mercoledì 5 settembre 2012

Scommessa a Serramazzoni - Carpi D'Orazi



La Sèera … sfida all’impossibile
                                                     di Mauro D’Orazi             
                 versione iniziale 28 agosto 2012                
                                                                       v 19 del 1-10-2012
La Sèera (Serramazzoni), ridente località del nostro Appennino modenese, 791 metri sul livello del mare, è sempre stata per noi carpigiani una meta per famigliole nelle domeniche d’estate per guadagnare un po’ di fresco, un punto di arrivo, un luogo e un traguardo per concretizzare le più svariate sfide in bici, in moto, in auto.
Stemma del Comune di Serramazzoni
Un numero magico, il 18, ha da sempre caratterizzato la distanza che ci separa (con i vecchi percorsi stradali) da Serra: 18 km da Carpi a Modena, altrettanti da Modena a Maranello (fine pianura), idem da Maranello (inizio salita) alla Serra.
Un po’ come il numero 54 che sono i chilometri che ci dividevano da Bologna, Mantova e Parma, prima delle varie superstrade.
Nelle righe che seguono racconteremo una di queste sfide epiche, attraverso la viva testimonianza del protagonista, ancora una volta il nostro eclettico biciclista Graziano Forghieri.
1981 Graziano Forghieri
Era il 29 luglio del 1981; un caldone sostenuto e umido si era impadronito di Carpi e della Pianura Padana cun un sòofoch tremènnd e treintòot grèed a l’ommbra.
Mia moglie era fuori Carpi per assistere sua madre che non stava bene. Pranzo velocemente e raggiugo la tradizionale sede ufficiale di quegli anni della nostra eterogenea compagnia: il Caffè Teatro di Vittorio Garzon in piàasa.
Il Caffè Teatro di Vittorio Garzon sulla destra
Quando arrivo, alle due meno un quarto, sento subito un vociare misto a urla e risate; si stava discutendo su una di quelle questioni puntigliose, ma assolutamente inutili e prive di senso, tipiche di un “bar sport”. La tróoia èd tuuren (il furbacchione di turno) l’aveva innescata in perfetta malafede per fèer muntèer su un quelchidùun (per far montare su qualcuno), con evidente e immediato successo e fattiva partecipazione di pubblico.
C’erano Giò Placàan, Franṡòun, un geometra di Modena di cui oggi mi sfugge il nome, Gelati (Gelo) il socio Barry (Claudio Baraldi) e vari altri avventori.
Il tema era di quelli classici, sul tipo di quanto è lunga la nostra piazza e se si riesce a fare tutto il portico di corsa nel tempo dei 12 rintocchi di mezzanotte dl arlóoi dal Castèel
Era possibile che uno, non preparato sportivamente, impiegasse meno di due ore in bici nel tragitto tra il cartello stradale di Maranello e quello della Serra?
La discussione ferveva e qualcuno faceva troppo l’asino; io ho fatto un rapido calcolo mentale: “Due ore, 18 km, 9 km all’ora … a gh la pòos cavèer  (posso farcela) anche se non sono mai andato in bici da corsa e soprattutto in salita.”
A quel punto proclamo solennemente: “A gh vaagh mè a la Sèera! E a stàagh èeinter al dóo óori! (Ci vado io a Serra e starò dentro alle due ore!)”
Qualche risolino e sbuffi increduli accolsero la mia sfida. “ Scommetto 50 mila lire! Adèesa a vdòmm chi mòunta su! (Adesso vediamo chi monta su!)” continuai per dare concretezza alla sfida.
La banconota da 50.000 lire dell’epoca
Gelati che era fra i più scettici e accetta subito di buon grado la scommessa, convinto di vincere facilmente.
Detto e fatto … si organizza la cosa: un furgone per la bici, un corteo di auto per gli spettatori.
Vado in negozio, a despìcch (prendo giù) ’na Mondial nóova, con il cambio, i pedali con la cinghia e al manubbrio da cuursa.
A infìi al gòmmi e a cargòmm la biici seinsa gnaanch impinìir d aaqua la boraacia.
Il corteo arriva a Maranello verso le tre, còn un calóor … un calóor … ch a s cherpèeva e ch al fèeva gniir a méeno al fièe (un calore così forte che faceva crepare e venire a meno il fiato).
Smonto la bici e mi preparo; sono vestito in maglina bianca e jeans, un abbigliamento assolutamente inadeguato; intanto il geometra si approvvigiona di una bottiglia di acqua che si rivelerà provvidenziale. Era tale la foga della sfida che non avevo nemmeno pensato a questi dettagli importantissimi.
Monto e parto, ma dopo pochi metri mi accorgo che la bici non va … è durissima … come frenata. Scendo e controllo i freni che non siamo bloccati … tutto regolare! Finché uno degli amici al m siiga in ’n’urèccia: “óo! umòun … l’è la saliida! Dàai mò! Adèesa a gh è da cucèer! (Oh! Carissimo … è la salita! Adesso c’è da spingere)”
Intàant Géelo al m è dedrée, al me guèerda e al ridd (mi è di dietro, mi guarda e ride compiaciuto e con aria canzonatoria).
In effetti non avevo mai fatto una strada di montagna.
Mi faccio forza e riparto. E’ terribile! A pèer ch a m se s-ciàanca al cóor (sembra che mi si spezzi il cuore). Un po’ sui pedali e un po’ a piedi, per riprendere fiato, però procedo.
Il furgone e le auto mi seguono in processione, fra sghignazzi, urla, esortazioni.
Intanto Gelati al m è dedrée cun la sò maachina e guarda e ride.
Il sole picchia forte! Fortissimo!     Accecante.
Il geometra a un certo punto mi fa togliere la maglina, la imbibisce d’acqua e me la fa mettere in testa come un turbante da indiano; l’aspetto è semplicemente penoso, ma nonostante l’incontenibile derisione dei presenti che mi burlano senza pietà, il refrigerio c’è, anche se presto la scottina mi divorerà.
Gelati al m è sèmmper dedrée a ridder.
Fatti pochi chilometri, sulla mia destra vedo due anziani coniugi che stanno lavorando all’orto della loro casa.
La signora osserva divertita la mia bizzarra figura da indiano. Io le chiedo: “A gh caala ancòrra dimònndi a la Sèera?(Mancano molti chilometri alla Serra?)” Lei mi sorride e mi risponde con una pietosa bugia: ”Al più al l à già faat! E fra un pòo a gh è aanch al piàani èd Monṡambàan! Mò ée la ’na scumissa?” mi domanda. “Sè!” rispondo io, ansimando. E lé: “ óo … a n in paasa tutt i dè!”(Il più lo avete già percorso e poi fra un po’ c’è un tratto di falso piano - Ma è una scommessa? -Sì! – Ne passano spesso nella stessa situazione).
Riprendo a pedalare, ma dal piàani mè a nn ò mìa vissti, pèr mè l’éera sèmmper saliida (ma il tratto in piano non l’ho mai visto, per me era sempre salita).
La carovana delle auto, visto che intralcia il traffico, decide di precedermi e aspettarmi a la Funtanèina. Una località con ristorante e un vasto spiazzo poco distante da Serramazzoni.
Il luogo è meta di motociclisti, ciclisti e famiglie in auto, dove ci si ferma per arsurèeres (rinfrancarsi con una breve pausa dopo una fatica); una fontana con acqua fresca è sempre pronta a dissetare il pellegrino di turno.
Gelati al m è dedrée, osserva e ride.
Si guarda bene dal seguire gli altri e al m rèesta tachèe al cuul (mi resta attaccato dietro), perché non mi possa agganciare a un eventuale camioncino della frutta di passaggio.
Dopo l’ennesima curva, scorgo da lontano la Fontanina; raccolgo tutte le forze, tutte le energie rimaste e, sorridendo, passo davanti con simulata disinvoltura ai miei amici che si sbracciano e lanciano urla di sostegno. La gente guarda la scena stupita, chiedendosi: “Mò chi ée l po’ lelò?! Al campiòun d Italia? (Ma chi è costui? Il campione d’Italia?)”

La Fontanina nel 2011 in inverno - sulla sn la curva della caduta

Appena passato lo spiazzo e il ristorante, arriva subito un curvone sulla sinistra che mi nasconde alla loro vista. Ne voglio approfittare per scendere a piedi e prendere fiato … a suun distrùtt … desfàat ... a nn in pòos più!  A suun mòort! Ch a gh vèggna n asidèint a la Sèera, a chi la invintèeda, al Cafè Teatro e a mè ch a suun muntèe su in sta scumissa dal caas! (Maledico questo e quello e mi maledico io stesso per aver accettato tale ardita scommessa!).
La stanchezza è tale che non riesco a sganciare il pedale e cado rovinosamente e clamorosamente con tutta la bici direttamente dèinter ind al fòos.
A suun disprèe e avilìi. “E’ la fine!! A m tòcca dèer èggh a l’éelta, a mucc’!” (Sono disperato e avvilito e ormai penso di rinunciare) rimugino con immensa amarezza.
Intanto Gelati al m è dedrée e guarda e ride.
Mentre faticosamente mi rialzo, a léev su i òoc’ (alzo gli occhi) e ho la visione di non so quale indicazione stradale che mi dice “Serramazzoni km 3,8. A guèerd l arlóoi … a gh caala ancòrra 40 minùut al dóo óori (Guardo l’orologio e constato che mancano ancora 40 minuti allo scadere delle due ore).
Penso:” Dio bòun! A vaagh su aanch cun agl’unngi!”(Caspiterina! Vado anche a costo di trascinarmi su con le unghie!)
Intanto Gelati al m è dedrée, mò però al ridd già un pòo méeno.
E difatti arrivo al cartello di Serramazzoni con circa un quarto d’ora di buono.

La soddisfazione è davvero tanta, a m viin quèeṡi da piàanṡer, e le urla strepitanti dei carpigiani accompagnano il taglio trionfale dell’agognato traguardo.
Ci fermiamo subito a destra in un bar ristorante su lunghe palafitte.
Cerco di recuperare qualche forza e di bere.
Arriva Gelati e gli dico:” Mò cum ée la che adèesa te n  ridd più?  T è pasèe la ridaróola? (Ma come mai adesso non ridi più? Ti è passata la  ridarella? )”
Lui per tutta risposta … “pafff” … mi sbatte nervosamente sul tavolo la banconota.
La banconota da 50.000 lire dell’epoca

Io gli faccio:” Mò alóora te nn è mìa capìi! Mè a n l ò mìa faat pèr i sòold! Stasiira con questo cinquantino festeggiamo al Caffè Teatro! (Ma allora non hai capito che non era per i soldi, ma per una questione di principio!)”

Quella sera c’erano tutti per celebrare la sudata vittoria, mancava solo uno. Indovinate voi chi era?
Io come mai non ero presente alla storica vicenda? Semplice! Ero a Misano Brasile al mare con la mia famiglia e tornai solo il giorno dopo, il 30 luglio, per ricevere tutti gli echi ancora vivissimi della vicenda.
Una storia che in tutti questi anni ho sentito raccontare da Graziano, sempre con grande partecipazione e passione, almeno 1.000 volte, in una affabulante progressione filmico - verbale che gli è tipica nel racconto delle cose, tanto che mi pare di esserci stato anche io quel pomeriggio infuocato alla Serra.

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