martedì 27 dicembre 2011

Un biglietto di auguri dal passato di Mauro D'Orazi dialetto carpigiano Carpi (Modena)



prima stesura febbraio 2010                                  v22 del 09-10-2014

Un biglietto di auguri dal passato

di Mauro D’Orazi


 Pubblicato in parte su La Voce di Carpi del 4 marzo 2010 n 9


   Ecco un interessante omaggio natalizio che i garzoni dei barbieri davano ai clienti per le feste di fine anno per avere una mancia. A quei tempi, fine ‘800, si offriva uno stampato con una “povesia” (poesia), successivamente nel ‘900 si sarebbero preferiti i gustosi calendarietti profumati con immagini sexy a colori di donnine o attrici in bikini o in caste pose ignude.
L’autore della povesia non è ufficialmente noto, ma da un esame del testo, è facile capire che non può essere altri che il noto Ubaldo Urbini, uno dei maggiori poeti carpigiani, che aveva un negozio tessuti, una delle professioni tipiche degli ebrei, sotto il portico di Corso Alberto Pio, poco prima dell’attuale galleria. È provabile che il testo sia stato commissionato, probabilmente per amicizia, nel lontano fine anno 1886 da un garzone diciannovenne dell’allora noto barbiere "Nicco", che era il soprannome o per meglio dire l'abbreviativo di Nicodemo Bassoli.

Anna Maria Ori, preparata studiosa e conoscitrice delle “cose” locali carpigiane, ritiene che il testo non possa che essere attribuito all’Urbini. Lo stampato infatti figura tra le carte di quello che fu uno dei massimi poeti dialettali carpigiani. La poesia evidenzia le caratteristiche del poeta, dal lessico alla metrica, al tono, non è quindi l’exploit solitario di un barbiere, ma opera di Urbini.
È dunque ragionevole pensare a una “graziosa” concessione del poeta all’amico barbiere per elegante uso augural - natalizio.


 
Ecco in una foto del 1939, con particolare ingrandito,
in Piazza la bottega di barbiere di Nicco e poi di Scaglioli
Nicodemo Bassoli (Nicco) era il proprietario della più famosa e importante barberia di Carpi, sita in piazza Martiri (l'ubicazione era in una delle due vetrine dell’attuale gioielleria Allegretti vicino alla farmacia dell’Assunta); da notare che l'intero edificio era di proprietà del suddetto Bassoli. D'estate ai clienti veniva fatta la barba stando all'aperto, sotto il portico.  Fra i "garzoun" c'era anche il bisnonno (2) di Dario (Bonini) D’Incerti, Ferdinando Scaglioli (1). Ferdinando poi ne divenne in qualche modo l'erede, in quanto sposò la figlia del Bassoli, Teresita, che sarà così la bisnonna materna di Dario. Ciò spiega anche l'intestazione "I garzoun d'Nicco al barber..." e la firma "Scaglioli, anch per chi eter". Scaglioli, abitava in Cantarana  e divenne padre di tre figli tra cui c’era il notissimo e finemente arguto avvocato Cleomede Scaglioli, un ragiunadóor, ’n òmm da parér, liberal e generoso, ma anche valente e talentoso poeta dialettale. Una fotocopia dell’interessante documento, che più sotto viene integralmente riportato,  mi è stata gentilmente data proprio dal mio caro amico e compagno di classe di tanti anni Dario (Bonini) D’Incerti, il bisnipote diretto, in quanto sua madre - Anna Scaglioli - era a sua volta una dei tre figli dell’avv Scaglioli.
Chiarita la complessa prosapia, soffermiamoci sulla interessante scritto.
Il testo è scherzoso e Urbini riesce a ben rappresentare l’indole ironica, estrosa e incisiva tipica della famiglia Scaglioli.
Leggendo i versi si nota un elegante e pregevole dialetto cittadino, simile a quello che io definisco “sgnurèe” (quello che ho sempre sentito da mia madre, che fu in un lontano tempo appartenente a una famiglia possidente, poi dolorosamente decaduta). Il dialetto delle classi più abbienti e/o acculturate con l’uso di parole “difficili”, intercalate volutamente anche da termini in italiano, per “ dèer più ghèerb a la ragiòun” (per dare più garbo alla ragione). L’autore  evidenzia ancora una volta l’efficacia della musicalità nel verso, tracciati con precisione e leggerezza, senza eccessi e ridondanze auliche o banalità; anche se qualche soddisfazione, il nostro Ubaldo, se la toglie, ad esempio con l’uso di parole anche difficili e ricercate
Circa i dialetti cittadini e del forese erano facilmente distinguibili le differenze. Addirittura fino a poco tempo fa era anche possibile capire da quale contrada cittadina o frazione una persona provenisse, sentendola parlare e pronunciare particolari modi di dire.
Azzardo una mia valutazione, aperta a ogni confronto: il testo evidenzia un dialetto cittadino che oggi non parliamo quasi più, soprattutto dopo l’inurbamento dal contado, dei cosiddetti “vilàan”, dal 1946 in poi. Questi nuovi carpigiani avevano una parlata con evidenti diversità e caratteristiche, che contribuì non poco alla modifica del dialetto. Dal punto di vista socio - politico, ciò coincise con la presa di possesso del governo della città da parte di una maggioranza PCI con consensi oltre il 60%. Ebbene quasi tutti i dirigenti del partitone erano di provenienza delle frazioni a nord di Carpi e questo a mio parere ha avuto conseguenze anche sul dialetto parlato.
Cito, su queste tematiche, il più grande poeta carpigiano Mario Stermieri:
"Vilàn che Dio ti fè
sapa e badìl ti diè,
e ti scrisse ind ‘na culàta:
porc d'un vilàn vaca!"
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Ma esaminiamo ulteriormente il testo, traendone alcune osservazioni interessanti. Anna Maria Ori mi fa osservare come tutti possano apprezzare la musicalità e la cantabilità delle due strofette di settenari. La Parte Unica molto facilmente potrebbe nascere da un orecchio educato a teatro, alla cantabilità delle arie dei libretti d’opera, spessissimo in settenari, appunto, coi loro bravi accenti fissi. Questa metrica facilita la memoria dei versi e stimolano la fantasia, quando ci si vuol provare a scrivere poesie. A quel tempo tutti cantavano arie d’opera, quando lavoravano e a casa. Ogni rappresentazione veniva seguita per tutte le repliche.
Tornando alle strofe, esse contengono poi tutte le figure retoriche di una costruzione della frase caratteristiche delle ariette, inversioni, inserimenti, ecc … , tipiche del melodramma. 
Carlo Alberto Parmeggiani ritiene anche che la cantabilità dei settenari, oltre che dai libretti d'opera (Boito soprattutto), sia una imitazione, a occhio e croce, dalle prime poesie di Olindo Guerrini (alias Lorenzo Stecchetti), che in quel periodo godeva di grande notorietà e successo nei ceti piccolo e medio borghesi e di Rapisardi, poeta e amico di Guerrini, nelle cui opere sono presenti  ed evidenti i richiami alla Scuola Siciliana (Ciullo d'Alcamo, Lentini, Guido e Odo delle Colonne).
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Dal punto di vista dei termini e della grammatica, osserviamo poi alcune importanti peculiarità ad esempio l’uso di “int al (nel) al posto del corrente “ind al”, “cap d aan” (capodanno) al posto di “cav d aan”, “bòuni fèest” tronco, invece di” bòuni fèesti”, oppure “sèinsa taant gnòoli” invece che “tanti”; il normalissimo uso di “briiṡa” e “minnga”, quando oggi si usa quasi sempre “mìa”, credendo erroneamente che le due prime espressioni siano tipiche solo di altre province  (Bologna) o altre regioni (ad es: Lombardia).
Interessante poi il plurale di Natale: “Nadèei”.
Altro particolare da segnalare riguarda una questione mai completamente risolta: la Z e la S, che, a causa della nostra simpatica dizione, tendono a confondersi. Si è sempre detto la Z spetta più ai modenesi e la S più ai carpigiani, affrontando eterne (e noiose) dispute anche solo per dire “carpsàan” o “carpzàan” (o addirittura “carbsàan” o “carbzàan”). Ebbene il nostro Urbini usa tranquillamente la Z, molte volte. Dobbiamo quindi prenderne atto; basta poi osservarne l’uso in  “pazinzia”. Interessante anche la contrazione “de scrivr' “ anziché “de scriver” o “pr’ ” invece di “per”.
C’è anche, talora, un utilizzo delle consonanti doppie all’interno della parole,   come nello stesso incipit … “RISPETTABILISSEM AVVINTOR”.
Infine la chicca finale: un uso del passato remoto, addirittura in terza persona plurale: “i m dissen” (mi dissero), ma anche in prima persona singolare con “ a buttè “ (io buttai) e infine con uno splendido “a gh voss”(Io gli volli). Questo mi consente di aprire una piccola parentesi sul passato remoto in dialetto e vi sottopongo alcune mie note di una delle cose più belle e rare forme della nostra parlata locale.
Il passato remoto è un vero reperto archeologico: non si usa più in italiano, figurerèes in dialètt  
In famiglia avevo sentito alcuni esempi limitati alla sola 3^ persona singolare; ecco alcuni casi con stupende ed efficaci contrazioni:
al gè  = egli disse  (… ad esempio .... non è fantastica ?); al vdè  = egli vide; l andè  = egli andò; al magnè = egli mangiò; al vlè = egli volle, al fè = egli fece, ecc …
Sono verbi fra i più usati, ma ho dovuto constare la notevole e stranissima mancanza di ogni traccia del passato remoto in dialetto per i due fondamentali e primari verbi essere e avere. Un bel mistero, visto che nella vicina Modena esiste, così come ci testimonia l’introduzione del vocabolario del Meranesi.
Gli esempi prima riportati sono a mio avviso davvero piccole PERLE LUCENTI, che pare venissero adoperate solo dal dialetto colto/borghese di città. Nel contado credo (ma non ne ho certezza) si adoperasse unicamente il passato prossimo, anche perché (qualcuno forte dei ricordi di quella provenienza mi ha suggerito) … : “Mò alóora, in campaagna, i éeren acsè puvrètt ch in gh iivèen gnaanch al pasaato remòoto!”.
Oltre alla terza persona singolare del passato remoto non avevo trovato nulla, nonostante la consultazione di noti esperti e letture varie; quindi trovo davvero importanti queste tre forme riportate da Urbini e aiutano a colmare un piccolo vuoto, anche se molto resta da approfondire su questo tema.
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Fra i barbieri di Carpi nel 1914 abbiamo anche il nostro Scaglioli
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I GARZOUN
D’NICCO AL BARBER
AI SO’
RISPETTABILISSEM AVVINTOR
                                                                            (di Ubaldo Urbini)
Prologo
In Cantarana quand as dis « Scaglioli »
 an fagh minga per dir, ma an s' va più in là.
E chi ragazz ch' al san, séinza tant gnoli,
a 1' ètra sira int' al condùrm' a cà,
im dissen che pr' i auguri dal Nadèl
avrev bisgnù ch' a staniss fora quél.
Sa vlem', acsé in s' duu péé, 1' é un bèl impegn ...
Ma gnanch per quest' agh' voss dèr un rifiut.
Con dla pazinzia e con cal bris d' inzegn
a buttè zo stì vèrs in des minut:
s' agh  fuss un quélch  sbagliett, pinsè, i me' sgnor,
ch' a srev péz ch' am sbagliiss con al rasor:



Parte unica

Clienti rispettabili,
an v'fèdi maravja
se st' anno il ticchio presemi
de scrivr' in poesia ;
fu questa, il dico subito,  
'na prova, al fu un pretèst
per migliorar la rancida
gnola del « Bouni fèst ! »
Eppoi, perchè tacervelo?
L’ é un pèzz ch'a iva in pinser
di presentarvi un tenue
saggio dal me' saver:
Ma il padre mio, buon diavolo,
l' andéva innanz' a dir:
 « Bada, Nandino, pensaci,
 te t' vè a fér tor in gir ! »
Sia pur. Gracchiate, o critici,
 dgìm dl' èsen dl' imprudeint:
 sarò imprudente ed asino,
ma an v' ho gnanc per la méint.
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Dunque, signori, io v' auguro
 che liber dai malan
cento vediate scorrere                       
Nadèi e zèint Cap d'an.
Che lungi la crittogama(3)
la v'staga da l' pussioun(4),
talché possiate riempiere
el botti dal véin boun.
Danni giammai vi rechino
breini, timpesti e veint,
 il cielo ognor vi liberi
dai begh int' al furmeint ...
Ma d' annoiarvi proprio
an n' ho brisa la voja:
d altronde è il dir superfluo,
a i già magnè la foja.

                                               Scaglioli (Ferdinando n.d.r.), anch per chi èter. 

24 Dicembre 1886.

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         ________
Carpi, Tip. Com 1886
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note:
(1) Ferdinando Scaglioli nato nel 1867 ebbe tre figli da Teresita Bassoli sposata nel 1890: Celeste, Cleomede e Clodia.
(2) Il bisnonno in dialetto si dice nunòun (nonnone), non so se esista anche al femminile
(3)La crittogama è un parassita vegetale di varia natura molto dannoso per la vite; ci fu una devastante epidemia in Italia a partire dal 1850, quindi il nostro Ferdinando ne aveva buona notizia e memoria.
(4) Possessioni.
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Hanno preziosamente collaborato Dario (Bonini) D’incerti, Attilio Sacchetti, Anna Maria Ori, Carlo Alberto Parmeggiani e Franco Bizzoccoli.

1 commento:

  1. interessantissimo tutto! grazie per quello che fa e trasmette

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grazie