante scoperte che farà pagina dopo pagina.
Innanzitutto non è solo un libro di ricette, ma, nell'ampia parte iniziale, si filosofeggia sui massimi sistemi… si citano giudizi su grandi o note personalità che hanno gustato le sue creazioni. Si prende a fiorettate addirittura quel bluff di Bottura, che è un mostro sacro dell'assenza del nulla papillare gustativo (la definizione è decisamente mia, non di Gigi, lui è più DELICATO nel suo testo). Ha avuto coraggio il ns Gigi anche in questa circostanza.
Gigi dà poi buoni consigli per fare la spesa, beato lui però che ha tempo per percorrere decine di KM per trovare e comprare le cose giuste.
Partono poi finalmente le ricette, pagine eleganti, corredate da preziose foto a colori scattate dall'autore stesso.
Una 80antina di formule edo-alchemiche di sicura soddisfazione e che consiglio a tutti coloro che amano e vogliono mangiare bene. Buon appetito… Dunque…
ecco mi sembra di aver detto per il momento a sufficienza
Resta un unico e fondamentale punto interrogativo ??????????????

Ragaas …Che a s ciacaara, a s ciacaara… A cena con Gigi ? Già A Cena con Gigi!! Va bèin! Mò quaand… però ?

venerdì 15 settembre 2017

Il capo fuma ! - Dialetto carpigiano - Carpi - Modena - Mauro D'Orazi

Prima stesura 14-09-2017                                             v06 del 26-09-2017
Ssstt, il capo fuma!
                                                                 di  Mauro D’Orazi

Questa è una storia vera (o quasi) di ragazzi carpigiani, un po’ border line, successa pare ai primi degli anni ’60. Sono tanti anni che volevo rievocarla, ma non avevo elementi sufficienti. Oggi, grazie all’apporto di varie fonti, posso finalmente tentare di farlo, anche se resta delle incertezze di fondo.
Forse non tutti particolari saranno quelli originali, ma la sostanza fu quella; la narrazione nei decenni si è trasformata in un episodio da leggenda, dove il prosatore di turno si sente autorizzato a mettere o modificare particolari narrativi a proprio piacimento per aumentare “l’eclatanza” del racconto.
Ebbene… un giorno d’estate a gruppetto di giovani teddy boys carpigiani, oggi tutti molto conosciuti, venne in mente di divertirsi, fermando il traffico di una importante strada di comunicazione. Una gran bella idea! Non vi pare?
Il più giandone di loro si distese in mezzo all’asfalto di traverso alla strada, assumendo la stessa posa della statua del Canova, raffigurante Paolina Borghese; tirò fuori una paglia e si mise a fumare tranquillamente.
Un camion non tardò ad arrivare e l’autista, vedendo il trambusto e la carreggiata occupata, si fermò e scese per chiedere cosa fosse successo… Forse un incidente !? Forse un quelchidùun ch al stèeva mèel?!
“’Sa gh è? " chiese subito il camionista preoccupato.
Uno dei ragazzi si diresse verso di lui e, mettendosi un dito su naso e bocca, intimò: "Sssttt... il capo fuma!"
Il mentecatto continuava beatamente a star sdraiato in mezzo alla strada con la sigaretta in bocca e accennava un sorriso beffardo e ammiccante.
… Due o tre secondi di silenzio… L’uomo osservava la scena e poi… "Aa sè? A iò capìi!" - fece il camionista - "Adèesa a gh pèins mè a sistemèer la facènnda!"
Andò nella cabina del camion e prese una catena di ferro (ma c'ė chi narra addirittura che si trattasse di un cric), scese e si diresse con decisione verso l’ostacolo umano e poi cominciò a frustare senza pietà il povero sciagurato.  
Poco dopo il camion ripartiva tranquillamente con la strada sgombra😄😃!
Questa è la versione che gira maggiormente a Carpi.
Ma ci sono altri preziosi contributi, con varianti e precisazioni…
Renato Cucconi (Carpi) afferma: “Con certezza il fatto è vero per Carpi; successe nelle vicinanze dell'acquedotto, in prossimità dell’attuale semaforo di via dei Cipressi (cimitero); bisogna tenere conto che allora non c'era la tangenziale e che gli autocarri provenienti da Reggio, dovevano per forza circolare sulla circonvallazione d'allora, che era per appunto  via dei Cipressi.”

G. R. (Carpi): “Confermo il fatto in viale dei Cipressi. Il camionista tornò con in mano il cric...  e al caapo al s è faat in là in fuuga, primma èd ciapèer i...”
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Chissà da dove nasceva questo tipo di atteggiamento? La risposta che mi mi sono dato ò che probabilmente l’esempio fu da un qualche film americano di teddy boys. Mi hanno anche detto che la cosa era stata inventata dai ragazzi inglesi negli anni ’50.

Renato Cucconi: “Deriva dai film americàan, dell’epoca, che generalmèint i gniiven dèe al  Supercinema èd Gibertòun. A gh éera al pavimèint èd lèggn e tutt a baater i pée, quàand a gh éera dal séeni èd teddibòois. A gh éera quìi chi muntèeven su e i entrèeven ind i personàag’ al puunt da fèer la pèert aanch fóora dal cìnema. Mò a la fiin, quèll t èe cuntèe, l è stèe un epiṡòodi ridiccol! Maavro, te l cgnuss al tiip!”
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Ma la cosa però non finisce qui, storie simili sono successe anche in comuni vicini e tutti i testimoni assicurano che capitarono realmente.

Augusto Montanari (Soliera) ricorda: “Io conoscevo la stessa storia, ma si era svolta a Mirandola sulla strada Canaletto (MO – VR). Me la raccontò un amico di Mortizzuolo che era presente. Il protagonista dell’impresa, molto in auge anche allora, era il figlio di un facoltoso magliaio del posto. Costui si sedette nel bel mezzo del Canaletto con posa da capo indiano e, accesosi una sigaretta, stette lì muto in attesa. A parlare fu il complice all'arrivo del nerboluto camionista; quest’ultimo chiese appunto cosa fosse successo e questi ribatté: "Il capo fuma!" Ammutolito e spiacevolmente sorpreso, l’uomo tornò in cabina e ingranò la prima e il capo smise subito di essere tale e di fumare. Se non si fosse sbrigato a scansarsi… le conseguenze sarebbero state serie!
Dunque una storia molto simile.”

Isa Galantini (Novi) integra l’episodio, con una terza versione: “Successe con le stesse modalità raccontate anche a Novi, ma il capo (quello che fumava) era appunto di Novi e abita tuttora vicino a casa mia; ora è su una sedia a rotelle per ictus, anche se non è tanto vecchio (65 o poco più). I fatti avvennero a metà degli anni ’70 e l’episodio si chiuse quando quell'autotrasportatore spazientito scese con la catena in mano…”

Un’ ulteriore testimonianza con varianti la troviamo infine nel libro, uscito nel 2010, di Ermanno Guerzoni  ”I Sanflisan di ultim sent ann”  I Sanfeliciani negli ultimi 100 anni – Visti dal basso.
Ecco la citazione dal libro:
Un incontro non programmato
- Siamo nei primi anni Settanta. Alcuni giovani “bene” di Mirandola si divertivano a fare scherzi tutti insieme a un loro coetaneo soprannomi­nato Capinera. Un giorno fermarono il traffico sulla strada del Mazzone, dicendo: “Fermi tutti, il capo fuma!”, poiché il loro capo, sulla sua auto, doveva fumare e non voleva essere disturbato dal rumore. Il caso volle che l’automobilista fermato fosse il nostro concittadino Giovanni Luppi, ex granatiere e quindi un vero “armadio” di uomo. Egli chiese chi fosse il capo, andò alla sua auto, lo prese fuori di forza e gli diede un pugno da tramortirlo. Informatosi circa l’identità del padre, gli disse che se si fosse lamentato di quanto successo, sarebbe andato da lui a spiegargli il tutto. -

venerdì 7 luglio 2017

Il gioco delle scianco - lippa - intervista a mario brani - dialetto carpigiano - mauro d'orazi carpi



Le regole dal ṡóogh dal s-ciàanco
con intervista a Mario Brani
di Mauro D'Orazi

Al ṡóogh dal s-ciàanco era un gioco molto conosciuto e praticato a Carpi, sia in città che in campagna, fino ai primi degli anni ’80. La sua origine è molto antica e prende anche il nome di lippa, assieme a decine di altre denominazioni in base al dialetti locali; si tratta di un gioco popolare che, ancora oggi diffuso in varie nazioni europee, dove si disputano tornei internazionali a livello agonistico. Anche in Italia era diffuso in tantissime zone.
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Cenni storici

La lippa, termine presumibilmente lombardo, è un antico gioco tradizionale dalle origini incerte ma sicuramente antichissime.
Nonostante si consideri il gioco della lippa il più delle volte un gioco "fanciullesco" ci sono prove che anche nei secoli scorsi venisse giocata da adulti di ambo i sessi.
La Repubblica Serenissima vietava questo gioco, per motivi di sicurezza, con tanto di pubblici divieti lapidei a Venezia e nei territori da lei controllati. Le prime testimonianze certe sono state ritrovate nel 2003 dal ricercatore Marco Fittà e risalgono all'XI/XII dinastia Egizia (2205 a.C. 1778 a.C.) e sono custodite al "Petrie Museum of Egyptian Archaeology" di Londra; in Italia, invece, il reperto più importante, fatto risalire all'epoca medioevale, è stato scoperto un paio di decenni fa a Bovolone (VR) ed è custodito nella sede della Soprintendenza Archeologica per il Veneto di Verona.
La popolarità e la diffusione di questo gioco sono dimostrate da svariate citazioni in numerosi film di successo, tra cui: "Guardie e ladri", con Totò e A. Fabrizi (Italia, 1950), "I soliti ignoti" con Totò, M. Mastroianni, V. Gassman (Italia, 1958), "Stanlio e Ollio - Nel paese delle meraviglie" (USA, 1934), "Altrimenti ci arrabbiamo" con Bud Spencer e Terence Hill (USA, 1974).
Non solo la cinematografia si è occupata del gioco della Lippa, anche la letteratura in merito è piuttosto ampia; citazioni del gioco si trovano nell’opera di Mario Rigoni Stern,"Storie dall'Est" e in Italo Calvino nel racconto "Prima che tu dica Pronto".
I diversi sistemi di gioco si possono dividere in giochi di squadra o individuali e giochi che hanno come obiettivo prioritario la distanza (allontanare il più possibile la lippa dal punto di partenza) o la precisione (raggiungere un’area delimitata nella quale fare entrare la lippa). Tutti i metodi hanno come costante lo stesso tipo di attrezzi da gioco, anche se di misure diverse.
***
Io naturalmente tratterò della tradizione carpigiana, iniziando dal ricercatore locale Mario Cassoli, che così ci descrive il gioco in una sua ricerca del 1980.

“Due oggetti servivano per il gioco della lippa, in dialetto s-ciàanco, ma anche s-ciancòol o s-ciàanch; un bastone della lunghezza di 50-70 cm, chiamato canèela e uno di molto più piccolo, circa 15-20 centimetri con i lati a cono. La mazza era nella parte più bassa leggermente più grossa, possibilmente gli ultimi dieci centimetri leggermente curvato, invece
al s-ciàanco era di un diametro di circa tre centimetri. Per questo pericolosissimo gioco occorreva molto spazio e terreno privo d'erba. Quando il battitore, e tutti a turno lo dovevano fare, era pronto, lanciava un urlo "S-ciàanco!", e da qui la denominazione del gioco, per richiamare l'attenzione dei concorrenti che stava per essere lanciato il "proiettile ". L'avversario a sua volta rispondeva ad alta voce: "Vèggna!" Posta la lippa sul terreno, con la mazza si doveva colpire la parte conica affinché si fosse sollevata da terra, circa un metro e mezzo e prima che cadesse veniva nuovamente colpita dalla mazza per essere lanciata più distante possibile. Per la serie di lanci convenuti veniva stabilito un punteggio a seconda della graduatoria di ogni lancio che si accumulavano agli altri per stabilire il vincente. Chi sbagliava la lippa aveva una penalità che diminuiva il punteggio acquisito. Era un gioco che appassionava e tante volte i giovani venivano trascinati a complicare il gioco stesso ed affrontare maggiori rischi. Allo svolgimento sopradescritto si aggiungeva la presa al volo da parte dell'avversario dello s-ciàanco, con tutti i rischi che incorreva; nel caso favorevole eliminava un concorrente e il punteggio del battitore passava a lui.
Altra possibilità di eliminazione del battitore era quando, molto maliziosamente, uno dei ricevitori diceva lèggna, invece di vèggna e lascio immaginare le discussioni e le liti conseguenti!”


Il lancio di partenza cun al s-ciàanco in maan.
Nel comune di Senago (MI) esiste addirittura un monumento alla Lippa a riprova della popolarità e lunga storia di questo gioco.
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Dopo questo primo approfondimento, viene subito spontaneo paragonare al s-ciàanco al baseball americano; nonostante le sostanziali differenze, molti sono i punti in comune: la mazza, l’oggetto da colpire, la base, l’alternarsi delle squadre in attacco e difesa, la possibile eliminazione del battitore, ecc...
Tutto ciò rende ancora più affascinante esaminare ulteriormente questa tematiche.

Il gioco, apparentemente semplice, invece si fonda su un corpo di regole piuttosto complesse ed elaborate, che danno grande efficacia al gioco e condizionano la vittoria finale (che ad esempio poteva essere prefissata nel raggiungimento di… domilla canèeli) sia all’abilità dei giocatori, che a un’alea di imponderabilità di azzardo, di fortuna, di astute valutazioni e di lungimiranti strategie.

Ho intervistato il 6 settembre 2015 a casa sua il carpigianissimo Mario Brani, affermato industriale e intermediatore commerciale internazionale, che a buona ragione si vanta di aver vissuto e di ben conoscere le più vere tradizioni e il dialetto nella nostra città.
Dalla piacevole conversazione, ne è uscito un quadro completo del gioco con le sue articolate regole, che si praticavano in centro a Carpi negli anni ’30.
È probabile che qualche lettore applicasse dettami e sfumature differenti, ma ciò è normale nelle cose che riguardano le tradizioni popolari.

ATTENZIONE! Prima che continuiate la lettura e per evitare di sassarmi i cosiddetti, AVVERTO che le regole, di seguito descritte, riguardano la compagnia e l’epoca del narratore intervistato; ma tali modalità hanno certamente avuto varianti in base ai periodi temporali e agli usi diversi nelle bande di ragazzi che si sono succedute fino alla fine degli anni ’70 / primi anni ’80, quando il gioco, purtroppo, è praticamente scomparso.

Intervista a Mario Brani

Dorry “Allora, caro Mario oggi dobbiamo parlare dello s-ciàanco e delle sue regole, così come si giocava prima della Seconda Guerra Mondiale.”

Mario Brani: ”Si tratta di un gioco molto bello e assai meno banale di quanto si possa pensare. Le regole, infatti, erano complesse e complicate.
Il gioco era praticato dai bambini e ragazzi (maschi) fino a circa 15 anni.
Ci si divideva in due squadre. Si disegnava il campo che era un circolo di un diametro attorno al metro e mezzo. Non c’era una misura precisa a s andèeva a braas. Lo si segnava per terra alla meglio, non certo col gesso dei campi da calcio di oggi.
Gli strumenti erano due:
al s-ciàanco era un pezzetto di legno (una specie di fusello) a doppio cono finale con le punte; era tagliato e modellato col coltello. Era lungo 10 – 15 centimetri, appoggia a terra con la pancia e le punte servivano per poi tirarlo su;
la canèela era un bastone, una mazza. Anche qui non c’erano misure precise; si stava all’incirca sui 40 cm.”

D: “Mi hanno raccontato che i ragazzini rubavano le scope in casa per segare il manico e fèer la canèela.”

MB: “Può anche essere, ma in tempi di sicuro più vicino a noi, quando già c’era un benessere diffuso, dopo la guerra. Questo non capitava di certo negli anni ’30, dove dal malgarèini a n s in catèeva mìa. Erano oggetti tutto sommato rari e costosi. Ci si doveva arrangiare con materiale più rustico come i rami di albero, che poi venivano rifiniti alla meglio.”

D: “Dunque un stanghètt, un bastòun ?”

MB: “Sè! Un bastòun che veniva rifinito alla meglio, sempre con il coltello per renderlo liscio e omogeneo il più possibile. Da notare che il bastone era solo uno (lo stesso) per tutte e due le squadre e veniva usato in base ai turni di gioco.”

D: “Le squadre come erano organizzate?”

MB: “ Come ho già detto le formazioni che si fronteggiavano erano due; di solito la composizione era quattro contro quattro, al massimo cinque. Con una conta o con il pari e dispari si sorteggiava quale sarebbe stata la squadra prescelta per mettere dentro al cerchio il primo giocatore. Solo lui stava sul terreno di gioco, gli altri erano in attesa, ma in parte non attiva.”

D: “E la squadra avversaria?”

MB: “I giocatori dell’altra squadra si schieravano al completo a ventaglio rivolti verso lanciatore; lo scopo primo, in questa fase, era di prendere al volo con le mani al s-ciàanco. Il tiratore effettuava il primo lancio (il più potentemente possibile), sollevando il legnetto per una punta con la mano sinistra e dando una botta con il bastone che armava il braccio destro.
La zona di lancio era la cuntrèeda, non c’era un vero e proprio campo di gioco.
Se il legnetto veniva catturato, il tiratore era eliminato e prendeva il suo posto un giocatore della squadra avversaria. Altrimenti partiva la sequenza più complessa del gioco. È importante capire che solo chi era nel cerchio faceva i punti e non chi era in difesa.

D: “Come si segnalava il lancio? C’era una ritualità obbligatoria?”

MB: “Il tiratore obbligatoriamente doveva urlare: - S-ciàanco! - Un avversario rispondeva: - Vèggna!- Solo dopo la risposta si poteva tirare. Ma non era facile: una volta al fèeva flipp (mancava il bersaglio), un’altra volta ci prendeva e il legnetto andava lontano. Non era agevole dare una bella botta; ci voleva esperienza e una certa maestria.”

D: “ Se non c’era la presa al volo?”


MB: ”Allora… nel caso che al s-ciàanco non fosse stato preso, dal punto in cui era caduto, un ricevitore avversario doveva cercare di tirare il legno dentro al cerchio. Si metteva dentro al cerchio anche una cannella. Se il legno entrava nel cerchio, si cambiava e batteva la squadra avversaria. Se poi al s-ciàanco, con un tiro fortunatissimo, arrivava a toccare anche la cannella, si azzeravano anche i punti dell’altra squadra.”

D: ”Óoo! Mò a nn éera mìa faacil!”

MB: “Difaati! Se al s-ciàanco non entrava nel cerchio, cosa che capitava quasi sempre, iniziava la sequenza di tre tiri per la produzione di punti per la squadra, che inizialmente aveva battuto dal cerchio.”

D: “E cioè?”


MB: ”Il battitore della prima squadra picchiava una delle punte dello
s-ciàanco che si alzava; mentre iniziava la fase di ricaduta, quando la velocità si riduceva, con la cannella si dava un gran colpo per allontanare quanto più possibile la lippa dal cerchio. Si ripeteva l’operazione altre due volte. Tach e via! Tach e via! Tach e via! ”

D: “A questo punto c’era da misurare per stabilire il punteggio per la prima squadra.”

MB: “Certamente. La valutazione avveniva in due modi. Sulla stima accettata o meno, oppure, in questo secondo caso, sulla misurazione effettiva della distanza, che veniva effettuata manualmente.
L’unità di misura era proprio la lunghezza della cannella utilizzata dalla due squadre per i lanci.
I punti erano tante cannelle, quanto si era lontani del circolo.”

D: “Ma allora era difficile misurare…”

MB: “Come ti ho detto il gioco era piacevolmente macchinoso con un sacco di regole e procedure da applicare.
Dopo il lancio, il capitano avversario chiedeva: - Quàant canèeli tóo t? Quante cannelli prendi?
L’altro rispondeva, ad esempio – A tóogh nuvaanta canèeli! Prendo 90 cannelle! -
A questo punto l’avversario godeva di due possibilità: accettare, facendo incamerare il punti agli antagonisti (e il gioco sarebbe ripartito con lo stesso lanciatore per una nuova fase), oppure chiedere la verifica effettiva della misura.
- A gh in faagh! - Ce ne faccio! Voglio verificare! – Una procedura prevista anche nel gioco delle palline.
Manualmente si procedeva pazientemente alla misurazione, una cannella dopo l’altra. Se il risultato era inferiore alla valutazione, anche 89 cannelle, il lanciatore non solo non prendeva nemmeno un punto, ma veniva eliminato, facendo montare su un giocatore rivale nella nuova fase di gioco.
L’èera pròopria un bèel ṡughlèin (un bel giochino) e si giocava per ore e ore con forte agonismo e partecipazione. Si arrivava a mille, a due mila punti, a seconda degli accordi iniziali.
Pèr òogni canèela l éera faacil fèer alméeno 60, 70 puunt. Questo se si picchiava bene. Il problema era quando si colpiva male.

D: ”C’erano spesso delle contestazioni?”

MB: “In genere no! Le cose filavano lisce. L’importante era giocare. C’era solo qualcuno che si divertiva a fare il furbo dopo l’urlo S-ciàanco!, rispondendo, invece che con l’obbligatorio Vèggna!, con una parola assonante… Règgna! Tèggna! Lèggna! Ma lo scherzetto si superava velocemente con una risata.

Queste sono le regole dello S-ciàanco; allora ci si arrangiava con grande fantasia utilizzando al meglio quel poco che si poteva avere a disposizione! ”

D: “Grazie Mario per il tuo racconto e per la tua disponibilità! Ci hai raccontato una pagina interessante della vita carpigiana dei ragazzi di un tempo.”
**


In chiusura trovo interessante soffermarmi sui principi fisici di questo bel gioco; il web ci viene in aiuto per capire meglio. Ogni cosa ha un suo perché!

La fisica della lippa
(dal web)
La lippa è generalmente posizionata a terra e viene colpita ad una delle sue estremità in modo da farla alzare in verticale (il movimento in verticale è accompagnato da un movimento rotatorio della lippa stessa). Il funzionamento non è altro che quello di una leva. Se osserviamo lo schema qui sotto, infatti, individuiamo un fulcro (ovvero il punto di appoggio della leva), una resistenza (ovvero la lippa stessa) e una potenza (ovvero il punto in cui il bastone colpisce la lippa).

Analizzando tutto il sistema, da un punto di vista fisico, abbiamo una leva di primo genere. La lippa si è solo alzata in verticale, adesso bisogna mandarla il più lontano possibile. Ed ecco che il braccio (umano), che impugna la cannella, ruota velocemente impattando il pezzo di legno grande con il pezzo di legno piccolo per scagliarlo lontano, proprio nell’attimo che cessa la salita e praticamente fermo, sta per ridiscendere. Ed ecco un'altra leva!

Il fulcro infatti è a livello del polso del giocatore, la potenza è data dalla mano che stringe il bastone e che lo fa muovere in avanti e la resistenza è la lippa stessa quando colpisce il bastone. Si tratta (nella condizione ideale sopra descritta) di una leva di terzo genere. Le leve vengono divise in 3 classi: leve di primo genere, leve di secondo genere, leve di terzo genere. Il fatto di appartenere ad una classe piuttosto che ad un'altra dipende da dove sono posizionati il fulcro, da dove viene esercitata la potenza e da dove si trova la resistenza. La leva è uno strumento che serve per risparmiare fatica o, come direbbe un fisico, una macchina che serve a compiere un lavoro impiegando meno energia.

venerdì 10 marzo 2017

Et ricordet Filumeina di Mario Stermieri - dialetto carpigiano - Carpi - Mauro D'Orazi

Et ricôrdet Filumèina di Mario Stermieri 
scutmài Marin Rasèin (Stermieri - Razzini)
                           Primavera 1910  - completata da Mauro D’Orazi nel feb 2012
                                                        Traduzione di Mauro D’Orazi nel mar 2017

Et ricôrdet Filumèina,                               Ti ricordi Filomena,
quand t'andèv a passegêr                          quando andavi a passeggiare
a bunôra, a la matèina,                              di buon ora, alla mattina,
mèintr in zêl as fèva ciêr?                          mentre in cielo si faceva chiaro?

Pascolànd la tô nimêla,                                       Pascolando la tua scrofa,
là fra l'èrba în mèz al prê,                          là fra l’erba in mezzo al prato,
Filumèina t' èr pur bêla                             Filomena eri pur bella
che me a m' èra inàmurê!...                        tanto che mi ero innamorato!...

Un bel giôrn at contemplêva                     Un bel giorno ti contemplavo
stand nascôst dedrè da un môr,                          stando nascosto dietro a un gelso,
e guardànd, a suspirêva                                      e guardando, sospiravo
e am batîva fort al cor!                              e mi batteva forte in cuore!

Quànd a un tratt, pr'en fèrtl adôss,           Quando a tratto, per non fartela addosso,
te 't tiriss sù la stanêla                               Ti tirasti su la sottana
e anch achsé... là in fond al fòss                e anche così… là in fondo al fosso
Filumèina t'èr pur bêla!!                                     Filomena eri pur bella!!

Da cal giòren an gh'ò più vist*                            Da quel giorno non ci ho più visto
e, a pinsêr a la tò natura,*                        e, a pensare alla tua natura,
a dvintèva più che trist,*                                     diventavo più di triste,
seinsa cèva in dla sradura.*                      senza avere la chiave della serratura. 

**

in corsivo parte completata da Mauro D'Orazi e amici il 27-2-2012

Cunfidèinzi di Mario Stermieri - dialetto carpigiano - Carpi - Mauro D'Orazi

Cunfidèinzi di  Mario Stermieri
scutmài Marin Rasèin (Stermieri - Razzini)

                          Primavera 1910  - completata da Mauro D’Orazi nel febbraio 2012
                                                        Traduzione di Mauro D’Orazi nel marzo 2017

Margherìtta! … Margherìtta!...                           Margherita!... Margherita!...
Te tì tutta la  me vìtta,                               Tu sei tutta la mia vita,
te tì l’ùnich mè pinsèr                               tu sei il mio unico pensiero
te per me tì al mònd intèr!                         tu per me sei il mondo intero!

Te tì guèrza, l’è pur vèra, …                     Te sei guercia, è pur vero,…
ma però tì in bòuna cèra;                                    ma però sei in buona cera;
te tì struppia… ma ch’ s’impòrta,            tu sei sciancata… ma chi se importa,
an gh’è dònna ch’ l’an sia stòrta!             Non c’è donna che non sia storta!

A so anch* ch at pùzza al fiè,                   So anche che ti puzza il fiato,
ma a me ‘gh sòun già abituè:                     ma io sono abituato:
in riguèrd pò ai tò cavì,                             circa poi ai tuoi capelli,
me a n’ egh pèins s’in poch pulì! …                   io non ci penso se sono poco puliti! …

Chè me a pèins che in d’ na famìa,            Con ciò penso che in una famiglia,
una acsè an l a ‘vrèv mìa*                         una così non la vorrei di certo
e pr an restèr futù*                                    e per non restare fregato
a srò svèlt a tòr su al dù!*                         sarò svelto a prendere su il due!



 *  completamento in corsivo di M. D’Orazi e gli amici 27-2-2012

EL CIACRI DLA GINT di Mario Stermieri - dialetto carpigiano - Carpi - Mauro D'Orazi

EL CIACRI DLA GINT

con modifica di Mauro D’Orazi nel feb 2012
                                                          Traduzione di Mauro D’Orazi nel marzo 2017


Divérsi vòlt a iò sinti a parlèr                               Diverse volte ho sentito parlare
d'un certo Dorri, un impieghè dal Cumòun        di un certo Dorry, un impiegato del Comune
e i m'la'an descrìtt con tant particolèr                 e me l’hanno con tanti particolari
ch'ed cgnùsserl bèin am pùnz la tentaziòun.      che mi viene la tentazione di conoscerlo meglio.

I'l disn an zòven pin d'riputaziòun,                     Dicono che sia un giovine pieno di reputazione
inteligint... e svèlt in di sò afèr,                            intelligente… e svelto nel suo agire,
distint, gentil, modèl d'educaziòun;                    distinto, gentile, un modello di educazione;
un tip simpàtich, tant... da inamurèr.                   un tipo simpatico, tanto… da far innamorare.

Anzi as descòr ed quatr'o zinch sgnurèeini,       Anzi si dice di quattro o cinque  signorine,
ch'i gh'an dmandè lor stèssi ed fèr l'amòr...        che hanno chiesto loro stesse di intrecciare una relazione..
Mo mè an al so cum 'is faràn, puvrèini....           Ma io non so come faranno, poverine…

S'i  gh'in in tanti con ste mèl al còr!                     Se ci sono in tante con questo male al cuore!
I an ditt che lò pr'an disgusteèr nisùnna             Hanno detto che per non disgustare nessuna
al li vol tùtti...e s'al n'in tòs gnanch'ùnna!          le vuole  tutte…
                                                                                           anche se non ne prende neanche una!


MARIO STERMIERI 

Sconforto di Mario Stermieri - dialetto carpigiano - Carpi - Mauro D'Orazi - basletta

Sconforto di Mario Stermieri
Ecco una poesia del grande Mario Stermieri di Carpi,  in cui, di proposito e con grande maestria, il contenuto triste viene completamente disintegrato dall'esilarante utilizzo dei termini, per noi che parliamo l'italiano corrente, in un improbabile tentativo di fondere due lingue differenti.

SCONFORTO

La prima vera ecco è quì che vièno 
siamo già arènto al tempo della fóia
in mezzo ai prati si è già sgato il fieno
e vien su l'uva bella ch'la fa vóia,
ma nel mio cuoro ancor non v è giungiùto
il tiepido calor del sol d'aprilo
perché la mante mia non m'à più vluto
e sofro, e… calo tutti i giorni un chilo!
Quando poi penso ai bacci che ci ò dato
in della ghigna fresca e pien d'ardire
mi sento comovùto e sconsolato
come se fossi arènto a partorire!
E quando penso a sì crudel disdetta
e che in del mondo non avrò più pace
blisga dagli occhi giù per la basletta
il pianto mio dal gran che m'indespiàce!

Mario Stermieri, Carpi 1886/1910

Nel leggere il buffo utilizzo delle parole italianizzate dal dialetto carpigiano nella poesia di Mario Stermieri, c’è da chiedersi se non era questo forse il sistema usato dagli scrittori dialettali del Tre-Quattrocento di trasformare la lingua della loro terra nel nuovo linguaggio toscano, che si stava affermando in tutta la penisola. Del resto quante parole provenienti da tutte le regioni italiane sono state toscanizzate e oggi fanno parte dell'italiano standard!

Da notare poi che i quattro versi finali, musica pura e cristallina, sono i più famosi e conosciuti di tutta la povesia carpigiana:

E quando penso a sì crudel disdetta
e che in del mondo non avrò più pace
blisga dagli occhi giù per la basletta

il pianto mio dal gran che m'indespiàce!