martedì 27 dicembre 2011

Al Càncher modi di dire di Mauro D'Orazi Carpi (Modena)- dialetto carpigiano


stesura iniziale il 9-2-2010                                            v 28 del 09-10-2014


Al Caancher
modi di dire
del dialetto carpigiano
e dintorni

di Mauro D'Orazi
da un’idea iniziale di Gian Luca Vecchi
Pubblicato parzialmente su La Voce di Carpi il 25 feb 2010 n 8
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Avvertenza preliminare: si tratta di usanze del nostro dialetto un tempo molto diffuse, oggi (per fortuna) molto meno, anche perché c'è poco scherzare, vista l'attuale diffusione di queste terribili malattie, che ci hanno toccato tutti drammaticamente, quanto meno negli affetti e nelle amicizie. Proprio perché queste frasi e modi di dire stanno scomparendo, era importante farne un’annotazione nelle loro varie accezioni, soprattutto quelle che la straordinaria “magia” del nostro dialetto inverte diametralmente di significato.
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1965 - Scene dal film di Comencini "Il compagno Don Camillo”

Tutti hanno visto e si ricordano il film del 1965 di Comencini "Il compagno Don Camillo", che chiudeva la nota serie di Peppone e il prete della bassa emiliana. A un certo punto della storia, per impedire al sindaco russo di rientrare a casa, dopo una penosa e mutilata Traviata, e sorprendere don Camillo assieme a un pope in attività religiose proibite dal regime, Peppone lo sfida alla "gara della vodka". Il povero Peppone vince, ma ha bevuto così tanto che si sente male. Quando Don Camillo finalmente torna, tenta di svegliare un Peppone, quasi in coma etilico. Questi apre a fatica gli occhi, e stravolto lo guarda fisso con odio, maledicendolo con un memorabile: "Ch a t vèggna un caancher!!" e Don Camillo pronto commenta: "Ahh! M'ha riconosciuto! Buon segno! "
Questa breve prolusione serve per evidenziare come il dialetto delle nostre zone, Carpi compresa, utilizzi una parola molto scomoda come caancher, che oltre a significare una invettiva e una maledizione, serve anche per usi vari e diversi. Il nostro dialetto riesce con la sua vivacità quasi a sdrammatizzare o a modificare l’accezione principale di questa orrenda malattia, che tutti temiamo più che mai. Dà, infatti, a questa parola, che normalmente si fa perfino fatica a pronunciare, una pletora di significati particolari e addirittura anche positivi.
L’uso della parola in un passato recente era intenso, anche come fastidioso (alle orecchie altrui) intercalare, oggi invece forse lo è molto meno. Ma nonostante la frequenza della pronuncia di questo termine e la molteplicità di frasi usate, il lettore troverà un inaspettato finale a sorpresa.

Innanzitutto al caancher  m. (= cancro o, più dialettisticamente, cànchero) è uno degli elementi caratteristici del discorre nel dialetto carpigiano e delle zone vicine. Anzi, se uno dovesse pensare ad un simbolo del nostro dialetto parlato in tutta la sua schiettezza e durezza del conversare, uno dei primi a venire in mente sarebbe proprio questo termine. Punto nodale delle liti e delle discussioni, auguraccio supremo di mali e sventure, invito perentorio ad andare al diavolo o in posti simili, descrizione di un personaggio dalle particolari valenze … il cànchero è presente in tutta una serie di frasi e locuzioni.
Le espressioni fondamentali di questo infausto augurio sono:
Ch a t vèggna un caancher (= che ti venga un cànchero).
Ch a t gniss un caancher (= che ti venisse un cànchero).
A n t à da gniir un caancher (= non ha da venirti un cànchero).
C'è poi tutta una serie di varianti sul tema, come ad esempio: 
Ch a t vèggna un caancher sècch (= che ti venga un cànchero secco, nel senso di veloce).
Ch a t vèggna milla caancher (= che ti vengano mille càncheri)  [n.b. la parola in dialetto per "mille" sarebbe mill, che in questo caso, in dialetto stretto, si trasforma in un calcato milla].
Ch a t vèggna seintmilla caancher (= che ti vengano centomila càncheri).
Ch a t vèggna un caancher ind al buuṡ dal cuul (= che ti venga un cànchero nel buco del culo).
Tutte queste espressioni possono essere usate con il verbo gniss al posto di vèggna.
Esiste poi una bellissima iperbole dialettale, che esprime il concetto elevato all'ennesima potenza:
A n t à da gniir un mèel, che un caancher al t sìa d sòliéev (= non ha da venirti un mal, che un cànchero ti sia di sollievo).

Barbara Boselli (Carpi) ricorda che suo padre quando era veramente arrabbiato urlava: "Ch a t  vèggna un caancher sòtta ègl’unngi di pée e dal maan!”

Se una persona augura del male ad un'altra, si dice che al gh à giurèe un caancher (gli ha giurato un cànchero). Di due o più persone che hanno litigato pesantemente, si dice che i s iin giurèe di caancher (= si sono giurate dei càncheri).

Ecco poi una interessante annotazione storica suggerita da Franco Bizzoccoli, dove l’auguraccio assume tutta la sua valenza pesantemente negativa: dall’aprile del 1945 e per vari mesi successivi, quando a Carpi si parlava dei tedeschi e dei mongoli in rotta verso nord, si sentiva spesso ripetere questa maledizione verso di loro: “Ch a gh vèggna un caancher lunngh a la vìa!” … lungo la strada del ritorno.
**=M=**

Fin qui siamo del normalità di un discorrere molto duro e certamente sgradevole. Ma il nostro dialetto è davvero strambo e a volte augurare un cànchero è un modo scherzoso per salutarsi tra amici, o è anche una esclamazione benigna per qualcosa di sorprendente o inaspettato.
Talora come massima contrapposizioni in termini: Ch a v gniss un caancher  vuol dire addirittura … vi voglio bene.
Oppure con un inconsapevole ossimoro: “Óo, ch a t vèggna un caancher, cumma stèe t ? A t vèed bèin!”. Naturalmente la mimica, la gestualità, il muoversi delle mani e l'espressione corporea opportune, consentono la corretta interpretazione del significato, senza lasciare spazio a spiacevoli equivoci.
Ecco dunque alcuni esempi di trasformazione del significato della parola davvero sbalorditivi e che portano all’esatto opposto il significato del termine.
La parola cànchero può essere un complimento rude e poco raffinato per indicare una persona furba o intelligente, o che ha raggiunto un risultato importante: T ii pròopia un caancher!  (Sei proprio un cànchero!).
Ma può anche indicare un oggetto difettoso o inutile: Cal bagàai lè, l é un caancher (Quella cosa lì è un cànchero). Un caancher è dunque un oggetto generico, non meglio definito o definibile, oppure qualcosa di cui non ci si ricorda o non si sa il nome o non lo si vuol dire; è sinonimo di bagàai. In questi casi può comparire il femminile caancra (= cànchera).

L' armeggiare per lungo tempo nel fare o aggiustare qualcosa, specie se con risultato negativo, si dice scancrèer (scancherare);  ad esempio: Al gh à scancrèe atàach trée óori bòuni  (Ci ha lavorato attorno per tre ore buone).

Viene anche in mente la leggenda del "Magalasso", un enorme biscione di sei metri che, in altri tempi, terrorizzò il modenese, cantata qualche anno fa dai Modena City Ramblers con Paolo Rossi col il pezzo intitolato "La Fòola dal Magalàas". Nel testo si definisce l'improbabile, ma pauroso rettile, in questo modo: "L è néegher cóome un caancher, l è catìiv e l è (a)rabìi " (E' nero come un canchero, è cattivo, è arrabbiato).

Bè, la fòola la riiva a Sasóol, a Vgnóola                         Beh, la storia arriva a Sassuolo e Vignola 
a Chèerp e Suléera, in tutt al Mudnéeṡ                         a Carpi, a Soliera e in tutto il Modenese
la giinta la scaapa, la sèera butéega                            La gente scappa, chiude bottega

**=M=**
Accade dunque, come abbiamo potuto constatare, che anche nel nostro dialetto, così come in tutte le lingue, una parola non serva più al suo uso originario e che il temine non venga usato per indicare l'omonima patologia. Ma, in conclusione, bisogna notare sorprendentemente e nonostante l’uso smodato, che, con quel pudore lessicale usato spesso per alleviare significati dolorosi di una triste circostanza, la malattia, quando c’è veramente in tutta la sua devastante realtà, viene chiamata con un eufemismo: un brutt mèel !!! (un brutto male).

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