martedì 17 marzo 2015

La sarta, sartine, l’agugliata lunga - dialetto carpigiano - Carpi -



Stesura iniziale 09-02-2015                                           v18 del 06-03-2015

La sarta, sartine, l’agugliata lunga
e altri lavoretti


di   Mauro D’Orazi
ch a nn à màai tgnùu in maan gnaanch ‘na guccia!

COME SI LEGGE E SI SCRIVE IL DIALETTO CARPIGIANO
Norme di trascrizione e lettura del dialetto

Le norme di trascrizione adottate dal
“Dizionario del dialetto carpigiano - 2011”
di Anna Maria Ori e Graziano Malagoli

Tabella per facilitare la lettura

a      a come in italiano                           vacca
aa    pronuncia allungata                         laat, scaat, caana

è e aperta (come in dieci)                        martedè, sèccia, scarèssa, panètt, panèin
èe    e aperta e prolungata                      andèer, regolèeda, martlèeda, taièe
é      e chiusa (come in regno)                 méi, mé
ée    e chiusa e prolungata                      véeder, créedit, pée

i i come in italiano                              bissa, dì
ii      i prolungata                                   viiv, vriir, scalmiires, dii

ò      o aperta (come in buono)                pòss, bòll, brònnṡa, pistòun, dimònndi
òo    o aperta e prolungata                      scartòos, scatlòot, malòoch, tròop
ó      o chiusa (come in noce)                   tó, só, indó
óo    o chiusa e prolungata                      vóolpa, casadóor, móoi, óov, ṡóogh
u      u come in italiano                           parucca, bussla, dubbi, currer, fiùmm
uu    u prolungata                                  bvuuda, vluu, tgnuu, autuun, duu

c’      c dolce (come in ciao)                     vèec’, òoc’
cc’    c dolce e intensa (come in faccia)      cucc’, scarnìcc’, cutècc’, palpùcc’
ch    c dura (come in chiodo)                   ṡbòcch, spaach, stècch
g’     g dolce (come in gelo)                     curàag’, alòog’, coléeg’
gg’   g dolce e intensa (come in oggi)       puntègg’, gurghègg’
gh    g dura (come in ghiro)                    ṡbrèegh, siigh

s      s sorda (come in suono)                  sèmmper, sóol, siira
      s sonora (come in rosa)                   atéeṡ, traṡandèe, ṡliṡìi

s-c    s sorda seguita da c dolce                s-ciafòun, s-ciòop, s-ciùmma, s-ciòoch

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La sarta, l’agugliata lunga
e altri lavoretti
di Mauro D’Orazi
ch a nn à màai tgnùu in maan gnaanch ‘na guccia!

Quando si parla di sarte viene subito in mente la frase tipica in dialetto:
gucèeda luunga, sèerta maata, cioè agugliata lunga, sarta matta, perché il filo si può facilmente attorcigliare.
  
Era un detto spesso pronunciato dalle sarte una volta; quelle artigiane valenti e preziose che erano molto apprezzate dalla borghesia carpigiana, quando la giovane apprendista infilava nell’ago dei fili lunghi, per evitare la noia di doverli fermare e affrancare troppo spesso.
Così facendo, però, spesso il filo troppo lungo si ingarbugliava e i casi erano due: o si perdeva un sacco di tempo a sgrovigliarlo, o lo si doveva tagliare e ricominciare da capo. Soprattutto quando si ricama con fili di seta, la giustezza dell’agugliata condiziona di molto il lavoro, la provetta sarta si deve sempre ripetere questo mantra dialettale, quando infila l’ago!
Nei vecchi inventari conservati negli archivi carpigiani gli aghi (siamo nel '600) li chiamano “aguccie”, quindi il nostro guccia (ago) ha fatto cadere la a iniziale, e la gucèeda forse un tempo è stata l’agucèeda. La parola “agucchia” si trova già  in vari testi di area modenese del Quattrocento.
Attenzione! però... qualche carpigiano birichino ogni tanto si diverte e basta far scivolare la esse, dando a tutta la frase un significato molto più malizioso: Guṡéeda lunnga, séerta maata!

Cun la gucèeda luunga a s turtìa tutt al fiil. Con l’agugliata lunga si attorcigliano tutti i fili.


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Nel modenese l’apprendista sartina prendeva il nome di s-ceppla. Da cui anche… ragazza furbetta, smorfiosetta. L’etimo potrebbe derivare dal latino  “discipula”. Curiosamente nel dialetto carpigiano la parola s-cippel assume il significato di schizzinoso nel mangiare.

Altri modi di dire e varianti sul tema

Lunga gugliata, maestra sguaiata (sgarbata).
Donna sgarbata (mal sgarbata) tira lunga la gugliata.
Il sarto matto ha più lunga la gugliata del braccio.
Gugliata lunga, cucitrice pazza. Similare al precedente proverbio. Per un buon lavoro di cucito la gugliata deve essere corta.
Chi non fa il nodo alla gugliata perde il punto e la tirata - La gugliata si sfila dalla stoffa e la cucitura non tiene. La gugliata senza nodo in fondo è detta “gugliata del diavolo”. Ovviamente con lo stesso significato del proverbio “Chi non fa il nodo perde il punto”. Anche se le sarte brave brave riuscivano a lavorare… al volo…  anche senza nodo.
La gugliata ha il passo corto - La gugliata deve essere corta se si vuole che il lavoro venga bene ed ordinato. Il significato è confermato da un altro proverbio “Lungo filaccio, tristo sartaccio”.
La gugliata di filo troppo sottile spesso si rompe - Le trame troppo sottili, le astuzie troppo ingegnose finiscono per non avere effetto.
Quando s'allunga la giornata, s'accorcia la gugliata e viceversa quando s'accorcia la giornata s'allunga la gugliata.
Gugliata è detta anche la quantità di filo necessaria per un lavoro, ovvero quella che esce da una filatura.
Più lungo è il giorno, più si lavora nei campi, più corto è il filato; e viceversa.
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Quando la sarta si accinge a confezionare una giacca, non dimenticherà poi di ripetersi: maandga dritta e busst arvèers per un corretto montaggio della manica.
*o*
Una volta si facevano anche i sovermàan, in italiano sopraggitti. Si facevano perché il tessuto non sfilasse, dove veniva rivoltato all’interno delle cuciture, per esempio tra i teli di una gonna, e solo dove non si vedeva. Così le cuciture erano anche più morbide e non infagottavano, senza un orlo ribattuto.



Già da alcuni decenni la cucitaglia li ha fatti fuori tutti, i poveri sovermàan, così noiosi da fare. Spesso la sarta esigente li faceva rifare alla povera apprendista, perché non erano mai precisi, i punti!
Al sovermàan l uniiva al dóo pèert perchè i n spudissen; era dunque una cucitura che non univa niente, ma fermava i fili di un tessuto tagliato, perché non “sputassero”. Si facevano tutt’intorno alle parti tagliate a vivo con le forbici, tranne nel caso di cuciture ribattute (come quelle delle camicie).
Si distingueva dal sottpùunt, che l uniiva al dóo pèert. Mò a n s duviiva mìa cgnusser; ad esempio per l óorel dal fònnd dal brèeghi, di vistìi, dal stanèeli, ecc... Si distingueva dal sottopunto perché serviva a unire due parti di tessuto, ma la cucitura non si doveva vedere, come ad esempio l’orlo del fondo dei pantaloni, dei vestiti, delle gonne, ecc…

Il laboratorio di sartoria di Lucia Bellentani in Vignoli (a sn, nata nel 1903), la figlia (madre di Rossana Bonvento) è la piccola che si vede era nata nel 1924.
Il laboratorio era in via San Francesco, la casa di fronte alla attuale Pizzeria, esattamente quella con la testa di cavallo.
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Per i sovermàan si diceva: “Mè cèer e tè lèeregh, acsè andèmm a ca prèest!” Oppure:” Tè cèer e mè lunngh, ch a rivèmm a ca prèesti!” Io chiaro e te largo, così andiamo casa presto: era l’ammonimento che lanciava la sarta alla sua collaboratrice nel cucire i sovermàan, cercando di affrettare la noiosa operazione).
Ma sovermàan ha anche un significato simbolico: “A gh vóol al sovermàan!” - in senso figurato ci vuole del talento e capacità a fare un cerca cosa, del manico.


Altra regola è: taglia lungo e cuci stretto!
Ben tagliato e mal cucito non stanno insieme. Un vestito ben tagliato e cucito male si nota particolarmente perché ha qualcosa di disarmonico e stridente che disturba. Non ha senso rovinare un lavoro iniziato bene completando l'opera in modo approssimativo. Nella confezione di un abito il taglio è l'operazione più delicata.

 
 
 
Chi sa cucire coll'ago vecchio sa cucire con il nuovo.
Chi sa il mestiere con i vecchi sistemi, servendosi dei vecchi arnesi non ha difficoltà ad adeguarsi a quelli nuovi, che anzi sono molto più funzionali.


C’è poi forse il detto più famoso, che invita a meditare prima di agire in tutti campi della vita: “Cento misure e un taglio solo!
Il proverbio è conosciuto in tutta Italia e viene usato specialmente nel settore sartoriale, a sottolineare l'importanza di una buona misurazione ripetuta più volte a cui seguirà il successivo taglio del tessuto. Il detto lo si ripropone in tutte quelle occasioni dove prima di agire è necessario riflettere bene per non pentirsi subito dopo di un’azione difficilmente rimediabile.
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Lo scrittore carpigiano Carlo Alberto Parmeggiani, in base alla sua esperienza di vita, azzarda questa ipotesi:
“Sarebbe curioso fare una breve indagine statistica su quante sarte e sartine erano nubili nel nostro amato Principato di Carpi. Per quel che mi ricordo le sarte di mia madre, di mia zia e le sue amiche erano nubili e sono morte tali. E una diceria che sentivo dire a quei tempi era che la loro condizione di nubilato era dovuta al fatto che, avendo spesso a che fare con riviste illustrate di alta moda da cui copiare modelli da proporre alla affezionata clientela femminile, il loro gusto per il bello e per la vita si raffinava al punto d'invaghire e diventare alquanto schizzinoso nella scelta dell'uomo da sposare. Uomo che avrebbero voluto di una classe sociale più distinta ed elevata di quella che la loro condizione le poteva altrimenti consentire. Come dire che un'occhiata ai modelli illustrati d'alta moda generava un'agugliata inestricabile ai sogni di una vita.“
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Il lavoro da sarta a Carpi ha sempre dato un pane alla famiglia: “La guccia e la psuléina i tiinen su la famiulèina!” L’ago e la pezzuolina aiutano a tenere su la famigliola. È l'opera minuta e paziente che conserva ogni cosa anche in una famiglia con grandi ristrettezze.
Variante sempre con lo stesso significato: Cun la gucèeda e cun la guciadèina la brèeva dunlèina la tiin su la só caṡlèina.

   
L óov da giustèer i calsètt

L óov èd lèggn per i rammendi era un po' come una matrioska: all'interno ce ne erano più piccoli ed era una fonte infinita di giochi per i bambini.
Se si dovevano riparare dei calzettoni di lana, si adoperava un ago grosso e senza punta che si chiamava al pasètt.

L óov serve come calibro! Quàand ind al buuṡ di calsètt a gh paasa aanch l óov i iin da casèer vìa. Quando l’uovo passa dal buco dei calzini, è giunta l’ora di buttarli via.

I gucìin sono gli spillini, al guciòun è lo spillone per i capelli, al guciaróol è l’astuccio porta aghi, ma guciaróo sono anche le castagne lasciate avvizzire, inanellate con ago e filo.
Al cuul (o al buuṡ) dla guccia è la cruna dell’ago.


Se la sarta è poco accorta da un mantèel o da un linsóol la gh chèeva ‘na brètta, da un mantello o da un lenzuolo ricaverà solo una misera berretta.

Tàaia chè, tàaia là, s a suun furtunèeda da sta màaia a gh chèev ‘na brètta.
Taglia qui, taglia là, se sono fortunata da questa maglia ricaverò una berretta.
Quando il filo è mollo… al sfilsètta e da un tabàar i gh àan cavèe ‘na brètta.
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Per segnare il tessuto si usa al ṡèss (o al gèes)

Quando la macchina da cucire non è regolata bene la cucitura si disfa e si dice la fa l’infilètta; infatti quando il filo è mollo al sfilètta o al sfilsètta
L’imbastiduura a maan (o la sfilètta a maachina) è la traccia della sarta che si toglie facilmente.

L'imbastiduura, l'imbastitura è una cucitura provvisoria.
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L’è imabastìi, è una qualifica che si attribuisce a una persona impacciata, intera ed è sinonimo di i(n)ṡdìi (innestato e bloccato).

Ciapèer ’n imbastiida significa avere un improvviso calo di forse o non reggere a uno sforzo.

Quando una persona non sta bene… a nn è mìa ind i sóo paagn, non è nei suoi panni.

A s gh è scurtèe la gucèeda, gli si è accorciato il filo, nel senso a una certa persona resta poco da vivere.

A puunt a puunt a s cusiss al brèeghi!" A gìiva mé nòona quàand la tulìiva su 'na figuura da dùu o da trìi a brìsscola. Punto dopo punto, si cucione le braghe! Diceva mia nonna quando prendeva su una mano di briscola con dentro solo una figura.

Chéeld èd paagn, a n fé màai daan. Caldo di abiti non fece mai danno. È sempre opportuno tenere il corpo ben coperto, perché non può far male.
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Asole e bottoni

                
                  Bottoni                   e                       bottoncini
Una delle parole più difficili da pronunciare in dialetto carpigiano: ptòun, bottone, sembra quasi uno sputo; quelli da camicia: ptunsèin, bottoncini.



Perché fra uomo e donna abbottonature diverse?

Se l òmm a nn è un caiòun da la baanda dritta al gh à i ptòun! Se l’uomo non è un coglione, cuciti dalla parte destra avrà i bottoni, per le donne… il contrario.
Il perché di questa differenza ce lo spiega l’esperta Sara Prati Rinaldi (TRC –MOpensate - 2013):

“I bottoni fanno la loro prima comparsa nel tardo Medioevo intorno al 1300.
Si inizia a usarli nelle vesti degli uomini e vengono cuciti sulla parte destra del vestito; in questo modo avevano la possibilità di sbottonarsi più facilmente con la mano sinistra, tenendo libera la mano destra, tradizionalmente quella usata per tenere l'arma (in genere una spada). Per le vesti delle donne, si continuarono a usare cordicelle, lacci o chiusure varie, senza verso, come i gemelli dei polsini.
Nella seconda metà dell’800, quando i bottoni si diffondono anche nel corredo femminile, viene sancita per consuetudine la differenza: gli uomini con la sovrapposizione della parte sinistra del vestito su quella di destra, mentre le donne hanno i bottoni a sinistra”.
 
Ogni casa che si rispetti ha la sua scatola o un suo barattolo dei bottoni; lì vengono conservati bottoni vecchi e nuovi di ogni tipo che serviranno per “drammatiche” e frenetiche sostituzioni d’urgenza.

Tachèer un ptòun nell’uso figurato significa mettersi a chiacchierare, trattenendo una persona con discorsi quasi sempre inutili e noiosi, che per giunta non finiscono mai.
Se è nei confronti di una donna, può sottintendere lo scopo di corteggiarla.
Con l'andar del tempo il detto ha subito una deviazione, poiché in origine “attaccar bottoni” significava parlar male di qualcuno.
 
Ecco un raccontino esplicativo; la scena si svolge tra padre e figlio, un po’ in dialetto e un po’ in italiano… (come piace a me):

Quando attaccano un bottone...

Acca…! A gh è la sgnóora Catirèina! — esclamò all’improvviso DéelmoDàai ch a cambièmm strèeda a la svéelta, Carlèin! Se ci vede la s taaca un ptòun ch la n finìss più!
Mò popà, la signora Caterina è la nostra sarta! Poi i tuoi bottoni sono in ordine, non ne manca nessuno, sono tutti attaccati; ’sa t interèesa a tè?
— È un modo di dire, al mé ragaṡóol! Se la signora Caterina ci vede, ci ferma e la taaca a ciacarèer, a ciacarèerNuèeter invece a gh èmm fuuga e non abbiamo tempo per darle ascolto.
— Allora i bottoni non c’entrano… perché hai detto ci attacca un bottone?
Tachèer un ptòun è un modo di dire sia in dialetto che in italiano; è una frase… idiomatica!”
— Idio… che?
— Idiomatica. Mò la nn è mìa ‘na parulàasa! L’idioma è un linguaggio proprio di un popolo; deriva dal greco "idìoma" che significa particolarità, peculiarità.
— E tachèer un ptòun? Alóora?
— Per spiegare occorre tornare indietro nel tempo e occuparsi un po’ di storia della chirurgia. Quando la tecnica non era avanzata come oggi, i medici per cauterizzare le ferite adoperavano uno strumento di ferro. La sua estremità terminava con una sorta di pallottola simile a un bottone, cui si dava fuoco. Il povero paziente, al quale veniva attaccato il bottone rovente, al sintiiva un mèel bòoia.
Tachèer un ptòun” fu poi adoperato fuori del campo medico, in senso figurato, con il significato di parlar male di qualcuno, attaccandolo con discorsi che gli dessero fastidio, pungendolo con calunnie. Con il trascorrere del tempo quest’espressione ha acquisito il significato di affliggere, costringere, cioè, una persona a sopportare un discorso lungo e noioso.”

Di analogo significato sempre restando in campo sartoriale: “Al m à tachèe ‘na faata pèesa!” Mi ha attaccato una fatta pezza!


Assieme al bottone, c’è l’asola; in dialetto tachètta, che talora assume anche il significato di persona attaccabrighe, tacalìit.
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  Filòos di sartine

Quando in un “filosso” si spettegola di questo e di quello, si può dire che si tagliano e si cuciono anche le… persone.
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Luigi Lepri, grande esperto e scrittore di dialetto bolognese, ci onora di un suo prezioso contributo e ci manda alcuni modi di dire sul tema tipici della sua città:

“Agucè, oppure gucè, per i bolognesi è anche figuratamente "lungo tratto di strada".
Il modo dèr int al cûl al'agåccia significa "eseguire lavori di cucito per molte ore".
Agåccia dscrunè è ago con cruna rotta.
Aguciån, oppure agåccia da tèsta è "spillone per capelli".
Agåccia da inlardèr è "un lardatoio, un punteruolo per steccare la carne".
Prêda da sèrt è "gesso per sarti".
Spianèr äl cusdûr (letteralmente "spianare le cuciture") significa "dare un sacco di botte".
Mazôla dl agucén è "capocchia dello spillo"
ser in bianc significa "cucire biancheria e camicie"
***

Ecco una serie di ricordi della scrittrice carpigiana Rosella Tagliavini

“La sarta
di Rosella Tagliavini

Mia madre non si definiva certo una sartina, lei era una sarta, molto apprezzata ai suoi tempi.
Il sopraggitto era il primo passo, si praticava sul pezzo prima di montarlo. Lo si doveva fare bene, perché le stoffe non sputassero e, alla fine, le cuciture avrebbero potuto cedere.

Singer a pedale
Ma quest’operazione si faceva da quando c’era solo la Singer a pedale che cuciva diritto. Era quella dei tempi della nonna, né zig zag, né motorino. Quando, dopo, arrivò lo zig zag, non ci fu più bisogno di sopraggitto fatto a mano. Successivamente per le pulizie arrivò la cucitaglia che, oltre a unire la maglia, faceva anche quel noioso lavoro. Con lo zig zag la mamma faceva anche il prillino negli sbiechi per costruire volant, allargare i fondi dei crêps, dare quelle mosse alle gonne speciali degli abiti da sera.

Mia madre faceva i suoi vestiti come se scolpisse le stoffe intorno ai corpi delle clienti. I modelli di carta erano logori a forza di piegature e spostamenti. Tagliava molto largo, non il centimetro di rigore nella confezione in serie. Poi, a forza di imbastiture, si avvicinava fino a quando la cliente non si sentiva la stoffa veramente su misura. Una spalla più bassa, una gobbetta, un fianco più alto dell’altro. Certe volte mia madre era peggio di un osteopata.
Lo svantaggio era che apparivi come eri, il vantaggio che l’abito ti seguiva anno dopo anno, un poco fuori moda e molto sempre di moda. Non si può descrivere la cura maniacale degli accessori. I bottoni alla bottega La Casa del Bottone, ma anche fino alla merceria di Modena. Sempre a Modena le cinture da Venturelli, i peli dalle sorelle Tassi in piazza, vicino alla Catena in Piazza a Carpi. Se nessuno ha mai toccato un cincillà non sa che cosa è un soffio.
E le stoffe? Ho una cultura discreta in merito, ma ci voleva la sensibilità del tatto per la buona composizione. Ci voleva esperienza di trama e di ordito per calcolare con la mano le tensioni giuste. Ci voleva esperienza per il verso del velluto e per non bruciare col ferro e il pannetto bagnato la seta.”
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Ringrazio per i contributi: Anna Maria Ori, Rosella Tagliavini, Anna Bulgarelli, Sara Prati & Giorgio Rinaldi, Gloria Pellacani e la madre Anna Carretti, Franca Camurri, Giuseppina Bertolazzi, Luciana Tosi, Iolanda Battini, Graziano Malagoli, Rossana Bonvento, Giorgio Iotti, Alice Giovanardi, Luigi Lepri e Carlo Alberto Parmeggiani.





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